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PROIEZIONE DI ARCHIVIATO NELLE CIRCOSCRIZIONI

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Dopo la proiezione del film "ARCHIVIATO: l'obbligatorietà dell'azione penale in Valsusa" presso la Sala Colonne del Comune di Torino, continua la programmazione gratuita presso le Circoscrizioni cittadine.
Il documentario racconta il delicato tema della tutela giudiziaria delle persone offese dai reati commessi dagli agenti e dai funzionari appartenenti alle varie forze dell'ordine.
In sala saranno presenti dei legali del Collegio difensivo del Movimento Notav che commenteranno le particolari archiviazioni palesemente in contrasto con le prove fornite avallate da foto e filmati.

Il Gruppo Consiliare del MoVimento 5 Stelle di Torino sostiene la diffusione di questo documentario affermando che di fronte a tale disparitá, la politica non può rimanere in silenzio, perchè ciò che è a rischio non è solo la giustizia, ma anche la credibilitá delle istituzioni.

PROSSIME PROIEZIONI
GIOVEDI' 23 MARZO - ORE 21 - Via Leoncavallo 17
VENERDI' 24 MARZO - ORE 21 - Via Moretta 55

Informatevi. Partecipate numerosi.


Questo video è il primo passo di una campagna di sensibilizzazione per un maggior rispetto del codice della strada e contro la sosta selvaggia che porteremo avanti nelle prossime settimane.

Non si tratta in alcun modo di voler intraprendere una guerra contro gli automobilisti, anche perché sappiamo bene che il codice della strada non lo rispettano nemmeno i pedoni che attraversano con il semaforo rosso né i ciclisti che sfrecciano sul marciapiede. Si tratta semplicemente di esigere da tutti il rispetto di quelle regole di civiltà che la maggior parte degli automobilisti già rispetta tutti i giorni.

Perché la "malasosta" di alcuni causa danni a tanti: pedoni, ciclisti, motociclisti e automobilisti stessi.

Un'auto lasciata in doppia fila, oltre a rallentare il traffico, può bloccare a lungo un mezzo pubblico con decine di persone a bordo, causando ritardi e disguidi all'intera collettività. Un veicolo accostato su una pista ciclabile mette a rischio la sicurezza dei ciclisti. Un'auto parcheggiata sulle strisce pedonali può bloccare a un disabile, o a una mamma con il passeggino, la rampa di accesso al marciapiede.

Negli ultimi anni il fenomeno è scappato di mano e noi abbiamo intenzione di invertire la rotta con decisione. Questa iniziativa riguarda la sicurezza stradale di tutti e non sarà sporadica né isolata ma verrà affiancata da altre. Saranno tutti tasselli che verranno assemblati per comporre un quadro di maggior decoro urbano, sicurezza e vivibilità della nostra Città, e io vi garantisco il mio personale impegno in questa direzione.

Letzgo, rimborsami un caffé

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Avevamo appena messo un punto fermo sulla vicenda Uber (rimando al post precedente per chi avesse ancora bisogno di essere convinto che Uber così com’è non va bene) ed ora ne arrivano i cloni: ecco Letzgo, il nuovo clone di Uber che però assolutamente non è Uber e non è un servizio taxi, eh! E’ solo un modo per condividere i propri spostamenti divertendosi.

Io vi consiglio infatti di leggere le FAQ di questo servizio, perché sono ricche di equilibrismi verbali che talvolta sfociano un po’ nel ridicolo; e se le cose, per poter essere scritte, devono venire raccontate in maniera inverosimile, vuol dire che qualcosa che non torna c’è davvero.

Letzgo non è un servizio taxi ma una comunità, dicono loro: difatti è il passeggero che sceglie quanto “rimborsare” all’autista, in piena libertà e amicizia, fatto salvo che l’app ti suggerisce lei il “rimborso” sulla base dei chilometri, che comunque il “rimborso” non ha limiti concreti e può anche essere di 30 euro per un viaggio di due chilometri, che se non “rimborsi” abbastanza l’autista ti può rifiutare il passaggio e anzi Letzgo ti caccia dal servizio, e che c’è persino quella che nei taxi si chiama “bandiera”, ovvero solo per farti salire in macchina il “non-tassametro” dell’app segna già un “rimborso” minimo di 1,90 euro. Ma il trasporto è a titolo gratuito, eh! Però devi sempre “rimborsare” almeno 1,90 euro per corsa.

E se vuoi fare il driver? Devi dichiarare nel contratto di “non essere un trasportatore professionale”, quindi non soggetto a orpelli del passato tipo tasse e contributi previdenziali; d’altronde è noto che chiunque può fare il dentista o l’avvocato a titolo di “non professionista”, e in tal caso non ha bisogno di titoli e può non pagare le tasse, basta dire che “non è una professione”. Se poi invece si scopre che lo fai per guadagnare sono tutti cavoli tuoi, noi di Letzgo non ti conosciamo proprio. E devi anche avere tu una assicurazione che copra i terzi trasportati “in amicizia”, noi di Letzgo non ne vogliamo sapere niente, se poi hai un incidente e l’assicurazione ti fa storie sono problemi tuoi e del poveretto che trasportavi.

Ah, e te l’ho detto che, in amicizia, devi darci il 20% dei “rimborsi” che ricevi?

E c’è di più: c’è un periodo di prova iniziale (non si sa prova di cosa, visto che “non è una attività professionale” e quindi non ha requisiti minimi), durante il quale noi non ti giriamo i “rimborsi” dei tuoi clienti, e se prima della fine della prova non ci vai bene ti cacciamo e ci tratteniamo “a titolo di penale amministrativa” il 100% dei “rimborsi” pagati dai tuoi clienti. E arrivederci e grazie eh!

Ora, io mi premurerò di parlare con questa azienda e magari mi convinceranno che veramente non vogliono fare un servizio di trasporto a pagamento su chiamata, ma una semplice piattaforma di condivisione delle spese per viaggi già programmati. Se questa è l’intenzione, però, c’è un modo molto semplice di chiarirla: mettano nell’app un limite massimo al “rimborso” fissandolo pari al 50% del costo chilometrico del viaggio, visto che si tratta di condividere le spese e non di farsi pagare per trasportare qualcuno sperando di guadagnarci; e aggiungano anche un bel pulsantone per segnalare rapidamente i driver che dovessero chiedere un extra in nero.

In questo modo potrò credere nella buona fede di Letzgo e sostenere il loro diritto ad esistere; altrimenti, mi spiace, ci stiamo solo facendo prendere tutti in giro un’altra volta.

Se la politica sale in bicicletta

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Negli ultimi anni, soprattutto per effetto della crisi, la mobilità dei torinesi è cambiata moltissimo; in primo luogo, le persone si spostano di meno (-15% in tre anni). Se negli “anni zero” aveva continuato a crescere la mobilità motorizzata, pubblica e privata, dal 2010 al 2013 è aumentata invece la mobilità ecologica, dal 28 al 34 per cento; il grosso sono gli spostamenti a piedi, ma la bicicletta rappresenta ormai circa il 4,5% degli spostamenti complessivi, contro il 48% dell’auto privata e il 18% dei mezzi pubblici.

E’ cambiata, soprattutto, la percezione pubblica della bicicletta. Se fino ad alcuni anni fa la bici era un mezzo da prendere solo per divertirsi la domenica coi bambini, e chi la usava per i normali spostamenti era considerato un pazzoide, oggi la bici è diventata, specie per le giovani generazioni, un mezzo di spostamento normalissimo. A questa diversa percezione pubblica hanno contribuito soprattutto i torinesi; non ci sono state campagne pubblicitarie e sovvenzioni per la bici privata, anche se sicuramente ha contribuito l’investimento pubblico nel bike sharing, ma la bici si è affermata per il passaparola sulle sue “tre E virtuose”: ecologica, economica, efficiente.

Ha contato certamente anche una manifestazione nata dal basso: il Bike Pride, che ogni primavera ha portato per le strade torinesi sempre più biciclette, a decine di migliaia, per chiedere il rispetto e l’attenzione che la nostra città, da sempre basata sull’automobile, ha sempre negato ai ciclisti.

Una simile mobilitazione non poteva certo passare inosservata alla politica. Domenica, infatti, si terrà la nuova edizione del bike pride, ma in maniera completamente nuova. La manifestazione, difatti, è stata inglobata dai Bike Days, una due giorni promossa dall’amministrazione comunale e generosamente sponsorizzata dalla Coop, con un ampio programma per grandi e piccini, interviste, ospiti famosi; ed è facile prevedere le paginate dei giornali torinesi con bagni di folla e foto sorridenti di assessori in bicicletta, e magari una nuova edizione del famoso video di Fassino terrorizzato che pedala per non più di duecento metri da Palazzo Civico.

Questa “istituzionalizzazione” del bike pride è un bene o un male? Beh, è sicuramente un bene che chi amministra la città dia un maggiore riconoscimento al mondo della bicicletta; il problema è se lo fa soltanto due giorni l’anno per propaganda, continuando a fregarsene nei fatti. Il bike pride è sempre stato un evento contro il potere, pieno di orgoglio e di rivendicazioni anche dure verso l’amministrazione comunale; non è che siano sparite, ma quest’anno la rivendicazione del bike pride è “un tavolo di discussione interassessorile sull’avanzamento dei lavori”, non esattamente un duro atto di accusa verso chi governa la città.

Negli anni, difatti, di promesse ai ciclisti ne sono state fatte moltissime, ma ne sono state mantenute ben poche; e lo dice un consigliere che sulla mobilità ciclabile lavora tutto l’anno (qui una recente interpellanza sugli attraversamenti delle piazze Rivoli e Bernini).

A fine 2013, con quasi quattro anni di ritardo sul piano della mobilità, è stato approvato dal consiglio comunale il “bici plan”, un documento che doveva rivoluzionare l’approccio dell’amministrazione comunale alle infrastrutture ciclabili. Grazie anche a una serie di nostri emendamenti, a pagina 21 del piano furono inserite delle linee guida che dovevano impedire la costruzione di nuove piste ciclabili “alla torinese”: quelle che, pur di non eliminare nemmeno un posto auto, consistono in una riga di vernice che divide a metà il marciapiede coi pedoni, che iniziano e finiscono nel nulla, che a ogni semaforo fanno uno zig-zag che richiede almeno tre fasi semaforiche, che hanno nel bel mezzo pali, edicole, benzinai, ostacoli di ogni genere. Inoltre, nel piano (pag. 142) fu inserito l’impegno a destinare alla mobilità ciclabile il 15% delle entrate dalle multe stradali, che vorrebbe dire tra i 5 e i 10 milioni di euro ogni anno, fino a completare il piano.

Di tutto questo, pur messo nero su bianco e approvato dal consiglio comunale, poco o nulla è stato mantenuto. I soldi non si sono visti; qualche intervento è stato fatto, ma per cifre molto minori, spesso grazie a finanziamenti preesistenti di altro genere; ad esempio la pista ciclabile di via Anselmetti, 750.000 euro per 1300 metri di pista nel nulla su un vialone di estrema periferia, è stata pagata da TRM come compensazione per l’inceneritore (ti avvelenano l’aria, però puoi respirarla meglio andando in bicicletta).

E’ stata fatta la pista in corso Novara, in maniera assurda, violando molti dei criteri di buona progettazione che ci si erano dati; però si è tolta quella in corso Galileo Ferraris per istituire nuovi parcheggi blu per le auto. Persino la famosa fermata del pullman installata nel bel mezzo della pista di lungo Dora Firenze, nonostante le promesse di pronto intervento, dopo due anni è ancora lì; la soluzione è stata di mettere un cartello per dire ai ciclisti di condividere il marciapiede coi pedoni.

Non molto meglio va su altri aspetti; insieme al bici plan siamo riusciti a far approvare una nostra mozione per realizzare un piano parcheggi per le biciclette, oggi spesso abbandonate a caso su pali e ringhiere; non si è ancora visto praticamente niente, nemmeno il parcheggio coperto alla stazione di Porta Susa più volte promesso.

Un sostenitore della mobilità ciclabile a fronte di tutto questo non può che sentirsi preso in giro; altro che patrocini e sponsorizzazioni. Non a caso, questa svolta ha spaccato il mondo associazionistico torinese. La maggiore associazione cittadina di ciclisti, Bici e dintorni, si è chiamata fuori con un duro comunicato, parlando di “parata con i finanziamenti pubblici”, e facendo notare che in tutte le altre città italiane le amministrazioni fanno “meno parate, e molti più fatti”.

Probabilmente domenica decine di migliaia di torinesi pedaleranno felici e inconsapevoli per le vie cittadine, e in fondo è giusto così. Certamente, questa storia è un bell’esempio di cosa sia la politica torinese di oggi: una macchina da propaganda, pronta ad attirare e inglobare al proprio interno qualsiasi istanza ma solo in superficie, pur di allinearla al potere e di far sì che, nella sostanza, tutto possa sempre continuare esattamente come prima.

Una prova del car sharing

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Ieri ho trascorso una bella serata a cena in centro con amici. Alla fine ero in piazza Carlo Alberto; essendo venuto al mattino con i mezzi pubblici, pensavo di tornare con il 13 da prendere in via Po, se non che, secondo l’app di GTT, avrei dovuto attenderlo “solo” 28 minuti; oppure, dopo 18 minuti sarebbe passato un mezzo che mi avrebbe portato alla metropolitana... che però, essendo lunedì, era pure già chiusa.

Fortunatamente avevo ancora un po’ di minuti gratuiti di prova di Car2Go e così ho deciso di provare per la seconda volta il servizio: aperto (faticosamente, sul mio vecchio cellulare sul quale non ci sta nemmeno l’app) il sito, ho scoperto che c’era un’auto disponibile a pochi minuti a piedi, dall’altra parte dei Giardini Reali; così l’ho prenotata e sono andato a prenderla.

Allora, bisogna dire che queste Smart da guidare non sono granché, sembrano un cubo di ghisa con il motore di un Ciao e il freno di una Graziella (ma forse sono abituato troppo bene io con la mia vecchia 147). Peggio ancora il cambio automatico, con cui ogni accelerata è un’agonia; il folle dura diversi secondi e il risultato è uno stile di guida “nonnino col cappello”, per cui sui viali cittadini verrete superati persino da Luca Badoer. D’altra parte, la bassa velocità è tranquillizzante, su un’auto a cui per forza di cose non si è abituati.

La procedura di accensione è all’inizio un po’ complicata; bisogna seguire una serie di schermate sul display, poi trovare la chiave che sta sul cruscotto a destra del display stesso, poi prenderla di lì e metterla nel nottolino che però non sta al volante ma in mezzo accanto al cambio, e lo stesso cambio automatico è meno intuitivo della media. Di sera poi la macchina è buia e la luce nemmeno si accende da sola, in compenso si accende subito la radio a un volume esagerato.

Detto questo, il servizio però è veramente interessante: alla fine io sono arrivato a casa nel momento in cui sarei salito (salvo altri imprevisti) sul 13 in via Po. Da corso San Maurizio a piazza Rivoli ci sono voluti 18 minuti, di cui due abbondanti (euro 0,58) spesi in attesa del verde al semaforo di rondò Rivella, e quasi altrettanti (altri euro 0,58) in attesa di poter girare a sinistra al rondò della Forca. Certo che pagare al minuto ti mette una certa ansia, e in caso di semafori rossi particolarmente lunghi ti fa bestemmiare ripetutamente il nome dell’assessore Lubatti; forse era meglio pagare al chilometro.

Alla fine il viaggio è stato gratis, ma se avessi pagato avrei pagato 5,22 euro; non pochissimi, ma nemmeno così tanti per una serata fuori, magari in due (non di più perché la Smart è biposto). Si tratta dunque di un servizio che si posiziona a metà tra il pullman (che costa molto meno ma va atteso a lungo, è spesso pieno come un uovo e va dove vuole lui) e il taxi (che costa un po’ di più ma ti raccoglie e ti porta esattamente a destinazione, e può ospitare gruppi più grossi); è particolarmente interessante per andare in aree di sosta a pagamento, visto che si lascia l’auto senza dover pagare lo stazionamento, mentre lo è di meno per raggiungere zone imparcheggiabili, dove si rischia di spendere diversi euro per girare all’infinito per parcheggiare.

In particolare, non potendo usare i parcheggi in struttura o comunque protetti da sbarre, non è così facile usarlo per andare in pieno centro, dove i posti su strada sono una rarità; per ovviare a questo problema, sarebbe opportuno predisporre nelle zone più centrali dei parcheggi appositi (vedrò di sollevare la cosa in consiglio comunale).

Adesso devo provare a usare i minuti gratuiti di Enjoy; almeno se ci riesco, visto che sul mio vecchio cellulare l’app non è compatibile e il sito non funziona proprio… Comunque, vale la pena di iscriversi a entrambi i servizi per usufruire delle promozioni di questo periodo, con l’iscrizione gratuita e un bonus di minuti per fare una prova; non si sa mai quando potrebbe tornare utile.

Fassino e la vera storia di via Roma pedonale

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Ha destato sicuramente una reazione positiva, in chi è favorevole a una mobilità più sostenibile, l’annuncio fatto dal sindaco Fassino alcuni giorni fa sui giornali: la domenica ecologica che si svolgerà dopodomani sarà, come scrive Repubblica, “la prova generale della proposta che il sindaco Piero Fassino ha rilanciato a inizio settembre, durante il seminario di giunta alla Pellerina: “Dobbiamo aprire via Roma ai pedoni, e lo faremo”.”.

Tuttavia, chi conosce un po’ la politica comunale avrà senz’altro avuto qualche sospetto: come mai Fassino, più noto alle cronache cittadine come un indefesso tifoso di Marchionne e dell’industria olandese dell’auto FCA, viene improvvisamente animato dallo spirito ecologista?

Difatti, siamo al quarto anno di amministrazione di Fassino e ancora la sua giunta non è riuscita a pedonalizzare un metro di strada che sia uno; l’unico avanzamento è stato chiudere al traffico cento metri di via Durandi, davanti alla cattolica Piazza dei Mestieri, per agevolare il parcheggio e le attività ricreative di quest’ultima, salvo poi rimangiarsi tutto quando un’altra corrente di cattolici del PD, non in buoni rapporti con quella della Piazza, ha inscenato un braccio di ferro sull’argomento.

Certamente ha fatto effetto la grande mobilitazione di massa del Bike Pride, ogni anno più splendido e affollato; anche i partiti hanno realizzato che tantissima gente è stufa di vivere in una città pensata solo per le auto, e pretende che la politica agevoli anche tutti gli altri modi di vivere il territorio urbano, che siano a piedi, in bici o coi mezzi pubblici. Ma il motivo per cui improvvisamente Fassino pensa a pedonalizzare via Roma, almeno nel weekend e nel tratto tra piazza San Carlo e piazza Castello, è che sei mesi fa, come vedete nel video, il consiglio comunale ha approvato una mozione del Movimento 5 Stelle che lo impegna a fare esattamente questo.

Non che, quando un anno fa ho scritto e presentato la mozione (che inizialmente aveva richieste anche più ambiziose, che poi ho dovuto negoziare con la maggioranza), io abbia avuto un’idea particolarmente originale: di pedonalizzare via Roma si parla da trent’anni, e vi fu addirittura un referendum comunale in merito, nei lontani anni ’80. Per un certo periodo fu già chiusa al traffico nei fine settimana, poi però fu riaperta: difatti, i commercianti della via si sono sempre opposti, ritenendo che per poter acquistare i clienti debbano poter arrivare davanti alla loro vetrina in auto.

Mi sembra tuttavia evidente che, anche per il commercio, questa è una strategia perdente. Mentre quasi tutte le strade pedonalizzate hanno visto una rinascita del commercio, via Roma è andata sempre più in crisi. Certamente il motivo principale è la congiuntura economica, però a me sembra evidente che se una persona parte e viene in centro per fare acquisti è per godersi una passeggiata in un contesto aulico, e non per comodità di parcheggio; se il criterio è la comodità di parcheggio, uno si dirige piuttosto in uno dei tanti ipermercati e centri commerciali che la Città ha lasciato costruire negli ultimi anni. Avere via Roma piena di auto costantemente ferme che sgasano e fanno le vasche, mentre i pedoni almeno nel fine settimana strabordano dai portici che non sono sufficienti a contenerli, ne riduce l’attrattività, non il contrario.

Personalmente, io non sono per pedonalizzare tutto a tutti i costi; l’auto è ancora un mezzo di trasporto irrinunciabile in diverse situazioni e bisogna valutare caso per caso quale soluzione produce la migliore qualità della vita per tutti, chiedendo in primo luogo a chi in quella strada ci vive e ci lavora, senza imposizioni dall’alto. In alcuni casi, come corso De Gasperi, sono gli stessi che ci vivono a non volere la chiusura, e allora è giusto che la strada resti aperta. E’ però evidente che in tante situazioni – penso anche al primo tratto di via San Donato, dove gli stessi commercianti chiedono da anni l’isola pedonale – una strada chiusa al traffico può migliorare la vita della città.

E allora, ben venga la chiusura al traffico, e ben venga che Fassino sia costretto dalla pressione pubblica e dall’azione concreta del M5S a cambiare atteggiamento.

Dopo quattro anni, però, stiamo ancora aspettando un fantomatico piano di pedonalizzazioni con cui la giunta dovrebbe dire alla città quali strade intende pedonalizzare e quando, in modo da poterle discutere con la cittadinanza e da preparare e tranquillizzare tutti, sia chi vuole le chiusure che chi non le vuole. Pertanto, spero di vedere in futuro anche in questa materia meno annunci sui giornali, meno azioni estemporanee, più pianificazione e più fatti concreti.

Addio 13, addio Hermada

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Da un paio di mesi, la vita degli utenti dei mezzi pubblici della Circoscrizione 4 è stata radicalmente stravolta: il tram, che attraversava il quartiere praticamente dall’inizio della sua esistenza, è stato eliminato e sostituito con autobus.

Naturalmente, il passaggio della linea 13 da tram a bus è stato secondo l’amministrazione comunale un gran passo avanti, perché finalmente i disabili e gli anziani che erano impossibilitati a salire sui vecchi tram arancioni della serie 2800 possono ora usufruire di comodi pullman a pianale ribassato. Hanno provato a sostenere questa linea per qualche giorno, poi la gente si è accorta della presa in giro e ha cominciato a protestare. Perché?

Beh, innanzi tutto la millantata accessibilità non esiste, perché il 13 fermava e continua a fermare su isole spartitraffico di mezzo metro in mezzo alla strada, sempre piene di gente, o in posti dove il bus non riesce comunque ad accostare; c’è addirittura un dettagliato reportage di un sito specializzato. E come abbiamo appurato, non esiste alcun piano per adeguare le fermate.

In compenso, il passaggio da tram a bus è coinciso con un vero dimezzamento dei passaggi: su una delle linee di forza, un tempo “lineapiù” talmente era frequentata, dove prima c’era un tram ogni 7 minuti ora c’è un bus ogni 14. Lo dimostrano le foto scattate direttamente dagli abitanti del quartiere:

E il bello è che si sono pure vantati di avere “intensificato” i passaggi nel tratto centrale, da piazza Statuto alla Gran Madre, istituendo la linea tranviara 13 barrato, cosa che avevamo già suggerito noi un anno fa con una interpellanza. Ma noi suggerivamo di aggiungere dei mezzi nel tratto centrale, non di toglierli nel tratto periferico… Oltretutto non riescono nemmeno a gestirne con regolarità i passaggi, per cui capita regolarmente anche in centro di aspettare a lungo per poi salire su un 13 strapieno e vedere poi passare un 13 barrato completamente vuoto subito dietro.

Il risultato sono tram vuoti e bus sempre strapieni, anche in ore non di picco; e visto che oltretutto usano mezzi da 18 metri, che oltre a fare fatica a ogni svolta e pure ad andare diritto nel budello di via Nicola Fabrizi hanno spazi interni ridottissimi in cui non ci si muove, alle fermate più frequentate partono gli spintoni tra chi cerca di salire e chi cerca di scendere.

In aggiunta, vi sono poi stati altri tagli; il 65 è stato reso inutile troncandolo in piazza Bernini, dirottando altra gente sul 13; il 40 non collega più l’Alta Parella con la metropolitana e il mercato di corso Brunelleschi, e da via Servais si può solo più andare in centro col bus; e dall’altra parte della città è stato tagliato anche il capolinea del 3 in piazza Hermada, costringendo chi abita in quella zona ad aspettare il 75 per fare due fermate e poi prendere il tram.

L’intera operazione è stata dunque gestita in modo approssimativo, badando soltanto a minimizzare i danni di immagine, ma di fatto segnando l’abbandono di un mezzo ecologico, comodo e durevole come il tram, tra l’altro su binari in parte rifatti da pochissimi anni con grande spesa (che non si riesce a sapere), e rendendo notevolmente meno allettante il servizio pubblico in zone di Torino molto popolate.

Noi abbiamo presentato la nostra brava ed ennesima interpellanza e abbiamo perlomeno costretto l’assessore a una lunga spiegazione in consiglio comunale, che vedete nel video (il nostro intervento inizia al quindicesimo minuto). Alla fine sono venuti fuori i veri problemi: non ci sono più tram, perché i tram serie 7000 comprati trent’anni fa da Novelli per il 3 sono inutilizzabili (i tram normalmente ne durano almeno cinquanta), e non si è mai provveduto a mettere da parte i soldi per comprarne di nuovi; e adesso non ci sono più soldi.

E qui parte lo scaricabarile: il Comune dice che è colpa della Regione, la Regione dice che è colpa dello Stato, lo Stato dice che è colpa degli italiani che non pagano le tasse e non lavorano perché sono “choosy” e giù di lì. Nessuno pretende la bacchetta magica, però GTT resta una società che ha un dirigente o quadro ogni quattro o cinque lavoratori operativi, offre 5500 giornate l’anno di permesso sindacale ai sindacalisti della triplice, assume un sacco di parenti e sospende il servizio per far andare i dipendenti a sorvegliare i seggi per i partiti (essenzialmente) del centrosinistra.

Già solo cambiando l’andazzo qualche risorsa si potrebbe recuperare, e invece qual è la soluzione di Fassino? Venderla all’amico Moretti perché nulla cambi…

Contro la privatizzazione di GTT

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Se vi arrivasse a casa senza preavviso una multa da cinquecento euro, probabilmente sareste arrabbiati e preoccupati. Ma se vi arrivasse una multa da ottocento euro, e poi dopo le vostre obiezioni e le vostre lamentele venisse ridotta a cinquecento, probabilmente non sareste così arrabbiati, anzi alla fine sareste persino un po’ sollevati: ve la cavate con “solo” cinquecento euro.

