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Sanità


Vignola - 

L'Italia è uno dei pochi Paesi con un sistema sanitario pubblico ad accesso universale. Due fatti però stanno minando alle basi l'universalità e l'omogeneità del Servizio Sanitario Nazionale:
1) l'affidamento alle Regioni della gestione dell'assistenza sanitaria ed il suo finanziamento, che accentua le differenze territoriali;
2) la sanità privata che sottrae risorse e talenti al pubblico.
Si tende, inoltre, erroneamente, ad organizzare la Sanità come un'azienda e a far prevalere gli obiettivi economici rispetto a quelli di salute e di qualità dei servizi.
Basandoci su queste convinzioni, durante l'ultimo consiglio comunale, discutendo in merito al futuro dell'ospedale di Vignola abbiamo dato voce alle nostre idee che abbiamo raccolto anche attraverso la segnalazione di numerosi cittadini e che possono così essere suddivise:
a) miglioramento dei servizi offerti ai cittadini sia per quel che riguarda l'idoneità degli spazi che la strumentazione. In particolare abbiamo sollevato le criticità del "non reparto" di diabetologia e di tutti i servizi svolti presso i poliambulatori.
b) adeguamento delle infrastrutture che permettono l'accesso alla palestra di riabilitazione.
c) incremento della sicurezza all'interno della struttura ospedaliera evitando anche situazioni di "bivacco" notturno.
Tutti questi punti sono andati ad integrare una petizione promossa dall'amministrazione che ha lo scopo di fornire indicazioni alla Regione in merito agli argomenti ritenuti di maggior incombenza per la popolazione.
Infine, ciò che ci è premuto esprime è il fatto che è vero che non tutti i servizi possono essere offerti n tutti gli ospedali, ma ciascun ospedale deve essere valorizzato per le sue peculiarità che possono diventare eccellenze nel settore e non di certo essere svuotato di quelle funzioni di cui negli anni si è reso "maestro".

Il video relativo al nostro intervento: un primo stralcio al minuto 15.14 cliccando qui e il continuo cliccando qui.


Vignola - 

Ospedale_Vignola.jpg
Il SSN sta progressivamente cambiando la sua natura - meno assistenza, meno equità, meno qualità, meno diritti -, senza che ciò produca alcuna significativa reazione.
Una serie di condizioni agiscono con sinergia per produrre il cambiamento voluto: la privatizzazione della sanità. Si tratta di una strategia peraltro ben nota e precisamente descritta da Noam Chomsky: "That's the standard technique of privatization: defund, make sure things don't work, people get angry, you hand it over to private capital" ("Questa è la tecnica standard per la privatizzazione: togli i fondi, assicurati che le cose non funzionino, fai arrabbiare la gente, e lo consegnerai al capitale privato").

1. Togliere i fondi
L'Italia è tra i pochi paesi dell'OCSE - insieme a Grecia, Spagna e Portogallo - a registrare, dal 2010 in poi, una costante riduzione della spesa sanitaria pubblica. Anche per questo si trova nelle posizioni di coda delle classifiche internazionali. Secondo i calcoli della Conferenza delle Regioni il settore sanitario pubblico ha subito negli ultimi anni tagli cumulati per 31,7 miliardi di euro, a cui va aggiunto il taglio di 2,3 miliardi di euro previsto dalla legge di stabilità 2015. Il salasso è destinato a proseguire dato che il DEF 2015 prevede una progressiva contrazione dell'incidenza della spesa sanitaria pubblica sul Pil: dal 6,9% nel 2014 e 6,5% nel 2019.

2. Assicurarsi che le cose non funzionino
Il funzionamento della sanità si basa innanzitutto sul capitale umano. Sulla competenza e sulla capacità di relazione (e quindi anche sul tempo a disposizione) degli operatori sanitari. Blocco del turn-over e pre-pensionamenti sono le misure scelte per mettere al tappeto il servizio sanitario pubblico. Aumenteranno le liste di attesa e soffrirà la qualità dei servizi, mentre - a causa del blocco delle assunzioni - crescerà l'esodo di giovani medici e infermieri verso l'estero.

3. Fare arrabbiare la gente
Per provocare il distacco dei cittadini dal servizio sanitario pubblico bisogna anche infliggergli un danno economico, ovvero tenere molto alto il livello dei ticket, fino a raggiungere il prezzo pieno della prestazione. Negli ultimi anni il ticket ha cambiato la sua natura: da strumento di dissuasione nei confronti dei consumi impropri (soprattutto farmaceutici), con l'imposizione di pochi euro a ricetta, a vera e propria tassa sulla malattia: tanto più malata è una persona, tanto più paga. Una tassa esosa e iniqua che non dovrebbe esistere in un sistema universalistico già finanziato, quindi pre-pagato, dalla fiscalità generale.

4. Consegnare il servizio sanitario al capitale privato
Il Project Financing - meglio conosciuto come Private Financing Initiative (PFI) - degli ospedali fu introdotto nel Regno Unito negli anni novanta dal governo Thatcher ed è stato il precursore delle privatizzazioni avvenute in sanità negli anni seguenti. Una recente analisi della situazione dei 101 ospedali britannici costruiti col PFI mostra che tali contratti non sono vantaggiosi per il servizio sanitario nazionale e mettono in pericolo l'assistenza dei pazienti. Da quel poco che si è potuto vedere in Italia (ed è già bastante) il PFI si è dimostrato - come nel Regno Unito - un affare assai asimmetrico: molto favorevole per il concessionario privato e molto problematico per l'ospedale pubblico (vedi il post "Privatizzare gli ospedali? La via del project financing").

Ma in Italia la spinta verso la privatizzazione non passa attraverso complessi meccanismi finanziari. E non c'è bisogno di grandi esperti per inventare la ricetta giusta. Il banale mix di lunghi tempi di attesa e di ticket particolarmente costosi è in grado di produrre migrazioni di massa verso il settore privato, soprattutto se questo mette sul mercato prestazioni low cost.
Il "mix" che porta alla privatizzazione ha naturalmente costi sociali elevati, rappresentati dalle persone che rinunciano a prestazioni sanitarie o all'acquisto di farmaci a causa di motivi economici o carenze di strutture di offerta. I dati sono contenuti nel recentissimo Rapporto Istat 2015 e mostrano come nel Sud tra coloro che si trovano in condizioni economiche disagiate la percentuale delle rinunce arriva al 20%.

Tratto da: "Il piano di disfacimento del Sistema Sanitario Nazionale"

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