Il PD ha già approvato il Fiscal Compact. A febbraio

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Basta speculare sull'abolizione del Fiscal Compact per meri fini elettorali. Il PD e chi lo rappresenta non può permettersi di sbandierare e minacciare l'abolizione di questo mostruoso e folle accordo intergovernativo che, se inserito nel quadro giuridico UE, sancirà la fine dell'Italia. Perché proprio il Partito Democratico, a febbraio 2017 tramite il report a firma Bresso - europarlamentare renziana al Parlamento europeo - ha proposto e ottenuto a suon di voti (dei socialisti e dei popolari, dove siedono a Strasburgo PD e Forza Italia) un'accelerazione nell'istituzionalizzare la Troika a livello comunitario. Il report pretendeva l'immediata "integrazione delle pertinenti disposizioni del patto di bilancio nel quadro giuridico dell'UE" e "la piena attuazione dell'attuale quadro basato sul six-pack e del two-pack". Quindi, appunto, di integrare il Fiscal Compact nel quadro giuridico dell'Unione Europea. Matteo Renzi ancora sostiene di aver combattuto una battaglia in Europa e di voler cambiare le regole a tutti i costi: questo personaggio inizia ad essere un pericolo ambulante per sé stesso e per l'Italia intera.

La storia del Fiscal Compact e il modo obbrobrioso con cui l'UE l'ha partorito viene da lontano e vede la connivenza della politica italiana tutta, senza eccezioni. Nella sua fase embrionale il Fiscal Compact, o meglio i dettami con cui viene imposta l'austerità nel continente, è contenuto nei cosiddetti Six-Pack e Two-Pack. Votati e voluti dal Governo Berlusconi-Lega (vi era Giulio Tremonti al ministero dell'Economia) nel 2011, sono un insieme di regolamenti e direttive attraverso le quali è stato introdotto un sistema di sorveglianza dei dati macroeconomici di ciascun paese, per cui se la Commissione europea ritiene che ci siano degli squilibri può chiedere allo Stato di adottare misure di politica economica dirette alla loro eliminazione. È l'inizio della fine firmato dal centro-destra italiano, gli stessi che oggi vogliono sembrare euroscettici ne sono stati complici consenzienti.

Poi è arrivato Mario Monti, quando era ormai evidente che i vizi del Cavaliere e i vari bunga bunga non erano più adatti a gestire un Paese sull'orlo del baratro. Lui ha completato ciò che Berlusconi aveva trattato con estrema sufficienza: mentre l'Unione Europea si trasformava in un mostro tecnocratico, i mercati ci attaccavano, l'ex presidente del Consiglio veniva travolto da scandali di ogni genere e il PD si apprestava a spingere verso un'austerità sempre più cieca e disumana. In questo periodo prende definitivamente forma il Fiscal Compact, ereditato dal Governo di centro-destra, firmato dai tecnici e fortemente voluto da un festante Partito Democratico, inebriato dalla smania di andare finalmente al potere. Non solo, siamo anche stati tra i pochi Paesi europei a modificare la nostra Costituzione per inserirvi il pareggio di bilancio (sempre coi voti di PD e PDL); una follia di cui pagheremo le conseguenze a lungo.

Oggi tutti sbandierano l'abolizione del Fiscal Compact come uno scalpo per ottenere qualche voto. La verità è che sono incompetenti e in conflitto d'interessi fino al midollo; con questa classe politica mai nulla cambierà, andremo solo a peggiorare. Di anno in anno, di regolamento in regolamento, di decreto legge in decreto legge, l'Italia si trasformerà in un Paese del terzo mondo. Fidatevi di chi il Fiscal Compact e l'Euro gli hanno criticati fin dagli albori. Quando era impopolare alzare il dito contro le folli regole economiche dell'Unione europea, il MoVimento 5 Stelle aveva già compreso il baratro a cui stavamo andando incontro. E ancora ci danno degli incompetenti, proprio loro, che con le loro lauree "honoris causa" stanno distruggendo l'Italia.

Vi riportiamo l'articolo 7 del report Bresso, a firma PD. Ecco quanto vale la parola di Renzi:
art.7. - ritiene che le soluzioni intergovernative debbano rappresentare solo uno strumento di extrema ratio vincolato a condizioni rigorose, in particolare il rispetto del diritto dell'Unione, l'obiettivo di rafforzare l'integrazione europea e l'apertura per l'accesso degli Stati membri non partecipanti, ed è del parere che dovrebbero essere sostituite quanto prima da procedure unionali, anche negli ambiti in cui non tutti gli Stati membri soddisfano le condizioni di partecipazione, in modo tale che l'Unione possa svolgere i propri compiti all'interno di un unico quadro istituzionale; si oppone, in tale contesto, alla creazione di nuove istituzioni all'esterno del quadro unionale e continua ad adoperarsi per l'integrazione del meccanismo europeo di stabilità (MES) nella legislazione dell'Unione, a condizione che vi sia un'adeguata assunzione di responsabilità democratica, come pure per l'integrazione delle disposizioni pertinenti del patto di bilancio (Fiscal Compact), così come previsto dallo stesso trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell'Unione economica e monetaria, sulla base di una valutazione globale dell'esperienza acquisita nell'ambito della sua attuazione; insiste sulla necessità di non tenere separato il processo decisionale effettivo dagli obblighi di bilancio;

Scarica qui il report in formato originale.

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