Questa è la tattica che l’amministrazione torinese ha usato per riuscire a privatizzare, dopo i rifiuti e l’aeroporto, anche il trasporto pubblico: nei prossimi giorni, la Sala Rossa approverà la vendita del 49% di GTT a un socio privato, che avrà anche il diritto di nominare l’amministratore delegato, acquistando di fatto il controllo della società. Eppure, per mesi Fassino ha agitato la prospettiva di vendere l’80%, e questo permetterà ai consiglieri della maggioranza che tanto parlano di beni comuni di cantare vittoria: “grazie a noi abbiamo venduto ‘solo’ il 49%”!

Certamente, per chi come noi crede che il trasporto locale dovrebbe essere interamente pubblico e possibilmente anche gratuito (del resto la fiscalità generale già paga due terzi dei costi, alla fine mancano cento euro a testa o giù di lì), per alcuni versi è meglio che vendano solo il 49%: sarà più facile ricomprarlo in futuro. Tuttavia, per altri versi è fin peggio, perché di fatto il privato acquisterà il controllo della società pagando soltanto 49 invece di 80, lasciando in mano al Comune una partecipazione di fatto invendibile a terzi; e le possibilità di controllo lasciate alla politica dal 51% saranno probabilmente usate non per difendere il servizio, ma per difendere i dirigenti politicizzati e i meccanismi clientelari.

GTT, difatti, è uno dei maggiori serbatoi di voti del PD, gestito a forza di collusioni coi sindacati confederali (ricordiamo la nostra interpellanza sulle migliaia di giornate di permesso in più rispetto alla legge unilateralmente regalate da GTT ai sindacalisti di CGIL-CISL-UIL, mentre poi i lavoratori in sciopero vengono ripresi disciplinarmente) e di prese per i fondelli. Basta che ci siano un paio di esponenti della maggioranza che sollevano con durissime parole i problemi dei lavoratori GTT e denunciano le pastette interne; poi, finito lo show, gli esponenti della maggioranza votano lo stesso le delibere, le vendite avanzano e le pastette continuano, mentre ai lavoratori si dice “sì però c’è uno del centrosinistra che è dalla vostra parte, dunque continuate a votarli”.

Va sottolineato inoltre che, almeno secondo quanto affermato dall’assessore Tedesco ieri in commissione, non si tratta di una vendita obbligata per fare cassa, dato che il Comune ha già appianato il buco di quest’anno e in parte quello dell’anno prossimo con l’ennesima ondata di speculazioni immobiliari, da quella sull’area Westinghouse a quella sull’area ThyssenKrupp (ve ne parleremo presto in dettaglio).

Ci sono effettivamente città che sono costrette a vendere dai perversi effetti del patto di stabilità, per cui i lavoratori del trasporto pubblico gestito in casa contano come dipendenti comunali e fanno sforare le soglie di “dimagrimento” della pubblica amministrazione: succede così persino a Parma, dove Pizzarotti per aggirare questo vincolo assurdo sta cercando una azienda esterna (meglio se pubblica) che compri il 49% del trasporto pubblico, mettendo la clausola di poterselo ricomprare tra qualche anno. Ma Torino no, vende perché ci crede: vende definitivamente e per “scelta industriale”, perché a Torino privato è bello (meglio però se controllato dai partiti e/o finanziato con soldi pubblici, come Iren o la Cassa Depositi e Prestiti).

Eppure le “scelte industriali” sono chiare a tutti: mercoledì scorso è terminato definitivamente il servizio tramviario sulla storica linea di via Cibrario (attiva da oltre cent’anni) e via Nicola Fabrizi. Forse a gennaio comparirà un “13 barrato” tram per rinforzare il tratto centrale, una richiesta che peraltro avevamo fatto anche noi in una interpellanza, ma intanto il 13 è stato sostituito con autobus, ufficialmente per l’accessibilità… ma – a parte che voglio vedere quale carrozzina si può infilare sul mezzo metro di marciapiede in mezzo alla strada dove ferma il 13 – sarebbe bastato investire per tempo sui tram; un tram dura cinquant’anni, mentre gli splendidi bus nuovi di oggi tra cinque anni saranno già scomodi e scassati, e necessiteranno di grandi spese in manutenzione che saranno appaltate con logiche immaginabili.

Nella delibera di vendita non c’è traccia di scelte industriali sulla mobilità; ci sono dei punti su un piano industriale da valutare in termini essenzialmente economici. Nel frattempo si prospettano altri tagli dei fondi nazionali e regionali; si parla di un ulteriore 24% di taglio, il che vorrebbe dire chiudere molte linee e viaggiare con i mezzi strapieni su tutte le altre. Eppure – come dicevo in aula l’altro giorno (nel video) – ci sarebbero soluzioni per risparmiare dentro GTT, tagliando gli sprechi; i sindacati le hanno presentate da mesi, ma non si fanno.

Per questo noi siamo contrari, e lo siamo da sempre e con chiarezza, e già due anni fa denunciavamo in aula la svendita del bene comune e le logiche perverse che le stanno dietro. Eppure, Fassino preferisce vendere, magari a un partner amico come Trenitalia, e per il resto vivere alla giornata, abbandonando un servizio vitale per la stessa sopravvivenza della nostra città; tanto, il sindaco certo non viaggia in pullman.

Approvato il bici plan

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Era il febbraio 2011 quando il consiglio comunale, ancora sotto Chiamparino, decise di allegare al piano della mobilità urbana un documento di pianificazione del trasporto in bicicletta, denominato “bici plan”. Sono trascorsi quasi tre anni, e da quando siamo entrati non abbiamo mai mancato di raccontarvene e di spingere perché fosse realizzato. A luglio ne arrivò una prima bozza, e noi abbiamo dato vita a un’ampia consultazione con i cittadini e i gruppi di circoscrizione; il nostro gruppo di lavoro sui trasporti produsse una approfondita analisi con molte proposte migliorative.

Grazie allo sforzo, il bici plan non solo è stato approvato, ma contiene anche molte delle nostre proposte; per una volta, l’amministrazione ha mostrato un atteggiamento disponibile e costruttivo, e questo ci ha permesso di presentare miglioramenti utili e costruttivi e di votare infine a favore del piano. Abbiamo così presentato tredici emendamenti, concentrati essenzialmente su tre argomenti: la definizione di criteri costruttivi (già oggetto di una nostra mozione di due anni fa) per le future piste ciclabili, che spesso sono perfette sulla carta ma in realtà sono piene di ostacoli al punto da risultare inutilizzabili, sprecando i soldi pubblici; la partecipazione dei cittadini alla definizione dei progetti, tramite il passaggio preventivo dei progetti nelle commissioni consiliari delle circoscrizioni, aperte al pubblico, per evitare di realizzare infrastrutture che creano più problemi di quanti ne risolvono; e la garanzia dei finanziamenti necessari alla realizzazione del piano.

Abbiamo inoltre portato in aula un’altra nostra mozione che richiede una ulteriore specifica pianificazione per quanto riguarda i parcheggi per le biciclette, studiando i tipi di infrastrutture già presenti nel Nord Europa, come i parcheggi chiusi e custoditi, ma anche l’interscambio con i mezzi pubblici e il contrasto ai furti; e anche la mozione è stata approvata.

Il bici plan non è perfetto; in particolare, su ciascuno dei percorsi previsti nel piano (qui trovate una bozza quasi finale del documento, senza le ultime modifiche approvate in aula) ci sarebbe molto da dire, e prima di realizzarli si faranno ulteriori analisi e aggiustamenti. Il vero rischio, comunque, è duplice; da una parte che, nonostante le indicazioni dettagliate che abbiamo messo nel piano, si continuino a realizzare piste inutili perchè tortuose, lente, scomode, piene di pericoli e lontane dai percorsi dei principali spostamenti; dall’altra, che alla fine si realizzi poco o nulla perché, nonostante l’impegno di stanziare ogni anno almeno due milioni di euro dai proventi delle multe, di fatto i soldi vengano dirottati su altro.

Eppure, esso costituisce comunque un passo avanti: ora non resta che vedere se l’amministrazione si metterà al lavoro per realizzarlo davvero.

Porta Nuova e Porta Susa, un disastro annunciato

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Le stazioni ferroviarie sono ovunque uno dei luoghi di riferimento della città; in termini topografici - interi quartieri sono definiti come "vicino alla stazione" -, in termini di servizio di trasporto e anche, sempre più spesso, in termini commerciali. Torino ultimamente ha fatto grandi investimenti, con la nuova stazione di Porta Susa e con una ristrutturazione profonda di Porta Nuova, che mira a diventare il centro commerciale più centrale della città. La situazione, però, è più problematica di prima.

Dal punto di vista dei trasporti, pare non esserci una scelta chiara: la stazione principale sarà Porta Nuova o Porta Susa? Si è sempre detto che sarebbe stata la seconda, che però, con solo sei binari, ha una capacità limitata. Inoltre, spostando la stazione da piazza XVIII Dicembre al nulla di corso Bolzano la si è scollegata da tutto; a parte la metropolitana, tutto il resto del trasporto pubblico di superficie è scomodo e lontano. C'era un vecchio progetto di mettere i binari del tram sul corso e deviarci sopra il 13 (che ci arriverebbe passando da piazza Bernini e dal tribunale, allungando di molto il percorso) e il 9 (che percorrerebbe invece via Cibrario e corso San Martino), ma non ci sono e non ci saranno i soldi.

Sono state deviate lì un paio di linee di superficie alla bell'e meglio, in particolare il 57, che però passa davanti all'ingresso meridionale della stazione, nonché a quello della metro, senza fermare, andando poi a fermare a metà del corso davanti a un ingresso permanentemente sbarrato. Con una interpellanza abbiamo chiesto: ma che senso ha? Possibile che per trent'anni si costruisce da zero una nuova stazione, poi apre e nessuno ha pensato dove far fermare gli autobus, e poi gli autobus vengono messi in un posto scomodo perché è l'unico che si trova?

D'altra parte, Porta Nuova è tagliata fuori dal passante ferroviario e dunque dal servizio ferroviario metropolitano, salvo deviarci la linea che arriva da Orbassano, che così facendo però, stante che non ci sono i soldi per finire la stazione Zappata (che aspetta di essere finita da vent'anni), non fa coincidenza con niente. Abbiamo speso un sacco di soldi per ristrutturarla per poi vederla sempre meno usata, dato che anche il grosso del traffico di medio-lungo raggio va verso Milano e dunque è più comodo salire a Porta Susa.

Peraltro, anche i lavori di Porta Nuova sono ancora a metà; a causa del fallimento delle imprese, il parcheggio sotterraneo dal lato di via Sacchi - per il quale, come segnalammo già due anni fa, fu sacrificata a tradimento l'alberata storica - non è ancora finito e non lo sarà almeno fino alla fine del 2014, così come i lavori di risistemazione della facciata e anche del tetto. Segnalo una perla: siccome hanno avuto la brillante idea di ristrutturare prima l'interno e poi il tetto, il vecchio tetto ha fatto piovere sui nuovi interni che hanno già iniziato a deteriorarsi... E comunque, anche senza aver finito questi, ora vogliono dare il via ad altri lavori per un altro parcheggio sotterraneo dal lato di via Nizza: auguri.

Ma è dal punto di vista commerciale che la situazione è più preoccupante. Porta Nuova, a causa anche del ridursi del passaggio, è sempre più desolata; i negozi sono sempre vuoti e ovviamente chiudono. Avevo presentato già in primavera una interpellanza sulla situazione, che vedete nel video; dopo di essa, la crisi del supermercato si è conclusa con la chiusura. Anche il self service del piano superiore ha chiuso da un giorno all'altro, sfrattato per morosità. Il rischio è di avere una stazione senza negozi, scomoda e pericolosa per chi la usa e inquietante per chi arriva da fuori, per cui la stazione è il primo impatto con la città.

Porta Susa, però, non è meglio. Ci hanno detto che a breve dovrebbero aprire nuovi negozi, ma di fatto ci sono tre punti vendita dello stesso bar, un'edicola e nient'altro: la stazione è un enorme contenitore di cemento triste e vuoto, in cui è facile perdersi e sentirsi spaesati. Oltretutto, se nell'unico bar un panino costa quattro euro e mezzo, contando sul fatto che fuori c'è il nulla e che per trovare alternative bisogna fare cinque minuti a piedi, è facile prevedere che non ci sarà molto affollamento.

Nell'interpellanza noi abbiamo chiesto: ma scusate, visto che da trent'anni Città e ferrovie (Porta Nuova e Porta Susa sono gestite rispettivamente da Grandi Stazioni e da Centostazioni, società del gruppo Ferrovie dello Stato) si parlano e si accordano per il passante, possibile che nell'accordo non ci fosse un impegno per le ferrovie di garantire almeno un minimo di servizi commerciali ai viaggiatori e al pubblico? Non c'è, ma l'assessore sembrava trovarla una buona idea. Chissà se prima o poi ci arriveremo.

Arrivano le strisce blu

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E così, dopo tanto parlare sui giornali, finalmente qualche giorno fa l’assessore Lubatti è venuto a presentare ai consiglieri comunali il piano per l’espansione delle strisce blu sul territorio cittadino, per circa venticinquemila posti auto che diventerebbero a pagamento.

Per chi ancora non l’avesse vista, questa è la (poco discernibile, ma è tutto quel che ci hanno dato) cartina delle nuove zone a pagamento, identificate in azzurro. Le maggiori espansioni sono lungo l’asse della metropolitana: attorno a corso Francia fino all’altezza di Pozzo Strada, nella fascia tra via Frejus-corso Peschiera e via Fabrizi-corso Lecce-via Medici-via Carrera; e a Lingotto fino all’altezza del sottopasso. Diverrà a pagamento anche Madonna del Pilone fino a corso Chieri, e poi le zone attorno al raddoppio del Politecnico e al nuovo campus Einaudi, quella del terminal bus di via Fiochetto, quella di piazza Zara e quella di Spina 1 a ovest di largo Orbassano.

Noi pensiamo che questa manovra sia sbagliata nel modo in cui è stata concepita e giustificata: incredibilmente, la motivazione ufficiale delle nuove strisce blu non è legata a valutazioni sulla mobilità cittadina, che si sarebbero potute discutere, ma al fatto che secondo la giunta GTT - da buon carrozzone politicizzato, aggiungo io – ha nel settore parcheggi troppi dipendenti rispetto al necessario. Siccome ora, per fare cassa, l’intero settore parcheggi sarà privatizzato, il privato non vuol certo pagare tutti i funzionari in eccesso assunti per logiche di consenso elettorale; allora, per garantire il posto a tutti, gli si concede un cospicuo aumento dei posti a pagamento, in modo da aumentare i ricavi del privato e la quantità di territorio da controllare.

Pertanto, se dici qualcosa in proposito, ti attaccano subito come “nemico dei lavoratori” che vuole mettere in mezzo alla strada i poveri dipendenti GTT. Nessuno apparentemente ha pensato all’aggravio di spesa per chi comunque è costretto a usare l’auto per recarsi in quelle zone, e nemmeno ai dipendenti delle attività commerciali che potrebbero essere messe in difficoltà dalle nuove strisce blu: non essendo fedeli elettori del centrosinistra non contano.

Le uniche consolazioni che posso darvi per ora sono che l’estensione non è comunque ancora del tutto certa, in quanto sarà il privato che compra i parcheggi GTT a valutare se conviene farla, e dati i costi elevati e gli scarsi ricavi di molte zone in periferia potrebbe anche lasciar perdere. Di sicuro non vedremo arrivare le strisce blu prima del 2014, visto che bisogna ancora concludere la privatizzazione; anche le tariffe non sono ancora state decise (passeranno comunque dal consiglio comunale).

Quanto ai residenti nelle nuove zone blu (tra cui il sottoscritto), potranno parcheggiare un’auto sotto casa illimitatamente per 45 euro l’anno, anche se nessuno sa bene come funzioneranno i permessi per residenti, attualmente gestiti dal servizio clienti GTT, quando i parcheggi saranno stati venduti a qualcun altro; nelle zone vicine alla metro, spesso usate da chi viene da fuori come parcheggio di interscambio, la disponibilità di parcheggio potrebbe anche aumentare.

Credo comunque, per onestà intellettuale, che sia necessario fare anche un discorso che so benissimo essere impopolare. E’ necessario, infatti, cominciare tutti insieme a riflettere sul fatto che parcheggiare in strada completamente gratis è una anomalia.

Difatti il Comune, che non incassa alcunché dalle varie tasse su auto e benzina, normalmente si fa pagare e non poco per qualsiasi uso privato del suolo pubblico, dai banchi del mercato ai box pertinenziali; il parcheggio in strada è praticamente l’unica eccezione. Finora è stato più o meno ovvio permettere a tutti di parcheggiare gratis perché tanto tutti avevano una macchina, dunque era una concessione che non creava particolari discriminazioni: tutti, con le tasse, contribuiscono ai costi di mantenimento del suolo pubblico, e tutti lo usano per la propria auto. Ma nel momento in cui una parte importante della collettività non vuole avere o non può più permettersi un’auto, è giusto che questa parte sovvenzioni l’uso del suolo di tutti per il parcheggio degli altri?

Per questo credo che sarebbe anche stato giusto espandere le strisce blu, anche con tariffe molto basse, se il ricavato fosse servito a migliorare i mezzi pubblici: in questo modo si sarebbe tassato il traffico privato per finanziare i mezzi pubblici, servendo le fasce più deboli della città e spingendo ad avere meno traffico e meno inquinamento. Ma così, invece, assolutamente no: purtroppo in questo caso l’espansione delle strisce blu servirà invece esclusivamente a far fare più soldi al privato che comprerà la sezione parcheggi di GTT…

Ce lo chiede l'aeroporto

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Del progetto del tunnel ferroviario di corso Grosseto vi parliamo da molto tempo, anzi io ne parlo da molto prima di fare politica (vedi un post del 2005 e uno del 2008); eppure, la maggioranza dei torinesi ancora non ne sa nulla.

Dovete sapere che l’aeroporto di Caselle è attaccato alla storica ferrovia Torino-Ceres, costruita nel 1869, che in origine partiva da Porta Palazzo. Alla fine degli anni ’80, per ridurre il disturbo della ferrovia, Stato e Comune decidono di investire circa 200 miliardi di lire per scavare un tunnel sotto via Stradella in cui interrarla, costruendo la nuova stazione Dora GTT, la nuova stazione Madonna di Campagna e la nuova stazione Rigola-Stadio (difatti una parte dei fondi arrivano dai mondiali Italia ’90), e abbandonando invece il tratto da Dora a corso Giulio Cesare. Già allora, il progetto è di collegare i binari al costruendo passante ferroviario, e far arrivare i treni dall’aeroporto a Porta Susa.

Dieci anni dopo, nel maggio 1998, il servizio non è ancora pronto: come racconta La Stampa, la stazione Madonna di Campagna è ancora mezza da finire, e stanno appena iniziando i lavori per la faraonica (quattro binari) stazione dell’aeroporto. Nel frattempo, il comune di Caselle si lamenta per il “continuo passaggio dei treni” (un treno di tre carrozze ogni mezz’ora) e quindi si spendono altri soldi per interrare la ferrovia pure lì. I lavori, che devono chiudersi “entro il 1999″, vengono inaugurati a ottobre 2001 – dopo tre anni di nuovo fermo della linea – dall’allora presidente della Satti, un certo Davide Gariglio; il costo totale è nel frattempo salito a 345 miliardi di lire.

Peccato che, proprio mentre si finiscono questi lavori, il neoeletto sindaco Chiamparino abbia un’altra idea: stravolgere il progetto del passante ferroviario lungo corso Principe Oddone per farlo passare sotto la Dora anziché sopra. Vengono così spesi altri 150 miliardi, demolendo parte dei lavori già realizzati e mai inaugurati, ritardando di “due anni” i lavori, che naturalmente però saranno finiti per le Olimpiadi, anzi: “Se si realizzerà l’interramento, durante i giochi del 2006 non verranno interrotti i collegamenti ferroviari con Caselle”.

E’ solo un paio d’anni dopo, nel 2003, che i nostri brillanti amministratori si rendono conto che è esattamente l’opposto, per via di un piccolo problema: volendo abbassare la ferrovia sotto la Dora, in piazza Baldissera i binari che arrivano dall’aeroporto – appositamente rifatti solo dieci anni prima &88211; si troveranno una quindicina di metri più in alto di quelli del passante, e diventa un po’ difficile far passare i treni dall’una all’altra ferrovia per mandarli a Porta Susa.

La soluzione è geniale: buttare via i lavori fatti nel 1990 e costati duecento miliardi e scavare un nuovo tunnel sotto corso Grosseto, dal costo dichiarato di altri 100 milioni di euro, naturalmente da finire entro il 2010. E dunque arriviamo ad oggi: il tunnel ancora non è stato fatto, il costo previsto è praticamente raddoppiato (siamo a 180 milioni di euro), e ora Comune e Regione vorrebbero dare il via a quest’opera.

Se facciamo i conti, per il collegamento ferroviario per l’aeroporto sono stati spesi o saranno spesi, in soldi di oggi, oltre 600 milioni di euro, in gran parte per opere che sono o saranno inutili. Il tunnel di via Stradella e le due stazioni Dora e Madonna di Campagna, costruiti a fine anni ’80 (quest’ultima finita a fine anni ’90), saranno abbandonati e buttati via. Alla stazione Rigola-Stadio fermano due treni al giorno, in sostanza è del tutto inutilizzata. I due binari extra alla stazione dell’aeroporto non sono mai stati usati e probabilmente non lo saranno mai, visto che comunque non ci saranno treni che faranno capolinea lì. E il nuovo percorso via corso Grosseto sarà pure più lungo di quasi tre chilometri.

Ci sono diverse alternative alla soluzione scelta da chi ci amministra. Per esempio, si poteva riscavare in discesa l’ultimo tratto del tunnel di via Stradella, abbassandone il piano del ferro. O si poteva realizzare un collegamento in superficie lungo la Stura fino a Borgaro, meno costoso e più diretto, e coi soldi risparmiati realizzare una linea di metropolitana sul tratto Borgaro-Venaria-stazione Dora.

Oppure si potrebbe valutare che di questi tempi è meglio spendere “solo” un milione di euro per rendere comodo il trasbordo pedonale a Dora, dal passante alla stazione attuale, e con i 179 milioni risparmiati – anche essendo obbligati a spenderli in infrastrutture – fare tante altre cose che aspettano, ad esempio le stesse stazioni Dora e Zappata del passante ferroviario (40 milioni), o la copertura di corso Principe Oddone (30-50 milioni), o l’acquisto dei treni per aumentare la frequenza del servizio metropolitano, o il rinnovo dei tram cittadini, o il bici plan, o anche molte di queste cose insieme, vista l’imponenza della cifra.

Ma la cosa più ridicola è spendere 180 milioni di euro per collegare più velocemente un aeroporto che da anni sta morendo perché non si trovano 3 milioni di euro da dare a Ryanair per realizzare una base low cost e far sì che abbia dei voli decenti e vagamente competitivi rispetto a Malpensa e a Bergamo. Avremo pure il treno che ci arriva in un quarto d’ora, ma che ce ne facciamo se poi non c’è un volo decente a prezzo abbordabile per praticamente nessuna destinazione?

In compenso, la realizzazione di questo tunnel provocherà, a cascata, altri problemi. Si tratta di chiudere per almeno tre anni la carreggiata centrale di corso Grosseto, spostando il traffico sui controviali, nei quali sarà vietato il parcheggio, che potrà invece avvenire in parte della zona centrale; ovviamente per i negozi sarà dura.

In più, prima di iniziare i lavori sarà necessario demolire la sopraelevata che collega il corso con corso Potenza (potrebbe forse sopravvivere solo la curva da corso Potenza verso corso Grosseto, in una sola direzione), e solo trascorsi i tre anni e se non finiscono i soldi si potrà fare un sottopasso, solo tra corso Potenza e corso Grosseto. Tutte le altre auto, comprese quelle che proseguono su corso Ferrara, convergeranno in una gigantesca rotonda di 100 metri di diametro che potrebbe diventare una piazza Derna al cubo: auguri.

Nel progetto, dato che si butta via la stazione Madonna di Campagna, è prevista una nuova stazione in corso Grosseto angolo via Lulli, nell’area occupata dal mercato. Questo vuol dire, anche qui, chiudere il mercato per alcuni anni e poi naturalmente “riaprirlo riqualificato”. Vedendo cosa è successo durante le riqualificazioni di vari mercati, da piazza Crispi a corso Taranto, è facile concludere che spenderemo milioni di euro per realizzare un nuovo mercato che poi non riaprirà mai per mancanza di clienti, i quali nel frattempo saranno passati ai tanti ipermercati che la città fa costruire a iosa.

Credo di avere spiegato perché questo progetto è una follia, a cui noi siamo contrari sin dal programma elettorale. Noi abbiamo presentato una mozione al consiglio comunale che chiede di soprassedere almeno per il momento, dando priorità a completare i lavori già aperti e mai finiti (persino corso Francia aspetta ancora dal 2006 la sistemazione definitiva dopo i lavori della metropolitana, da piazza Bernini a piazza Massaua).

Perché, oltre a tutti questi argomenti specifici, c’è un discorso generale: non si può più andare avanti a far partire megaprogetti, credendo che la colata di cemento sia il motore dell’economia cittadina, rimanendo poi sempre con opere monche, incomplete e in ritardo di lustri (come dicevo su Torinow, nel video, qualche settimana fa). Per una volta, potremmo spendere in modo più oculato i nostri soldi.

Chiediamo per voi

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L’attività consiliare non è fatta solo dei grandi temi, quelli che finiscono sul giornale, quelli a cui di solito dedichiamo i post e le discussioni più accese in rete. Ognuno di noi riceve ogni giorno parecchie segnalazioni di problemi e proposte, di solito accompagnate da una richiesta di incontro; alcune vicende riguardano situazioni personali, mentre altre hanno un valore collettivo. Noi cerchiamo per quanto possibile di dare ascolto e seguito a tutti, anche se questo spesso ci impedisce di approfondire tutto; spesso le segnalazioni potrebbero dare il via a indagini o studi interessanti, ma che richiederebbero ore o giorni da dedicare a quel singolo problema, cosa di cui non disponiamo; per questo chiediamo ai cittadini di attivarsi, ad esempio nei gruppi di lavoro.

