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Ue: M5S, Renzi è il lustrascarpe della Merkel

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Mercoledì Matteo Renzi è tornato a vendere un fiume di menzogne e falsità in Parlamento affermando che con il semestre europeo a guida italiana si è voltato pagina. La realtà è che la Presidenza di turno è stata un disastro completo, l'Italia non pervenuta.

Renzi non si sforzi più di raccontare frottole al Paese, torni a fare il lavoro per cui è stato 'spinto' a Palazzo Chigi, vale a dire lustrare le scarpe ad Angela Merkel, perché è quel che gli riesce meglio.

I principali dati economici ci dicono infatti che oggi la disoccupazione è in crescita, a gennaio ha raggiunto il suo massimo storico raggiungendo il 13,4%, un giovane su due non ha un posto di lavoro, il debito pubblico continua a salire e centinaia di imprese ogni mese continuano a fallire.

E' uno scenario inquietante: oltre 9 milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà. La realtà non è quella che racconta Renzi: il semestre Ue dell'Italia è stato infatti un disastro completo, soprattutto sul fronte dell'emergenza migratoria.

Il governo aveva assicurato che avrebbe trovato una soluzione al problema, ma si è trattato evidentemente dei soliti slogan, perché gli sbarchi sono aumentati e per di più senza alcun controllo, mentre sia in Libia sia in Tunisia aumenta la minaccia terroristica.

E il governo cos'ha fatto? Ha tagliato 40 mila agenti delle forze dell'ordine lasciando sguarnite strade, stazioni metro, ferrovie. Lasciando soli i cittadini italiani.

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Da Renzi regalo di 8mld a piano Juncker, ma nostre pmi non vedranno un euro

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Matteo Renzi annuncia oggi che l'Italia contribuirà con una iniziativa di Cassa depositi e prestiti per 8 miliardi di euro al piano Junker, un piano che nei contenuti non esiste e che non sortirà alcun effetto positivo sul tessuto della nostra economia. Vi spieghiamo perché, punto per punto.

Leva finanziaria. La Commissione Ue dice di aver messo sul piatto 315 miliardi, invece sono solo 21, ai quali però viene applicata una leva finanziaria 1:15, vale a dire una sorta di moltiplicatore immaginario. La sintesi è che il piano Juncker consiste nell'incrociare le dita sugli investimenti dei privati e sperare che in soli tre anni, quindi entro la chiusura del 2017, la somma salga appunto a 315 miliardi. Vera finanza creativa, verrebbe da dire.
Ma da dove vengono questi 21 miliardi iniziali? Sedici ce li mette l'Ue, sottraendoli però ad altri fondi importanti per la crescita, come ad esempio Horizon 2020, che proprio la Commissione sul suo sito web ufficiale qualche anno fa descriveva come "un fondo strategico che produrrà una crescita intelligente, sostenibile e solidale nell'Ue, con un alto tasso di occupazione". Così strategico da privarlo di quasi 3 miliardi di euro!

I progetti. Poi ci sono, appunto, i progetti. Ovvero: dove andranno a finire, semmai raggiunti, questi 315 miliardi? Qualche schemino pubblicato dalla Commissione Ue dice che 240 andranno a "Investimenti strategici di rilevanza europea nell'energia, nei trasporti, nella banda larga, nell'istruzione, nella ricerca e nell'innovazione" e altri 75 a "Pmi, imprese a media capitalizzazione". Peccato che i due contenitori siano estremamente vaghi.
Per quanto riguarda la voce "Trasporti", ad esempio, non c'è alcuna specificazione. Chi ci dice che il piano Juncker non servirà a stanziare miliardi su miliardi per la Tav e se ne fregherà delle infrastrutture eco-sostenibili? Insomma, chi garantisce per l'utilità sociale dei progetti che saranno avviati?

La task force. Ma ancor più importante: chi coordinerà i progetti del fondo Feis? Insomma, chi sceglierà e insieme a chi dove e come investire i soldi? Oggi abbiamo la risposta: sarà una task force composta da membri della Commissione Ue e della Bei. Un gruppo ristretto, che quindi non includerà un delegato per ogni singolo Stato membro. Stanziando i suoi 8 miliardi l'Italia si è ritagliata uno spazio piccolissimo, che la relegherà al margine di ogni processo decisionale.
Tra l'altro, il Feis è un fondo di garanzia e la leva finanziaria 1:15 si attiverà con l'ingresso di investitori privati. Il dubbio è: gli investitori privati agiranno per il bene dei cittadini europei o sceglieranno determinati progetti per avere, ovviamente, un proprio tornaconto? E alla luce di ciò, perché mai i singoli Stati membri dell'Ue dovrebbero metterci fondi pubblici se a scegliere i progetti saranno, per ultimi, proprio gli investitori privati con il coordinamento di una task force apparecchiata a tavolino per fare l'interesse delle grandi multinazionali?
Se dobbiamo stanziare i nostri soldi pubblici come garanzia nel fondo Feis perché non investirli direttamente in base alle nostre priorità per realizzare progetti decisi, coordinati e destinati ai cittadini italiani? Sovranità!

Le pmi. Infine abbiamo il tasto più dolente, la vera fregatura, anzi un'autentica furbata, su cui ci aspettiamo chiarezza dall'Ue e dal presidente Juncker, ma anche un mea culpa del nostro Presidente del Consiglio, più impegnato ad attribuirsi meriti irreali che a governare per il bene delle nostre imprese.
Appunto, le "imprese". Il punto è la definizione che se ne dà all'interno del piano Juncker: aziende fino ai 3.000 dipendenti (articolo 1 del regolamento n. 1291/2013). Si tratta di un inganno clamoroso per l'Italia, la cui economia oggi è sorretta per il 99,9% dei casi dalle Pmi, vale a dire società con una media di 4 dipendenti. Con questa escamotage la Commissione Ue e i Paesi forti si sono aperti una bella scorciatoia per girare gran parte dei soldi inseriti nel Fondo alle grandi aziende, già sufficientemente tutelate dal mercato. Ora, tirando due somme: quanto potrà mai giovare il piano Juncker alla nostra economia?

Sia chiaro, il MoVimento 5 Stelle non contesta l'approvazione di politiche in favore della crescita, al contrario, vuole porre l'accento sulle forme e i modi con cui queste misure vengono attuate dai Paesi forti e da istituzioni sovranazionali come l'Ue.


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