La crisi di Cina e Grecia, quando la paura alimenta la paura

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Sapete cos'è l'indice VIX? Sarebbe quell'algoritmo che misura la volatilità del mercato. Ovvero, il numero che inquadra la paura d'investitori e speculatori nei confronti del mercato. La borsa è anche questo: paura che alimenta paura. Esattamente come capita ad una massa di persone in preda al panico, quando uno speculatore inizia a vendere per il "sentito dire", riesce a convincere altri investitori (che magari fino a quel momento non hanno compiuto attività di vendita selvaggia) a fare lo stesso. I mercati, nella costruzione capitalistica, funzionano così. Privi di regole, incontrollabili, pericolosi, esattamente come una folla in preda al panico, che cerca di salvarsi da un pericolo imminente, vero o presunto che sia.

L'indice VIX, con la crisi dei titoli cinesi, è schizzato alle stelle, confermando questo meccanismo folle su cui si basa gran parte della nostra "economia virtuale", chiamata attività finanziaria. Parliamoci chiaro, stiamo parlando del virtuale che influenza, instrada e dirotta il reale, in un circolo vizioso nel quale l'origine dei mali diviene impossibile da scovare.
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Il grafico VIX a un anno e l'incredibile impennata finale legata alla paura degli ultimi giorni:
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La Cina, infatti, è la seconda economia mondiale. E tra qualche anno diverrà la prima. Cresce a un ritmo impensabile per qualsiasi altra economia del pianeta. Nel suo momento di flessione (che sarebbe quello odierno) registra un +7% del PIL. Le previsioni, nella peggiore delle ipotesi, la danno in ulteriore crescita nei prossimi anni a un ritmo (almeno) del 6% ogni 12 mesi.

Tuttavia, nella folle corsa della crescita, anche una perdita di qualche punto percentuale del colosso asiatico ha influenza su un mondo che, in qualche modo, dipende dallo smog di Pechino. In poche ore gli speculatori hanno ritratto questo quadro: il blocco della crescita cinese indebolisce la domanda di petrolio e di materie prime. Questo fa cadere i prezzi delle azioni legate al settore, e l'onda d'urto immediatamente si estende a tutti i Paesi emergenti che vivono di commodity. In modo attenuato, la stessa onda colpisce anche le economie avanzate, perché le aziende quotate nelle loro Borse hanno importanti interessi in quei settori e in quei Paesi. Questo succede sullo sfondo di un'economia globale già debole, soprattutto per la scarsa crescita europea.

E qui, chiaramente, arriviamo noi. Con le nostre "mille e una" magagne e la nostra incapacità, a livello europeo, di essere una valida alternativa. L'Eurozona dimostra tutta la sua debolezza e l'Europa, nonostante la presunta stabilità della sua moneta, si affaccia al mondo come un non-continente. Laddove servirebbero regole dettate dal buon senso, a tenere banco è ancora l'irrisolto caso greco, divenuto ormai una telenovela dettata dalla mancanza di leggi e regolamenti. Il vuoto di giurisprudenza europeo legato alla follia della moneta unica è la trave nell'occhio dello stolto, appositamente lasciata dalla Troika per impostare un'Europa tedesco-centrica, nella quale l'unico parametro valido per giudicare un Paese è il suo export e la svalutazione interna del mercato del lavoro.

Il mondo ha bisogno di un altro modello di sviluppo e di maggiore democrazia. I mercati, selvaggi e incontrollabili, hanno bisogno di una maggiore regolamentazione. Le banche devono essere opportunamente divise tra tradizionali e speculative. Servono "exit strategy" per i Paesi che vogliono abbandonare la moneta unica europea senza le minacce antidemocratiche d'istituzioni e presidenti mai eletti. Serve, insomma, che il vero potere ritorni nelle mani dei cittadini.

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