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Nuovi articoli nella categoria Sviluppo

Salone del Libro

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È la nuova iniziativa promozionale lanciata dal Salone Internazionale del Libro di Torino per le festività di fine anno. Dall'8 dicembre al 7 gennaio presso le 55 librerie di Torino e del Piemonte che aderiscono all'iniziativa si potrà acquistare l'ingresso al XXX Salone Internazionale del Libro al prezzo speciale di 6 €. È un vero biglietto, non una contromarca: chi lo acquista potrà portarlo con sé al Lingotto dal 18 al 22 maggio 2017, saltando la coda alle casse ed entrando direttamente.
Inoltre il Salone di Torino offre un regalo a tutti coloro che acquisteranno libri nelle librerie aderenti: con una spesa minima di 30 € si avrà diritto a un voucher omaggio per l'ingresso gratuito al Salone. Se si superano i 40 € gli omaggi saranno 2. I voucher sono 5.000 in tutto, circa 100 per libreria.
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Dai cittadini alle banche

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Anche quest’anno, come già i precedenti, si è verificata l’assurda situazione in cui il Comune approva il bilancio di previsione per l’anno in corso nell’autunno dell’anno stesso, perché deve a sua volta attendere la fine del gioco delle tre carte che ogni anno fa il governo, cambiando nome e formula alle tasse locali in modo da sostenere di averle ridotte quando in realtà sono aumentate. Il risultato è che per tre quarti dell’anno si naviga a vista, spendendo il minimo, e poi a fine anno si corre cercando di fare qualcosa.

La situazione del bilancio comunale è sempre preoccupante, tanto che quest’anno si è ricominciato a fare debiti per 25 milioni di euro, per sostenere “investimenti straordinari” che poi sarebbero la manutenzione delle strade, dei giardini e delle scuole, che diventa “straordinaria” (e quindi legalmente sostenibile a debito) perché non si è più fatta quella ordinaria.

Basta la prima slide dei dati di sintesi del bilancio 2014 per rendersi conto dei problemi strutturali del bilancio di Torino: sono calate significativamente le spese per beni e servizi e quelle per trasferimenti, il che può voler dire sì qualche taglio di sprechi, ma vuol dire anche tagli ai servizi e ai sussidi dati direttamente alla cittadinanza; le spese del personale sono diminuite ma di poco, perché tagli secchi e improvvisi al personale, come quelli ormai frequenti nel privato, nel pubblico sono ancora da venire; l’unica cosa che è aumentata, a parte i fondi di riserva, è la spesa per ripagare i debiti alle banche: 250 milioni di euro su un miliardo e 300 milioni di bilancio.

Progressivamente, quindi, la ricchezza comunale dei torinesi, rifinanziata ogni anno dalle nostre tasse, viene spesa sempre meno per dare lavoro e fornire servizi e sempre più per arricchire le banche, a partire da quella della fondazione fino a poco tempo fa presieduta dall’ex sindaco e attuale presidente della Regione Chiamparino. Per ogni cinque euro di entrate, per ogni quattro euro pagati in tasse dai torinesi, più di uno non va in spesa produttiva, ma va alle banche.

Di questa situazione non si vede la fine; è vero che l’indebitamento in questi anni è stato un po’ ridotto (non perdetevi la fantastica ultima slide dei dati di sintesi, in cui modificando la scala e facendola partire non da zero ma da quasi tre miliardi fanno sembrare che vi sia un crollo dei debiti che in realtà non c’è), ma questo è stato ottenuto al prezzo di vendere le partecipate, gli immobili e pezzi di città agli speculatori; finito di vendere tutto, non si sa che succederà.

In questo bel quadretto, noi abbiamo deciso di fare un gesto concreto, l’unico che potevamo fare dall’opposizione: abbiamo presentato un emendamento al bilancio che tagliava i nostri fondi di funzionamento del gruppo consiliare per destinarli al welfare. Come sapete, alla fine di ogni anno noi restituiamo quasi il 90% del fondo di funzionamento, perché spendiamo il minimo necessario per tenere aperto l’ufficio (telefoni, cancelleria ecc.; qui trovate i rendiconti). Quest’anno, sui circa 9000 euro ricevuti, ne abbiamo spesi un migliaio e, con tre mesi ancora da pagare, abbiamo dunque pensato di poterne restituire subito 7000; non saranno una cifra folle, ma è meglio di niente.

Purtroppo, non solo gli altri gruppi consiliari non hanno voluto fare lo stesso, ma la maggioranza di Fassino ha bocciato il nostro emendamento al grido di “populisti”; non ci hanno permesso nemmeno di tagliarci da soli i nostri fondi. Però sono andati avanti a fare grandi discorsi e promesse che presto recupereranno nuovi soldi per ripristinare lo stanziamento per il welfare, che anche quest’anno è stato tagliato; ma a parlare e parlare son capaci tutti.

Torino social innovation, tirate fuori i soldi

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Mettere in piedi startup innovative è stato per tanti anni il mio lavoro; per questo sono stato anch’io molto contento quando, alcuni mesi fa, l’amministrazione comunale tutta orgogliosa ci ha comunicato che, su quaranta progetti vincitori del bando nazionale del MIUR per le startup di innovazione sociale, ben undici venivano da Torino.

L’amministrazione, difatti, ha promosso in tutti i modi Torino come capitale dell’innovazione tecnologica e sociale, con il progetto Torino Social Innovation: e vai di incontri pubblici, audizioni in commissione, comunicati stampa, persino manifesti in giro per la città.

Peccato che poi, un paio di mesi fa, io abbia scoperto che i ragazzi vincitori dei progetti – presentati a luglio 2012 e selezionati a febbraio 2013 – avevano sì speso un sacco di tempo nel farsi portare in giro e raccontare quanto era bella e innovativa Torino grazie alle loro idee, ma ancora non avevano visto una lira dei fondi loro assegnati.

Difatti, il finanziamento nazionale è perso nei meandri del Ministero dell’Istruzione; e così, i vincitori da un anno sono sospesi in un limbo, non possono lavorare ad altro o portare avanti le proprie attività ma non possono nemmeno iniziare quelle per cui hanno vinto il finanziamento.

Noi ci siamo attivati; la nostra deputata Silvia Chimienti, che ringrazio, è stata molto disponibile e ha chiesto lumi al ministero, senza però ottenere risposte risolutive. Io inoltre ho presentato una interpellanza in Comune, per chiedere che la giunta Fassino, così pronta a farsi bella coi progetti di questi ragazzi, facesse anche qualche cosa per sbloccare i fondi a cui hanno diritto: non abbiamo forse un sindaco che si vanta del suo grande peso a Roma? Nel video vedete la risposta; nel frattempo, speriamo che questo po’ di attenzioni che abbiamo cercato di sollevare possano servire a svegliare il Ministero.