Comunque, quando le segnalazioni riguardano problemi collettivi, spesso ci ritagliamo le ore necessarie per analizzarle e produrre una interpellanza, ovvero un atto che richiede alla giunta comunale di rispondere alle nostre domande ufficialmente, in aula, con ciò costringendo l’amministrazione a prendere atto del problema e “mettere la faccia” su promesse di risoluzione. Le interpellanze vengono trattate il lunedì mattina in un’aula solitamente deserta, dato che ognuno viene soltanto a sentire le risposte alle proprie, e che sono solo alcuni consiglieri, praticamente tutti di opposizione, a utilizzare regolarmente questo strumento. Noi, però, quando possibile estraiamo il video e lo mettiamo sul nostro canale Youtube; inoltre i video sono reperibili sul sito del Comune, nella sezione dei verbali del consiglio.

In questi due anni, io ho scritto e presentato 124 interpellanze, più un altro centinaio scritte da Chiara (ognuno di noi firma le interpellanze dell’altro) e qualcuna presentata insieme ad altri colleghi. Per darvi qualche piccolo esempio, qui sotto riporto i video di alcune delle interpellanze di cui mi sono recentemente occupato io, con una piccola spiegazione; così potrete capire che fine fanno le vostre segnalazioni, o le mie osservazioni di situazioni problematiche.

I) Qualche tempo fa, diversi cittadini si sono accorti che i nomi e i dati dei propri cari defunti erano stati riportati senza autorizzazione su un sito Web organizzato come “cimitero virtuale” da una società di origine americana, con tanto di offerte di servizi aggiuntivi a pagamento; i dati erano stati scaricati dal sito del Comune, che li pubblica in maniera aperta a tutti. Questa è la spiegazione data dall’amministrazione su come sia stato possibile: in pratica, attendono da un anno e mezzo un parere del garante della privacy sulla legittimità della pubblicazione, legittimità che secondo me, come sentite nella mia risposta, è molto dubbia.

II) Negli anni subito prima del 2006, corso Francia è stato oggetto dei lavori per realizzare la metropolitana; a fine lavori, solo il tratto fino a piazza Bernini fu risistemato, mentre il resto fu rappezzato alla meglio a titolo “provvisorio”. Tuttavia, da allora la risistemazione definitiva del tratto più periferico viene continuamente rinviata per mancanza di fondi, e allora noi abbiamo chiesto, per la seconda volta da quando siamo stati eletti, quand’è che pensano di farla, o se (come di fatto ci dicono) l’opera sia ormai passata in cavalleria, e in questo caso se non si possano almeno sistemare le buche e i punti pericolosi.

III) L’hitball è uno sport nato a Torino e che vanta in città un buon numero di praticanti, tanto che negli anni si era parlato di aggiungere una seconda sede all’unico impianto disponibile… fin quando non si è scoperto che la Città vuole sfrattare gli sportivi dall’unico impianto perché ha venduto l’area agli “operatori immobiliari”.

IV) Il fenomeno dei furti di rame e del commercio illegale di rame è in continua crescita, e viene spesso collegato nell’opinione popolare ai roghi nei campi nomadi: è vero? Cosa fa l’amministrazione per reprimere questi fenomeni, e quanto spesso interviene?

V) Con un blitz, alcune settimane fa i vigili urbani hanno fatto chiudere alcune copisterie in cui si fotocopiavano testi universitari; eppure le fotocopie sono l’unico modo con cui molti studenti possono avere accesso ai testi. Siamo sicuri che l’intervento sia stato fatto correttamente, e come possiamo aiutare il diritto allo studio?

La città del cemento

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Torino è una città dall’anima urbanistica particolare, meravigliosa. Ve lo dice persino il sito del Comune, ricordando come Le Corbusier abbia definito Torino come la città con la più bella posizione naturale del mondo; tra i fattori fondamentali di tale giudizio cita “i 300 chilometri di strade alberate”.

Tra le strade alberate ce n’è una piuttosto particolare, quella storicamente nota come corso del Valentino. Quando nel Seicento fu costruito l’attuale castello del Valentino, davanti al suo ingresso si concepì uno scenografico viale alberato che collegasse la reggia con il convento di San Salvatore (popolarmente San Salvario). Quel viale alberato è chiaramente riportato in tutte le carte storiche, come ad esempio quella del Grossi (1791). Gli alberi ovviamente sono cambiati col tempo, ma il viale esiste come tale da circa quattrocento anni, e l’unico cambiamento significativo degli ultimi cento, dopo la sua inurbazione, è stato intitolare il corso a Guglielmo Marconi dopo la sua morte.

Ma poiché questa è un’epoca senza storia e senza memoria, l’amministrazione di Fassino è pronta a cancellare quattrocento anni di storia per farci un parcheggio; l’immancabile, imperdibile vascone di cemento destinato a ospitare le auto dei pochi fortunati che possono ancora permettersi l’auto e anche il box, come se non sapessimo tutti che tra quarant’anni (nemmeno quattrocento) la mobilità sarà tutta diversa, causa esaurimento del petrolio, e chissà se serviranno ancora i box interrati.

Non dite che non l’avevamo detto: noi (non l’amministrazione, che dovrebbe farlo per mandato) lo scorso autunno abbiamo pubblicato l’elenco dei parcheggi proposti dall’amministrazione e abbiamo chiesto il parere dei cittadini. E poi in perfetta solitudine abbiamo votato contro la delibera, presentando anche una serie di emendamenti per chiedere l’eliminazione di tutti i progetti particolarmente devastanti, tra cui – esplicitamente citato nell’intervento in aula che vedete nel video – questo di corso Marconi. E dunque, tutta l’aula ha specificamente bocciato il nostro emendamento che proponeva di cancellare questo parcheggio e poi ha allegramente approvato la delibera, con noi soli contrari.

Quale sia il senso di un parcheggio privato interrato nella parte finale di corso Marconi sfugge ai più. Non si tratta nemmeno di un parcheggio pubblico, ma di box privati; 180 box privati da vendere a 50-60.000 euro l’uno. In compenso, sarebbe rasa al suolo l’alberata e creata una grande piazza pedonale (dall’uso tutto da capire), con quei pochi alberelli che possono crescere sopra una soletta di cemento, eliminando 220 posti dalle strisce blu in superficie, dunque peggiorando ancora la situazione dei parcheggi a San Salvario. L’unico che ci guadagna è il privato, che a fronte di quasi 10 milioni di euro di incasso potenziale ne spenderebbe quattro o cinque per lo scavo e la risistemazione superficiale, e una cifra indefinita (ma probabilmente sotto il milione di euro) per il diritto di concessione.

Ieri sera si è finalmente svolto il consiglio di circoscrizione aperto, su mozione del nostro consigliere di circoscrizione Claudio Di Stefano. Per l’amministrazione è stata una disfatta, con l’assessore Lubatti che è scappato a metà (aveva un altro improrogabile impegno) e i tecnici comunali presi a insulti dalla gente. Persino il bollettino ufficiale della Circoscrizione parla di contestazione

Bastava parlarne prima con i cittadini della zona, e chiedere a loro se volevano o no un parcheggio (tanto i box servirebbero eventualmente a loro, a chi se no?). Ma su piccole e grandi opere l’atteggiamento del centrosinistra è sempre questo: decidiamo noi per voi cittadini, e se qualcuno si oppone è un retrivo ignorante. Per fortuna la gente è sempre meno disposta a subire!

Inquinamento, basta con l'improvvisazione

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Sono passati ormai diversi giorni dal consiglio comunale di lunedì e non si è ancora spenta l’eco della clamorosa mozione con cui la Sala Rossa all’unanimità ha imposto la revoca del blocco del traffico agli Euro 3 diesel in centro. Questo è stato il nostro intervento in aula.

Anche noi abbiamo votato a favore, e anzi abbiamo chiesto la revoca totale, liberalizzando anche la circolazione degli Euro 0 gpl e metano, perché sin dal principio – da novembre, quando il provvedimento fu annunciato – abbiamo contestato l’errore di fondo. Difatti, questo provvedimento non spinge le persone all’unica soluzione strutturale, ovvero lasciare a casa l’auto e utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta o le altre alternative, ma le invita semplicemente a cambiare auto e poi a continuare a girare come prima, discriminando inoltre tra chi ha i soldi per comprare un’auto nuova e chi non se lo può permettere.

Sicuramente bisogna disincentivare, limitare e talvolta fermare il traffico privato per motivi ambientali: siamo una delle città più inquinate del mondo e il fatto che ciò sia dovuto anche alla nostra posizione geografica non vuol dire che possiamo rassegnarci a morire di cancro e di asma. Tuttavia questo va fatto con equità sociale e in modo efficace, e non con provvedimenti tanto per fare e dall’efficacia quasi nulla, grazie anche all’elevato numero di eccezioni di ogni genere.

Questa è proprio l’obiezione maggiore che si può fare alla giunta Fassino: l’improvvisazione continua su quali provvedimenti prendere, e, per quanto riguarda la mobilità alternativa, un’abbondanza di annunci e dichiarazioni roboanti quasi mai seguite dai fatti. L’anno scorso non si sono fatti blocchi perché secondo la giunta e la maggioranza erano inutili, quest’anno invece (a fronte di dati circa uguali) i blocchi erano necessari, però dopo due settimane sono diventati di nuovo inutili e sono stati revocati dalla stessa maggioranza: che senso ha?

Nel frattempo, da tre anni si attende il piano della mobilità ciclabile, e non si è riusciti nemmeno a mettere in sicurezza i peggiori punti neri per le bici; sulla seconda linea di metropolitana si susseguono annunci, ma poi si approva di costruire un parcheggio pertinenziale proprio nel mezzo del percorso e se non sono io a sollevare il problema succede che l’amministrazione manco se ne accorga; le ulteriori pedonalizzazioni sono ferme non si sa perché; i mezzi pubblici sono sovraffollati e sempre più intasati; e così via, senza parlare poi degli interventi sulle altre sorgenti dell’inquinamento dell’aria.

Il piano originariamente concepito dalla Provincia, pur contenendo una serie di dati interessanti, è la stanca riproposizione della logica dell’auto nuova ogni tre anni che non è più sostenibile, né economicamente, né ambientalmente (anche perché il costo ambientale di costruire continuamente nuove auto non viene mai preso in considerazione). E’ ora di cambiare logica.

Malati di movida

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Ricorderete la polemica della scorsa estate, una delle tante montate ad arte dai giornali, su “Grillo contro la movida”. In realtà nessuno vuole fermare la vita notturna o impedire alle persone di divertirsi, ma si vorrebbe semplicemente garantire a tutti la possibilità di vivere in pace in casa propria.

Il video che vedete è infatti stato girato dagli abitanti delle zone “calde” di Torino, da piazza Vittorio a San Salvario; zone che per diverse notti a settimana si trasformano sempre più spesso in una bolgia priva di regole. A nessuno farebbe piacere restare sveglio una notte dopo l’altra, di fronte a persone che in strada si divertono a fare rumore per il puro piacere di farlo, o che si picchiano selvaggiamente, magari mentre i vigili passano e vanno via.

Il Comune ha oggettivamente poche possibilità di gestire una situazione che ormai pare sfuggita di mano; la legge non permette di porre veri limiti alla proliferazione dei locali, e molto del rumore viene prodotto dopo l’orario di chiusura, quando la gente ubriaca si sposta in strada. Eppure, a Torino per vent’anni l’industria dell’intrattenimento notturno ha potuto fare ciò che voleva, al punto che è intervenuta la magistratura per far smontare i dehors abusivi dei Murazzi. Eppure, almeno dal punto di vista della mobilità – San Salvario di notte è invasa dalle auto in cerca di un parcheggio inesistente – il Comune potrebbe fare di meglio.

La vera questione da porsi, tuttavia, è come mai fasce crescenti di persone trovino il disturbo notturno come unico sfogo alla propria voglia di evasione. A qualsiasi persona sociale risulta ovvio cercare di disturbare gli altri il meno possibile, e invece in molte di queste immagini si vedono persone che nel fare rumore, nel sapere di danneggiare qualcun altro, sembrano trovare una realizzazione personale. Senza nemmeno rendersene conto, è come se – persi i freni inibitori – si vendicassero sugli incolpevoli abitanti delle case circostanti per tutti i crescenti problemi della vita di oggi, o se questo fosse il loro modo per sentirsi protagonisti dell’attenzione pubblica.

Non si può generalizzare, e la maggior parte di chi esce la sera vuole semplicemente svagarsi e stare con gli amici. Eppure, in queste immagini c’è qualcosa di profondamente inquietante, come se di notte la città si trasformasse in una giungla pericolosa e senza regole, sempre più lontana dalla civiltà.

C'è lavoro e lavoro

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Spesso si dice che di questi tempi è importante dare lavoro, e che il Tav Torino-Lione porta lavoro, e che dunque il Tav Torino-Lione è un progetto importante. La realtà è ben diversa: quale lavoro porta il Tav, e a chi?

Se ne sono occupati i No Tav, andando ad analizzare in un corposo dossier alcune delle aziende che hanno già avuto appalti per il Tav, quelli per il “cantiere” di Chiomonte (ricorderete dalle foto dell’ultima visita che dentro non ci sono quasi lavori, solo tanta polizia). E ovviamente hanno scoperto inquietanti legami tra Tav, politica e criminalità organizzata.

Nel dossier sono infatti descritti e provati tutti gli elementi che gravano su diverse aziende che lavorano nel cantiere di Chiomonte e sui loro soci, a cominciare dalle famiglie Martina e Lazzaro, già coinvolte nell’inchiesta Minotauro e anche in altri problemucci, per venire al Consorzio Valsusa-Piemonte Imprese per lo Sviluppo, presieduto dall’ex parlamentare DS Luigi Massa, che comprende – oltre alla nuova impresa dei Lazzaro denominata Italcostruzioni – diverse aziende riconducibili a persone già in passato arrestate o condannate in inchieste relative ad appalti per lavori pubblici in Piemonte, come i casi in cui furono coinvolti l’allora viceministro Martinat e l’imprenditore Gavio.

La risposta del partito del cemento non si è fatta attendere. Un mesetto fa è stata organizzato un incontro della Commissione Antimafia del Comune di Torino con Mario Virano, che ha presentato le misure antimafia che saranno introdotte negli appalti del Tav: difatti, le gare d’appalto vengono fatte non in Italia ma in Francia, paese che non dispone di una legislazione antimafia. Peccato che, in questa riunione a porte chiuse di autorità incravattate, ci fossi anch’io: dunque ho potuto alzare la mano e cominciare a snocciolare in faccia a Virano & friends una serie di nomi, dati e condanne penali.

La cosa più divertente è stata quando un megadirigente delle ferrovie ha replicato sdegnato “ma questi nomi non li conosco, non hanno mai lavorato con noi!”, salvo poi beccarsi un colpetto di gomito da Virano, seguito da comunicazione all’orecchio e da successiva rettifica: “ah, mi dicono che forse hanno vinto delle gare in Francia…”. Ma anche quando ho fatto a voce alta il nome di uno dei vari condannati e diversi presenti hanno cominciato a discuterne: “chi?” “ah ma quello là” “ah già è vero, me lo ricordo…”. Addirittura il TGR ha voluto riprendere le mie dichiarazioni: come risultato, abbiamo fatto un po’ di rumore ma devo essermi fatto altri nemici.

Qualche settimana fa, tra gli ospiti della nostra festa alla Falchera, abbiamo avuto il piacere di ospitare Alberto Perino che ha raccontato al pubblico queste vicende. Siamo lieti di presentarvi ora un estratto video: perché queste verità continuino a circolare.

Nel frattempo, siete tutti invitati alla manifestazione No Cmc - una delle cooperative rosse che spargono cemento - che si terrà domani a Ravenna: qui trovate le informazioni.

Ma sì, facciamoci un parcheggio

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Ormai siamo abituati ai progetti di cementificazione di Torino, ma questo è uno di quelli che farà più discutere: il bando dell’amministrazione Fassino per venti nuovi parcheggi sotterranei sparsi per la città sotto il suolo pubblico (strade e giardini).

Si tratta in particolare di parcheggi pertinenziali, ovvero di box auto destinati a chi vive nei palazzi adiacenti; non di parcheggi a rotazione disponibili al pubblico. Se da una parte questa tipologia di parcheggio crea meno problemi in termini di attrazione di traffico, dall’altra anche i vantaggi per il pubblico sono ridotti, visto che in superficie si libera spazio soprattutto di notte, quando le strade sono occupate dalle auto dei residenti.

L’operazione è dunque essenzialmente di una speculazione immobiliare in cui a guadagnarci sono in due: il costruttore innanzi tutto, che ha solitamente margini di guadagno superiori al 50 per cento, e il Comune, che incassa un diritto di concessione del suolo pubblico definito mediante un’asta al rialzo. Ovviamente è contento chi, potendo permetterselo, compra uno dei nuovi box; meno contenti sono tutti gli altri abitanti della zona e in particolare i commercianti, che devono subirsi un cantiere che spesso si allunga all’infinito (io vivo a pochi metri da piazza Chironi, che ormai da diversi anni è un buco recintato di cui non si vede la fine).

E poi, c’è il danno ambientale, che ovviamente dipende da dove si fa il parcheggio. Secondo l’amministrazione, questa operazione è una “riqualificazione” delle piazze e dei giardini; la realtà è che un conto è farlo sotto un piazzale asfaltato, un altro è demolire un giardino pieno di alberi per sostituirlo con delle aiuole stentate, visto che sopra una soletta di cemento non è che cresca granché. C’è poi un danno più sottile: chi ci dice che tra cinquanta o cento anni non avremo bisogno del sottosuolo? Quali sono veramente gli effetti di spargere per la città degli enormi cubi di cemento sotterranei, eterni, impermeabili e fissi?

Noi non abbiamo una preclusione di principio verso i parcheggi sotterranei, anche se preferiremmo opere per il trasporto pubblico; tuttavia, bisogna verificare se veramente ce n’è necessità (spesso nei palazzi vicini alle zone prescelte ci sono dei box in vendita…), se si può realizzare nel luogo in questione senza danneggiare il paesaggio e l’ambiente, e soprattutto se la cittadinanza lo vuole: dovrebbero essere gli abitanti più vicini a decidere se una proposta di parcheggio è utile oppure no.

Aggiungo dunque l’elenco delle zone proposte dall’amministrazione comunale, di modo che ognuno possa commentare la propria: difatti molti cittadini non scoprono il progetto se non quando arrivano le ruspe. In fondo ne commenterò qualcuna.

Circoscrizione 1
Piazza Lagrange e primo tratto di via Lagrange fino a corso Vittorio Emanuele II
Piazza Paleocapa
Corso Stati Uniti tra corso Re Umberto e corso Galileo Ferraris

Circoscrizione 2
Corso Allamano 64 sotto il prato fronte incrocio di via Grosso
Via Gorizia angolo via Filadelfia lato nordovest (area Saint-Gobain)
Via Barletta tra piazza Santa Rita e corso IV Novembre

Circoscrizione 3
Via Tofane sotto il giardino sul retro della biblioteca Carluccio
Via Rivalta angolo via Osasco sotto la pista di pattinaggio

Circoscrizione 4
Via Carrera e via Salbertrand int. 57 sotto il campo di calcio
Via Servais int. 92 sotto il parcheggio esistente

Circoscrizione 5
Largo Giachino lato nordest fronte via Stradella 104-112
Piazza Mattirolo all’interno delle alberate del giardinetto

Circoscrizione 6
Corso Giulio Cesare 194-196 sotto il piazzale tra via Pergolesi e via Porpora

Circoscrizione 7
Piazza Gozzano sotto il rettangolo a est (compresa la parte più a est del giardino)
Largo Boccaccio sotto l’ovale centrale

Circoscrizione 8
Corso Marconi tra via Madama Cristina e corso Massimo d’Azeglio
Piazza Nizza (metà ovest)

Circoscrizione 9
Corso Benedetto Croce 29-31 sotto la banchina
Piazzale Pasquale Paoli (metà sud, verso via Asuncion)
Piazzale San Gabriele da Gorizia sotto la carreggiata nord-est (davanti n. 175-175bis)

Tranne la decima circoscrizione, tutta la città ha qualche progetto in vista; questi venti sono già quelli che restano da una sessantina di idee iniziali, selezionate poi in base alla fattibilità e ai pareri delle circoscrizioni.

La selezione tuttavia lascia un po’ a desiderare, visto che in commissione, appena ho visto la lista, ho alzato il sopracciglio e chiesto: ma sotto corso Stati Uniti tra corso Re Umberto e corso Galileo Ferraris non dovrebbe passare prima o poi la seconda linea della metropolitana? Attimi di panico e risposte confuse: no forse passa di là, ma magari la spostiamo un po’, ma non andava in via Sacchi? in effetti non sappiamo… In sostanza pare nessuno si fosse accorto del problema, anzi mi hanno molto ringraziato per la segnalazione e adesso verificheranno dove sta attualmente la riga sulla cartina della metro 2!

Ma non è mica l’unico caso problematico: a voi sembra sensata l’idea di abbattere tutti gli alberi di corso Marconi nella metà verso il Valentino per farci sotto un parcheggio? E quelli di piazza Nizza? O piazza Mattirolo, dove teoricamente gli alberi sono fuori dal perimetro del parcheggio, cioé a mezzo metro dai muraglioni di cemento: quante chance avrebbero di sopravvivere davvero al cantiere?

In piazza Gozzano è già nato un agguerrito comitato per salvare il pezzo di giardino che sarebbe eliminato; altri comitati si segnalano in corso Benedetto Croce e in piazza San Gabriele da Gorizia. Ma che senso ha un parcheggio privato per gli abitanti delle case di fronte, se gli abitanti delle case di fronte si organizzano per combatterlo?

E poi ci sono le piazze auliche: piazza Paleocapa e piazza Lagrange. E’ vero che se il risultato fosse una pedonalizzazione potrebbe anche avere un senso, ma i box privati non sostituirebbero i parcheggi pubblici in superficie e dunque così non è; e poi, ma davvero è utile continuare a scavare sotto il centro? E in piazza Paleocapa non saprebbero nemmeno dove mettere le rampe, visto che nella piazza sarebbero oscene e in via XX Settembre passano i tram.

C’è una cosa che colpisce di questo piano: non c’è nessuna vera valutazione della necessità di posti auto nelle singole zone, e nemmeno degli impatti sulla viabilità. Un piano parcheggi avrebbe senso se il Comune prendesse una per una le microzone cittadine, studiasse se mancano parcheggi e di che tipo (diurno, serale o notturno; per residenti o per visitatori; eccetera), nonché i problemi di viabilità e di vivibilità, e in base a quello decidesse un piano complessivo che può anche prevedere un parcheggio sotterraneo, ma funzionale ad altri interventi come pedonalizzare una piazza o ridisegnare il trasporto pubblico o introdurre una ZTL o così via.

Invece, qui per prima cosa si apre un cantiere e si fa un buco perché il Comune deve incassare e qualcuno deve provare a vendere dei box, e poi dopo, ammesso che il cantiere vada a buon fine, si capirà che effetto avrà sul quartiere e si aggiusteranno le cose alla bell’e meglio: la classica approssimazione all’italiana.

Chiomonte, lo Stato in gabbia

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Sabato scorso ancora una volta il popolo No Tav si è riversato sui sentieri tra Giaglione e Chiomonte, attorno al cantiere che non c’è. E’ stata una giornata di festa, alla faccia di uno Stato che in Valsusa è sempre più lontano e sempre più ridicolo.

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Partiamo per le frazioni di Giaglione, in un serpentone lunghissimo di cui non si vede la fine. Dopo un po’, la strada principale è bloccata, come già lo scorso ottobre; e come già allora, nessuno demorde. Basta inoltrarsi nella montagna, seguendo l’antico dedalo di sentierini e muretti a secco che mostrano com’era una volta questa montagna meravigliosa, piena di casette e di coltivazioni povere ma importanti, e com’è adesso, abbandonata dall’incuria degli uomini moderni.

Il sentiero supera un crinale e si fa più stretto, proseguendo a mezza costa verso la val Clarea. Si forma un gigantesco ingorgo di persone, ferme in fila indiana aspettando che il corteo riesca a proseguire. Il serpentone si sfrangia in rivoli che sfruttano ogni varco nel bosco, cercando di arrivare alla meta: il rio in fondo alla valle.

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Laggiù, il punto più difficile: il guado. E’ un’esperienza che resterà nella memoria di molti, perché il passaggio non è agevole; bisogna saltare tra grandi pietroni per poi varcare il fiume in punta di piedi, senza scivolare nell’acqua gelida in cui ci si potrebbe rompere il collo. E’ un grande esempio di solidarietà No Tav; dai giovani col cane fino alle vecchiette, tutti si aiutano a vicenda. Perfetti sconosciuti si sbracciano e si abbracciano per aiutarsi a passare, mentre un gruppo di attivisti si ferma sui vari guadi per un’ora a porgere la mano a tutti quelli che ne hanno bisogno.

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Si risale la montagna, e sono ormai quasi tre ore di marcia: siamo sopra al cantiere. E’ la prima volta che lo vedo da così vicino, e la sensazione è orribile: al posto di quella che era una serie di prati e di boschi c’è ora un’enorme montagna di terra smossa, una devastazione ambientale mostruosa. Ci raccontano che i proprietari sono stati privati di tutto, che la natura è stata svenduta dallo Stato, ogni castagno secolare risarcito con cento euro e via. Dentro, peraltro, non c’è niente; solo mezzi delle forze dell’ordine e qualche vago arnese in un angolino - non certo le attrezzature che servirebbero per fare davvero un lavoro epocale come il Tav.

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Quella che era l’area archeologica della Maddalena, dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba, è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così. Sulla nostra testa continua a girare l’elicottero… tutto a nostre spese, milioni di euro pubblici buttati nel cestino senza un motivo plausibile, per un’opera che via via tutta Europa sta abbandonando, ultima la stessa Francia.

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Eppure, la tristezza per tutto questo spreco e questa devastazione lascia spazio anche alla soddisfazione: quella che viene dal senso di libertà. Sono loro a essersi chiusi da soli dentro il recinto, come animali feroci; noi gli giriamo intorno come vogliamo, sbuchiamo dai cespugli e dagli alberi, siamo in ogni angolo, migliaia di persone che li costringono dentro. Noi siamo in vacanza, a fare una bella passeggiata nei boschi tutti insieme; loro sono fermi sotto il sole a difendere il nulla da un nemico che non c’è, già sapendo che tanto i soldi mancano e l’opera non si farà mai. Anche dal punto di vista politico, nonostante l’informazione al loro servizio, sono loro quelli chiusi nell’angolo.

