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Ue, tutte le bufale sull'accordo di Schengen!

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Operazione-verità sull'accordo di Schengen, l'accordo che ha sancito la libertà di circolazione dei cittadini europei grazie alla progressiva riduzione dei controlli alle frontiere interne. Un'urgenza scaturita dalle numerose strumentalizzazioni che si sono fatte dell'emergenza migranti, che tuttora grava sui confini esterni dell'Unione Europea e, soprattutto, sulle coste italiane. È qui che sta infatti il grande equivoco: confondere i confini esterni dell'Unione Europea con quelli interni.

Chi ne fa parte. In verità lo spazio Schengen non coincide esattamente con l'Unione Europea: gli Stati che vi aderiscono sono ad oggi 26, ovvero 22 dei 28 Paesi dell'UE (ne sono esclusi Bulgaria, Croazia, Cipro e Romania, Irlanda e Regno Unito) e 4 Stati non membri (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). L'Italia ne è parte integrante dal 1990.

Come funziona. Lo spazio Schengen che ne scaturisce mira a garantire la libera circolazione delle persone attraverso l'abolizione delle frontiere interne. Entro tale spazio si applicano regole e procedure comuni in materia di visti, soggiorni brevi, richieste d'asilo e controlli alle frontiere. Contestualmente, al fine di garantire la sicurezza, si è rafforzata la frontiera esterna ed è stata potenziata la cooperazione e il coordinamento tra i servizi di polizia e le Autorità giudiziarie. Forse molti confondo lo spirito di Schengen con l'Accordo di Dublino, che, attraverso il cosiddetto 'principio del primo approdo', fa sì che in Europa a farsi carico dei migranti che arrivano fuori dall'area Schengen sia il primo Paese in cui arrivano. E quasi sempre è l'Italia. Per questo il M5S è favorevole a rivedere questo principio dell'Accordo di Dublino ma a salvaguardare quello di Schengen.

L'emergenza ad oltranza. Negli ultimi mesi si sente però molto parlare della chiusura indiscriminata delle frontiere, anche quelle interne allo spazio Schengen. L'accordo in effetti consente (articoli 23 e 26) alle autorità nazionali o alla Commissione europea di ripristinare, in via eccezionale e temporanea, i controlli alle frontiere interne in caso di grave minaccia per la sicurezza o di carenze alle frontiere esterne che possano mettere a repentaglio l'intero funzionamento dello spazio Schengen. In via 'eccezionale e temporanea', appunto. Ma, come spesso accade quando prevalgono degli interessi particolari, l'eccezione è diventata la regola e abbiamo assistito ad una retorica dilagante che vorrebbe smantellare l'intero sistema su cui lo Spazio Schengen si basa.

Una questione di sicurezza. Vi è poi la paura di chi pensa che l'assenza di frontiere interne possa minare la sicurezza. Proprio per rafforzare le frontiere rimanenti e i controlli effettuati a tali frontiere, combattere con più efficacia la migrazione irregolare, l'UE ha istituito un Fondo Sicurezza con finanziamenti propri destinati agli Stati membri che, per il periodo 2014-2020, si attesta ad esempio a 2,76 miliardi di euro. Al contempo l'UE stanzia anche un miliardo di euro a titolo della dotazione del Fondo Sicurezza interna destinata alle forze di polizia per accrescere la cooperazione di polizia e gli scambi di informazioni nello stesso spazio Schengen.

I costi per demolire Schengen. Ma, ragionando per assurdo, quali sarebbero i costi per smantellare lo Spazio Schengen? Secondo le stime della stessa Commissione Ue, una reintroduzione dei controlli alle frontiere costerebbe agli Stati europei tra i 5 e i 18 miliardi di euro annui. L'Italia sarebbe tra i soggetti più penalizzati, non solo per il maggior numero di migranti da accogliere e gestire ma anche per le ricadute sul settore quello turistico. Da aggiungere i costi burocratici dei controlli. La Commissione europea stima una perdita di circa 13 milioni di notti, per un totale di circa 1.2 miliardi di euro. Tra i 10 e i 20 miliardi, invece, le perdita legata alla frammentazione dei sistemi dei visti e tra i 30 e i 90 miliardi di euro quella derivante dalle ricadute negative sugli scambi commerciali.