(P.S. E siccome uno dei vincitori di cognome fa Bertola, a scanso di malelingue preciso che non siamo parenti…)

Tutto il male dell'urbanistica torinese

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L’urbanistica, si sa, è il bancomat dei sindaci torinesi: sia Fassino che Chiamparino hanno spesso dato via parti di territorio in cambio di entrate straordinarie per milioni di euro (solo il grattacielo Intesa-Sanpaolo ha fruttato quasi 40 milioni di euro). E l’assessore all’Urbanistica diventa così il commerciale della città, in Italia e all’estero, andando a vendere le opportunità di “investimento” in nuove operazioni edilizie in giro per Torino. Nasce così, per dire, il famigerato sito You can bet on Torino, da cui è tratto l’irresistibile video di Fassino che promuove Torino in un inglese improbabile che, scovato da noi sul profilo dell’assessore, ha fatto il giro del Web pochi giorni fa.

Due settimane fa, è arrivata in consiglio comunale una delibera intitolata “Programma delle trasformazioni urbane 2013-2014. Linee di indirizzo”. Finalmente, direte voi, magari un po’ in ritardo (a febbraio 2014 il programma 2013-2014?), ma arriva uno straccio di pianificazione dell’urbanistica cittadina? No, in realtà leggendo il testo si scopre che pure quello è una specie di depliant promozionale, un marchettone pieno di supercazzole che variano tra il tautologico e l’imbarazzante, mescolate a una elencazione di tutte le speculazioni edilizie passate e future.

E allora, per un commento un po’ articolato alle pessime politiche urbanistiche di questa amministrazione, vi rimando al video che contiene il mio intervento in aula.

CIE, chiudiamo la demagogia

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Il mio voto negativo alla mozione di SEL e PD sui CIE ha fatto molto discutere, e dunque ci torno sopra, anche se la mia posizione era precisa e già discussa in rete tre settimane fa; ma evidentemente ancora non è chiara.

Potete vedere nel video quello che ho veramente detto in aula. In breve, io condivido l’idea di chiudere i CIE, sia perché disumani che perché inefficienti, ma credo che i flussi migratori vadano regolati e dunque che ci sia bisogno di garantire che chi non è in regola vada espulso: è inutile darsi delle regole per entrare in Italia se poi non le si fa rispettare. Ho detto che avrei votato favorevolmente se i proponenti della mozione avessero accolto questa precisazione, che ho presentato come emendamento, ma loro hanno rifiutato e dunque ho votato contro, come avrei votato contro a una mozione altrettanto ideologica presentata dal centrodestra.

La mozione di ieri, peraltro, non decideva nulla, semplicemente perché non è il Comune a decidere se chiudere o meno i CIE. Vedrete che tra sei mesi il CIE di corso Brunelleschi sarà ancora lì (la prefettura ha pubblicato da poco la gara d’appalto per la gestione per il prossimo triennio…); se non lo sarà, sarà perché il governo ha deciso di fare qualche manovra ad effetto, salvo poi rifare una cosa simile con un altro nome da qualche altra parte.

Difatti, non esiste alcun Paese che sia privo di un modo per allontanare forzatamente chi non è in regola, e se questo modo non ci fosse il risultato sarebbe uno solo, ovvero le frontiere aperte per tutti; giacché non esiste un immigrato che se ne vada semplicemente perché riceve un foglio che gli dice di andarsene. E io credo che le frontiere aperte per tutti, tanto più in un momento di crisi, portino solo guerra tra poveri, sfruttamento e ulteriore razzismo.

E’ decisamente scorretto, come ha fatto Repubblica in questo articolo, scrivere che il M5S si schiera contro la chiusura dei CIE e basta, senza riportare che io – come vedete nel video – ho detto chiaramente di volerne la chiusura. Il Fatto Quotidiano spiega meglio, almeno nell’occhiello, che io sono favorevole alla chiusura ma contrario a una mozione che non presenta prospettive per gestire l’immigrazione, se non quella di rinunciare a porre qualsiasi regola all’immigrazione. Repubblica fa disinformazione contro il M5S, ma questa non è nemmeno una notizia.

Questa mozione è pura demagogia, come lo è praticamente tutto quello che i partiti, di destra e di sinistra, hanno detto e fatto in vent’anni sull’immigrazione, portandoci alla situazione che vediamo, e che danneggia in primo luogo gli immigrati regolari. Lo prova l’unico confronto che ho potuto avere con i proponenti, in particolare col capogruppo Curto di SEL, tra ieri e stamattina sulla sua bacheca Facebook (difatti non hanno nemmeno voluto discutere la mozione in commissione, portandola direttamente al voto in aula).

Alla fine, gli ho chiesto quali sono i Paesi che per loro sono il modello di politiche sull’immigrazione, quelli che puntano sugli immigrati per la crescita economica aprendogli le porte. La risposta è stata “i paesi sudamericani” e “la Francia e il centro Europa”, seguita da altri che dicevano “gli Stati Uniti”, “l’Inghilterra”, “la Spagna”.

Peccato che questi siano tutti Paesi in cui se ti azzardi a entrare senza visto vieni buttato fuori senza tanti complimenti; in Francia e in Spagna vige la stessa direttiva europea che la mozione definiva “una violazione inqualificabile dei diritti umani” e ci sono i CIE, anche più grossi dei nostri, mentre in Germania c’è direttamente la prigione; e negli Stati Uniti basta il sospetto che tu voglia lavorare illegalmente per farti finire in prigione e poi su un volo di ritorno. Non so quali siano i Paesi sudamericani che sogna Curto, ma pure lì devi avere un visto che dipende da chi sei e da cosa vuoi fare, e se non ce l’hai e ti beccano ti allontanano a forza.

Insomma, alla fine questa società fantastica in cui tutti i poveri del mondo entrano senza limiti e prosperano senza confini nella soddisfazione generale – una società per cui tutti potremmo fare la firma – non esiste se non nella loro testa, e come strumento di campagna elettorale demagogica. E io, mi spiace, non sono disposto ad unirmi al coro della demagogia sull’immigrazione, né in una direzione né nell’altra; e sarebbe davvero ora che così facessimo tutti.