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Proseguiamo a mezza costa in mezzo alle bellissime vigne; molti sono tornati indietro per riprendere l’auto a Giaglione, altri hanno ceduto alla stanchezza, ma noi proseguiamo felici. Una signora anziana chiacchiera con un ragazzo di un centro sociale, che le racconta la storia della sua vita (viene da Piacenza, dunque per i giornali sarebbe un mercenario militare anarco-lanciatore di pietre convocato sul posto dalla Spectre). Arriviamo infine a Chiomonte, al ponte della centrale.

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Sul costone c’è l’ennesimo recinto con i tutori dell’ordine ordinatamente chiusi dentro; sul ponte c’è Alberto Perino che saluta tutti e dà una stretta di mano e un abbraccio a chiunque passi di lì, come premio per quattro ore di marcia; e l’essere arrivati in fondo è un gran premio di suo. Di fronte, la Dora è piena dei bagnanti del campeggio No Tav, il terribile “campo paramilitare” di ragazzi in bermuda e famiglie accaldate.

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Risaliamo fino a Chiomonte per tornare poi a Torino. E’ stata una splendida giornata e torniamo tutti a casa stanchi, ma con il morale alto: quest’opera è ormai agli sgoccioli e in gabbia ci sono soltanto loro.

P.S. Il movimento No Tav lancia la quarta edizione di Compra un posto in prima fila, per chi volesse acquistare una quota di proprietà di uno dei terreni teoricamente destinati ad essere invasi dai cantieri del Tav. Anche il Movimento 5 Stelle di Torino e del Piemonte parteciperà all’acquisto. Le quote partono da venti euro, aderite numerosi; contattateci per aderire con noi, oppure visitate i siti No Tav.

Quelli che odiano le bici

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Come tanti torinesi, mi capita abbastanza spesso di percorrere in bici via Lagrange e via Accademia delle Scienze: da quando sono diventate pedonali, è l’unico attraversamento nord-sud del centro che non ti abbandoni tra le auto e i tram. Da qualche tempo, davanti al Museo Egizio, l’immancabile cantiere ha invaso gran parte della strada, per cui è necessario andare piano e fare attenzione alle persone.

Da qualche giorno, però, il cantiere si è allargato ulteriormente e all’inizio del tratto in questione è apparso questo:

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Ora, io posso anche essere d’accordo sul fatto che le bici in un passaggio pedonale così stretto siano problematiche; come in altre parti della città, e persino in alcune “piste ciclabili promiscue” (così è, secondo il Comune, il mezzo metro di marciapiede di via Sacchi davanti a Porta Nuova), si può mettere un cartello che imponga la bici a mano.

Qui, però, siamo a un livello di odio per la bicicletta che merita un’accurata analisi (anche in senso clinico). In un solo punto ci sono ben cinque cartelli di divieto alle biciclette, peraltro di tre tipi diversi di cui uno solo regolare. Ma il massimo è il disegnino sulla fascia superiore, che, in uno stile naif che ricorda le incisioni rupestri preistoriche della val Camonica, raffigura una sequenza di piccoli omini e donnine che festosi si tengono per mano, fin che non vengono assaliti dal cattivo e gigantesco mostro-ciclista, rosso di rabbia e di sangue, che li arrota con crudeltà sparandoli via come birilli.

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In attesa di capire come continuerà il ciclo pittorico - mi aspetto che dietro aggiungano la scena in cui il ciclista si nutre della carne dei pedoni, seguita da quella in cui gli omini con le lance infilzano il ciclista e lo cuociono a fuoco lento per vendetta - ho scritto una interrogazione per sapere perché il Comune abbia imposto il divieto di circolazione per le bici e disegnato un simile cartello, che peraltro credo abbia lo stesso identico effetto della richiesta di bici a mano, dato che, a quanto mi risulta, se la bici viene portata e non usata si diventa equiparati ai pedoni.

Certo che questo episodio ribadisce la sensazione che da tempo abbiamo, cioé che a Torino, a parte molte belle parole, si costruiscano piste ciclabili alla bell’e meglio solo per evitare che le bici disturbino le auto in strada, per poi vietare le bici quando si lamentano i pedoni, senza nemmeno preoccuparsi di prevedere un percorso alternativo, dando la netta sensazione che il ciclista sia soltanto un fastidio per tutti.

Nel frattempo, ha fatto scalpore - sta circolando persino sui giornali - la mia annotazione su Facebook relativa al costo delle riparazioni delle biciclette del ToBike dopo l’assalto di un gruppo di dementi che hanno tagliato le gomme a 267 bici. Eppure già da tempo i giornali avevano scritto che il prezzo delle riparazioni era di 30.000 euro; io mi sono limitato a fare una divisione e a scrivere la cifra per bicicletta, ovvero 112 euro. Capisco che i giornali abbiano spesso problemi con la matematica, ma non ci voleva molto…

L’azienda che gestisce “chiavi in mano” il ToBike è la Comunicare srl, che gestisce il bike sharing in molti altri comuni italiani; ha giustificato la cifra con la necessità di cambiare non solo le gomme ma spesso anche i raggi, di provare le bici una ad una, di utilizzare materiali antiforatura e più resistenti della media visto l’elevato utilizzo delle bici, e soprattutto di rimettere in piedi il servizio il più in fretta possibile, mobilitando quindici persone. Il costo è a carico loro e non erano assicurati, dunque per il momento sono fatti loro.

Tuttavia, il prezzo pare comunque elevato; tramite i nostri contatti, noi abbiamo trovato una persona che fa le riparazioni per uno degli altri comuni serviti da questa società, che ci ha assicurato che con 25 euro gli cambia direttamente la ruota. Verificheremo il contratto, e se dovessimo vedere un tentativo di scaricare la cifra sulle casse pubbliche chiederemo conto delle spese; abbiamo comunque già presentato da diversi giorni una interrogazione e attendiamo una spiegazione scritta.

Ah, ovviamente vi chiederete: ma i costi non li pagheranno gli autori del gesto? E’ tutto da verificare; anche costituendosi parte civile per poter chiedere i danni, resta il fatto che gli autori sono stati individuati da un video relativo a una sola delle decine di stazioni del ToBike danneggiate; non ci sono prove che siano loro gli autori di tutti gli altri danni. O le si trovano, o credo che questi se la caveranno con qualche centinaio di euro al massimo…

Fassino e le bici

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Domenica scorsa io, Chiara e moltissimi attivisti del Movimento torinese abbiamo partecipato al Bike Pride, insieme a migliaia di persone; un mare di biciclette che ha invaso la città, accolto generalmente - a parte l’inevitabile manipolo di automobilisti frustrati - con grande festa da tutti i passanti. Nessuno si aspettava davvero una partecipazione del genere; alcuni giornali hanno parlato persino di ventimila biciclette.

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E’ da quando siamo entrati in Comune, e ormai è un anno, che lavoriamo sulla mobilità ciclabile. O meglio, ci proviamo; perché è un anno che a tutte le proposte, richieste e segnalazioni viene risposto che “bisogna aspettare il bici plan”. Il bici plan sarebbe un allegato al piano della mobilità del Comune, il cosiddetto PUMS, che fu approvato nel febbraio 2011 (più di un anno fa, c’era ancora Chiamparino). L’allegato dovrebbe indicare quali sono le piste ciclabili e le altre infrastrutture per ciclisti che la Città intende realizzare nei prossimi anni.

Ora, già non si capisce, se davvero la ciclabilità è importante, perché non abbiano semplicemente inserito il piano ciclabile dentro il PUMS, insieme alle nuove strade e ai progetti per i mezzi pubblici; dubbio che si aggiunge a quello sull’ostinazione con cui le biciclette sono ancora in buona parte assegnate alla categoria “Ambiente” anziché alla categoria “Trasporti”. Comunque, questo “bici plan” è diventato un vero Santo Graal della nostra attività amministrativa; è passato un anno e ancora non ne abbiamo visto nemmeno una bozza, e nel frattempo le proposte in materia - ad esempio una nostra mozione presentata a dicembre che propone una serie di criteri di banale buon senso, come non far finire le piste nel nulla e non piazzarci in mezzo dei gradini, cose che pure a Torino accadono ordinariamente - vengono tranquillamente insabbiate.

L’amministrazione si è però svegliata dal torpore proprio giovedì scorso - combinazione, tre giorni prima del Bike Pride - quando è stata convocata una commissione in cui gli assessori Lubatti e Lavolta ci hanno presentato… il bici plan? No, quello ancora non c’è, però è stata presentata la presentazione del bici plan, così almeno sappiamo più o meno cosa ci sarà dentro. La presentazione è interessante, però alla fine non dice nulla di trascendentale: qui bisogna soprattutto decidere dove e come fare le piste, e metterci sopra dei soldi. Ma quello sta nel bici plan, che arriverà, si spera, dopo l’estate.

La mattina dopo, La Stampa ha riportato la discussione con un titolo a caratteri cubitali: “Mai più dehors sulle piste ciclabili” - virgolettato, ovvero presentato come dichiarazione degli assessori. Bello! Peccato che proprio quella mattina fossimo in commissione a discutere il nuovo regolamento per l’occupazione del suolo pubblico, e di tale previsione non ci fosse la minima traccia; anzi, ho alzato la mano, ho chiesto agli uffici dell’assessore competente (che non è né Lavolta né Lubatti, ma Curti) e si son quasi messi a ridere, ricordando che i dehors contestati (via Verdi) sono stati autorizzati prima di costruire le piste ciclabili e che comunque non c’è nessuna regola che affronti il problema.

A questo punto ovviamente ho scritto io un emendamento al regolamento in questione, che vieta esplicitamente di concedere dehors, chioschi, installazioni pubblicitarie e simili sulle piste ciclabili e sulle aree dove devono essere costruite; vedremo lunedì prossimo se verrà approvato. Nel frattempo, però, spero che sulle biciclette Fassino si possa dare una mossa; farò sinceramente i complimenti agli assessori se riusciranno a smuoverlo, visto che questa è pur sempre la città dell’auto e che secondo il giornale cittadino, rubrica Specchio dei Tempi, il vero problema di Torino sono i ciclisti.

Per ora, l’unico approccio del sindaco con le bici è quello contenuto nel video che vedete, nel quale non solo vengono commesse infrazioni varie (in bici sotto i portici?), ma si vede il panico di Fassino che interrompe a metà i discorsi per dire “piano, che c’è lo scalino” e, a ben tre isolati dalla partenza, “possiamo andare di là e rientrare in Comune”.

Le multe giuste

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Non accade troppo spesso che il giornale cittadino parli delle nostre proposte, ma venerdì scorso è successo - con un bel titolo “I vigili devono fare più multe”. Secondo alcuni, essendo che le multe sono impopolari, non era certo un favore; eppure noi siamo molto contenti che, come potete vedere nel video, la nostra mozione sia stata accolta e approvata dal consiglio comunale.

L’obiettivo, comunque, non è fare “più multe”, ma fare multe più giuste. Fino ad oggi, l’attività sanzionatoria dei Comuni è concentrata soprattutto sugli eccessi di velocità, tramite gli autovelox fissi e i terribili telelaser. Ora, noi troviamo giusto che si dissuada chi vuole usare i viali cittadini come piste da Formula 1, ma troviamo meno giusto che i limiti di velocità non siano adeguati alla normalità del traffico: su uno qualsiasi dei nostri stradoni tutte le auto corrono almeno a 60-70 chilometri orari, cioé oltre il limite dei 50, e delle due l’una - o tutti i torinesi sono pazzi incoscienti o il limite non è adeguato alla realtà.

Peggio ancora se l’ente pubblico si mette a multare in punti dove è molto più pericoloso andare ai 50 (rischio tamponamento) che andare agli 80, come alla fine della discesa della sopraelevata di corso Grosseto, o su vere e proprie superstrade, come hanno fatto recentemente alcuni comuni della cintura (vedi Rivoli su corso Allamano). Queste sono evidentemente multe fatte solo per fare cassa, sfruttando limiti talmente bassi che viene il dubbio che siano tenuti bassi apposta (e basta visitare i forum degli automobilisti arrabbiati per capirlo).

In compenso, ci sono violazioni che sono molto più pericolose e dannose per la collettività, ma che raramente vengono sanzionate. Una è quella di svoltare a sinistra da centro viale dove è vietato, specialmente quando l’incrocio è trafficato e si creano lunghe code per chi resta bloccato. Peggio ancora se, come in via Cernaia angolo corso Vinzaglio, chi svolta a sinistra illegalmente blocca i binari del tram e con esso una fila di mezzi pubblici carichi di persone, facendogli perdere un paio di minuti. Analogamente per due altri tipi di violazioni: la doppia fila sugli assi di scorrimento, che costringe il traffico a restringersi e le auto a cambiare corsia all’ultimo in modo pericoloso, e la violazione delle corsie preferenziali.

Già oggi queste violazioni vengono sanzionate, mandando una pattuglia ogni tanto; peccato che sui cinque incroci cruciali da noi segnalati siano state fatte nel 2011 1.600 multe per svolta vietata, che sembrano tante ma sono in realtà mediamente una al giorno per incrocio. Dato che le violazioni sono invece una al minuto, si capisce anche che il solitario beccato dai vigili si lamenti dicendo “perché io?”.

Ecco perché la nostra proposta è di usare le telecamere, come si fa per gli accessi alla ZTL; la tecnologia di oggi permette di individuare manovre e leggere le targhe dalle immagini in automatico, e se tutte le violazioni venissero regolarmente represse si otterrebbe contemporaneamente molta più equità e molta più efficacia, andando inoltre a recuperare entrate finanziarie non a caso, da chi si comporta esattamente come tutti e ha la sfortuna di essere preso di mira, ma solo da quella minoranza che compie manovre veramente dannose e pericolose.

Naturalmente la proposta ha suscitato qualche polemica, compreso l’intervento piccato di un consigliere comunale che era stato fermato e multato, a suo dire ingiustamente, proprio per aver svoltato a sinistra da via Cernaia in corso Vinzaglio. Alla fine però è passata, e ora vedremo come verrà applicata; inoltre vedremo se avrà esito positivo anche un’altra mozione da noi presentata, quella per studiare qualche sistema automatico per multare chi parcheggia alle fermate del pullman, impedendo ai bus di accostare e dunque di far salire gli invalidi. La nostra mozione per un maggior controllo su chi entra abusivamente in auto nelle isole pedonali è stata invece respinta dalla maggioranza, che ne ha chiesto il ritiro promettendo di affrontare l’argomento in commissione.

Ma dato che non vogliamo dimenticarci di chi invece è stato multato perché sfrecciava a “ben” 65 chilometri orari su un viale a tre corsie, segnaliamo anche che il consiglio comunale, tramite un nostro emendamento a una mozione della maggioranza, ha già approvato di elevare a 70 km/h il limite di velocità su tutti i grandi viali cittadini, portandolo invece a 30 km/h nelle vie residenziali; e che, alla notizia dell’ennesimo autovelox spremitore del comune di Moncalieri, abbiamo presentato anche un ordine del giorno per chiedere che la stessa cosa venga fatta dai comuni della cintura su tutte le grandi strade di accesso a Torino, ovviamente dove la strada è ampia e priva di incroci pericolosi.

Ecco dunque perché l’obiettivo che ci proponiamo non è fare più o meno multe… ma fare le multe giuste, a chi veramente guida come se sulla strada ci fosse solo lui, danneggiando e mettendo in pericolo tutti gli altri.


Portato in Commissione per il parere "non-vincolante" della Circoscrizione 1, la costruzione di un parcheggio interrato sul lato di via Nizza, che prevede lo scavo di tre piani interrati , la realizzazione di circa 200 parcheggi, metà pertinenziali, metà di passaggio e la riqualificazione della superficie in un risicato giardino

La situazione attuale è di circa 70 parcheggi di superficie e dal momento che la Stazione di Porta Nuova non è considerata dal Comune di Torino prioritaria, come lo sono invece il Lingotto e Porta Susa, possiamo solo ipotizzare che i treni diminuiranno di numero.


Il Comune di Torino guadagnerà da questa operazione solo la sistemazione superficiale, che prevede il progetto di un giardino, diviso in aiuola fiorita, parte che c'è già ma è lasciata a sfalcio verso corso Vittorio e della parte rimanente di piazzale dopo lo scavo della rampa circolare di accesso delle automobili. Poi il Comune riavrà i parcheggi di transito tra circa 30 anni, mentre quelli pertinenziali verranno venduti dagli stessi costruttori.


Va inoltre presa in considerazione la possibilità che si scavino ulteriori piani, visto che il progetto non dà restrizioni sul numero di piani interrati e quindi il numero di posti pertinenziali può aumentare.

Riporto qui la sensata osservazione di una cittadina che partecipava alla Commissione, la quale riteneva più opportuno che il Comune vendesse, qualora se ne intravedesse la reale necessità, a cooperative di cittadini residenti

Questo perchè i residenti si trovano nel doppio disagio di avere il cantiere sotto casa e di dover pagare salato il box sotto casa.


C'è poi un parcheggio più interno, non considerato in questo progetto, di proprietà delle ferrovie, che invece andrebbe integrato a quello esistente in modo da ottimizzare il carico, scarico delle merci e delle persone.

Senza contare la difficile gestione dei giardini prospicienti le stazioni come i Giardini Sambuy di fronte a Porta Nuova che sono stati recintati, vengono chiusi di notte e sono oggetto continuo di atti vandalici.


Tutto questo perchè forse sarebbe meglio evitare anni di cantieri, polveri sottili e inquinamento dovuto al congestionamento del traffico, quando i parcheggi, lo sappiamo, sono sempre attrattori di traffico, per aver in cambio solo un giardinetto poco utilizzabile, ma facilmente vandalizzabile.

Un milione di scale rotte

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Se, come me, utilizzate la metropolitana tutti i giorni, sapete benissimo che da molto tempo ormai le scale mobili sono più spesso rotte che funzionanti, nonostante abbiano pochissimi anni di vita. In sostanza, pare che per un errore di progetto la cinghia che trascina i gradini si consumi più in fretta del previsto, tanto che alla fine il produttore ha accettato di sostituirla gratis; tuttavia non sono stati in grado di intervenire in tempi ragionevoli, perché non avevano i pezzi di ricambio pronti e non avevano previsto che le scale si sarebbero rotte così in fretta. Peccato però che il contratto di manutenzione sia costato alle casse pubbliche quasi un milione di euro in due anni!

Noi lavoriamo su questo problema sin da quando siamo entrati in consiglio comunale, e abbiamo all’attivo ben tre interpellanze. Abbiamo preparato il video che vedete per raccontare questa storia, sperando che a breve la situazione torni alla normalità. Certo che resta la domanda: alla fine chi ripaga la città dei mesi di disservizio?

Diamo la cittadinanza onoraria della Valle a Turi Vaccaro?

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Ho passato l'estate a raccontare di Turi Vaccaro quell'uomo spettinato e un po' trasandato che salì su un'albero della Val di Susa emulando il gesto della famosissima americana Hill Julia Butterfly che rimase su una sequoia per due anni per impedire l'abbattimento di un bosco di sequoie millenarie.

Ero felice che un pacifista fosse venuto in Val di Susa a darci supporto, preoccupata dal fatto che si affidasse solo a lui tutto l'onere della protesta perchè, se c'è una cosa che ci ha insegnato il Movimento No-Tav che tutti sono a capo di questa protesta ed è per questo, che anche se negli anni ne hanno allontanati o "convinti" parecchi, il Movimento non ha mai perso di identità.

Abbiamo così iniziato uno sciopero della fame, alcuni come me impreparati a digiunare l'hanno eseguita a "staffetta", altri per molti giorni, aggiungendovi anche il digiuno della sete.

Ora apprendo che Turi ha ricevuto il foglio di allontanamento da Chiomonte e mi pare davvero insensato che le istituzioni abbiano timore di lui, di un uomo scalzo e senza appoggi politici , intendo.

Turi non è Ghandi, non fa politica, non parla a migliaia di persone, vuole semplicemente aiutare in una protesta che ha fatto sua , usando l'aglio e il digiuno. Tutte cose che alla potente macchina messa in moto dallo Stato per realizzare, senza sè e senza ma l'opera, con caterpillar e blindati, del povero Turi se ne dovrebbero fare un baffo...ma si vede che non è così.

Ora tocca a noi fare quella politica che Turi ci lascia, per esempio convincendo i sindaci a dargli la cittadinanza onoraria , lui che non vuole avere fissa dimora che diventi cittadino onorario della Valle, e se poi qualche volta sconfina...che ci possiamo fare? La sua libertà mica la possiamo restringere in una cartina geografica

A testa alta

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Lunedì sera il consiglio comunale ha parlato di Tav due volte; la prima in risposta alle comunicazioni urgenti di Fassino sugli scontri di sabato, richieste da noi (il punto saliente del suo intervento è che Luca Abbà sarebbe caduto perché il suo telefonino ha creato un arco elettrico coi cavi…); la seconda su due ordini del giorno, uno del PD sostenuto anche dal centrodestra, l’altro di SEL e IDV, che esprimevano solidarietà a Caselli per le minacce di morte prendendo nel contempo posizione rispettivamente “Sì Tav” e “Forse Tav”. Nel video in alto trovate il mio primo intervento; segue quello nella seconda discussione, difficile per le continue interruzioni e contestazioni dai banchi del PD (purtroppo nel video si sentono poco) e per la mia tracimante incazzatura.

Oggi Specchio dei Tempi apre non a caso con una lettera che dice: non importa se un ragazzo è caduto dal traliccio, cavoli suoi, io dovevo passare di lì e ci ho messo molte ore in più. Propaganda a parte, e comunque la si pensi sul Tav, il cinismo di molti è davvero disperante: chi se ne frega se una persona sta morendo per un ideale, l’importante è che io possa arrivare di corsa dove devo andare.

E chissà con che fretta poi, dato che la maggior parte degli italiani sono schiavi di una società che li obbliga a correre tutto il giorno per riuscire a malapena a sopravvivere, mentre una piccola parte vive nella ricchezza ottenuta spesso tramite soprusi, ruberie e manipolazioni della politica. Non di rado le persone che reclamano “ordine e disciplina” sono poi le prime a brontolare per la crisi e la corruzione; ma non fanno altro che lamentarsi, senza mai alzare la testa.

A me dispiace molto per i disagi che molte persone subiscono per le manifestazioni No Tav e me ne scuso, ma la Torino-Lione è l’ennesimo modo per portare 22 miliardi di euro nelle tasche dei grandi gruppi economici (quindi dei partiti che loro finanziano) e delle mafie (è già provata in tribunale l’infiltrazione della criminalità organizzata in tutta l’alta velocità italiana) quando allo stesso tempo gli stessi politici ti dicono che devono aumentare i biglietti del pullman del 50%, chiudere gli asili e far morire la gente sulle barelle al pronto soccorso perché “non ci sono soldi”. Se poi qualcuno preferisce che 22 miliardi di euro di soldi nostri vengano spesi in un treno supercostoso e inutile invece che nei servizi pubblici che usiamo tutti quotidianamente, va bene, è una opinione legittima, però poi non si lamenti della condizione in cui versa l’Italia.

Lunedì, dopo il mio intervento, io e Chiara abbiamo litigato ancora con alcuni consiglieri del PD; ci accusano di non rispettare le istituzioni, di contestare la magistratura, di fiancheggiare le manifestazioni e anche le violenze. Ma credono forse che non ci siamo chiesti dove porterà questo clima, dove finirà l’Italia? Eppure, i partiti di ogni colore ci chiedono, per non mettere a repentaglio la tranquillità di tutti, di chinare la testa; di accettare la corruzione, la prevaricazione, la distruzione dei beni comuni. Questo, mi spiace, non lo possiamo fare; ce lo vieta in primo luogo la nostra coscienza.

E non possiamo smettere di pensare che la prima responsabilità di ciò che sta accadendo sta in chi, avendo la responsabilità di gestire le istituzioni in nome del popolo, è disposto a sacrificare la pace e la democrazia per perseguire ad ogni costo un affare economico da miliardi di euro.

Nevica, governo tecnico

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Quella del titolo è la battuta della settimana, che ovviamente a Palazzo Civico è stata molto movimentata; con tanto di due o tre commissioni andate buche per sparizione degli assessori, che Fassino ha mandato a sorvegliare lo spalamento neve in giro per la città, uno per Circoscrizione - per dire quanto erano disperati.

Decine di migliaia di torinesi sono infuriati per come è stata gestita l’emergenza neve; basta girare Facebook e forum per leggere tonnellate di insulti al sindaco. La macchina comunale ha retto fino a lunedì, ma tra martedì sera e giovedì mattina c’è stato un vero tracollo, con strade impercorribili, piccole Siberie in ogni periferia, ingorghi e incidenti ovunque, mezzi pubblici fantasma e ogni genere di problema (più sotto troverete una piccola rassegna di mie fotografie). Lega e PDL ci hanno marciato in ogni modo possibile; noi abbiamo scelto una linea diversa.

Invece di fare polemica, infatti, credo che sia utile individuare alcuni aspetti specifici che hanno funzionato particolarmente male, e con calma, nei prossimi giorni, segnalarli e pretendere che vengano affrontati per la prossima volta. Io comincio a elencarne alcuni: l’elevata quantità di condomini che non provvedono a pulire il proprio marciapiede, apparentemente senza che vi siano effettivi controlli; l’incomprensibile balletto di chiudo-apro-no,chiudo-no,apro le scuole, perdipiù senza coordinamento con i Comuni vicini; l’esistenza di terre di nessuno che non si sa chi deve pulire; la mancanza totale di pulizia delle piste ciclabili; l’indisponibilità di mezzi pubblici aggiuntivi da mandare in giro quando il traffico rallenta, per ridurre i tempi d’attesa che altrimenti salgono; la mancata pulizia dei parcheggi all’aperto; e l’incomprensibile scelta di sospendere la ZTL quando invece si doveva cercare di ridurre il numero di auto in giro (ma a Torino, si sa, qualsiasi scusa è buona per sospendere la ZTL). Allungate pure l’elenco.

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Mercoledì sera, stazione Re Umberto della metro: per arrivare lì dal Municipio ho impiegato oltre mezz’ora, dato che in via Milano secondo il pannello 5T non transitava niente (forse un 4 dopo venti minuti) e che ho atteso quasi venti minuti al gelo nella centralissima via Pietro Micca senza che passasse nemmeno un mezzo di nemmeno una linea in nessuna delle due direzioni; ho poi corso per prendere in via Arsenale un 15 visto apparire all'orizzonte. Finalmente giungo alla metro e trovo i tornelli aperti, e penso: guarda che sveglio l’assessore Lubatti, ha reso gratuita la metro perché è l’unico mezzo che gira. Invece no, i tornelli erano proprio rotti e spalancati per il freddo (secondo il giornale, sono poi andati col phon a scongelarli).

