La follia delle sanzioni a Spagna e Portogallo

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+++ AGGIORNAMENTO 28/07: la Commissione europea ha deciso di non sanzionare Spagna e Portogallo sul deficit, ma la decisione sulla sospensione dei fondi strutturali è attesa per settembre +++

Due incredibili decisioni da parte di Consiglio e Commissione gettano nuove ombre sul comportamento dei leader europei. La prima istituzione (composta in questo caso dai vari ministri dell'economia degli Stati membri) ha deciso di sanzionare Spagna e Portogallo per deficit eccessivo. La seconda - guidata da Jean-Claude Juncker - vuole invece sospenderne i fondi strutturali e d'investimento. Della serie: non impariamo mai dagli errori del passato.

Due settimane fa il Consiglio, dicevamo, ha "condannato" Spagna e Portogallo a pagare fino allo 0,2% del PIL. La colpa? Avere nei rispettivi bilanci un deficit superiore al 3%. Qualche giorno dopo è arrivata anche la mannaia del commissario Jyrki Katainen che, con una lettera inviata al Parlamento europeo, ha confermato la volontà di sospendere i fondi strutturali e d'investimento per Spagna e Portogallo con l'attivazione dell'articolo 23. In pratica, la Commissione europea, preso atto della decisione del Consiglio di cui sopra (nel merito si è espresso l'ECOFIN), farà una proposta sulla sospensione degli impegni di ben 63 programmi operativi spagnoli e 16 portoghesi. Secondo il regolamento, una proposta della Commissione concernente la sospensione degli impegni si ritiene adottata dal Consiglio a meno che esso non decida, tramite un atto di esecuzione, di respingerla. Tale sospensione si applicherebbe a partire dal 1 gennaio 2017.

Il Movimento 5 Stelle in Europa, sin dall'inizio della legislatura, ha fortemente criticato la follia legata al principio di macro/condizionalità. Ovvero, quel meccanismo secondo cui vengono penalizzate le autorità regionali e locali nonostante l'aumento del debito pubblico, al pari del disavanzo, derivi in buona parte dalle attività del governo centrale (come dimostrato nel "Sesto rapporto sulla Coesione"). Inoltre, nell'ottobre del 2015 il Parlamento Europeo ha approvato, con l'avallo dei grandi gruppi, una relazione (a firma, ironia della sorte, proprio di un deputato dei socialisti spagnolo: Jose Blanco Lopez) che esprime raccomandazioni deboli, senza minimamente mettere in discussione il legame tra politica di coesione e solida governance economica. E a cui il Movimento ha votato contro.

Purtroppo, neanche un anno dopo, ci ritroviamo nella condizione dell'attivazione dell'articolo 23 proprio nei confronti di due Paesi che hanno sperimentato misure di austerità draconiane per tentare di rientrare, senza riuscirci, nei rigidissimi parametri del Patto di Stabilità e Crescita. La politica di coesione è sì altamente perfettibile, ma rimane comunque il principale strumento d'investimento nell'UE. Liberarla dai diktat della governance economica, e coinvolgere il Parlamento nell'ambito del processo decisionale del meccanismo di sospensione dei fondi previsto dall'articolo 23, è imprescindibile per promuovere una politica regionale realmente redistributiva. Una politica caratterizzata da investimenti effettivamente finalizzati a promuovere sviluppo e progetti utili nei territori, credibile nei confronti dei cittadini europei più colpiti dalla crisi.

Il Movimento 5 stelle, inoltre, chiede dall'inizio della legislatura, tramite l'azione della portavoce Rosa D'Amato (un esempio di emendamento in plenaria respinto dai grandi gruppi), la revisione della clausola d'investimento. Per permettere che gli investimenti regionali e nazionali cofinanziati attraverso i "Fondi SIE" siano esclusi dal calcolo dei disavanzi pubblici nazionali. L'applicazione di questo meccanismo non è che un altro esempio della schizofrenia della attuale governance europea, che da un lato mette a disposizione ben 350 miliardi di euro nella politica di coesione, e dall'altro sottopone queste risorse a condizioni macro-economiche senza alcun senso.

Video archivio. Rosa D'Amato in plenaria sulle politche di coesione:

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