Tanti saluti dalla FCA

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Lunedì, il consiglio comunale di Torino ha dimostrato tutta la sua inutilità prodigandosi in un lungo dibattito a posteriori sulla partenza della Fiat, che diventa FCA e sposta la sede legale e fiscale all’estero; dibattito inutile perché molto pochi in quell’aula hanno qualche competenza a proposito della gestione di un’azienda, e perché è una pia illusione che la politica cittadina possa avere un vero potere contrattuale verso una azienda di quelle dimensioni.

Tuttavia, come ho detto nel mio intervento, c’è una cosa che i cittadini possono e devono chiedere ai loro politici: quella di preservare la dignità. E invece, il discorso in aula di Fassino, come quello sui giornali, è stato imbarazzante; sembrava il responsabile delle relazioni pubbliche della Fiat, al punto di arrivare a scaricare lui sulla politica nazionale la responsabilità di non aver creato un ambiente propizio al mantenimento a Torino della sede, come se non fosse lui da una vita uno di quei politici nazionali che la portano sulle spalle.

Io sono stato l’unico, in quell’aula, a constatare un elemento importante: che nel rapporto simbiotico di favori reciproci tra l’azienda e la politica torinese, durato per decenni, i primi a prostrarsi e a promettere favori erano i politici. In cambio, loro hanno avuto la compiacenza del giornale e del sistema economico della città, che gli ha molto facilitato il mantenimento del potere; e talvolta (e anche qui sono stato l’unico a ricordarlo) hanno avuto anche altro, come si svelò ai tempi di Mani Pulite.

Nessun sindaco può impedire alla Fiat di spostare la sede all’estero; ma un sindaco degno di questo nome, invece di dire sempre di sì, di avallare i continui tagli all’occupazione e ai diritti, e poi di difendere ancora l’azienda una volta giunti alla sua partenza, si sarebbe dato da fare per creare condizioni adatte a farla rimanere in positivo, come succede altrove per altre case automobilistiche; puntando sulla qualificazione dei lavoratori e dei prodotti, e non sui tagli, e spingendo per affrontare a livello nazionale i problemi di fondo dell’economia italiana.

Forse non sarebbe cambiato niente, se non una cosa: la dignità dell’amministrazione comunale e di tutta la città.

Inceneritore del Gerbido, tecnologia all'italiana

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Mercoledì pomeriggio in Municipio si è tenuta l’ennesima riunione del Comitato Locale di Controllo (CLdC) dell’inceneritore del Gerbido. Il CLdC è una strana entità che è stata istituita per tutelare la popolazione, coinvolgendo i Comuni circostanti all’impianto, ma le cui riunioni trascorrono per la maggior parte in battibecchi tra i cittadini del pubblico che chiedono di parlare e la presidente Erika Faienza – consigliere provinciale del PD, nonché segretario del PD di Beinasco, nonché moglie del sindaco PD di Grugliasco, nonché nota alle cronache per aver falsamente autenticato delle firme per una lista elettorale a sostegno di Fassino – che cerca polemicamente di tenerli a bada.

Comunque, a differenza della precedente riunione, talmente burrascosa da finire persino sul Fatto Quotidiano, questa è andata un po’ meglio, anche perché invece di TRM e Arpa (di cui i cittadini non si fidano più) c’erano i medici responsabili dello studio ufficiale di controllo della salute della popolazione, un mastodonte dal costo milionario pagato con le compensazioni dell’inceneritore stesso.

Lo studio prende in esame due campioni di quasi 200 persone, uno che abita vicino all’inceneritore (prevalentemente a Beinasco) e uno che abita subito fuori dalla zona di teorica ricaduta delle emissioni (a Torino Lingotto). La scorsa estate sono stati effettuati dei prelievi per misurare la salute dei due gruppi prima di accendere l’impianto; tra qualche mese si farà una nuova misurazione per vedere se qualcosa è cambiato in maniera diversa tra i due gruppi.

Per ora, le uniche differenze rilevate dagli scienziati tra i due gruppi sono che quelli di Beinasco sono molto più preoccupati per l’inceneritore e che quelli di Beinasco hanno un titolo di studio mediamente più basso; almeno hanno avuto il buon gusto di non ipotizzare correlazioni tra i due dati. Le rilevazioni però sono già preoccupanti di loro, in quanto è emerso che già ora per alcuni metalli pesanti i dati sono piuttosto elevati; in particolare per l’arsenico (anche se lo step successivo ipotizzato, non ridete, è “vedere se nel campione c’è tanta gente a cui piace molto il pesce”, perché se non è quello allora sono le fabbriche della zona) e per il palladio e altri elementi rari usati nelle marmitte catalitiche e quindi dipendenti dal traffico.

Comunque, i medici dell’Istituto Superiore di Sanità hanno detto chiaramente che per loro, per come è costruito lo studio, qualunque peggioramento del campione di Beinasco sarà dovuto all’inceneritore; poi qualcuno ha tentato una mezza marcia indietro, dicendo che però bisogna vedere perché se le emissioni sono in regola allora forse no… ma è stato alla fine sconfessato.

Nel frattempo, la vita dell’impianto prosegue male come sempre. Nell’ultimo mese ci sono stati altri due incidenti, il 23 dicembre e il 12 gennaio, che hanno comportato sforamenti e fermo dell’impianto, e ormai gli sforamenti sono talmente tanti che la procura ha dovuto aprire una inchiesta; e hanno cominciato a comparire enormi colonne di fumo, specialmente di sera, che escono direttamente dalla base dell’impianto.

Noi abbiamo presentato l’ennesima interpellanza, che vedete nel video; alla fine la risposta è che il fumo è solo vapore da raffreddamento, che d’inverno condensa e si vede di più; anche se io, in seduta di commissione, ho chiesto all’Arpa se loro abbiano mai verificato se davvero è solo vapore, e la risposta è stata “in effetti per legge siamo tenuti a farlo ma non l’abbiamo ancora fatto, ma tanto è impossibile che sia altro perché lì non passano tubi col fumo della bruciatura”.

Comunque, l’impianto funziona tanto bene che TRM ha annunciato che a inizio febbraio spegneranno l’impianto per una settimana per cambiare tutta una serie di pezzi. Poi, naturalmente, hanno insistito che comunque a maggio inizierà l’esercizio commerciale; io non mi sento per niente tranquillo sul fatto che siamo pronti, e credo che sia una minima garanzia per tutti che ci siano almeno tre mesi di funzionamento senza intoppi prima di poter dire che il collaudo è finito e l’impianto è sicuro, cosa che abbiamo scritto in una mozione in modo da obbligare le forze politiche perlomeno a prendere posizione in consiglio comunale.