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Mercoledì sera, stazione Re Umberto (lato sud): questa scala mobile è rotta da tre mesi (io ho già fatto tre interpellanze in sette mesi sui malfunzionamenti della metro, l’ultima una decina di giorni fa). Certo che se devono subire pure cinque centimetri di neve, c’è da chiedersi come facciano ad aver mai funzionato; la Città da anni deve tirar fuori i soldi per realizzare la copertura delle uscite, ma preferisce buttarli in manutenzione straordinaria.

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Mercoledì sera: il primo tratto pulito è quello del mio condominio, quello successivo, davanti al giardinetto, è del Comune; la foto si commenta da sola. I primi pulitori comunali sono arrivati lì stamattina (sabato).

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Giovedì mattina, piazza XVIII Dicembre: una folla attende mezzi pubblici che sono una rarità (matematicamente, se aumenta il tempo di percorrenza e i mezzi in servizio sono sempre gli stessi, aumenta proporzionalmente il tempo di attesa).

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Giovedì mattina, via Pietro Micca: se sono così le strade più centrali, figuriamoci la periferia.

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Giovedì mattina, capolinea del 29 in piazza Solferino: la fermata chiaramente non è mai stata pulita da quando, cinque giorni prima, ha iniziato a nevicare.

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Venerdì mattina, corso Re Umberto: questa sarebbe una pista ciclabile che è anche il percorso pedonale di accesso alla fermata (geniale anche senza neve). Nonostante abbia smesso di nevicare da ventiquattr’ore, pare proprio che non sia passato nessuno a pulire.

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Venerdì mattina, pista ciclabile di via Bertola, il principale accesso ciclabile al centro da ovest. Mai pulita, il sentiero che vedete è stato conquistato dai pedoni. Su un forum però (non scherzo!) ho trovato uno che ringrazia il Comune, è un praticante di mountain bike e ha usato la pista per allenarsi al fuoristrada invernale…

Ancora sugli attraversamenti pedonali

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Lo confesso: per molte settimane, man mano che l’incidente di corso Peschiera si allontanava nel tempo, ho pensato che anche questa volta lo Stato avrebbe “gettato la spugna con gran dignità”, come diceva De André. Infatti non vi era traccia dei colpevoli, né avevano alcun esito gli appelli a chi sapeva e li stava probabilmente proteggendo; dopo aver frettolosamente rimosso le strisce in quel punto, si erano soltanto più sentite polemiche strumentali tra politici sull’efficacia del tipo di ringhiere adottato.

Lunedì il consiglio comunale ha finalmente approvato all’unanimità la nostra mozione presentata il 17 ottobre, che chiedeva di censire e mettere in sicurezza tutti gli attraversamenti pedonali non semaforizzati sui grandi viali; dopo aver giaciuto per due mesi in attesa di discussione in commissione, giaceva in attesa di votazione in aula dal 12 dicembre; una volta la maggioranza non era pronta e ne chiedeva il rinvio, l’altra volta eravamo troppo presi dagli aumenti delle tariffe e non c’era il tempo di discuterne. Una mozione del consiglio comunale non cambia di per sé la realtà - è molto più importante la volontà concreta dei dirigenti comunali, che hanno il vero potere di fare le cose - ma è almeno un segno di interesse e una richiesta di impegno all’amministrazione, con in più l’obbligo di ritrovarsi dopo quattro mesi per verificare cosa è stato fatto. Io avevo invitato tutti i consiglieri a firmarla, se lo volevano, e comunque a votarla all’unanimità; e così è stato, senza distinzioni.

A margine della discussione, quando è venuto fuori che io avevo scritto la mozione due mesi prima dell’incidente, qualcuno ha platealmente suggerito che io portassi sfiga. In realtà, stavolta la coincidenza è stata positiva; il giorno dopo è stata annunciata la cattura dei responsabili, che non erano rom o immigrati (sui social network già qualcuno lo diceva) ma due tossici sardo-aostani, in corsa per procurarsi la dose, fuori di testa e senza un euro ma comunque con la macchina nuova. I vigili urbani hanno fatto veramente un gran lavoro, gestendo direttamente tutte le indagini grazie al proprio nucleo scientifico; sono partiti dall’elenco di tutte le Clio di quel modello (prodotto da poco più di un anno: sono 7600) e piano piano le hanno ridotte a 12 in base ai pezzi ritrovati e altre deduzioni; poi hanno mandato i vigili delle varie città a controllarle, e ad Aosta hanno trovato quella giusta.

So che l’assessore Lubatti, dopo l’incidente, aveva già iniziato a fare di suo quanto chiede la mozione, e che mi pare banale buon senso: censire tutti gli attraversamenti e per ognuno valutare cosa fare, se mettere un semaforo, dissuasori di vario genere, o transenne per bloccare il passaggio… o magari studiare qualche soluzione innovativa, come questa (la producono a Villarbasse). Intanto, stamattina aspettavo il bus a Porta Susa e ho visto ancora una volta un’auto aggirare le macchine già ferme alle strisce, proiettarsi in velocità sul passaggio zebrato e poi inchiodare evitando di un soffio il pedone che stava attraversando.

Alla fine quel che conta di più è il comportamento di chi guida; però un po’ d’attenzione organizzata, per eliminare i punti neri e per punire più regolarmente la guida pericolosa, potrà fare molto.

Tutti gli aumenti di Fassino

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Alla fine, nonostante una settimana di opposizione dura, l’aumento generalizzato delle tariffe della mobilità torinese - un altro tassello nel sistematico smantellamento dei nostri beni comuni - è stato approvato: ne leggete su tutti i giornali di oggi.

Di fatto ci è stato impedito di elaborare e presentare delle controproposte serie; il piano di Fassino & c. era approvare un aumento lampo la sera di venerdì 23 dicembre, in modo che i giornali non potessero parlarne. Noi abbiamo fatto resistenza e siamo riusciti ad arrivare fino a ieri, e almeno oggi ne parla tutta la città; ma all’arroganza del metodo vorrei dedicare un post nei prossimi giorni, perché da fuori non lo potete nemmeno immaginare.

Parliamo invece di sostanza, che è pesante: +50% sulla corsa singola, da 1 a 1,50 euro; +30% sui carnet da 15 corse, da 0,90 a 1,17 euro per corsa; +28% il giornaliero; +19% il mensile; +7% l’annuale. Altrettanto sulle strisce blu: +12% la tassa annuale per i residenti; +25% in centro; +13% alla Crocetta; addirittura +100% (da 0,65 a 1,30 l’ora) nelle zone meno centrali.

La motivazione ufficiale è che ci sono stati tagli sui fondi per i trasporti, sia a livello nazionale che regionale. E’ vero; peccato che i tagli siano in buona parte rientrati la settimana scorsa, grazie anche a ulteriori tasse sulla benzina. Di fatto, su questi tagli non ci sono stati forniti dati precisi, se non qualche percentuale sparata lì, e così si fa strada il dubbio che il vero scopo degli aumenti sia quello di ingrassare GTT per renderla più appetibile ai privati, avendo già deciso di venderla tra tre mesi.

Gli effetti saranno evidenti: innanzi tutto un forte disincentivo a prendere i mezzi pubblici, specialmente per chi li usa saltuariamente. Se andare e tornare in due in bus costa 6 euro, l’auto è quasi sempre più conveniente, anche perché in genere se ne calcola solo il costo marginale (benzina e sosta) dato che tutti comunque hanno un’auto. Di fatto, si alimenta una segregazione classista: chi può, gira in auto; chi non ha i soldi deve utilizzare mezzi pubblici sempre più costosi e inefficienti, anche perché non sono previsti potenziamenti del servizio ma se mai nuovi tagli di percorso a partire da marzo, dopo quelli di un mese fa.

Eppure si è visto con il gigantesco ingorgo di venerdì 16 cosa succede se chi normalmente usa gli autobus passa all’auto; la città sarà sempre più intasata, bloccata e inquinata (a proposito, avrete notato le scelte della giunta a fronte dei 140 giorni di sforamento dei limiti di legge o giù di lì: parlare di grandi iniziative a lungo termine e intanto non fare niente).

Ci sono poi alcune categorie particolarmente danneggiate: per esempio, l’abbonamento ridotto per gli anziani, che prima partiva dai 60 anni, ora partirà dai 65 e solo per chi ha meno di 36.000 euro di reddito. Grazie a un intervento dell’ultimo minuto, richiesto anche da noi in commissione, si è quantomeno permesso a chi già aveva questo abbonamento di continuare a mantenere la riduzione anche se non rientra nelle nuove condizioni; analogamente è sparito all’ultimo minuto l’aumento dell’11% sull’abbonamento per i disoccupati (da vergognarsi solo ad averlo pensato), che però dovranno farlo per minimo sei mesi anziché tre. L’esenzione fino a un metro di altezza è diventata fino a 11 anni, mentre inizialmente prevedevano un biglietto “ridotto bambini”.

E’ stata inoltre approvata in principio, in quanto adottata anche da IDV e SEL, una proposta che facevamo sin dalla campagna elettorale, ovvero di far pagare in futuro tariffe di sosta differenziate in funzione delle dimensioni, del valore e dell’inquinamento dell’auto.

Non è stata invece approvata la nostra proposta di un biglietto ridotto a 1,70 euro per chi deve fare due viaggi brevi in metropolitana (con tram e bus si fanno con un solo biglietto); e sono state bocciate dalla maggioranza varie altre nostre proposte generalmente a costo zero, come il poter portare la bici su tutti i mezzi, l’aumento dei controllori, il tasso zero sulle rateizzazioni degli abbonamenti, una migliore accessibilità per i disabili, una generale razionalizzazione degli orari.

E’ stata bocciata dalla maggioranza anche una nostra mozione che chiedeva due cose molto semplici, ovvero di fissare un tetto massimo pari allo stipendio del sindaco per tutti i dirigenti GTT (attualmente l’amministratore delegato, l’ex senatore DS Barbieri, incassa a vario titolo quasi 250.000 euro l’anno, e continuano le nomine politiche), e di riportare in gestione interna le linee subappaltate a fornitori privati, che costano a parità di servizio anche il 60% in più.

Insomma, le alternative c’erano… In parte erano politiche; per esempio, se ce ne avessero dato il tempo, si poteva studiare una riformulazione delle tariffe della sosta che magari colpisse meno determinati quartieri ma si allargasse su altri, con opportune salvaguardie per concentrare i costi sulle auto più grosse e inquinanti, incentivando così l’uso del mezzo pubblico. In parte erano semplicemente legate al taglio degli sprechi e dei favori, come i due citati poco fa o come il lucroso contratto per i controllori della linea 4, per cui GTT spende 145.000 euro al mese che vanno in gran parte nelle tasche della cooperativa Rear, presieduta da un consigliere regionale del PD, che paga ai lavoratori stipendi di pochi euro l’ora… basterebbe usare invece il personale interno che, divenuto inabile alla guida, non ha granché da fare.

Credo di avervi dato il quadro della situazione; mi scuso se è un po’ lungo, ma noi a questo tema dedichiamo da sempre gran parte delle nostre energie, per affrontarlo in modo serio e realistico. Speriamo che ci sia la possibilità di farlo in questo modo anche col resto del consiglio comunale, perché in questa occasione proprio non c’è stata.

I violenti No Tav

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Tra le prerogative dei consiglieri comunali, c’è anche quella di poter chiedere al sindaco di riferire in aula, all’inizio del consiglio comunale, su fatti importanti e appena accaduti. Purtroppo il sindaco non risponde troppo spesso, visto che in questi sei mesi le richieste sono state quaranta ma solo dodici sono state accolte. Se il sindaco non risponde, al richiedente vengono concessi ben sessanta secondi per sintetizzare la domanda.

Mercoledì scorso, nella prima seduta utile dopo le manifestazioni No Tav dell’8 dicembre, abbiamo dunque chiesto al sindaco di spiegare le sue dichiarazioni secondo cui in Valsusa “comandano i violenti”. Chi sarebbero questi violenti? Fassino non rispose, nemmeno alla domanda da noi ripetuta in aula. E così, nel video, abbiamo messo anche alcune delle terribili immagini di violenza giunte da Susa; ringraziando Marco Carena per la colonna sonora.

La protesta felice

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Giovedì, in Valsusa, ho passato una bella giornata. Nei boschi c’era un parapiglia - questa peraltro è la prima volta in cui organi di stampa nazionali, a partire dal TG3, hanno detto apertamente che è la polizia che fa le sassaiole contro i manifestanti e i giornalisti e che spara lacrimogeni ad altezza uomo - ma a Susa il corteo No Tav era la solita festa; un mucchio di famiglie e di bambini, un’ottima zuppa a offerta libera, un sacco di bandiere al vento, una giornata bellissima, venti gradi e le cime imbiancate sullo sfondo.

E’ vero, il corteo ha bloccato l’autostrada; all’una, quando il traffico ormai era nullo. Sono rimasti imbottigliati ben cinque veicoli, che dopo tre minuti, dato ai giornalisti il tempo di fare le foto, sono stati lasciati passare. L’obiettivo non era bloccare i turisti in auto per ore, ma protestare contro l’afflusso di mezzi militari al cantiere di Chiomonte.

E’ stato proprio lì, nel vedere due tizi bloccati in auto che dovevano andare assolutamente a sciare e ci stavano veramente male per cinque minuti di ritardo, manco dovessero bollare, che ho capito che quella contro il Tav è davvero una protesta felice. Non è chi protesta ad essere incazzato; abbiamo passato il tempo a scambiarci panini, a chiacchierare tra sconosciuti e poi a giocare a pallone, portando vita per un po’ a quello che normalmente è solo un morto viadotto di cemento messo lì a devastare il centro della valle.

A essere incazzati, senza volerlo ammettere, sono quelli che non protestano mai. Sono quelli che obbediscono al capo in qualsiasi ufficio e professione, che passano una vita schiavi del mutuo da pagare e delle regole decise da chissà chi e rinunciano anche solo a immaginare di potere un giorno realizzare i propri sogni provando a lottare per una vita migliore. Quelli per cui anche dipingere di rosa il guard rail di un’autostrada è violenza (mentre non lo sono i blindati dell’esercito) e che in ogni blocco stradale vedono un attacco all’efficienza del proprio ciclo di sfruttamento legalizzato.

Non è strano, perché siamo stati tutti allevati per lavorare, consumare e obbedire; non è facile spezzare le catene quando sono invisibili. E così, molti ce l’hanno con chi protesta perché, sotto sotto, senza nemmeno rendersene conto, vorrebbero farlo anche loro. Eppure non ci vuole molto; come sta scritto sulle Nike per prenderli per il culo (in alto pensano che non lo faranno mai), “just do it”. Garantisco che poi si vive meglio.

La politica aspetta il morto

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È da quando sono bambino, allievo delle vicine scuole Baricco e Maritano, che vedo persone morire sulle strisce pedonali di corso Peschiera all’altezza di via Sagra San Michele. E’ un attraversamento pericolosissimo in cui si concentrano vari fattori di pericolo; sta subito dopo l’incrocio con via Bardonecchia, a cui c’è un semaforo che è sempre verde o per l’una o per l’altra strada, e da entrambe le strade le auto arrivano a velocità sostenuta, visto che da via Bardonecchia ci si immette quasi senza curvare, mentre corso Peschiera è uno stradone rettilineo a sei corsie.

Il tutto è complicato dal fatto che ci sono auto che inchiodano e svoltano a sinistra verso via Sagra San Michele in modo vietato, usando un varco nel controviale che sarebbe riservato alla scorta del giudice Caselli, che abita proprio lì accanto. I pedoni che attendono di passare - spesso bambini, perché all’angolo c’è un grosso negozio di giocattoli - sono sostanzialmente invisibili, persi nell’ombra in mezzo agli alberi sulla banchina. Qualche anno fa hanno fatto un attraversamento semaforizzato solo cento metri più su, ma, per abitudine decennale, quasi tutti continuano a usare le strisce in quel punto.

Sabato 15 ottobre, come molti sabati, passavo di lì subito dopo pranzo; è sul percorso da casa di mia mamma a casa dei genitori di Elena. Arrivavo da corso Peschiera con una fila di verdi, e ho visto un’auto accostare sulla destra subito dopo via Bardonecchia. Sembrava volesse far scendere qualcuno; ci ho messo qualche secondo a capire che era il raro automobilista che decide di fermarsi per far passare i pedoni sulle strisce. Tutti gli altri davanti a me l’hanno capito tardi, e all’ultimo secondo hanno cominciato a inchiodare. Anche io ho inchiodato, e abbiamo mancato di poco uno spettacolare tamponamento a catena. Accanto a me, sulla corsia di sinistra, uno non si è proprio fermato e ha attraversato le strisce a settanta all’ora, mancando di un metro i pedoni.

Lunedì 17 ottobre dunque sono arrivato in ufficio e ho deciso di fare qualcosa; ho presentato questa mozione, intitolata “Messa in sicurezza degli attraversamenti pedonali non semaforizzati”, che impegna l’assessore a fare una ricognizione di tutti i casi in cui vi sia un attraversamento di questo tipo, per poi decidere se installare un semaforo, mettere un dosso, o chiudere il passaggio se se ne può fare a meno, visto che possiamo discutere per ore sull’inciviltà degli automobilisti, ma non cambieremo mai la loro testa; quel tipo di attraversamento è soltanto un invito alla strage.

Dal 17 ottobre, tuttavia, la mozione giace abbandonata nei cassetti, in attesa che il presidente della seconda commissione, quella che si occupa di urbanistica, edilizia, viabilità e trasporti, decida di metterla all’ordine del giorno. Il perché ve l’avevo raccontato in un post proprio il 15 ottobre: “sarebbe bello parlare di viabilità e trasporti, ma la relativa commissione è intasata di palazzi da costruire e dunque non ce n'è mai il tempo”.

La seconda commissione è un buco nero, e lo è in particolare per le nostre mozioni: dopo questa ne ho presentate altre, per reprimere gli accessi non autorizzati alle zone pedonali, per combattere la doppia fila, per chiedere di aumentare le tariffe della sosta privata piuttosto che il biglietto dei mezzi pubblici. Nessuna è ancora stata messa all’ordine del giorno: sono perse nel limbo.

Ieri, come avrete letto, è successa la stessa identica cosa che è successa a me il 15 ottobre, ma questa volta l’auto sulla corsia di sinistra ha falciato la vita di tre persone, tra cui un bambino. A me è venuta una gran rabbia; per carità, anche se la mozione fosse stata prontamente discussa e approvata non è che un minuto dopo avrebbero messo il semaforo. Ma è evidente che l’amministrazione non ha attribuito alcuna importanza a questo tema.

Adesso, improvvisamente, questo diventerà un problema urgente. Scommetto che a brevissimo metteranno il semaforo; già successe così pochi anni fa in un altro noto attraversamento pericoloso, quello di via Pietro Cossa angolo via Nicomede Bianchi, subito dopo che un nonno morì investito per salvare la nipotina. Scommetto anche che ora in consiglio comunale pioveranno altre mozioni, richieste, interpellanze. Magari anche la mia verrà calendarizzata al volo, oppure chiederò che venga messa ai voti in consiglio comunale senza che sia passata dalla commissione (di solito questo implica una bocciatura certa, ma in questo caso chi oserà votare contro?).

E poi? E poi succederà come con questa mozione la cui esistenza ho scoperto poco fa: presentata il 7 aprile 2008 dopo l’investimento di via Pietro Cossa, rimasta nel cassetto un anno, e poi approvata il 6 aprile 2009. E non servita a niente. Perché o questa cosa se la prendono a cuore il sindaco, l’assessore e i dirigenti dallo stipendio di giada, oppure non succederà niente: i consiglieri comunali possono solo sollecitare. Chissà se i torinesi riusciranno a far capire a Fassino che questa è una priorità.

Per Fassino l'inquinamento non è un'emergenza

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Dopo settimane di silenzio, nell’ultimo paio di giorni i quotidiani si sono svegliati e hanno riscoperto che Torino è inquinata. Certo che lo è: il livello del PM10 nell’aria è da un mese circa il doppio e il numero di sforamenti nell’anno già il quadruplo rispetto ai limiti di legge. Sui giornali, la giunta si è sbizzarrita nell’ipotizzare provvedimenti di ogni genere… a parole.

Già, perché il Movimento 5 Stelle, che da settembre chiede invano di predisporre un piano organico contro l’inquinamento, ha presentato già nei giorni scorsi una mozione che chiede alcuni provvedimenti urgenti, a partire dalla pedonalizzazione delle strade dello shopping natalizio - da via Roma alle vie commerciali dei quartieri - e dagli incentivi a fare shopping con l’autobus, per arrivare ai blocchi del traffico se veramente necessario (i blocchi per essere efficaci dovrebbero protrarsi per giorni, dunque non ci facciamo comunque molto affidamento); e poi espone una serie di proposte, prese dal nostro programma, da valutare e discutere entro marzo.

Abbiamo poi letto sui giornali che anche la maggioranza ne sta preparando una, e allora oggi in conferenza capigruppo abbiamo chiesto che entrambe le mozioni si discutessero subito in consiglio comunale, già lunedì prossimo, visti i livelli record dell’inquinamento e i danni alla salute che esso indubbiamente provoca. E la maggioranza ha respinto la richiesta.

Il PD ci ha detto che le azioni vanno ponderate con calma in un’ampia discussione in commissione; SEL ha detto che condivide l’urgenza del problema e chiede che la discussione sia rapida, ma ha comunque votato contro la nostra richiesta. Ovviamente il problema è uno solo: non turbare lo shopping natalizio e gli incassi dei negozi e degli ipermercati…

Dulcis in fundo, nel video potete godervi l’assessore Curti che lunedì scorso, in risposta a una nostra interpellanza che chiedeva se la Città abbia fatto rispettare l’obbligo di legge di installare termovalvole e contabilizzatori di calore negli edifici che passavano al teleriscaldamento, il che avrebbe portato un risparmio energetico e una riduzione dell’inquinamento, ha candidamente risposto che non hanno mai fatto nemmeno un controllo: se tutto va bene, cominceranno a farli nel settembre 2012!

I criceti del debito

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Come ormai dovreste sapere, la scorsa settimana la giunta Fassino, ignorando il referendum di giugno e col voto favorevole di tutti i partiti (PD, SEL, IDV, Moderati), ha dato il via alla privatizzazione di Amiat, TRM e GTT, ovvero dei rifiuti e dei trasporti torinesi… dico “dovreste sapere” perché la cosa è stata fatta passare il più possibile sotto silenzio, e ancora oggi mi arrivano messaggi di persone che dicono “ma è vero che…?”. Noi abbiamo fatto il possibile: presentando 400 emendamenti ostruzionistici (alcuni anche un po’ goliardici) abbiamo perlomeno ottenuto che si rinviasse il voto di due giorni e che i giornali dovessero dire che c’era anche qualcuno che non era d’accordo. Anche i cittadini hanno fatto la loro parte, inviando centinaia di mail… ma Fassino & c. se ne sono fregati.

Io e Chiara ci siamo divisi le cose: lei ha fatto un grande lavoro per settimane, andando a discutere la delibera nel merito tecnico, nei meccanismi di gestione delle aziende e nei metodi di valutazione dei valori; a me è toccato, in aula, fare l’intervento più generale spiegando perché siamo contrari a questa privatizzazione.

Ho smontato una per una le ragioni portate a sostegno della proposta, e poi ho cercato di dire la cosa più importante: che i politici si sono ridotti a criceti in una ruota, costretti a correre all’infinito vendendo il patrimonio pubblico, tagliando posti di lavoro, riducendo i servizi, senza in realtà arrivare un centimetro più vicino a ripagare il debito che hanno contratto in decenni di sprechi, regali e cattiva gestione. La politica dovrebbe avere il coraggio di dire basta, di ridiscutere le basi della moneta e della finanza, di ripensare il meccanismo con cui la collettività finanzia le spese necessarie a vantaggio di tutti; continuare a svendere vuol dire soltanto distruggere i beni comuni per incassare soldi che evaporeranno in pochissimo tempo nei pagamenti alle banche, arrivando lo stesso al fallimento.

Mi spiace che nessun giornale voglia riportare mai questi argomenti; la rete resta l’unico ambito dove si riesce a farli circolare. Spero che questi pochi minuti (nel video in alto) possano convincere anche qualche scettico!

Privatizzazione di Amiat, GTT e TRM - Comunicato

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Era prevista per oggi l'approvazione della delibera che avvia la vendita del 40% di Amiat, GTT e TRM ai privati, secondo un'unica filosofia economica, tesa alla svendita e alla privatizzazione dei beni comuni e del patrimonio collettivo, perseguita da Fassino come da Chiamparino e dal governo nazionale.

L'approvazione tuttavia è saltata; il Movimento 5 Stelle con i propri 400 emendamenti ha bloccato i lavori per due giorni, il massimo possibile, per chiedere a tutta la Città una riflessione e il ritiro dell'operazione.

Chiediamo il rispetto della volontà di mantenere i servizi pubblici essenziali nelle mani dei cittadini, chiaramente espressa dagli italiani con il referendum del 12-13 giugno. SEL, IDV e PD, che lo sostenevano a parole, ora ne calpestano apertamente il mandato politico votando a favore di questa operazione.

I 150-200 milioni di euro ricavati dall'operazione sono una goccia in cinque miliardi di debito e non eviteranno il fallimento del Comune, se la crisi continuerà. Priveranno però i torinesi del controllo sui trasporti e sui rifiuti, servizi essenziali in un momento di crisi e di nuove povertà.

Per uscire dalla crisi e dal debito serve una politica che abbia il coraggio di dire no alla spirale del debito e della speculazione finanziaria, e di difendere i beni comuni, se necessario opponendosi alle politiche nazionali come già hanno fatto altri enti locali. A Torino, invece, l'amministrazione non vedeva l'ora di svendere il patrimonio costruito dai torinesi in cent'anni di lavoro: e ne pagheremo le conseguenze per decenni.

Vittorio Bertola, Chiara Appendino

Leggi il testo completo della mozione che abbiamo presentato in aula oggi.

P.S. Chi vuole manifestare di persona la propria opposizione può partecipare al presidio mercoledì 23 alle 15 sotto il Municipio in contemporanea con la votazione finale.

La nuova rete GTT da dicembre

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Questa mattina, dopo mesi di attesa, ci è stata finalmente presentata la riorganizzazione della rete degli autobus cittadini. Doveva essere una rivoluzione e invece sarà una aggiustatina; le linee veramente tagliate sono soltanto due, il 50 e il 65. Ma è presto per gioire, perché questo è un primo intervento veloce, limitato alle linee urbane, e dovuto al fatto che la Regione ha tagliato i fondi già per il 2011; i tagli apocalittici recentemente decisi a livello nazionale provocheranno invece una revisione più radicale pianificata per il prossimo marzo, quando saranno riviste anche le linee suburbane e quelle extraurbane (gli autobus blu) faranno capolinea non più in centro ma in periferia, nei quattro punti chiave di Fermi, Stura, Carducci e Caio Mario. Auguri a quelli che si ritroveranno sul 4!