Emigranti italiani. Un altro aspetto fondamentale, soprattutto per gli italiani, è rappresentato dalla libertà di circolazione dei lavoratori. Come dimostra anche un recente rapporto della Bce, in un'unione monetaria con regole che vietano la svalutazione competitiva, gli spostamenti della forza lavoro rappresentano una opportunità ed una valvola di sfogo necessaria alle economie meno competitive per evitare un ulteriore deterioramento nelle economie periferiche di indicatori fondamentali quali la compressione salariale e l'aumento della disoccupazione. Infatti, seppur ancora esigua rispetto ad altre realtà, la mobilità intraeuropea è oggi pari al 4% dell'intera forza lavoro, ovvero poco più di 2 milioni di persone ed è aumentata sensibilmente in risposta ai recenti shock economici. Esistono inoltre, 1.7 milioni di lavoratori transfrontalieri per cui la reintroduzione dei controlli sarebbe realmente drammatica. Ma non ci sarebbe bisogno di spiegarlo a noi cittadini italiani, visto che proprio i nostri transfrontalieri del Nord Italia, che ogni giorno vanno a lavorare in Svizzera, sono stati di recente umiliati dal referendum che li vuole fuori dai propri confini. Un piccolo assaggio di quella che significherebbe l'abolizione di Schengen.

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#NoCeta, il Made in Italy ringrazia la Vallonia

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Aggiornamento del 27.10.2016 alle ore 13.13: è di queste ora la notizia che il vertice Ue-Canada è saltato. Secondo alcune indiscrezioni diffuse dalla stampa belga, i negoziatori belgi avrebbero trovato un accordo con la Vallonia. Attendiamo ulteriori verifiche e dettagli ma una cosa è certa: stanno provando il tutto per tutto con le loro pressioni a tappare la falla delle trattativa sul Ceta. Ora il testo passa al Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti. Non abbassiamo la guardia!


A volte Davide vince contro Golia. O quanto meno riesce a metterlo in seria difficoltà. È il caso della Vallonia, una regione del Belgio, che sta facendo saltare la ratifica dell'accordo internazionale di libero scambio Ue-Canada CETA, prevista per domani, 27 ottobre. La Vallonia contro tutti. Contro lo stesso Governo federale belga, che senza l'ok unanime delle sue regioni non può ratificare accordi internazionali come questo, e contro tutta la Commissione Ue che vorrebbe chiudere la partita dell'accordo con il Canada. Un'opposizione a cui si sono aggiunti oltre 2mila sindaci europei che hanno firmato il manifesto #NoCeta, sostenuto anche dal M5S. Dobbiamo quindi ringraziare l'inossidabile resistenza della Vallonia, non di certo il Governo Renzi che invece sostiene in Europa trattati come Ceta e TTIP, se il Made in Italy può dirsi al momento salvo dall'ondata di cibo spazzatura che rischia di arrivare dal Canada e, indirettamente, dall'industria agroalimentare degli Stati Uniti.

Secondo il rapporto "Butta quella pasta - Perché bisogna fermare Ceta e TTIP", pubblicato da "Stop TTIP Italia", il CETA "consentirebbe alle oltre 40mila grandi imprese Usa che hanno consociate in Canada - tra cui giganti dell'agroalimentare come Coca Cola, McDonald, Cargill, ConAgra foods - di ottenere gli stessi privilegi che garantirebbe loro il TTIP (accordo di libero scambio tra Ue e Usa, NdR): la possibilità di influenzare la formulazione e l'applicazione di regole e standard che limitino i loro profitti e la facoltà di citare i nostri Stati in giudizio, con il meccanismo dell'Investment Court System o ICS, se si sentissero danneggiate da quella che ci piace chiamare democrazia". In sintesi, spiega il report, avendo messo in seria difficoltà il TTIP, ora si punta sul Ceta per aggirare lo stallo del ben più grande accordo Ue-Usa.

Nel mirino della liberalizzazione, quindi, gli standard di sicurezza alimentare previsti dalle norme europee, a cominciare dal cosiddetto 'principio di precauzione' che mira appunto a prevenire i danni alla salute del consumatore, invece d'intervenire dopo, solo a danno già fatto, come invece avviene negli Usa. In particolare, il CETA, vorrebbe far saltare ben il 97% delle attuali barriere commerciali esistenti e accelerare i controlli sanitari tra le due sponde dell'Atlantico, affidandone la "riformulazione a un non meglio specificato Comitato ad hoc", a cui i Paesi Ue, tra cui l'Italia, dovrebbero demandare il proprio potere di controllo su ciò che importano.