Purtroppo, in sede politica – oltre a pretendere spiegazioni – si può fare poco, perché tutte le amministrazioni, dai Comuni al governo con la sola eccezione del Comune di Rivalta, sono in mano a partiti favorevoli all’inceneritore; e anche quando riusciremo a cacciarli, ci troveremo con contratti ventennali già firmati, penali altissime e una grande difficoltà nel cancellare le decisioni di chi è venuto prima; la stessa vendita dell’inceneritore dal Comune di Torino a Iren (gruppo di diritto privato ma di fatto nelle mani del PD) serve anche a rendere più difficili futuri cambiamenti di rotta nella gestione.

La strada maestra per fermare l’inceneritore è pertanto documentare i danni alla salute, in modo da forzare un intervento per vie legali. Per questo serve, ad esempio, che chi si sente male per colpa delle emissioni vada al pronto soccorso a farsi visitare, lasciando una traccia dell’accaduto. Serve registrare ogni problema e metterlo in evidenza, costringendo i gestori a spiegazioni pubbliche che rimangono, come facciamo noi in consiglio comunale. Anche un cambiamento politico servirebbe comunque a cambiare il clima in cui operano le istituzioni di controllo; del resto una delle cose che fanno alzare il sopracciglio è il fatto che il direttore dell’Arpa sia la moglie di un consigliere regionale del PD, un incrocio tra controllori e controllati che non dovrebbe mai avvenire.

Per questo più ci si addentra nella vicenda dell’inceneritore e più le preoccupazioni aumentano; perché anche chi ignora i semplici motivi per cui incenerire i rifiuti è sbagliato (è costoso, inquinante e uno spreco di risorse e materiali in via di esaurimento) e pensa di trovarsi di fronte al gioiello della scienza e della tecnica prospettato dai suoi promotori, si rende presto conto di trovarsi invece in mezzo a una delle tante vicende di grandi opere all’italiana, dove l’unica cosa che funziona senza intoppi è il flusso di denaro in uscita dalle casse pubbliche.

Cittadini a difesa del territorio

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Il governo della Circoscrizione 8 a Torino da ormai due anni esprime una discutibile 'idea di "riqualificazione" e rilancio del territorio.
Parcheggio interrato pertinenziale (privato) di Corso Marconi, la Ruota Panoramica come fulcro del futuro parco dei divertimenti "Valentino", Dinosauri a pagamento come unica novità per il degradato parco Michelotti, un bel neo-complesso residenziale per decine di appartamenti di pregio in area Pilonetto per citare le più eclatanti. In sostanza si sostengono le brillanti idee di rilancio a "costo zero" proposte dalla giunta comunale. A prescindere dal parere delle migliaia di cittadini che ci vivono.
Tante volte si è sentito favoleggiare sulla VISION per il quartiere, con presunzione di forte vocazione "turistica". Si parla di nuova mobilità e contraddittorie prospettive di riduzione del traffico. Molte volte ho sottolineato la timidezza della posizione della maggioranza (e non solo) in merito a iniziative che potrebbero essere proposte e organizzate come sperimentazioni concrete in modo davvero rivoluzionario.1Corso-Marconi.jpg
La (semi)pedonalizzazione di L.go Saluzzo è stata un inutile fuoco di paglia di cui si pretende la svolta solo con le risorse recuperabili dal sacrificio di C.so Marconi; la pedonalizzaione di via Monferrato invece promette grandi risultati, considerati possibili solo con una costosa riqualificazione.
L'insistenza sul giusto strumento formale del Piano Integrato d'Ambito (PIA) nell'area storica di S. Salvario per risolvere concretamente la cosiddetta "mala-movida" è una ulteriore carta del NON-FARE, perchè è evidente che quando (chissà) sarà redatto ed approvato dovrà essere applicato, e fino ad allora i problemi relativi si acuiranno.
L'autunno offre speranze concrete per il reale riconoscimento della sensibilità dei cittadini che recentemente stanno vivendo una stagione di partecipazione importante per le questioni di comuni. Il Comitato di liberi cittadini "Salviamo Corso Marconi" contro il parcheggio privato sotterraneo tanto voluto dall'amministrazione comunale ha raccolto una notevole energia per la difesa consapevole del territorio. Non inganna la confusa strategia dell'incertezza sulla questione. Levi e la sua maggioranza lo avevano scritto a chiare lettere nel loro programma a pg 6. "Abbiamo già richiesto e insisteremo per uno studio di fattibilità di un parcheggio interrato sotto corso Marconi..". Chissà a quanti cittadini è stato precisato prima delle elezioni.

Non è semplicemente una questione architettonica... ma di legalità, democrazia e partecipazione dei cittadini. Nel lungo elenco dei contrari al bando comunale che permette di sventrare il viale storico, anche l'Istituto comprensivo "Manzoni" con insegnanti e genitori.

Dopo le migliaia di firme della primavera, in estate il Comitato Salviamo Corso Marconi hanno raccolto migliaia di euro per finanziare il ricorso al Tar che scatterà se il Comune non modificherà i suoi piani.
Un giovane ippocastano piantato il 4 luglio, ad una prima manifestazione proprio nel corso, sta diventando simbolo della resistenza al progetto. Il prossimo 27 settembre ci sarà una nuova iniziativa e ne saranno piantati altri dieci, al posto di quelli caduti o abbattuti in questi anni per malattia, e mai ripiantati.

Si richiede la sospensione del progetto e, se si va avanti lo stesso, che venga almeno mantenuta l'alberata, scavando due trincee a lato del parcheggio. Nel bando non è previsto alcun obbligo di ripiantare gli alberi che saranno abbattuti.

Al momento il Comitato, sostenuto fra le associazioni, da Pro Natura, Italia Nostra, Ecopolis e dal MoVimento, ha ottenuto l'attenzione del sottosegretario ai Beni Culturali Borletti Buitoni, la quale a luglio scorso ha risposto alla richiesta di tutela dell'alberata, promettendo particolare attenzione anche della presunta realizzazione della Ruota Panoramica.

Altre iniziative civiche in città si sono ispirate al grande lavoro compiuto dal Comitato Salviamo Corso Marconi per mobilitare l'opposizione attiva ad opere speculative analoghe. La dimanica della consapevole partecipazione si diffonde con entusiasmo e partiti e politici si trovano in imbarazzo.