Io sono rimasto deluso dal fatto che ci hanno coinvolto soltanto all’ultimo: la presentazione è avvenuta oggi e i cambiamenti entrano in vigore da dicembre, dunque di fatto non abbiamo modo di intervenire. Non si è parlato poi di tariffe, ma si rischia davvero uno scenario in cui il biglietto aumenta del 20 o 30 per cento, il servizio viene tagliato di altrettanto, e il risultato è un calo pesantissimo dell’utenza del trasporto pubblico, con conseguente intasamento della città.

Io credo che invece in questi tempi di crisi sarebbe importante rovesciare il paradigma: è importante mantenere il trasporto pubblico, sia per ridurre traffico e inquinamento che per non penalizzare la crescente fascia di persone che non può più permettersi l’auto, e se servono soldi li si va a prendere da tutta la collettività e non solo dagli utenti GTT, aumentando la fiscalità generale oppure le tariffe sul traffico privato. Non è una posizione popolare, ma mi sembra l’unica equa e vincente in una prospettiva di petrolio sempre più costoso.

Comunque, ecco qui sotto, come li ho annotati, i cambiamenti delle linee urbane dal primo dicembre (quelli della zona di Porta Susa dal 9 gennaio); scusate per eventuali errori od omissioni, ma non ci hanno nemmeno ancora dato una copia delle slide. Ho una sola osservazione: spesso bisogna tenere conto che il danno al servizio non è proporzionale ai chilometri tagliati: può essere molto meno o molto di più. Nel caso del 65, che conosco meglio e uso spesso, il taglio dell’ultimo pezzettino da Porta Susa a piazza Bernini rende inutilizzabile per molti l’intera linea, perché a Porta Susa il 65 interscambiava con una decina di altre linee, i cui utenti ora dovrebbero scendere, prendere la metro, scendere dopo due fermate e aspettare il 65… a quel punto tanto vale proseguire in metro e fare alla fine un tratto a piedi più lungo, e a questo punto forse tanto valeva tagliare l’intera linea e intensificare piuttosto le navette dalle fermate della metro al resto del quartiere.

Vedremo i dati di carico dopo il cambiamento, tanto a marzo si ridiscuterà tutto; il punto è ragionare a rete e non per singole linee, ma dire “togliamo di botto il 65″ è politicamente impopolare (“e poi perchè da noi sì e nell’altro quartiere no?”) e allora lo si azzoppa per poi dire “visto? non lo usa nessuno” e completare il taglio… la tattica che ha permesso di eliminare buona parte delle ferrovie italiane.

4 Potenziato con ben due tram in più tutto il giorno e quattro in più al mattino (wow)
7 storico Ritorna anche nei giorni feriali con cinque corse (10.30, 11.30, 15.30, 16.30, 17.30) ma girerà in un verso solo
10 Prolungato da Caio Mario a corso Settembrini (già da ottobre)
12 Limitato in via Bertola anziché Borgo Dora
14b Cambia numero in 63 e prosegue da strada Cacce su strada Drosso sostituendo il vecchio 63 (notate la genialità dell’assessore, che è di Mirafiori Sud: così può dire ai suoi elettori che il 63 non è stato abolito)
18 Deviato per passare davanti a Lingotto FS (via Passo Buole - via Pio VII - Lingotto FS - corso Caio Plinio); limitato a Caio Mario
28 Ridotto a percorso lineare: via Servais - corso Telesio - p. Massaua - v. Vandalino - corso Brunelleschi
41 Nuovo percorso Lingotto FS - Caio Mario - Borgaretto - Stupinigi, serve meglio la palazzina
48 Nuova linea Borgaretto - Beinasco - Ospedale San Luigi
50 Limitato a piazza Derna, poi scendere e prendere il 4
55 Spostato di due isolati per passare davanti alla nuova Porta Susa
57 Prolungato da corso Matteotti alla nuova Porta Susa
60 Passerà su corso Inghilterra andando a fare capolinea a Vinzaglio
61 Prolungato fino a largo Marconi (secondo GTT non serve a nessuno ma fa contenti i commercianti di via Nizza)
62b Abolito e unificato al 62 permettendo di intensificare quest’ultimo
63 Trasformato in navetta 63b e limitato a Caio Mario, poi scendere e prendere il 4
65 Limitato a piazza Bernini, non va più fino a Porta Susa
65b Abolito (via Servais sarà servita solo dal 28)
75 Passerà per via Petrella

Ride for life, per la sicurezza ciclabile

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Tutti i giornali hanno riportato la storia del povero bambino di Milano ucciso da una ragazza che, scendendo da un’auto appena parcheggiata in mezzo alla strada in doppia fila, ha aperto la portiera senza guardare facendolo cadere sotto le ruote del tram che sopraggiungeva. La mentalità autocentrica della nostra società si vede dal fatto che quasi tutti i titoli parlavano di “ucciso dal tram” e non di “ucciso da un’auto in sosta vietata”, anche se i rapporti di causa ed effetto sono chiari; eppure, perlomeno c’è stata un po’ di tardiva attenzione al problema delle auto ormai abbandonate selvaggiamente in qualsiasi angolo delle città.

Io non voglio fare il moralista, anzi pure a me è successo di fermarmi in doppia fila per scaricare o aspettare qualcuno; perlomeno però bisogna usare accortezza e responsabilità verso gli altri, ad esempio facendolo in larghe vie secondarie dove non crea pericolo e disturbo, e non nel mezzo di un viale ad alto scorrimento o di una stradina dove blocca il passaggio. Trovo invece ipocrita il fatto che d’incanto il sindaco Pisapia dopo l’incidente abbia mandato i vigili a multare le auto in quella via, e penso che andrebbe fatta prevenzione in anticipo nei potenziali punti neri.

Proprio per questo, negli ultimi tempi ho presentato alcune mozioni affinché la Città si impegni nella repressione di violazioni attualmente piuttosto tollerate, come ad esempio la svolta a sinistra dal viale centrale dove è vietata, oppure la doppia fila o l’abuso delle corsie preferenziali, e anche l’ingresso e il transito non autorizzato in zone pedonali come via Garibaldi. Al giorno d’oggi è possibile pensare a sistemi automatici di rilevamento delle infrazioni; in parte i vigili li avevano sperimentati, ma ho chiesto di sapere quante multe sono state fatte perché l’impressione è che non abbiano avuto grande applicazione.

Nel frattempo, giovedì sera un gruppo di ciclisti ha inscenato una toccante manifestazione in via Cibrario, una delle strade dove la sosta in doppia fila crea lo stesso pericolo di Milano. Una bicicletta bianca è stata depositata per ricordare l’accaduto e chiedere che si ponga più attenzione a questi rischi. L’unica vera soluzione è che chi guida un qualsiasi veicolo (ma anche chi si sposta a piedi) pensi meno a se stesso e più alla sicurezza anche degli altri; ma fin che questo non accadrà, le amministrazioni hanno il dovere di sorvegliare.

Non tutti sanno che le manutenzioni straordinarie della città di Torino sono finanziate da un mutuo . Cioè quando non si tratta di manutenzioni piccole e capillari , di aggiustamenti al suolo di semplici buche o manomissioni , manutenzioni dette ordinarie, si deve ricorrere al debito.

Vengono individuate aree di intervento dal Comune poi discusse in Commissione e votate in Consiglio di Circoscrizione.

I tecnici ora con la riduzione del badget si parlano, cercano accordi per arrivare a manutenere quello che ancora si può.E se prima l'intervento era possibile in tempo reale, ora si cerca di traslare sullo straordinario anche quello che era ordinario, per forza di cose perchè i soldi sono finiti.

Ora l'idea di togliere manutenzione straordinaria ad una parte del Centro per poter tamponare situazioni di emergenza ai lati della circoscrizione è un tentativo disperato di chi, e lo comprendo, vive ogni giorno con l'angoscia di non riuscire più a mantenere quella parvenza di decenza che il servizio pubblico deve fornire.

Ma allora perchè accettiamo 100.000 euro per il verde pubblico, che sarà utilizzato per una rotonda tra corso Einaudi e corso G.Ferraris, rotonda che con il verde non centra nulla ed è di dubbia utilità?

Perchè non sistemiamo dopo che tutt'intorno è stato riqualificato vedi via Lagrange e via Carlo Alberto, anche via Cavour e via Arcivescovado, dove tra l'altro ci sono piste ciclabili di terza categoria, solo una linea gialla tracciata al l suolo senza cambiare nulla della pavimentazione esistente?

La situazione è criticaP1050567.JPG ma il traffico automobilistico non potrà che aumentare sulle direttrici nord-sud e quindi intervenire per tempo sarebbe auspicabile, senza contare il disagio che il dissestamento di queste due vie danno ai ciclisti che ostinatamente continuano ad usarle nonostante le auto continuamente parcheggiate per quella "commissione di solo 5 minuti" che sembra facciano tutti dai vigili alla polizia dai camioncini privati a a quelli Amiat e così via...


Salviamo i servizi pubblici di Torino

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Nessuno lo sa, eppure è vero: nel giro di un paio di settimane Torino perderà di fatto il controllo dei propri servizi pubblici. Già lunedì 7 novembre in Consiglio Comunale PD, SEL, IDV e Moderati approveranno la cessione del 100% di Amiat, TRM (inceneritore) e GTT alla holding Finanziaria Città di Torino SpA, la quale ne darà in garanzia una parte per ottenere dalle banche un prestito che verrà girato al Comune per tappare i buchi del 2011 e del 2012. La finanziaria provvederà poi a vendere entro marzo a privati il 40% di queste aziende, ripagando il prestito (se tutto va bene).

Non vi tragga in inganno il fatto che il Comune tratterrà (per ora) il 60% delle quote. Questo è già avvenuto in altri casi di privatizzazione, come l’aeroporto e le farmacie comunali; in entrambi i casi, però, è stato stipulato un patto parasociale per cui a comandare è il privato. Di fatto è un ulteriore favore: il privato paga per il 40% ma comanda per il 100%. L’unica banca disposta a finanziare l’operazione - Unicredit - ha chiesto di controllare addirittura l’intera holding.

I rifiuti finiranno quasi certamente nel calderone Iren - e se oggi è difficile farsi ascoltare da Amiat per le strade sporche o i cassonetti mancanti, figuratevi quando dovrete chiamare un call center a Reggio Emilia. La TARSU aumenterà senz’altro, visto che attualmente il Comune paga ad Amiat meno di quanto costa il servizio di raccolta; ora Amiat compensa con altri guadagni, ma un privato certo non lavorerà in perdita. L’inceneritore, una volta privato, avrà come unico obiettivo bruciare qui più rifiuti possibile. I trasporti finiranno come l’aeroporto, dove da dieci anni comanda Benetton che ha trasformato lo scalo in aerogrill: pochi voli e tanti negozi, utili elevati per gli azionisti, e i torinesi costretti a volare da Malpensa o da Bergamo.

Perdipiù, questa privatizzazione avviene a pochi mesi da un referendum votato da 27 milioni di italiani, che diceva esattamente l’opposto: i servizi pubblici essenziali devono rimanere pubblici. Il 14 settembre, zitto zitto, il governo ha reintrodotto la norma abrogata dal referendum, obbligando a privatizzare entro marzo. I partiti che governano Torino, che a giugno erano in piazza a farsi belli con il voto degli italiani, ne sono stati talmente addolorati che il 7 ottobre avevano già approvato in giunta la privatizzazione.

Ma da qui a marzo non saranno in vendita solo le nostre aziende, ma quelle di tutta Italia: una vera svendita in blocco del patrimonio pubblico, che ovviamente comporterà incassi bassissimi per i Comuni, e grandi guadagni per i privati che compreranno. I soldi incassati pagheranno qualche debito e poi saremo da capo. Anche chi non ha pregiudizi di principio contro i privati deve riconoscere che questo è un pessimo momento e un pessimo modo per privatizzare.

Lunedì pomeriggio, insieme al comitato referendario per l’acqua pubblica e a quello contro l’inceneritore, abbiamo organizzato un primo presidio sotto il Municipio; lo ripeteremo il 7 novembre. Ma è la città che deve svegliarsi, nonostante il silenzio complice dei mezzi di informazione. Invece di farsi da parte, i politici svendono la città per mantenersi il castello dorato ancora per un po’. E quando ci saremo venduti tutto?

Una risata seppellirà il Tav

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Si erano proprio sbizzarriti, i politici torinesi, nell’associare il movimento No Tav alle violenze di Roma, nel descrivere uno scenario in cui centinaia di violenti d’Italia e d’Europa si sarebbero radunati a Giaglione per la manifestazione di oggi. Cota: “Abbiamo ragione di ritenere che ci sia una strategia per ripetere la violenza che abbiamo visto a Roma”. Fassino: “Il prefetto faccia luce sui black bloc in valle, le violenze di Roma siano un monito per tutti”. Saitta: “Il movimento No Tav annuncia di fare azioni eversive”. Idem i giornali, a partire da Repubblica: “I No Tav violenti pronti alla lotta”.

Tutto questo era sfociato in un imponente schieramento di 1700 agenti (pagati da tutti noi) e in una assurda ordinanza del questore che vietava di fatto il corteo: prevedeva “il divieto di accesso a tutti i sentieri… che conducano all’area di cantiere” e “divieti di transito ed accesso nelle strade comunali di Giaglione per Frazione San Rocco e Frazione San Giovanni”, quelle che portano a Chiomonte, con tanto di sparata: “le aree oggetto di divieto saranno comunque precluse da sbarramenti invalicabili”.

Oggi, il movimento No Tav non ha solo battuto lo Stato: l’ha reso ridicolo. Ha svilito politici e giornalisti, perché diecimila persone a volto scoperto sono sfilate per valli e sentieri, si sono schierate a due metri dal cantiere, hanno attraversato interi schieramenti di poliziotti senza che volasse in aria nemmeno una castagna - altro che black bloc e violenze.

E ha svilito i tutori dell’ordine: diecimila persone hanno imboccato tranquillamente la strada di San Giovanni, fregandosene del questore. Hanno attraversato la frazione, preso i sentieri vietati, tagliato la prima rete di recinzione, con la semplice forza del numero. Hanno aggirato il secondo sbarramento prendendo i sentieri, chi sotto verso il fiume, chi sopra verso la montagna.

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A quel punto (13:05) la Digos ha detto ai giornali che il primo “sbarramento invalicabile” non era poi così importante, era “simbolico”, ma il terzo sbarramento, il ponticello sul rio Clarea, era insuperabile: “Il limite è inviolabile, chi tenterà di superarlo sarà denunciato”. Non hanno fatto nemmeno in tempo a dirlo e hanno scoperto che il corteo era già alle loro spalle, attraversando il rio presso uno dei tanti guadi. Si sono dovuti arrendere; mezz’ora dopo migliaia di persone erano davanti e dentro la storica baita “abusiva”, tre chilometri dentro la zona rossa e dentro l’area ufficiale del cantiere, dove hanno allegramente organizzato una grande polentata.

La polizia ha chinato la testa e ha addirittura rimosso i suoi stessi sbarramenti, permettendo il deflusso dei manifestanti per la via maestra; una marea umana ha sciamato sul ponte del Clarea in mezzo a uno schieramento di poliziotti scornati, a cui peraltro va la mia solidarietà, perché la figuraccia è solo la conseguenza delle scelte insensate dei loro capi e dei politici.

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Il movimento No Tav ha dato una grande prova all’Italia: con la disobbedienza civile, nonviolenta e determinata di migliaia di persone unite, anche le barriere militari diventano inefficaci. Ora gli uomini dello Stato dicono che i divieti da loro imposti erano simbolici, che in fondo non è stata violata l’ultima recinzione interna del “cantiere” (che, ricordiamo, è solo un piazzale pieno di camionette, perché non c’è traccia di lavori in corso, e peraltro occupa terreni privati mai espropriati ma occupati grazie a una ordinanza “di emergenza” che si trascina da mesi), che se non è successo niente è merito di politici e questure (dopo che hanno soffiato sul fuoco per una settimana).

Così facendo, si rendono sempre meno credibili, da soli. Se sapremo mantenere questa via, presto lo Stato saremo di nuovo e davvero noi; e una risata seppellirà il Tav.

L'ambiente e i trasporti secondo Fassino

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Una delle difficoltà di fare il consigliere comunale è quella di doversi confrontare continuamente con tante piccole questioni, senza avere il tempo o la possibilità di discutere il quadro generale. E’ anche un po’ frustrante - sei qui per cambiare il mondo, ma al massimo puoi perdere mezzo pomeriggio per cercare di cambiare la posizione delle rampe di un parcheggio sotterraneo; anche se, d’altra parte, il grande cambiamento parte dalle piccole cose e almeno puoi ottenere qualcosa di concreto.

Nella calma del sabato mattina, allora, provo a dipingere velocemente un quadretto delle politiche urbanistiche della nostra città come emergono dagli ultimi dieci giorni di attività. Lunedì scorso, in Consiglio, è stata approvata la costruzione dell’ennesimo parcheggio sotterraneo in centro, sotto la metà occidentale di piazza Carlina, destinato a box per chi vive o lavora nella zona. Noi abbiamo invano sostenuto che era un errore; siamo stati gli unici a votare contro (anche il centrodestra era favorevole).

L’errore non sta secondo noi nell’idea in sé di costruire parcheggi sotterranei, che in certe situazioni può avere senso; ma nel fatto che manca una pianificazione complessiva. Non solo noi non sappiamo nemmeno quanti parcheggi sono stati o saranno costruiti in zona (ci sono ancora dei posti in vendita in piazzale Valdo Fusi, anche se la dirigenza comunale si è giustificata dicendo che li avevano tenuti da parte per non metterne in vendita troppi insieme e non far scendere i prezzi… bella filosofia per un ente pubblico…); non solo non sappiamo se e quando sarà costruito un parcheggio gemello sotto l’altra metà della piazza, duplicando danni e disagi; ma in questi mesi la nuova giunta ha già annunciato per la mobiità in centro di avere in testa di tutto e di più - pedonalizzazioni, aree sosta riservate ai residenti, road pricing per chi arriva da fuori, revisione del trasporto pubblico - e dunque può benissimo essere che ora si approvi il parcheggio e tra tre mesi si scopra che la zona diventa pedonale o che chi non è residente non può più entrare in centro e dunque i parcheggi non mancano più.

Peccato che ci fosse di mezzo il vil denaro: facendo il bando, si riescono a incassare 750.000 euro di compensazioni. Il piatto piange, quindi si va avanti senza indugio; noi abbiamo presentato una mozione per sospendere ulteriori parcheggi per alcune settimane, fino ad una pronta definizione della nuova mobilità del centro, ma è stata bocciata senza discussione dalla maggioranza. Finora l’unica proposta dell’opposizione in materia che la maggioranza ha deciso di appoggiare è una rotonda a un incrocio; veniva dalle liste Coppola-Rabellino, evidentemente per il PD loro sono un interlocutore politico più affidabile.

Sarebbe bello parlare di viabilità e trasporti, ma la relativa commissione è intasata di palazzi da costruire e dunque non ce n’è mai il tempo. Si è finalmente riusciti a farlo per una seduta, argomento il sistema ferroviario metropolitano - la rete di treni che dovrebbe convincere chi abita a Rosta, a Volpiano o a Trofarello a non prendere la macchina per venire a Torino. Potete leggere le mie note, ma la morale è una sola: servono 300 milioni di euro per mettere in piedi il tutto, di cui 160 per lo spreco del tunnel sotto corso Grosseto (di cui vi racconto ormai da più di un lustro), 40 per finire le stazioni Dora e Zappata, 80 per comprare i treni (che ci mettono 3-4 anni ad arrivare). I 300 milioni di euro dovevano arrivare come opere collaterali al TAV, ma il governo non li ha mai stanziati.

Insomma, i soldi non ci sono e il servizio non partirà mai, a parte rinominare “linee FM” quelle che già oggi esistono; l’unico effettivo contributo della giunta Fassino ai trasporti torinesi sarà far costruire nuovi parcheggi sotterranei in centro, presumibilmente aumentando allo stesso tempo il biglietto del pullman a 1,50 euro, come già avvenuto a Milano. Ottima politica contro traffico e inquinamento!

Per questo, già da un paio di settimane, abbiamo presentato una interpellanza che chiede all’assessore Lavolta se esista un piano dell’amministrazione contro i prevedibili picchi di inquinamento invernali, e quale sia. Ci sembra il minimo che ci si pensi per tempo, evitando i tira e molla e i blocchi del traffico decisi all’ultimo secondo… Avevamo chiesto di parlarne in aula lunedì prossimo, ma l’assessore ci ha detto che è troppo presto e non è pronto a rispondere. Ne risponderà invece mercoledì in commissione; abbiamo chiesto di poter riprendere il suo intervento e, nonostante il parere favorevole del presidente di commissione, molti capigruppo si sono opposti perché le nostre riprese potrebbero essere false e tendenziose.

Abbiamo poi capito perché non se ne può parlare fino a mercoledì alle 12:30; è improvvisamente uscito un annuncio sui giornali, secondo cui gli assessori mercoledì mattina definiranno il famoso piano in un incontro… con le associazioni dei commercianti. Appreso dunque che le politiche ambientali sono decise in funzione di massimizzare il fatturato degli acquisti natalizi, non ci stupiamo più che Torino resti la città più inquinata d’Italia.

Unire i puntini è importante: mi sembra che ne venga fuori un bel quadretto.

Come consigliere comunale, ricevo ogni genere di segnalazione - dai problemi più grandi a quelli più piccoli - e cerco comunque di stare dietro a ognuna. Quella che mi è arrivata in settimana su Facebook vince però il premio della più strana: sulle targhe della via che il quartiere Pozzo Strada dedica alla Sacra di San Michele, il nome del monumento è scritto sbagliato.

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All’inizio non ci volevo credere, anche perché sono cresciuto proprio in questa zona. Oggi però passavo di lì e sono andato a controllare: è proprio vero! Sia le targhe vecchie - quelle in marmo degli anni ‘60 - che le targhe nuove - quelle appese e con la superficie catarifrangente - recano l’indicazione sbagliata, per di più con varianti tra “via Sagra di San Michele”, “via Sagra San Michele” e “via Sagra S. Michele”.

Escluso che la città voglia celebrare non il monumento simbolo del Piemonte ma una qualche festa paesana dedicata al santo, mi sono chiesto chi fosse l’ignorante che aveva sbagliato le targhe, e come fargli pagare la correzione. Tuttavia, una simile uniformità - tra targhe comunque realizzate in momenti diversi nell’arco di cinquant’anni - è davvero strana, e allora ho fatto qualche ricerca via Web.

E ho scoperto che anche sul geoportale del Comune - che dovrebbe essere la fonte ufficiale - il nome della via è scritto con la “g”, così come su Tuttocittà; mentre risulta scritto con la “c” su Google Maps e anche sulle mappe dei trasporti pubblici pre-1982, dove la via era riportata in quanto ospitava l’anello di capolinea del tram numero 5 (incidentalmente, dopo trent’anni i binari sono ancora lì). In generale, nell’uso comune compaiono entrambe le forme.

A questo punto il mistero s’infittisce, e le ipotesi possibili sono due: o qualcuno in Comune ha fatto un errore che si è poi trascinato da un documento all’altro, oppure la via, che compare per la prima volta nel piano regolatore del 1908, è stata effettivamente intitolata alla “Sagra di San Michele” con la “g”. Difatti, i termini “sacra” e “sagra” dell’italiano contemporaneo sono la specializzazione dello stesso termine, che nell’italiano ottocentesco veniva spesso scritto indifferentemente nei due modi anche in altre derivazioni (“sacrestia” e “sagrestia”, “sacrifizio” e “sagrifizio” e così via), ed è possibile che cent’anni fa considerassero corretta la versione con la “g”.

Certo, al giorno d’oggi la cosa fa un po’ ridere e dunque si potrebbe anche correggere la dicitura e poi, piano piano, anche le targhe… Girerò la segnalazione agli uffici e vediamo cosa ne viene fuori; comincio però a capire perché tra i consiglieri comunali “veterani” la toponomastica sia l’argomento che più viene considerato rognoso… Però ci sono anche dei vantaggi: chissà che, dopo quasi trent’anni di espressioni tipo “?” (era all’angolo della mia scuola media), non riesca a capire perché Torino abbia dedicato una via al poeta romeno Vasile Alecsandri!

Mercato "Vintage" e parcheggio sotterraneo Gran Madre

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Durante la breve seduta della III Commissione Circ8 Torino del 12/07 scorso il coord. De Masi annuncia l'intenzione di prorogare di 3 mesi (in attesa delle novità gestionali che il nuovo assessore comunale competente deciderà) la concessione all'associazione che gestisce la manifestazione del mercatino "vintage" (ogni 3a domenica del mese) peraltro elevando da 57 a 62 gli espositori con estensione in via Villa della Regina.
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Io ho visitato questo mercatino periodico tematico diverse volte, rilevo che si tratta di sicuro di classico modello d'elite per clienti facoltosi. Non è il mio genere, dato il livello molto elevato di prezzi etc..
La location, azzeccata, dona un bella atmosfera durante tutta la giornata garantendo una buona affluenza nello spazio pubblico del parcheggio dietro la chiesa.
Tuttavia la stessa piazza è area interessata alla realizzazione di parcheggio sotterraneo, per il quale il Consiglio di Circoscrizione 8 ha espresso recentemente parere favorevole, con le sole astensioni di 3 consiglieri, ponendo 4 condizioni inerenti tempi del cantiere e in generale suggerimenti per la collocazione delle rampe!
Assolutamente ignorati i problemi segnalati dai cittadini che hanno raccolto 1300 firme contro un opera pubblica per 187 posti auto (90 in vendita ai privati e 97 a rotazione):
- La delicatezza dell'area in questione per il suo contesto storico e ambientale, che non dovrebbe ammettere pesanti interventi infrastrutturali, critici anche dal punto di vista idrogeologico e capaci perfino di mettere in crisi la stabilità dello stesso edificio della chiesa della Gran Madre, che palesa alcuni segni di cedimento;
- La sostanziale inutilità di tale parcheggio, che non è certo atto a risolvere i problemi del traffico e dei parcheggi in quest'area, ed anzi rischia di crearne di ulteriori, mentre i flussi di auto in arrivo dalla collina andrebbero "drenati" prima di arrivare nella piazza;
- La creazione di rampe di accesso al parcheggio in via Villa della Regina, già perennemente intasata dal traffico, e in via Lanfranchi, le griglie di aerazione, le uscite pedonali, che avranno certo un notevole impatto;
- Il non senso di un'operazione che si spaccia per "pedonalizzazione" e "riqualificazione", ma servirà soprattutto a far vendere un po' di posti auto pertinenziali a qualche decina di privati acquirenti da parte dei costruttori che vinceranno il bando, senza incidere in modo sostanziale sulle criticità della sosta in tale area, mentre in piazza Vittorio è già stato creato un vasto parcheggio pubblico interrato che ha ancora cospicue capienze non utilizzate. Non ci pare neppure una ragione sufficiente a giustificazione del parcheggio il fatto che entrino un po' di risorse nelle casse comunali, con la cessione dei diritti di superficie, a fronte di un'operazione così invasiva ed un cantiere che durerà non meno di un triennio.

fonte
Ma torniamo al mercatino Vintage. Il consigliere Addonisio pone il problema della ricollacazione del mercatino in occasione dei lavori previsti per il parcheggio sotterraneo. Il Sg. Abera, presidente commercianti parte Sud Via Madama Cristina intervenuto alla Commissione, propone intelligentemente come alternativa la caserma di Via Asti.
Possibile che ormai questo progetto di parcheggio sia una realtà accettata e condivisa da tutto i nostri rappresentanti politici locali?
Nonostante la raccolta firme continui???
Io non sono d'accordo!

