Il mostro dall'interno: il TTIP visto da Washington e NY

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Lobby, equilibri di soldi e potere delle multinazionali, interessi politici in affari economici. Se il TTIP entrasse in vigore domani, ci sveglieremmo tutti in un'Europa molto diversa da come la conosciamo oggi. Saremmo costretti a fare i conti con le decisioni prese in segreto da pochi e a rinunciare ai nostri diritti di consumatori, imprenditori ma in primo luogo di cittadini. Dovremmo iniziare a considerare le garanzie sulla qualità del cibo, la sicurezza alimentare, il consumo consapevole e la trasparenza sulle componenti dei prodotti un mero ricordo del passato.

A sottolineare questi aspetti tutt'altro che rassicuranti, ma purtroppo per tutti noi più reali che mai, è stata la nostra portavoce Giulia Moi che, in missione con la Delegazione ufficiale per gli Stati Uniti, ha affrontato una 3 giorni di discussione sul TTIP a Washington. Una missione intensa, durante la quale ha avuto modo di scoprire qualcosa che ha dell'inquietante. Da tempo il Movimento 5 stelle sostiene, sulla base di documenti e prove, che la creazione di una zona di libero scambio fra Stati Uniti ed Europa sarebbe motivata esclusivamente dall'incremento del volume di affari delle multinazionali, anziché dalla creazione di opportunità e ricchezza per il nostro Continente, del tutto propagandistica. Sentire però dalla viva voce degli architetti di questo accordo quali sono le idee e le prospettive sulla tutela, ad esempio, dei marchi di indicazione geografica dei prodotti, ci fa pensare che i nostri timori possano tramutarsi in involontarie profezie. E che il dossier a sostegno delle nostre tesi non possa far altro che crescere, man mano che andiamo a verificare come stanno veramente le cose.

LA QUALITA' DEI PRODOTTI
Giulia Moi, in uno dei colloqui tenuti la scorsa settimana a Washington, ha voluto porre ai suoi interlocutori una domanda piuttosto precisa: "Intendete dedicare, come peraltro già manifestato nelle intenzioni dalla Commissione europea, un capitolo a parte nel TTIP al mantenimento e alla tutela delle indicazioni di qualità dei prodotti?". La risposta degli statunitensi è stata netta ed inequivocabile: "Abbiamo già i brevetti, riteniamo non necessario approntare tutele o mantenere in vita, per il futuro, i marchi di garanzia e qualità dei prodotti". Proprio così: IGT, DOP, DOC e tutte le etichettature che hanno permesso ai Paesi europei, primo fra tutti all'Italia, di essere leader nel mondo per la produzione di alcune eccellenze, verranno travolti dal TTIP. E con esse, di sicuro, anche una parte non poco rilevante della nostra cultura e delle nostre tradizioni. Una risposta che la nostra portavoce ha ritenuto inaccettabile e della quale ci ha voluti informare affinché tutti sapessero e nessuno più avesse scuse (PD e PDL si sentano pure chiamati in causa).

GLI APPALTI
Dalle discussioni con Michael Froman, il ministro del commercio americano, è saltata fuori un'altra problematica che riguarda la legislazione alla base della concessione degli appalti in USA. Al momento, ogni Stato federale avrebbe i suoi modi e i suoi tempi e l'uniformità in tal senso appare una questione nemmeno da prendere in considerazione. Il TTIP, però, andrebbe nella direzione opposta, quella che gli americani rinnegherebbero. Appare dunque chiaro che, anche in questo senso, esistono due pesi e due misure. Da un lato gli Stati europei sarebbero costretti ad accettare la famigerata ISDS, ovvero la creazione di un tribunale speciale transnazionale che gestirebbe le controversie tra multinazionali e nazioni. Dall'altro, gli USA non aprirebbero nemmeno a una legislazione comune sulle gare d'appalto, quelle che dovrebbero consentire alle PMI nostrane ed europee di sbaragliare la concorrenza delle omologhe statunitensi. Resterebbe, quindi, la selva di legislazione variante da confine a confine, in un puzzle difficile da districare. Specialmente perché la maggior parte delle aziende non dispone del capitale (sia di tempo, sia di denaro) utile a sbrogliare la matassa burocratica oltreoceano, impegnate come sono in quella europea.

Tutto questo ha aperto una riflessione: "A Washington gli Stati Uniti ci hanno chiesto ancora una volta - e in modo nemmeno troppo velato - di rinunciare ai nostri standard europei e al nostro know-how. Per fare spazio a cosa? A uno stile di vita e di consumo made in Usa, quindi a tutto ciò che dall'altra parte dell'Oceano viene considerato "normale". Ma per i cittadini europei mangiare carne agli ormoni, consumare carne proveniente da polli allevati con antibiotici, andare al supermercato e trovare cibo ottenuto da animali clonati e mettere nel carrello della spesa gli OGM, non è normale". Non permetteremo mai che la salute e il benessere dei cittadini possano essere oggetto di negoziati o sacrificati per giovare agli interessi economici di chi ci vuole avvelenare speculando sulla nostra salute. Più ci ignoreranno, più ci daranno forza. Siamo ormai in troppi a dire "no" alla conclusione di questo Trattato e non potranno più fare finta di non vedere che quello che stanno facendo si può definire in un solo modo: garantire un non-futuro ai nostri figli. A Bruxelles, come in Italia, il Movimento 5 stelle continuerà a battersi per i cittadini. Sono tutti avvisati.

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