Gli eletti in Consiglio comunale, dovranno poi votare obbligatoriamente la concessione del suolo e l'approvazione di una deroga al regolamento del verde che imporrebbe, quando si costruiscono parcheggi interrati, il mantenimento in piena terra (e non in vasche da 1,5 mt di profondità che al Comune si pretendono sufficienti a far rivivere il profilo unico del corso) del 60% degli alberi in superficie.

La Commissione per l'aggiudicazione del diritto di superficie mercoledì 4 settembre, assegnerà il diritto di superficie per la realizzazione del parcheggio "Corso Marconi". Invitiamo a partecipare per evidenziare che non ci siamo arresi e andremo avanti con l'opposizione al progetto. Per chi potesse l'appuntamento è per le 9.45.

Loro non molleranno mai (ma gli conviene?), noi neppure.

Chiediamo per voi

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L’attività consiliare non è fatta solo dei grandi temi, quelli che finiscono sul giornale, quelli a cui di solito dedichiamo i post e le discussioni più accese in rete. Ognuno di noi riceve ogni giorno parecchie segnalazioni di problemi e proposte, di solito accompagnate da una richiesta di incontro; alcune vicende riguardano situazioni personali, mentre altre hanno un valore collettivo. Noi cerchiamo per quanto possibile di dare ascolto e seguito a tutti, anche se questo spesso ci impedisce di approfondire tutto; spesso le segnalazioni potrebbero dare il via a indagini o studi interessanti, ma che richiederebbero ore o giorni da dedicare a quel singolo problema, cosa di cui non disponiamo; per questo chiediamo ai cittadini di attivarsi, ad esempio nei gruppi di lavoro.

Comunque, quando le segnalazioni riguardano problemi collettivi, spesso ci ritagliamo le ore necessarie per analizzarle e produrre una interpellanza, ovvero un atto che richiede alla giunta comunale di rispondere alle nostre domande ufficialmente, in aula, con ciò costringendo l’amministrazione a prendere atto del problema e “mettere la faccia” su promesse di risoluzione. Le interpellanze vengono trattate il lunedì mattina in un’aula solitamente deserta, dato che ognuno viene soltanto a sentire le risposte alle proprie, e che sono solo alcuni consiglieri, praticamente tutti di opposizione, a utilizzare regolarmente questo strumento. Noi, però, quando possibile estraiamo il video e lo mettiamo sul nostro canale Youtube; inoltre i video sono reperibili sul sito del Comune, nella sezione dei verbali del consiglio.

In questi due anni, io ho scritto e presentato 124 interpellanze, più un altro centinaio scritte da Chiara (ognuno di noi firma le interpellanze dell’altro) e qualcuna presentata insieme ad altri colleghi. Per darvi qualche piccolo esempio, qui sotto riporto i video di alcune delle interpellanze di cui mi sono recentemente occupato io, con una piccola spiegazione; così potrete capire che fine fanno le vostre segnalazioni, o le mie osservazioni di situazioni problematiche.

I) Qualche tempo fa, diversi cittadini si sono accorti che i nomi e i dati dei propri cari defunti erano stati riportati senza autorizzazione su un sito Web organizzato come “cimitero virtuale” da una società di origine americana, con tanto di offerte di servizi aggiuntivi a pagamento; i dati erano stati scaricati dal sito del Comune, che li pubblica in maniera aperta a tutti. Questa è la spiegazione data dall’amministrazione su come sia stato possibile: in pratica, attendono da un anno e mezzo un parere del garante della privacy sulla legittimità della pubblicazione, legittimità che secondo me, come sentite nella mia risposta, è molto dubbia.

II) Negli anni subito prima del 2006, corso Francia è stato oggetto dei lavori per realizzare la metropolitana; a fine lavori, solo il tratto fino a piazza Bernini fu risistemato, mentre il resto fu rappezzato alla meglio a titolo “provvisorio”. Tuttavia, da allora la risistemazione definitiva del tratto più periferico viene continuamente rinviata per mancanza di fondi, e allora noi abbiamo chiesto, per la seconda volta da quando siamo stati eletti, quand’è che pensano di farla, o se (come di fatto ci dicono) l’opera sia ormai passata in cavalleria, e in questo caso se non si possano almeno sistemare le buche e i punti pericolosi.

III) L’hitball è uno sport nato a Torino e che vanta in città un buon numero di praticanti, tanto che negli anni si era parlato di aggiungere una seconda sede all’unico impianto disponibile… fin quando non si è scoperto che la Città vuole sfrattare gli sportivi dall’unico impianto perché ha venduto l’area agli “operatori immobiliari”.

IV) Il fenomeno dei furti di rame e del commercio illegale di rame è in continua crescita, e viene spesso collegato nell’opinione popolare ai roghi nei campi nomadi: è vero? Cosa fa l’amministrazione per reprimere questi fenomeni, e quanto spesso interviene?

V) Con un blitz, alcune settimane fa i vigili urbani hanno fatto chiudere alcune copisterie in cui si fotocopiavano testi universitari; eppure le fotocopie sono l’unico modo con cui molti studenti possono avere accesso ai testi. Siamo sicuri che l’intervento sia stato fatto correttamente, e come possiamo aiutare il diritto allo studio?

La variante che licenzia la gente

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Questa è una storia che inizia molto tempo fa, ben prima che facessi politica; già allora (parliamo del 2007 e poi del 2009) il mio blog menzionava con un certo sconcerto la vicenda della vendita della casa Gramsci di piazza Carlina, dal Comune ai De Giuli – ben connessi immobiliaristi torinesi – al prezzo stracciato di 7 milioni di euro, per farne un albergo di lusso.

Il nuovo hotel sarebbe poi stato gestito dal gruppo spagnolo NH; e anche qui si tratta di amici di famiglia, dato che la filiale italiana NH Italia è una joint venture tra gli spagnoli e Intesa Sanpaolo, che ne detiene tuttora il 44,5%. NH Italia, avendo comprato il gruppo Jolly Hotel, si ritrovava già proprietaria di diversi alberghi a Torino: l’ex Art & Tech al Lingotto, l’Ambasciatori e il Ligure di piazza Carlo Felice.

Si sa, a Torino grazie al megainvestimento olimpico il turismo tira… o forse no, visto che gli alberghi entrano in crisi uno dopo l’altro: è per questo che già nel 2009 la proprietà annuncia l’intenzione di chiudere l’Hotel Ligure e trasformarlo in appartamenti. C’è un piccolo particolare: il piano regolatore di Torino prevede che lì ci sia un albergo; per poterne fare appartamenti è necessaria una variante che, come dice la legge, deve andare nel pubblico interesse (non è sufficiente che ci sia un interesse privato).