Fassino bum bum e la chiusura di Porta Nuova

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Come sapete, il consiglio comunale di Torino è ancora in ferie; l’ultima commissione si è riunita il 29 luglio e la prossima sarà lunedì mattina. L’Italia, tuttavia, non si ferma, e nemmeno apprezza queste cinque settimane di ferie; e allora, che fare?

E’ semplice: basta far finta di lavorare, e anzi sfruttare la mancanza di notizie politiche per occupare i giornali amici con la classica “politica degli annunci” imparata da Berlusconi: ogni giorno, a turno, spararne una grossa per ottenere l’agognata “visibilità”. E così, Fassino e i suoi assessori da alcuni giorni si danno il cambio ad annunciare di tutto un po’.

Il punto più basso - mi ha fatto veramente incavolare - l’ha toccato secondo me l’assessore allo Sport Gallo, che sabato scorso è passato con un lungo servizio al TGR Piemonte nel quale si raccontava come egli, a nome della Città, abbia donato un “kit” al velista professionista Marco Nannini, reduce da un fantozziano disalberamento dopo sole due ore di gara nel Rolex Fastnet 2011, per accompagnarlo nelle sue prossime competizioni. E io a chiedermi: ma con tutte le volte che mi avete detto che non ci sono i soldi per l’assistenza, per le strade, per i servizi, ma perché dobbiamo spenderne (anche pochi, la quantità non importa) per fare un regalo a un ex banchiere della City, che manco risiede a Torino, e che di mestiere gira gli oceani… solo perché così l’assessore può passare per due minuti al telegiornale?

La sparata più grossa tuttavia l’ha fatta il sindaco, annunciando di avere deciso di chiudere la stazione di Porta Nuova per farci, indovinate un po’, un centro commerciale, seguito da palazzine nello spazio occupato dai binari. A parte la scarsa fantasia, io mi sarei aspettato che una decisione del genere fosse perlomeno discussa col consiglio comunale prima di essere annunciata, anche perché non mi pare di averla letta nel programma che Fassino ha presentato solo a luglio. Evidentemente Fassino considera i consiglieri comunali della sua maggioranza degli yes-men, dando per scontato che, se lui così vuole, loro pigeranno i pulsanti per approvare senza aprire bocca; e ritiene, come da abitudine del PD, che il dialogo con l’opposizione e le relative procedure democratiche siano un fastidio inutile.

Ora, esaminiamo meglio nel dettaglio questa sparata. C’è qualche problemino tecnico: si dice che i treni che ora partono e arrivano da Porta Nuova (stazione con venti binari) partiranno invece da Porta Susa e Lingotto. Peccato che Porta Susa abbia solo sei binari, e che siano già ampiamente prenotati per il traffico attualmente previsto (ricordate che per una decina d’anni, secondo questa gente, dovrebbero pure passarci le famose millantamila tonnellate di merci provenienti dal Tav Torino-Lione).

L’idea sarebbe allora di far partire e arrivare i treni a Lingotto, per fermarsi a Porta Susa giusto il tempo per caricare i passeggeri. Ora io lo voglio proprio vedere, un bel Torino-Lecce estivo che deve caricare tutti in un minuto per liberare il sotterraneo di Porta Susa; e poi, se il treno va a Genova o a Piacenza o a Savona o a Modane cosa fa, parte da Lingotto, va a Porta Susa e poi torna indietro? Ma anche così facendo, Lingotto ha comunque solo quindici binari, già in buona parte utilizzati. Dove li mettiamo i treni di Porta Nuova?

Capite insomma che questa gente parla senza sapere? L’unico scenario in cui una roba del genere può stare in piedi è quello in cui si elimina la gran parte del traffico ferroviario di medio-lungo raggio da e per Torino, lasciando solo i treni suburbani e l’alta velocità, e privando la città dell’ottimo servizio - sia per il traffico business che per i turisti - di una stazione a distanza di camminata da tutto il centro.

In compenso, così gli amici potranno realizzare una grande speculazione edilizia e commerciale, usufruendo oltretutto di costosi servizi pensati per la stazione - la metropolitana, il tram 4, il parcheggio sotterraneo per il quale hanno anche abbattuto l’alberata di via Sacchi - mentre noi dovremo pagare di nuovo per ricrearli a Lingotto, la stazione più irraggiungibile della città.

C’è davvero da sperare che sia solo una sparata estiva per finire sul giornale… nel dubbio, però, abbiamo prontamente presentato due interpellanze (qui e qui) e vediamo che spiegazioni tireranno fuori.

Varie sui trasporti

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Ho capito che il lavoro di consigliere comunale, a pieno regime, è assolutamente a tempo pieno, tanto che manca persino il tempo per raccontare tutto quello che facciamo; stamattina sono entrato nella prima riunione alle 9, sono uscito dall’ultima alle 15:45 (con venti minuti di pranzo in mezzo), fino alle 17:15 ho scritto due interpellanze e smazzato posta e questioni varie, poi ho preso il pullman e sono andato al consiglio circoscrizionale aperto sugli allagamenti della Falchera, restando lì fino alle 20:30.

Siccome però quel che non viene raccontato non esiste, cerco lo stesso di dire in giro quel che vedo, se non altro tramite aggiornamenti di stato su Facebook (so che non è l’ideale ma è il metodo più gestibile che ho). Poi quando riesco faccio un post tematico.

Ad esempio, ora vi riassumo in breve le attività sul fronte mobilità. Lunedì scorso, l’assessore Lubatti ha risposto in aula alla mia interpellanza sui treni regionali Torino-Milano; ha esordito dicendo che non sono di sua competenza, e questo lo sapevo già, l’avevo pure scritto nell’interpellanza; poi ha cominciato a parlare del servizio ferroviario metropolitano. Alla fine io gli ho detto che il senso dell’interpellanza è che il Comune non si limiti a segnalare alla Regione e a Trenitalia le segnalazioni dei problemi (cosa che lui peraltro ha promesso di fare), ma che faccia anche pressione politica e morale perché vengano affrontati; siamo rimasti che a settembre vedremo di audire le varie parti coinvolte.

Nel frattempo, ho presentato una nuova interpellanza a proposito della metropolitana; in pratica i grossi temi sono due - il primo è il crescente sovraffollamento, e chiedo lumi sui margini esistenti per aumentare la capacità nel medio-lungo termine e su eventuali piani in materia; il secondo è l’opportunità di tanti piccoli miglioramenti a basso costo. Per esempio, si potrebbero segnalare meglio le porte adatte a chi entra con passeggini e carrozzine; si potrebbero togliere una parte degli strapuntini, che vengono costantemente occupati anche quando la carrozza è piena e non si riesce più a passare dalla porta; si potrebbe indicare con più chiarezza di stare fermi a destra sulle scale mobili per farsi passare a sinistra; si potrebbero mettere al piano tornelli degli schermi che indichino i prossimi passaggi dei mezzi pubblici nelle varie fermate della zona; si potrebbero avere macchine venditrici dove sia umanamente possibile pagare con la carta di credito e comprare qualcosa di più complesso di un biglietto di corsa semplice; e poi c’è l’annoso problema del portare le bici in metropolitana, eventualmente gestibile con una integrazione tra metro e bike sharing. Insomma, io di idee gliene dò, si spera che ne facciano buon uso.

Oggi ho poi presentato una ulteriore interpellanza sulla vicenda della linea storica di tram numero 7, semplicemente per sapere quali fossero i costi e i numeri dei passaggi e dunque per capire se abbia davvero così senso cancellarla nei giorni feriali, come hanno appena fatto, proprio nel periodo di massimo afflusso turistico.

Stamattina peraltro Lubatti è venuto in II commissione e così ci ha esposto un po’ di prospettive su viabilità e trasporti, che posso riassumere in due punti principali: ci saranno sempre più buche per le strade perché ci sono sempre meno soldi per ripararle (la relativa voce di bilancio è passata dai 7 milioni di euro del 2001 ai 2 milioni di euro di quest’anno); ci saranno sempre meno pullman perché la Regione sta tagliando i fondi (-12% in tre anni). A fronte di questo taglio, la scelta è se tagliare i mezzi pubblici, aumentare il biglietto o entrambe le cose; Lubatti si è anche detto intenzionato a mettere in piedi una profonda razionalizzazione che potrebbe includere un ridisegno generale della rete dei trasporti pubblici, come quello che fu fatto nel 1982.

Secondo me (e questo è ciò che ho detto in commissione) un momento di crisi come questo si può affrontare in due modi, quello rassegnato e quello coraggioso. Nel modo rassegnato, si comincia a tagliare il servizio e si derubricano i trasporti pubblici a “sistema residuale per sfigati” che nessuno usa se non è proprio costretto, come è negli Stati Uniti (anzi era, perché pure lì si stanno convertendo). Nel modo coraggioso, invece, si scaricano le necessità di nuovi fondi non sul trasporto pubblico ma su quello privato, ad esempio aumentando il costo della sosta, in modo da mantenere inalterata la qualità dei mezzi pubblici e contemporaneamente disincentivare l’uso dell’auto. Naturalmente il secondo è (almeno in prima battuta) impopolare, per cui ho pochi dubbi su cosa sceglieranno di fare.

La lavanda non si tocca

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Solo chi ha frequentato la Libera Repubblica della Maddalena conosce il vero senso di questo slogan, in ossequio al quale una serie di omoni che spostavano interi tronchi a cavallo della strada (le barricate venivano messe la sera e smontate al mattino per permettere l’accesso ai contadini e ai vignaioli) si muovevano in punta di piedi per evitare le piantine di lavanda coltivate in un fazzoletto di terra proprio accanto all’ingresso.

Ora che il territorio della Maddalena è passato dalla Libera Repubblica allo Stato italiano, tutto è stato calpestato e devastato; a parte cagare nelle tende per dispetto, a parte sfasciare la nostra roulotte e bruciare il camper No Tav solo per vendetta, ora la nuova gestione non permette più l’accesso nemmeno ai proprietari dei terreni, nemmeno a quelli che non fanno parte di nessun movimento e vorrebbero solo evitare che il proprio campo o la propria vigna andasse in malora, come puntualmente sta accadendo. Il prato recintato che nasconde il villaggio neolitico della Maddalena, che durante il presidio era sacro, ora è stato usato come parcheggio per i blindati e rovinato forse irrimediabilmente; il museo è stato trasformato in caserma. Tutto questo senza aprire un metro di cantiere, anche perché l’area recintata non è quella dove devono iniziare lo scavo, ma quella militarmente più definibile; al momento non c’è nessun cantiere, solo truppe.

In tutto questo, ieri è uscito un video dove si vede benissimo il trattamento riservato dalla polizia ai fermati, trascinati per centinaia di metri mentre i poliziotti si avvicinano e li prendono a calci e bastonate, nonché una sassaiola da parte degli stessi poliziotti. A me non interessa tanto parlare di chi ha ragione o chi ha torto, interessa far notare che quello che è avvenuto a Chiomonte non assomiglia tanto a una operazione di polizia, quanto a uno scontro tra due eserciti sovrani, per quanto con grande differenza di mezzi militari: una guerra civile.

Prima o poi doveva accadere

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Oggi abbiamo ricevuto la nostra prima lettera anonima di ingiurie, anzi due, una indirizzata al “Movimento Grillo 5 Stelle” e una personalmente a me. Sono scritte dalla stessa mano, ripetono all’infinito che “No Tav = merde” e danno al sottoscritto del “bastardo”, e così via.

Credo che si tratti di un semplice squilibrato e non do certo peso a queste cose, però in un momento in cui le lettere minatorie volano da ogni parte (son quasi deluso che nella mia non ci fossero proiettili) mi pare opportuna una riflessione: che i toni di questa faccenda sono diventati davvero troppo alti, da parte di quasi tutti. So che non tutti hanno gradito il nostro comunicato della scorsa settimana dopo gli scontri di Chiomonte, giudicandolo troppo poco schierato contro la polizia, ma continuo a pensare che chi ha assunto ruoli istituzionali debba portare per quanto possibile parole di calma e di pace.

Certo, stamattina abbiamo “audito” Virano, insieme a due commissioni del Consiglio Comunale, ed è stata un’esperienza frustrante; lui ha avuto un’ora e mezza per parlare, poi a noi sono stati concessi due minuti per fare domande - che io peraltro ho devoluto al professor Angelo Tartaglia, che è stato così gentile da venire in qualità di nostro esperto.

Virano è un ottimo affabulatore, e ha i media ufficiali ai suoi piedi (vedasi lo spot senza contraddittorio che anche oggi gli ha dedicato La Stampa); la verità è che anche i consiglieri della maggioranza sono usciti dalla sala piuttosto perplessi per la quantità di fattori indefiniti che ormai aleggiano attorno al progetto. A fronte delle richieste di giustificare il senso economico dell’opera, lui ha risposto “stiamo ultimando il nuovo business plan”… adesso?

La perla per me poi è stato il nuovo fasaggio dei cantieri, secondo cui la linea dovrebbe entrare in servizio nel 2025 avendo realizzato solo il tunnel di base e la galleria Buttigliera-Rivalta-Orbassano, e così restare per cinque o dieci anni. In pratica, tutto questo fantasmagorico traffico che rende necessario investire 20 miliardi di euro nel Tav sarebbe talmente esiguo da poter tranquillamente entrare nel passante ferroviario di Torino, nonostante esso sarà (da piani) già occupato da un treno ogni pochi minuti per il servizio ferroviario metropolitano, e dove i merci sfreccerebbero tranquillamente davanti ai marciapiedi sotterranei di Porta Susa pieni di gente in attesa del treno. Mah…

Giornalista straniero, cercasi disperatamente...

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Il tentativo di criminalizzazione del Movimento NO-TAV in questi giorni è forte, fortissimo.

Se dobbiamo imparare dalla storia sappiamo come un movimento pacifico e con forti motivazioni come quello No-Global fu, con i fatti di Genova, letteralmente spazzato via. Con lui, tutti gli altri movimenti furono comunque indeboliti e anche il tentativo di creare la rete Lilliput da parte di Padre Alex Zanotelli, fallì.

Ora ci aspettano tempi terribili in cui tutte le nostre certezze come il diritto alla salute, allo studio alla pensione, potrebbero, anche in un tempo breve, non essere più certezze, veramente la lotta No-Tav assume una connotazione diversa da quella da cui eravamo partiti, di stampo prettamente territoriale, diventando un modello di sviluppo, che allo stato attuale è inaccettabile, economicamente inaccettabile e non solo per i valsusini , ma per tutti gli italiani.

Ma troppa attenzione alla battaglia ci fa perdere l'obbiettivo che è vincere la guerra, fermando l'opera in modo non-violento e in un sol colpo salvare la Valle e ancor più l'economia del Paese.

Ora se la stampa italiana è devotamente schierata contro il Movimento raccogliamo foto, filmati, testimonianze di come realmente sono andati i fatti, dei lacrimogeni CS sparati ad altezza uomo delle violenze gratuite ed dello scherno a cui è stato sottoposto il Movimento, tutte le tende posate sul piazzale della Comunità Montana tagliate e inzozzate di escrementi.

Allora facciamo arrivare tutto questo materiale ai giornali stranieri , non ci sarà un giornalista onesto in tutta Europa?

I treni che non fermano mai

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Ci sono molte cose che danno fastidio della vicenda Arenaways, un caso da manuale di protervia all’italiana: una finta privatizzazione fa in modo che la società monopolista di fatto nei servizi all’utente finale sia cugina di e continuamente favorita da quella che gestisce la rete e che dovrebbe fornire accesso imparziale a tutti.

Ma è anche una dimostrazione di come lo Stato, mettendo le mani nei servizi con buone intenzioni, finisca per fare danno. Infatti, il motivo per cui ad Arenaways non viene permesso di fare le fermate intermedie tra Torino e Milano è quello di non fare concorrenza ai regionali di Trenitalia, perché questi ultimi fanno parte del pacchetto sovvenzionato dalla Regione Piemonte, e dunque se perdono incassi la Regione deve compensare la perdita.

La cosa ridicola è che la Torino-Milano in realtà è una delle poche linee regionali dove non sono necessarie sovvenzioni, anzi i treni viaggiano sempre strapieni: una gallina dalle uova d’oro. L’accordo, però, prevede che i lucrosi utili di questa linea vengano usati per coprire i buchi delle linee secondarie del Piemonte. In pratica, i torinesi che vanno a Milano devono viaggiare pigiati su treni vecchi e sporchi per pagare un servizio migliore ai biellesi o ai cuneesi; e per garantire questo meccanismo lo Stato vieta ad Arenaways di fare concorrenza, costringendola a treni che vanno lenti come i regionali, ma non fermano mai.

Cercando una soluzione per non morire, ora Arenaways cambia linea: il sabato e la domenica fa un treno del mare Santhià-Torino-Genova-Livorno, grazie a un accordo con la Regione Liguria, stufa del peggioramento del servizio Trenitalia da Torino verso il suo mare dopo che praticamente tutto ciò che da Torino non era ad alta velocità è stato eliminato. Bene, direte voi, finalmente il mercato funziona: chi c’è non offre un buon servizio e allora arrivano i concorrenti.

E invece no, anche qui arriva la mentalità italica: ed è tutto un susseguirsi di piccoli sabotaggi, come racconta l’articolo della Stampa. In un paese civile, l’amministratore delegato Mauro Moretti, che ha dichiarato che effettuerà ritorsioni contro la Liguria per aver permesso le fermate di Arenaways, sarebbe indagato per turbativa di mercato. Invece, da noi si becca pure la solidarietà dei pendolari liguri, che non guardano più in là di un palmo dal proprio naso. Deprimente.

P.S. Anche se il Comune su questa materia può fare soltanto pressioni morali verso la Regione, presenterò senz’altro una interpellanza.

PresidioChiomonte
Sembra evidente che all'interno della maggioranza non ci sia una posizione univoca sulla questione T.A.V.

Chiediamo pertanto chiarezza, con una presa di posizione netta e precisa, in merito alla realizzazione di quest'opera da parte di chi non si è ancor assunto tale responsabilità, forse a causa delle forze con le quali si è dovuto alleare allo scopo di ottenere risultati elettorali maggiormente favorevoli, in particolar modo Sel e Idv.

Ribadiamo che per il MoVimento 5 Stelle il T.A.V. è un'opera inutile, uno spreco di denaro pubblico immane, i cui costi ambientali ed economici saranno superiori ai benefici.

Apprendiamo inoltre oggi dai giornali che Coppola ha richiesto a Fassino di "sottoscrivere e votare nel primo consiglio comunale la sua mozione Pro-Tav". Certamente cercheremo di far valere anche noi la nostra posizione sull'opera, presentando al più presto una mozione che evidenzi le motivazioni di contrarietà.

Vista l'imminenza della questione e per poter eventualmente votare in modo maggiormente consapevole e responsabile, invitiamo tutti i consiglieri neo-eletti e assessori freschi di nomina LUNEDI' 6 GIUGNO alle 16:00 alla visita guidata al presidio No Tav della Maddalena affinché possano rendersi conto di persona delle ragioni e dei modi d'azione del popolo No Tav, al di là della propaganda e delle strumentalizzazioni.

Firmato
Chiara Appendino
Consigliere comunale MoVimento 5 Stelle Torino

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Ufficio Stampa - MoVimento 5 Stelle TORINO

Dalla notte al giorno

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Ci sarebbe molto da raccontare di queste ore frenetiche… quella del presidio No Tav, di notte tra amici in una quiete irreale aspettando un cataclisma ignoto che forse non arriverà mai, è davvero un’esperienza unica che vi consiglierei di vivere; se avete paura del caos, potete venire per cena (portando cibo o bevande con cui contribuire…) e andare via prima di mezzanotte. Basta arrivare a Chiomonte per la statale, entrare nel paese per la via principale, girare per la frazione Ramats e lasciare l’auto lungo i tornanti in discesa… completare la discesa a piedi, dopo il ponte girare a destra et voilà, eccovi nella Libera Repubblica della Maddalena.

Ieri sera avevo paura: solo uno stupido non ne avrebbe avuta. Si dava per scontato che ieri sarebbe stato il momento dell’assalto, che sarebbero arrivati manganelli e pestaggi; e nonostante questo, nonostante a nessuno piacesse la prospettiva, bisognava esserci. Ho parcheggiato in paese a mezzanotte, e c’è voluta un’oretta di camminata per arrivare fino al piazzale, dove però ho trovato centinaia di persone e un clima disteso: con così tanta gente, la serata si annunciava tranquilla. Ho salutato molti amici, vari movimentisti tra cui Davide Bono, ho visto passare Sandro Plano e altri amministratori. Poi siamo scesi alla roulotte, già piena dello staff regionale che dormiva… io mi sono accomodato su una sedia da giardino, mi sono coperto e ho appoggiato la fronte sul tavolo da campeggio, e così ho dormicchiato fino all’alba, svegliandomi a ripetizione.

Sono tornato a casa per le otto, dopo aver riportato varie persone in giro per la città; ho pure dovuto risistemare il mio server, che aveva avuto un tracollo per il picco di traffico del sito dei Signori Rossi, pubblicizzato ieri sera a Report, che mi pregio di ospitare pro bono. Ho dormito un paio d’orette e poi via per l’altra faccia della politica: vestito grigio, cravatta gialla, ingresso in Sala Rossa con tanto di proclamazione ufficiale. Ma a me l’ipocrisia non piace e dunque mi sono tenuto un pezzo dalla notte: gli scarponcini da montagna e la polvere di Chiomonte hanno trionfato sulle sedie d’antan del consiglio comunale di Torino.

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Ma non avevo solo gli scarponi: mi sono portato anche la fotocamera, e ho fatto le mie prime riprese dai posti dei consiglieri. Immaginate la faccia delle decine di politici, portaborse, giornalisti e assistenti vari quando mi hanno chiamato e io, alzandomi, ho sollevato anche la fotocamera e gli ho fatto una bella carrellata. E’ un simbolo: la dimostrazione che vogliamo davvero portare trasparenza, e non quella addomesticata delle riprese ufficiali. Spero che il simbolo sarà capito, anche se i primi segnali non sono incoraggianti; il sindaco, finito un discorso paludato e con varie ipocrisie (vedi l’invito al dialogo perché “la forza di una maggioranza sta nel non appagarsi della sua autosufficienza”… proprio così, si vede bene a Chiomonte), si è tuffato dritto nel buffet insieme a tutti gli altri. E’ la prima volta che lascio perdere un buffet senza rimpianti.

Una risposta a Fassino sul Tav

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Il Movimento 5 Stelle di Torino vuole rilasciare una risposta alle dichiarazioni dell'onorevole sindaco Fassino e dell'onorevole semplice Esposito relative al teorico cantiere Tav di Chiomonte.

"Qualsiasi persona democratica - ha detto Vittorio Bertola, capogruppo eletto del Movimento al Comune di Torino - non puo' che condannare i disordini in Val Susa contro una popolazione che da anni si oppone a un colossale spreco di denaro pubblico e alla devastazione ambientale che esso comporterebbe."

"La violenza è quella di chi da anni invia migliaia di poliziotti a spese dei cittadini per perseguire un colossale appalto di interesse esclusivamente privato, militarizzando un'intera valle."

"La mia solidarietà - ha concluso Bertola - va alle povere pietre della Valsusa, e precisamente le 223, anzi 711, forse però 518 o anche 62.734 pietre che sono state tirate di qua e di là nelle dichiarazioni dei politici, evitando anche oggi, come da vent'anni, di discutere sulla domanda fondamentale: è veramente opportuno spendere 20 miliardi di euro per quest'opera?"

Il Movimento 5 Stelle attende peraltro di sapere dai candidati sindaco del centrosinistra - Pisapia, De Magistris e altri - se anche loro plaudano all'uso della forza militare per la realizzazione di grandi opere pubbliche: sarebbe una interessante informazione da fornire agli elettori del Movimento di cui in questi giorni corteggiano il voto!

Anche oggi No Tav

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Le elezioni passano ma i problemi restano: rinviata a dopo il voto, partirà probabilmente a brevissimo la seconda battaglia del Tav.

Più di cinque anni fa, a Venaus, accadde la prima; incredibilmente, lo Stato italiano, schieratosi in forze per aprire il cantiere del primo tunnel, fu sconfitto da una gigantesca mobilitazione popolare, nonostante l’abbondante uso di violenza. Da allora in Valsusa non si sono fatti lavori degni di nota, a parte qualche carotaggio ad uso telecamere; anche se si è scoperto, nel silenzio dei giornali, che pure quell’appalto abortito era truccato. Nei prossimi giorni, alla Maddalena di Chiomonte, proveranno a riaprire il cantiere del primo tunnel.

Molto, però, è cambiato. Nel 2005 il movimento No Tav era derubricato a una piccola minoranza costituita solo da “montanari ignoranti che vogliono fermare il progresso” e “violenti dei centri sociali”; ora la cosa è ben diversa. In particolare a Torino, molti (me compreso) all’epoca sapevano solo ciò che leggevano sui giornali, e dunque credevano alla favola del progresso a suon di cemento e manganello. Oggi l’opposizione al Tav è molto più diffusa e molto più informata, anche fuori dalla valle; da questione (considerata come) di puro ordine pubblico, il Tav è diventato uno degli elementi più importanti della scena politica piemontese e chi ha toccato troppo il Tav, vedi Bresso, ha fatto politicamente una brutta fine.