I rischi più gravi legati a questo tipo di accordi riguardano quindi le nostre eccellenze agroalimentari, in quanto porterebbero "a una maggiore presenza di grano, pasta e prodotti da forno canadesi o ad alta presenza di materie prime d'oltreoceano sulle nostre tavole" e di "cibo malsano, con più residui di pesticidi, di tossine".
Ad essere sotto attacco è in particolare il grano italiano, il nostro oro giallo. Secondo il report, infatti, attualmente "dall'estero importiamo ben 4,8 milioni tonnellate di frumento tenero (a fronte dei 3 milioni prodotti in Italia trasformati in pane e biscotti, pari al 50% del fabbisogno nazionale) e 2,3 di grano duro destinato alla produzione di pasta (a fronte di quasi 5 milioni prodotti nel nostro Paese, equivalenti al 60% del fabbisogno nazionale) di cui 1,2 provenienti dal Canada", che secondo la stessa Coldiretti, si traduce sugli scaffali dei supermercati in "quasi un pacco di pasta italiano su cinque ottenuto da grano canadese".

Un invasione che alimenta l'allarme sul crollo dei prezzi, che in questi giorni ha di nuovo portato in piazza gli agricoltori italiani che hanno protestato inscenando un simbolico 'funerale del grano', dove era presente anche il M5S, e che mette in pericolo "300mila aziende agricole italiane e 2 milioni di ettari di terreno, soprattutto al Sud, dove in alcune aree, ad esempio la Sicilia, la coltivazione del frumento è la risposta più efficace in termini di resilienza al cambiamento climatico e alla desertificazione". Tutto ciò andrebbe ad inserirsi nel divario sociale fotografato dagli ultimi dati del Censis che ci dicono che 'a tavola sono tornate le differenza sociali tra le famiglie a basso reddito e quelle benestanti'.

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Il Governo Renzi rinunci ad appoggiare Ceta e TTIP in Europa!

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Il Governo Renzi faccia dietrofront e rinunci ad appoggiare in Europa il Ceta, l'accordo internazionale di libero scambio tra Unione Europea e Canada, e il TTIP, trattato simile con gli Stati Uniti, che minacciano sovranità nazionale, democrazia e made in Italy. È l'appello che lanciamo oggi in occasione della riunione dei ministri Ue per il Commercio in corso a Lussemburgo.

Come già abbiamo denunciato nei giorni scorsi, in occasione delle comunicazioni di Renzi in Parlamento in vista del Consiglio europeo del prossimo 20-21 ottobre, nella propria risoluzione la maggioranza ha impegnato il Governo Renzi a sostenere in Ue i due accordi globali.

In particolare, si legge nel testo, il Pd ha impegnato l'Esecutivo a 'perseguire, in questo contesto, un sostegno del Consiglio europeo al pacchetto Ceta in vista del Summit bilaterale Ue-Canada del 27 ottobre e un impegno sugli Accordi di Libero scambio con specifico riferimento al Ttip e all'Accordo con il Giappone...'. Ecco la democrazia secondo Renzi: prendere degli accordi internazionali di libero scambio, che rischiano di asfaltare democrazia ed eccellenze italiane, inserirli nella risoluzione della propria maggioranza Piddina, senza informare nemmeno i cittadini, e farseli approvare.

A preoccupare soprattutto di questo tipo di accordi è la cosiddetta clausola ISDS o il sistema ICS. In entrambi i casi, la clausola protegge gli investitori stranieri consentendo loro, quando si sentono danneggiati da un provvedimento delle Autorità pubbliche, di citare in giudizio lo Stato davanti ad un tribunale speciale, in via di definizione ma che in ogni caso sarà un organismo sovranazionale, con lo scopo di ottenere il risarcimento dei danni. Insomma un'arma spietata nelle mani delle multinazionali che potranno rivalersi contro un Paese Ue, se questo deciderà di far valere le proprie norme ad esempio sulla tutela degli standard di tutela ambientale, agroalimentare o dei diritti dei lavoratori previsti nei contratti nazionali.

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Referendum, no a ingerenze Ue su sovranità Italia

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Inaccettabili le ingerenze del Commissario europeo agli Affari Economici, Moscovici, sul referendum costituzionale e sulla sovranità nazionale dell'Italia. Il voto dei cittadini italiani sulla riforma della Costituzione, già violata da questa Unione Europea con l'inserimento del pareggio di bilancio dello Stato, non è un obolo da portare al 'banco dei pegni' dell'Europa.

Ci preoccupa molto il fatto che Moscovici affermi di voler sostenere Renzi contro una 'minaccia populista' in Italia, quasi a voler fare da sponda all'attuale Governo per conservare lo status quo, perché che sa che il M5S non terrebbe il gioco a questa Ue complice di banche e poteri forti ma lavorerebbe per creare un nuovo progetto di Europa che metterebbe alla porta lui e tutti gli interessi che rappresenta per fare spazio ai cittadini e alle comunità.

Un motivo in più per votare NO al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre!



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