A settembre 2011 arriva così in consiglio comunale, per il primo passaggio, una variante urbanistica per cambiare la destinazione d’uso del palazzo da alberghiero a residenziale. In aula, l’unico che ha qualcosa da dire sono io. Ci è stato detto che la chiusura dell’albergo è propedeutica all’apertura di quello in piazza Carlina e che i lavoratori del Ligure saranno semplicemente spostati là, o comunque ricollocati negli alberghi torinesi di NH; addirittura ci è stata mostrata una lettera scritta della proprietà che si impegna in questo senso, e che viene richiamata nella delibera.

Un mese dopo, però, le cose cominciano a non tornare: sul giornale si parla di 37 licenziamenti, e allora presentiamo una interpellanza. A metà dicembre, ancora in attesa di risposte, arriva la delibera per il secondo passaggio in aula. E’ allora che si scopre una situazione drammatica: il problema si è addirittura allargato, in quanto molti lavoratori del Ligure sono stati ricollocati all’Ambasciatori lasciando però senza lavoro i precedenti lavoratori di quest’ultimo.

La delibera viene bloccata in attesa di capire come salvare i lavoratori. Il problema, però, è che il gruppo NH si è sostanzialmente dileguato; ha già venduto il palazzo a un operatore immobiliare, la MGB, per 22 milioni di euro (lo stesso patron della MGB, in commissione, farà notare la grande differenza tra quanto ha incassato NH vendendo un palazzo per appartamenti e quanto ha incassato il Comune vendendo un palazzo simile per albergo). E’ vero che la variante ancora non c’è, ma il valore pagato è stato già stimato “come se”, con una notevole fiducia nella disponibilità del Comune.

Alla fine, dopo un anno di melina, la giunta dice che è ora di approvare la variante: il palazzo chiuso crea degrado, e inoltre l’acquirente si è indebitato per l’acquisto e ora se non fa partire i lavori rischia il tracollo, coinvolgendo altre società del suo gruppo. Tutto vero, ma ancora una decina di lavoratori degli alberghi non hanno ritrovato un lavoro. Ci viene spiegato che NH Italia è in crisi e che il Comune addirittura non riesce nemmeno più a parlare con loro (il che, per una società posseduta a metà dal Sanpaolo, è quantomeno curioso). E quindi, i lavoratori devono arrangiarsi a sperare che saltino fuori posti di lavoro da commesso nei negozi che apriranno nel fu atrio dell’albergo; se no… problemi loro.

L’amministrazione ha insistito nel dire che si è fatto tutto il possibile; la chiusura dell’albergo era già stata decisa da prima per via della crisi del mercato (ma non eravamo la nuova meta turistica del millennio?), i lavoratori sarebbero rimasti comunque senza lavoro, in tante città non si pensa nemmeno di legare promesse occupazionali alle varianti urbanistiche, non è colpa di nessuno se l’intero gruppo NH è andato in crisi.

Resta il fatto centrale: senza variante urbanistica, il proprietario sarebbe stato costretto a riaprire l’albergo oppure a tenere il palazzo chiuso all’infinito – e parliamo di una variante urbanistica che ha aumentato il valore del palazzo di almeno una decina di milioni di euro, per un presunto interesse pubblico ad avere davanti a Porta Nuova più appartamenti e meno alberghi. A fronte di questo, al proprietario originale è stato permesso di prendersi un impegno alla ricollocazione dei lavoratori e poi disattenderlo tranquillamente, lavandosene le mani perché, come in un gioco delle campanelle, nel frattempo il palazzo è stato passato a qualcun altro e loro hanno già incassato.

Alla fine, noi siamo stati gli unici a votare contro l’approvazione definitiva della variante urbanistica; anche la nostra mozione che chiedeva all’avvocatura comunale di studiare una richiesta di danni contro il gruppo NH è stata bocciata da tutti i partiti. Con molti auguri ai lavoratori dal consiglio comunale.

Malati di movida

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Ricorderete la polemica della scorsa estate, una delle tante montate ad arte dai giornali, su “Grillo contro la movida”. In realtà nessuno vuole fermare la vita notturna o impedire alle persone di divertirsi, ma si vorrebbe semplicemente garantire a tutti la possibilità di vivere in pace in casa propria.

Il video che vedete è infatti stato girato dagli abitanti delle zone “calde” di Torino, da piazza Vittorio a San Salvario; zone che per diverse notti a settimana si trasformano sempre più spesso in una bolgia priva di regole. A nessuno farebbe piacere restare sveglio una notte dopo l’altra, di fronte a persone che in strada si divertono a fare rumore per il puro piacere di farlo, o che si picchiano selvaggiamente, magari mentre i vigili passano e vanno via.

Il Comune ha oggettivamente poche possibilità di gestire una situazione che ormai pare sfuggita di mano; la legge non permette di porre veri limiti alla proliferazione dei locali, e molto del rumore viene prodotto dopo l’orario di chiusura, quando la gente ubriaca si sposta in strada. Eppure, a Torino per vent’anni l’industria dell’intrattenimento notturno ha potuto fare ciò che voleva, al punto che è intervenuta la magistratura per far smontare i dehors abusivi dei Murazzi. Eppure, almeno dal punto di vista della mobilità – San Salvario di notte è invasa dalle auto in cerca di un parcheggio inesistente – il Comune potrebbe fare di meglio.

La vera questione da porsi, tuttavia, è come mai fasce crescenti di persone trovino il disturbo notturno come unico sfogo alla propria voglia di evasione. A qualsiasi persona sociale risulta ovvio cercare di disturbare gli altri il meno possibile, e invece in molte di queste immagini si vedono persone che nel fare rumore, nel sapere di danneggiare qualcun altro, sembrano trovare una realizzazione personale. Senza nemmeno rendersene conto, è come se – persi i freni inibitori – si vendicassero sugli incolpevoli abitanti delle case circostanti per tutti i crescenti problemi della vita di oggi, o se questo fosse il loro modo per sentirsi protagonisti dell’attenzione pubblica.

Non si può generalizzare, e la maggior parte di chi esce la sera vuole semplicemente svagarsi e stare con gli amici. Eppure, in queste immagini c’è qualcosa di profondamente inquietante, come se di notte la città si trasformasse in una giungla pericolosa e senza regole, sempre più lontana dalla civiltà.