Questa volta, a Chiomonte, ci sarà anche una sede ufficiale di un gruppo consiliare regionale, il nostro; vediamo se la buttano giù, con tutta la gravità politica che ciò comporterebbe. Questa volta la mobilitazione è anche a Torino, e proprio oggi pomeriggio, dalle 14:30 al municipio di Rivalta, partirà una grande manifestazione No Tav; e anche le strade della prima cintura, visti i nuovi progetti, sono piene di bandiere. Avrete letto che, se partiranno i lavori, i No Tav bloccheranno sabato prossimo la tappa del Giro d’Italia che attraversa la valle; ma questo non è corretto. Semplicemente, tutto sarà bloccato; l’intera valle sarà occupata da migliaia di persone che faranno resistenza pacifica contro le trivelle e le camionette della polizia, tutte le strade saranno piene di gente, nulla potrà passare, e quindi nemmeno il Giro.

Al di là delle numerose ragioni che rendono il Tav Torino-Lione un’opera inutile e dannosa, un semplice sacco delle casse pubbliche da 20 miliardi di euro, non si può pensare di costruire un’opera pubblica mandando l’esercito; in Libia forse, ma non in un paese democratico. E a Torino ancora pochi sanno davvero cosa comporterebbe quest’opera: un gigantesco cantiere che occuperebbe tutto il prato tra strada della Pronda e le Gru, con un flusso continuo di mezzi pesanti e di polveri a fianco di una scuola superiore, di un asilo e di centinaia di case. A Bologna varie case vicino al cantiere sono sprofondate, inagibili; e da noi vorrebbero (non si sa come) costruire anche una tangenziale tra il tunnel e la superficie.

Questa follia va fermata, e la fermeremo; contando che sempre più persone aprano gli occhi.

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Le valli No -Tav hanno indetto da oggi la MOBILITAZIONE PERMANENTE per vigilare affinchè non partano i due cantieri previsti in località Maddalena , Chiomonte e in cintura tra Rivalta e Rivoli, passante ferroviario di corso Marche, con pesanti aggravi di cantieri e polveri su Rivoli.
Si inizierà con una marcia il 21 maggio da Rivalta a Rivoli e poi tutti i week-end alla Maddalena insieme a mangiare la polenta e vivere una giornata di volontariato civile.

Sappiamo che la tratta Torino Lione così come è stata concepita, è un'opera inutile, dannosa per l'ambiente , enormemente costosa.

Inutile perchè in realtà questo treno merci, Tac, treno ad alta capacità, non passerà mai, per tutti gli insuperabili problemi che quel tracciato presenta, e che diventerà il buco nero della nostra economia, per l'enorme sperpero di denaro pubblico.

Quando ho incominciato a frequentare il movimento No-Tav, ho capito che non era solo un treno che volevamo fermare ma era un sistema economico, basato sull'utilizzo di ingenti quantità di denaro pubblico presi a debito, per riempire attraverso la cascata degli appalti le tasche di pochi.

Venne il giudice Ferdinando Imposimato a cui la mafia uccise un fratello, a spiegarci come passando da una ditta all'altra con qualche ditta di impronta mafiosa in mezzo, i lavori perl'Alta Velocità si realizzano con poco più del 10 % del costo previsto e così non tenendo conto nè della qualità degli interventi nè delle condizioni di lavoro dei lavoratori.

Dicevo che ci siamo accorti che non era un treno... ma un modello di sviluppo diverso, quello che volevamo, basato sulle piccole opere utili, sulla innovazione, sulla economia verde ( green-economy) che danno lavoro, che creano vero lavoro.

Nei momenti più caldi della nostra lotta giravo per l'Italia e mi dicevano:"Resistete per noi", faceva piacere ne eri fiero, ma oggi vi dico RESISTIAMO tutti insieme, perchè quel sonno di un bambino possa avere un futuro, per potergli dire un giorno io almeno ci ho provato...

Perchè questa guerra non possiamo permetterci di perderla perchè rappresenta con l'intensità con la quale è stata combattuta, con la durata, di più di 10 anni, con le idee, le azioni, le manifestazioni, acquisto dei terreni per le trivellazioni da parte dei cittadini, giornali e libri pubblicati sull'argomento, un modello unico, un pezzo di storia che tutti un giorno ci onoreremo di aver combattuto, o ci vergogneremo di non aver combattuto.

Metro sì o metro no?

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Negli ultimi giorni, in occasione della discussione pubblica sul programma del Movimento 5 Stelle per Torino, si è aperta una accesa discussione, nella quale sono emerse due diverse visioni sul futuro della mobilità torinese e sulla politica delle infrastrutture.

Siamo ovviamente tutti d’accordo sul fatto che il futuro, visto il costo crescente del muoversi in auto e visto che Torino è la seconda città più inquinata d’Europa, stia nel trasporto pubblico collettivo e in forme di mobilità sostenibile, oltre che nel ridurre le esigenze di spostamento. Concordiamo anche che il progetto di metro 2 di Chiamparino non sia accettabile, perché è basato sulla cementificazione di una delle poche aree a bassa densità costruttiva rimaste a Torino, e tra l’altro abbiamo il sospetto (visto che il Cipe a quanto pare non ha ancora messo una lira sul progetto) che la linea 2 sia uno specchietto per far passare la cementificazione, e che poi facciano le case ma non la metro perché “ci siamo accorti che non ci sono i soldi”.

La differenza di visione verte invece sul fatto se la metropolitana in sè, come tipo di infrastruttura, sia utile per Torino oppure no.

La prima visione è che la limitazione del traffico privato deve essere ottenuta fornendo mezzi di spostamento alternativo che siano veramente efficienti, e dunque che sia vitale per la città puntare ad avere entro vent’anni una vera rete di metropolitane, con tre o quattro linee (tra l’altro esiste la possibilità di realizzare a basso costo una linea di metropolitana da Venaria a piazza Castello, sfruttando il tratto di Torino-Ceres che sarà abbandonato). Quanto ai costi, la scelta politica sarebbe di utilizzare le risorse che il governo vorrebbe spendere per il TAV in Valsusa, proponendo ai torinesi “no TAV, sì metro”; e comunque è necessario pretendere l’intervento del governo sulle metro di Torino come già sta facendo non solo per Napoli (dove il progetto prevede 11 linee tra metro e passante) e altre grandi città, ma per le metro di centri ben più piccoli come Brescia e Perugia. Dunque anche la linea 2 è utile, magari su un tracciato più dritto e prolungato verso nord, se non comporta cementificazioni.

La seconda visione è che le metropolitane siano comunque grandi opere inutili, costose e impattanti, e che sia impossibile realizzarle senza doversi basare su oneri di urbanizzazione e dunque sulla costruzione di nuovi quartieri. Pertanto si ritiene sufficiente un potenziamento della rete di superficie, ad esempio con più corsie preferenziali (cominciando dal togliere una corsia alle auto su tutto l’asse dei corsi Cosenza - Siracusa - Trapani - Lecce - Potenza - Grosseto, per avere una linea di bus protetta e intensificata), con una migliore sincronizzazione dei semafori e con una ristrutturazione della rete; e ci si vorrebbe opporre alla metro 2 comunque finanziata e ad ulteriori progetti di metro. A questo punto la riduzione del traffico privato avverrebbe perché sempre più strade sarebbero ristrette o vietate alle auto e riservate al mezzo pubblico.

Io personalmente sostengo la prima visione, e penso che il passaggio dal trasporto privato a quello pubblico debba corrispondere il più possibile a un miglioramento della qualità della vita, anziché a un sacrificio obbligato. Sono convinto che una rete solo di superficie o di “metropolitana leggera”, oltre ad avere in più punti seri problemi di spazio disponibile, non possa essere sufficiente per rendere la mobilità di Torino sostenibile ed efficiente a livello europeo, e comunque trovo insostenibile l’idea di dire ai cittadini che devono rinunciare all’auto ma anche alla metro; tagliamo il Tav, tagliamo la Tangenziale Est (il cui tracciato è sì a est, ma ha poco o nulla di tangenziale) e tagliamo tante altre opere inutili e anzi dannose, ma se c’è una cosa su cui concentrare gli investimenti infrastrutturali è la metropolitana.

Sono discussioni complesse dove sono richieste anche un’analisi dei dati effettivi di traffico e una competenza tecnica specifica (se no è come giocare con le macchinine). Tuttavia, nello spirito di partecipazione dal basso, vorremmo capire meglio cosa ne pensano i nostri simpatizzanti e tutti i cittadini. La discussione è aperta, dite cosa ne pensate: quale delle due visioni vorreste che il Movimento adottasse?

Meno Traffico? Si parte dal Tram

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1.200 nuovi Posti di Lavoro, 50% Trasporto Merci su Gomma e 16% di CO2/Nox in meno in città.

Il Tram in questi ultimi anni è diventato un trasformista all'Arturo Brachetti, si presta bene per l'Aperitivo, per un Giro Turistico, come Centro Benessere, per un Party alla Moda e anche per il Trasporto Merci in Città.

A Dresda (Germania) la Volkswagen utilizza, con successo, dal 2001 un cargo tram lungo 40 metri per il trasporto di lavorati e semilavorati tra fabbrica e centro logistico. A Vienna e Zurigo sono operativi servizi analoghi.

Pochi se lo ricordano eppure fino alla fine degli anni '50 il Tram trasportava merci anche a Torino, era denominato "servizio mercati", e serviva al trasporto dei prodotti ortofrutticoli dagli ex mercati generali di via Giordano Bruno al mercato di Porta Palazzo oltre ad altri mercati rionali cittadini e i negozi di ortofrutta sul percorso.

Uno studio relativo al progetto Citycargo della città di Amsterdam (nel video) prevede che l'utilizzo del Tram al posto degli inquinanti camion e furgoni, può:


  • generare fino a 1.200 nuovi posti di lavoro connessi alle attività di stoccaggio e alla rete di distribuzione

  • ridurre fino al 50% il traffico da trasporto su gomma

  • ridurre fino al 16% l'emissione di sostanze inquinanti quali CO2 e Nox


Torino ad oggi è la città con la rete tranviaria più ramificata sul territorio nazionale e potrebbe fin da subito utilizzare l'infrastruttura già esistente per re-introdurre il servizio Cargo Tram con benefici immediati basandosi sul modello Dresda/Citycargo :

  • uso dell'infrastruttura già esistente

  • gestione pubblica


Approfondimenti:
www.eltis.org


Tele-Lavoro a Torino : Una Proposta Concreta

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Il Lavoro è il tema in cima alle mie priorità politiche poiché è un diritto di ogni cittadino.

Come tutto ciò che ci sta intorno, anche il modo di lavorare e di intendere il lavoro è in costante cambiamento ed il Tele-Lavoro (o come amo definirlo Tele-Pendolarismo) ne è la dimostrazione migliore. Poter lavorare senza più una dipendenza fisica dall'ufficio è una rivoluzione perché gli spostamenti ci rubano la vita, il tempo e la salute, sono le informazioni che devono viaggiare mentre le persone possono stare ferme.

"Il tele-lavoro è una forma di prestazione d'opera che, benché svolta al di fuori dei tradizionali confini aziendali, non implica una trasformazione dei vigenti rapporti di lavoro." INPS

I benefici di questa forma contrattuale sono molteplici ed includono un rilevante aumento di produttività, un senso di libertà personale, un uso migliore del tempo, ed anche un risparmio per l'azienda, tutti fattori che possono portare all'aumento dell'offerta di Lavoro a Torino.

Ritengo che il Comune di Torino per promuovere lo sviluppo del Tele-lavoro può:


  • ospitare, con canoni d'affitto agevolati, Telecentri in stabili di sua proprietà attualmente vuoti;

  • proporsi quale interlocutore con le aziende per i lavoratori che ne richiedano l'intervento;

  • sviluppare la rete Wifi a libero accesso per i cittadini e a pagamento, con garanzia di banda, per le aziende che ne usufruiscono per il tele-lavoro.


Approfondimenti:
www.inps.it


Agostino Formichella
Sito Web : www.formichella.org
Facebook : Agostino Formichella

A velocità normale

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Trenitalia insiste: la bassa velocità non è possibile. Se, come me, dovete ritornare da Ferrara a Torino di giovedì pomeriggio, e chiedete al sito di Trenitalia le opzioni disponibili, ottenete soltanto soluzioni via treni alta velocità, e al massimo il passaggio sull’unico e solitario intercity rimasto dall’Adriatico per Torino. Ovviamente i prezzi sono sostanzialmente casuali ma comunque cari; la soluzione più veloce (3h 17′) costa 64 euro e parte alle 16:48, ma se volete partire due ore prima dovrete spendere 79 euro pur mettendoci venti minuti in più, per la teoria demenziale per cui Trenitalia vende spezzoni di treno e non un viaggio completo, per cui l’alta velocità costa carissima anche se poi gli orari vi costringono ad attendere a lungo in stazione il treno successivo. L’intercity ci mette quasi cinque ore e costa 35 euro; e se volete arrivare per le 17 dovete prendere una soluzione AV che costa 55 euro e ci mette praticamente quanto l’intercity.

Supponete però di essere, come me, in viaggio di piacere in una giornata senza impegni, e dunque che preferiate viaggiare più lentamente ma evitare di dover aprire un mutuo per pagare i treni AV. Si può; è solo che Trenitalia cerca di evitare in ogni modo che lo facciate, spingendovi sull’alta velocità. Cliccando su “tutte le soluzioni” cominciate a scoprire qualcosa; per esempio che esiste la possibilità di andare da Ferrara a Torino con tre treni regionali in catena, impiegandoci solo un quarto d’ora in più che con l’intercity, e spendendo 21,30 euro: un terzo o un quarto che con l’alta velocità, e in certi orari l’incremento di durata del viaggio rispetto alla soluzione AV è soltanto di mezz’ora.

I treni regionali hanno altri vantaggi: per esempio, se ne perdi uno ce n’è generalmente un altro un’ora dopo (anche se purtroppo questo non è vero sulla Piacenza-Torino). Puoi anche inserire delle pause: e infatti io ho scelto di partire da Ferrara un’ora prima e avere un’ora di pausa a Bologna, nella quale fare pranzo con calma, una passeggiata e un po’ di foto. Non c’è bisogno di prenotazione, sali e scendi quando vuoi, e anche se alle volte c’è l’assalto, alle volte hai tutta la carrozza per te o quasi. Non ci sono manager coi telefonini, turisti americani coi valigioni, annunci pubblicitari all’altoparlante sulla qualità dello spumante offerto in prima (sì, sui Frecciarotta li fanno). E la velocità ti permette - oltre che di connetterti con il telefonino senza che la connessione cada ogni minuto per via del cambio di cella - di vedere meglio il paesaggio.

Sono dunque arrivato alla stazione di Ferrara all’una e un quarto; ho cercato di fare il biglietto alla macchinetta (una di quelle nuovissimo stile), che però, a differenza del sito, non mi mostrava la soluzione via treni regionali nemmeno selezionando “tutte le soluzioni”, e insisteva a farmi prendere l’alta velocità. Non è un caso: è una nuova “scelta commerciale” di Trenitalia, per cui sui percorsi lunghi le emettitrici self service sono riservate ai percorsi via treno veloce o almeno via intercity. Tanto si sa che le ferrovie non sono un servizio, ma una società a scopo di lucro…

Comunque sono andato alla biglietteria, dove mi hanno fatto il mio biglietto regionale senza fiatare, chiedendomi solo conferma del percorso. Già, perché avessi avuto più voglia e più tempo avrei anche potuto esplorare, prendere qualche linea secondaria come la Ferrara-Suzzara e poi la Suzzara-Parma, anche se ci avrei messo un’ora in più.

Alle 13:32 ho preso a Ferrara il treno RV (“regionale veloce” - sono gli ex interregionali, che per un po’ sono stati rinominati “regionale” come gli altri, e ora hanno di nuovo un nome diverso, anche se la tariffa è la stessa dei locali) che arrivava da Venezia: assalto di studenti ma carrozza poco affollata. Alle 14:06, puntuali, siamo arrivati a Bologna e io ne ho approfittato per mangiare al solito self service di via Indipendenza e dare uno sguardo al devastante cantiere della stazione TAV.

Alle 15:26 si riparte per Piacenza; qui l’unico inconveniente, il treno arriva da Rimini e non solo si ferma a metà stazione, prima ancora del secondo sottopassaggio, ma ha le prime due carrozze sbarrate e fuori servizio. Davanti alle porte della terza carrozza si forma un grumo disumano di almeno cento persone a porta… io corro un po’ più in giù e riesco a salire e sedermi, ma questo treno viaggia effettivamente bello pieno per tutta l’Emilia; forse dovrebbero metterne uno ogni mezz’ora.

Il treno arriva però puntuale alle 17:02 a Piacenza, dove io ho il tempo addirittura di andare in bagno, proprio davanti al mio treno successivo fermo sul binario 1. Alle 17:17 si riparte, e stavolta in tutta la carrozza siamo in due: capisco perché la Piacenza-Torino RV ha pochi treni (6:38, 11:17, 17:17 e 19:17). Esistono comunque soluzioni che Trenitalia non vi dirà mai - ad esempio alle 14:17 parte un RV per Genova, da cui a Voghera si può prendere una coincidenza per Asti e poi un altro regionale locale fino a Torino. Il viaggio è tranquillissimo e posso godermi un magnifico tramonto sull’Oltrepò Pavese. Anche qui, arrivo in perfetto orario.

Sarò anche stato fortunato, ma continuo a pensare come potrebbero essere utili le ferrovie se si prestasse attenzione anche a un servizio capillare a velocità normale, invece di concentrare tutti gli sforzi su un servizio ad alta velocità costosissimo che poi, a meno che tu non ti stia spostando direttamente tra due delle sei città coperte dal servizio, a forza di coincidenze nel nulla ci mette quasi lo stesso tempo di prima.

Spesso è la mancanza di servizio che elimina l’utenza: se io so che ogni due ore posso prendere un treno economico e diretto da Voghera per Torino o da Asti per Piacenza ci faccio un pensiero, mentre se devo stare dietro a orari imprevedibili, prenotazioni obbligatorie e prezzi sempre diversi mi rompo e prendo l’auto. Gli ex interregionali sono stati volutamente ammazzati da Trenitalia per spingere le persone a prendere i treni più costosi, col risultato di spingerli invece sempre più spesso sull’auto.

Meno 18

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Ero bambino e il mio tram era il 6, quando i biglietti da dieci erano una striscia colorata lunga lunga a cui la macchinetta tagliava via ogni volta dal lato un pezzettino in più (di qui il nome "obliteratrice"). C'era l'inflazione a due cifre e dunque il colore dei biglietti e il relativo prezzo variava ogni anno o giù di lì.

Poi un giorno decisero che non c'era più il 6 ma l'1, e nemmeno andava più in piazza Castello, però era sempre lo stesso tram vecchiotto, non come quei nuovi mostri che giravano come "metropolitana leggera" (dall'accelerazione direi più "scassoni pesanti") in corso Regina. Con la nuova "griglia" avevano promesso chilometri di binari nuovi, ma intanto quelli vecchi sparivano alla velocità della luce; e negli anni seguenti, con la sola eccezione del nuovo 9, non fu altro che un susseguirsi di linee teoricamente tramviarie gestite con gli autobus per anni.

Il tram, eppure, non è un residuo del passato; in tutto il mondo sta ottenendo un nuovo successo, essendo una sana via di mezzo tra il piccolo e inquinante autobus e la costosissima metropolitana. Certo i tram moderni non sono più le vetturette agili del Novecento, ma dei barconi simili a una portacontainer su rotaie; ma sono imbattibili per le "linee di forza" del trasporto di una media città come Torino. Ciò nonostante, godono di una immagine particolarmente negativa, che porta alla tranquilla esposizione in pubblico di idee che a una analisi più attenta sollevano perlomeno qualche dubbio, come quella per cui scavare un buco enorme a fianco della Gran Madre per farci un parcheggio sotterraneo non danneggia il monumento, ma il fatto che ci giri attorno il tram sì (in fondo sono solo centoventi anni che ci gira attorno).

Attualmente, la storia simbolo del disprezzo con cui vengono visti i tram è quella del 18, la linea che dal 1982 unisce la zona di piazza Sofia a Mirafiori passando per via Bologna, via Rossini, via Accademia Albertina, via Madama Cristina, via Nizza, via Passo Buole e corso Settembrini. Si chiama così perché è la somma delle vecchie linee 1 e 8 ante riforma, e in questi ultimi anni, per via dei lavori del sottopasso di corso Spezia e poi della metropolitana verso il Lingotto, è stata prima troncata in piazza Carducci, con una navetta bus da lì a Mirafiori, e poi sostituita completamente con il bus.

Adesso, il progetto del Comune è quello di accorciarla definitivamente, fermandola per sempre in piazza Carducci. La scusa ufficiale è che essendoci la metropolitana da piazza Carducci al Lingotto, e in futuro fino a piazza Bengasi, non ha senso che in quel tratto di via Nizza passi anche un tram. Peccato che il tratto sia in tutto di tre fermate, e che rappresenti solo un pezzetto della linea 18.

I veri problemi per cui si vuol tagliare il 18 sono altri: i lavori della metropolitana sono stati fatti senza un briciolo di buon senso, spostando le fogne e i relativi tombini proprio dove c'erano i binari, e dunque ora il tram non ci passerebbe più. A monte di questo, sta la decisione di mandare in pensione qualche anno fa alcune decine di tram della serie 3100 (i classici tram arancioni di Torino), che ora giacciono a marcire in un deposito, ufficialmente accantonati. E allora, adesso che varie linee di tram (13, 16) smettono di essere gestite con i bus per la fine dei lavori di metropolitana e passante ferroviario, si scopre che non ci sono più abbastanza tram per gestire un percorso così lungo (più lungo è il percorso e più tram servono per coprirlo a parità di frequenza).

Quelle motrici sarebbero ancora recuperabili a costi senz'altro inferiori rispetto all'acquisto di altrettanti bus; e allora non si capisce perché si voglia a tutti i costi spendere dei soldi per comprare i bus, per poi costringere i passeggeri a cambiare da un tram a un bus in piazza Carducci. Visto che i binari ci sono già, perché non usarli? E' quello che chiede una petizione di tecnici e appassionati, che io ho già firmato.

Ma gli sprechi inspiegabili non sono finiti: nel 2005 (a metropolitana già in costruzione) si sono spesi molti soldi per rifare l'impianto in tutto il tratto di via Passo Buole (già di suo un impianto relativamente recente, visto che fino agli anni '60 la linea passava nel sottopasso del Lingotto): chilometri di binari che ora il Comune vorrebbe buttare per sempre.

Del resto, nel 2004 sono stati rifatti i binari del 18 anche in via Accademia Albertina; e anche quello rischia di restare uno spreco. Infatti, l'onnipresente lobby dei commercianti ha colto la palla al balzo per chiedere che il 18 diventi completamente bus su tutto il percorso. Perché? Perché così nel tratto iniziale di via Bologna le rotaie del tram, situate accanto al marciapiede davanti ai negozi, possono essere adibite a parcheggio, come già è in questo periodo di gestione bus provvisoria. E chi se ne frega dell'ecologia e dell'efficienza del trasporto pubblico.

Un centro per le persone

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Stamattina ero in giro in bici per il centro e ho fatto più fatica del solito a districarmi nel traffico. Le piste ciclabili erano continuamente interrotte da furgoni in sosta "solo un attimino"; soprattutto, ho trovato un vero delirio di automobili ferme in coda in ogni strada, persino in ore non particolarmente di punta (tra le 10 e le 12).

Il che suggerisce varie cose; per esempio, non è vero (a parte la situazione poco sensata di soffocamento del traffico in attraversamento attorno a piazza Vittorio) che gli ingorghi sono creati dalla ZTL, visto che è stata sospesa da due settimane per volere dei commercianti. E non è nemmeno vero che l'accessibilità del centro alle auto renda il centro un luogo piacevole dove andare: io volevo scappare dopo cinque minuti.

Al contrario, più si illudono le persone che si possa andare in centro città con l'auto e peggio la situazione diventa, perché il centro non è fisicamente in grado di contenere il numero di auto derivante da mezza città che vi si dirige con un veicolo a testa, né potrà mai esserlo.

La politica viabile del centro è, da sempre, figlia dell'assessorato al Commercio; allo stato attuale, retto da quello stesso Altamura che qualche giorno fa ha dichiarato che bisogna essere comprensivi con gli ambulanti che per vent'anni hanno evaso tasse e contributi (poverini, mica vorremo farglieli pagare adesso con tanto di more, no? in fondo a tutti succede di avere un momento di difficoltà e dunque di non poter pagare le tasse per una ventina d'anni, o in alternativa di dimenticarsene, che distratti!). Questo vi fa capire l'approccio del Comune di Torino con i commercianti: a novanta gradi.

Il problema è che le associazioni di categoria dei commercianti torinesi non sono nemmeno troppo sveglie, se è vero che si opposero all'epoca alla pedonalizzazione di via Garibaldi e si sono opposte per decenni a quella di via Lagrange, salvo poi scoprire che, caso strano, dopo averle pedonalizzate queste vie sono rifiorite.

A me piacerebbe allora sperimentare una soluzione di questo genere: intanto, pedonalizzare definitivamente via Roma, e poi chiudere decisamente il centro al traffico nei fine settimana prenatalizi, per trasformarlo in un centro commerciale naturale a dimensione umana, a cui accedere con i mezzi pubblici o al massimo lasciando l'auto nei parcheggi sotterranei. Tra Porta Palazzo, Porta Nuova, piazza Carlina e piazza Solferino tutti a piedi, magari aiutati da qualche navetta elettrica allestita per l'occasione. Una soluzione simile sarebbe sperimentabile anche per alcune vie di periferia a forte vocazione commerciale.

Che ne dite? Capisco lo shock iniziale, ma credo che sarebbe comunque meglio dell'ingorgo perenne che attornia il centro in questi giorni, e che alla fine anche gli incassi del commercio avrebbero delle liete sorprese...

Appello ai cittadini liberi di Torino e provincia - N. 3

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Abbiamo pubblicato il terzo numero del nostro Appello ai cittadini liberi: oltre a raccontarvi della visita di Beppe Grillo a Rivoli, parliamo di trasporti: TAV, piste ciclabili, sprechi osceni e piccole cose che possono fare molto per la nostra qualità della vita. Fatelo circolare!

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