I conti della Continassa

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Ha suscitato un certo scalpore, ieri, la contestazione al Comune di qualche centinaio di tifosi del Toro, che in occasione dell’intitolazione al Grande Torino della piazza davanti allo stadio Olimpico hanno rumorosamente criticato l’operazione di cessione alla Juventus dell’area Continassa, esibendo cartelli con la scritta “0,58 € sul campo”, con riferimento al prezzo dell’area al mq e all’anno, praticato dal Comune alla Juventus, che noi per primi avevamo calcolato nella nostra analisi dell’operazione e che ha poi fatto il giro dei media anche nazionali.

In serata, e poi stamattina, si sono scatenati tutti i media: TGR Piemonte, La Stampa, Repubblica, persino Tuttosport hanno riportato con evidenza i conti secondo l’amministrazione, la quale dice: i 10,5 milioni di euro vanno divisi non per i 180.000 mq di superficie dell’area ma per i 33.000 mq degli edifici che saranno costruiti; così facendo, viene 318 euro al mq. Vorrei allora spiegare un po’ più approfonditamente le cifre in gioco, così ognuno potrà decidere se preferisce il conto fatto da Fassino e dall’assessore Curti oppure quello che ho fatto io.

Intanto, l’idea di dividere solo per i mq costruiti è un po’ strana: è come dire che se io voglio un terreno pubblico per un uso che non prevede di costruirci sopra, ad esempio per giardino o parcheggio privato, il Comune me lo deve dare gratis. Intorno agli edifici non ci saranno solo, come dice l’amministrazione, “strade e piazze” – anche perché riempire 180.000 mq di strade e piazze è un po’ duro – ma ci saranno giardini e spazi a diretto servizio della sede sociale, dei palazzi e delle attività commerciali della Juventus, su terreni che per i prossimi 99 anni saranno in possesso della Juventus. Non si capisce perché il terreno per costruire tutto questo dovrebbe essere gratis.

Ma anche seguendo questa linea, l’assessore arriva a cifre che in realtà sono simili alle mie, ma le presenta in modo diverso. In sostanza, dire che uno paghi 318 euro al mq per avere un terreno in concessione per 100 anni, o che paghi 3,18 euro all’anno al mq, è la stessa cosa. Se dividiamo per tutta la superficie, si può dire che la Juventus pagherà 0,58 euro all’anno al mq, oppure che pagherà 58 euro al mq nel complesso dei 100 anni.

A dimostrare che il prezzo praticato alla Juventus è sottodimensionato di diverse volte ci sono però altri confronti possibili. Per esempio, la stessa amministrazione soltanto due anni fa ha deciso di concedere a privati per 50 anni un lotto di 14.352 mq nella stessa identica area, tra via Traves e corso Ferrara, con una superficie costruibile di 6000 mq e con un vincolo a una destinazione decisamente meno lucrosa dei palazzi e dei negozi, ovvero a impianti sportivi privati.

In quel caso, la richiesta della Città è stata di 2.700.000 euro, il che vuol dire con il mio metodo 3,76 €/mq/anno (oltre sei volte quanto chiesto alla Juventus) e con il metodo dell’assessore Curti 450 euro per 50 anni, ovvero 9 €/mq/anno (il triplo di quanto chiesto alla Juventus). L’asta è andata più volte deserta, dunque si può pensare che il prezzo fosse troppo alto; ma la differenza con il prezzo praticato alla Juventus è clamorosa, e comunque non si capisce perché con la Juventus si sia partiti direttamente dal prezzo stracciato, facendolo anzi fissare direttamente alla Juventus, mentre con l’altra area (che, ci dissero, interessava alle palestre Virgin) si sia partiti da un prezzo così più alto, nonostante la destinazione d’uso meno lucrosa.

Crediamo dunque di avere spiegato concretamente perché il prezzo praticato alla Juventus è di grande favore, senza scomodare paragoni ancora più imbarazzanti ma meno pertinenti (per esempio, la tariffa richiesta per affittare il suolo pubblico per attività temporanee è di 0,28 € al mq al giorno, che diventa 0,70 € al mq al giorno per le attività commerciali e 2,80 € al mq al giorno per i parcheggi; anche per le attività più grandi e stabili di tutte, come i grandi circhi, la tariffa è di circa 10 €/mq/anno). E anche le giustificazioni sull’incasso degli oneri di urbanizzazione non reggono, dato che a fronte dell’incasso la Città dovrà fare almeno altrettante spese: per esempio, la Juve verserà un milione di euro aggiuntivo per la sistemazione dell’area circostante, ma la Città dovrà abbattere l’ex Palastampa, spostare i giostrai, fare il parco…

Ribadisco comunque che non ci importa se l’operazione la fa la Juve, il Toro o una società che fa tutt’altro (non è questione di tifo) e che siamo ben contenti di accogliere investimenti privati per risanare un’area semiabbandonata (anche se poi c’è sempre da discutere se negozi e palazzi siano una riqualificazione), ma che il punto è che le aree, beni di tutti noi, vengano pagate alla Città un prezzo giusto. Su 10,5 milioni di euro, anche un piccolo sconto vale milioni di euro; se poi la tariffa è, a seconda dei metodi di calcolo, da un terzo a un sesto di quella praticata ad altri, lo sconto comincia a diventare astronomico.

Della povertà e di Fabrizio Biolé

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Qualche giorno fa abbiamo ascoltato in commissione il presidente della Caritas piemontese, che ci ha tracciato un quadro terribile della nuova povertà di Torino. Tanto per darvi qualche dato:

  • il numero di persone che nel 2012 si rivolgono alla Caritas, rispetto al 2008, è quasi quadruplicato;
  • il 90% di coloro che chiedono un aiuto economico per i propri ragazzi lo fa per pagare libri e attrezzature scolastiche imposte dagli insegnanti (fino a 300 euro a studente);
  • sono in forte crescita gli anziani che fanno la cessione del quinto della pensione per permettere ai figli adulti di avere un prestito per far fronte alle spese;
  • 45.000 famiglie a Torino e cintura mangiano grazie agli aiuti del Banco Alimentare;
  • i servizi sociali hanno avuto indicazione di non inserire in comunità i minori perché costa troppo alle casse pubbliche, anche quando il problema è che i minori restando in famiglia vengono maltrattati;
  • vi sono numerosi posti vuoti nelle case di riposo, sia convenzionate che private, perché le istituzioni e le famiglie non hanno i soldi per pagare le rette, ma vi sono anche 2000 anziani in lista d’attesa per la casa di riposo e 8000 in lista d’attesa per l’assistenza domiciliare;
  • a fine anno finiranno i fondi nazionali per i 1700 profughi libici sistemati a Torino da metà 2011, dunque saranno in mezzo a una strada (come già i somali di corso Chieri) e nessuno sa cosa ne succederà;
  • si stima che a gennaio 1500 famiglie potrebbero essere sfrattate dalle case popolari in quanto non in grado di pagare la quota minima di affitto prevista dal regolamento regionale;
  • il 40% delle richieste di aiuto per problemi economici menziona Equitalia e simili come causa primaria dei propri problemi;
  • oltre il 50% delle persone che chiedono aiuto fa stabilmente uso di psicofarmaci;
  • un richiedente di aiuto su tre minaccia esplicitamente il suicidio o racconta di avere già tentato il suicidio.

Una situazione del genere dovrebbe essere una emergenza per tutti, e la prima preoccupazione di chi amministra le istituzioni. Invece, passa drammaticamente sotto silenzio; si fa finta il più possibile di non vedere, e anche la vita amministrativa scorre tra altri discorsi e altre priorità (ieri il nostro sindaco si è sentito in dovere di organizzare in Sala Rossa una irrinunciabile celebrazione per i cento anni delle attività atletiche della Guardia di Finanza).

Non ho mai ben capito se questa indifferenza sia dovuta a mancanza di solidarietà, oppure a una presunzione di impotenza; non sapendo bene come ridurre la povertà, né dove trovare i soldi per assisterla, la politica si gira dall’altra parte e la prende come un fattore immanente, come il fatto che ogni tanto piove. Eppure la povertà è almeno in parte il risultato dell’organizzazione sociale che noi scegliamo, delle regole che diamo all’economia e allo Stato; con regole diverse, le risorse di cui tutti disponiamo potrebbero essere distribuite diversamente, in modo più equo e solidale.

Siamo una società basata sulla sacralità della proprietà privata, e per carità, ci sono ottimi motivi per difendere la proprietà privata. Alla fine, però, l’idea che nella società noi possiamo essere felici con le nostre cose a fronte della diffusa infelicità degli altri è una triste illusione… Magari qualcun altro ci riesce, tappandosi gli occhi, le orecchie, e anche il cuore. Eppure anche chi pensa di potersi chiudere in un’isola felice dovrà rendersi conto nel modo più spiacevole che oltre un certo livello nessuna società caratterizzata da grandi disuguaglianze è sostenibile, perché anche la minaccia del manganello non vale verso chi non ha più niente da perdere.

P.S. E Fabrizio Biolé? Scusate se l’ho messo nel titolo, sapevo che facendolo avrei attirato l’attenzione di molte più persone – se avessi semplicemente scritto che parlavo dei poveri, quasi nessuno avrebbe letto. Così funziona la pubblica opinione, ma spero che questo possa indurvi a riflettere su quali siano gli argomenti su cui varrebbe veramente la pena di accapigliarsi.

C'è lavoro e lavoro

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Spesso si dice che di questi tempi è importante dare lavoro, e che il Tav Torino-Lione porta lavoro, e che dunque il Tav Torino-Lione è un progetto importante. La realtà è ben diversa: quale lavoro porta il Tav, e a chi?

Se ne sono occupati i No Tav, andando ad analizzare in un corposo dossier alcune delle aziende che hanno già avuto appalti per il Tav, quelli per il “cantiere” di Chiomonte (ricorderete dalle foto dell’ultima visita che dentro non ci sono quasi lavori, solo tanta polizia). E ovviamente hanno scoperto inquietanti legami tra Tav, politica e criminalità organizzata.

Nel dossier sono infatti descritti e provati tutti gli elementi che gravano su diverse aziende che lavorano nel cantiere di Chiomonte e sui loro soci, a cominciare dalle famiglie Martina e Lazzaro, già coinvolte nell’inchiesta Minotauro e anche in altri problemucci, per venire al Consorzio Valsusa-Piemonte Imprese per lo Sviluppo, presieduto dall’ex parlamentare DS Luigi Massa, che comprende – oltre alla nuova impresa dei Lazzaro denominata Italcostruzioni – diverse aziende riconducibili a persone già in passato arrestate o condannate in inchieste relative ad appalti per lavori pubblici in Piemonte, come i casi in cui furono coinvolti l’allora viceministro Martinat e l’imprenditore Gavio.

La risposta del partito del cemento non si è fatta attendere. Un mesetto fa è stata organizzato un incontro della Commissione Antimafia del Comune di Torino con Mario Virano, che ha presentato le misure antimafia che saranno introdotte negli appalti del Tav: difatti, le gare d’appalto vengono fatte non in Italia ma in Francia, paese che non dispone di una legislazione antimafia. Peccato che, in questa riunione a porte chiuse di autorità incravattate, ci fossi anch’io: dunque ho potuto alzare la mano e cominciare a snocciolare in faccia a Virano & friends una serie di nomi, dati e condanne penali.

La cosa più divertente è stata quando un megadirigente delle ferrovie ha replicato sdegnato “ma questi nomi non li conosco, non hanno mai lavorato con noi!”, salvo poi beccarsi un colpetto di gomito da Virano, seguito da comunicazione all’orecchio e da successiva rettifica: “ah, mi dicono che forse hanno vinto delle gare in Francia…”. Ma anche quando ho fatto a voce alta il nome di uno dei vari condannati e diversi presenti hanno cominciato a discuterne: “chi?” “ah ma quello là” “ah già è vero, me lo ricordo…”. Addirittura il TGR ha voluto riprendere le mie dichiarazioni: come risultato, abbiamo fatto un po’ di rumore ma devo essermi fatto altri nemici.

Qualche settimana fa, tra gli ospiti della nostra festa alla Falchera, abbiamo avuto il piacere di ospitare Alberto Perino che ha raccontato al pubblico queste vicende. Siamo lieti di presentarvi ora un estratto video: perché queste verità continuino a circolare.

Nel frattempo, siete tutti invitati alla manifestazione No Cmc - una delle cooperative rosse che spargono cemento - che si terrà domani a Ravenna: qui trovate le informazioni.

Gli schiavi della conoscenza

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Emanuele è un lavoratore della conoscenza: una di quelle persone che non producono oggetti tangibili, ma idee, ricerche, prodotti immateriali. Gli economisti sostengono che se un Paese ricco vuole avere speranza di rimanerlo deve puntare proprio su questo settore, investendo nella ricerca scientifica e nei settori tecnologicamente avanzati.

In Italia, però, la realtà è ben diversa. L’impresa privata spesso concepisce la ricerca solo come un mezzo per ottenere finanziamenti pubblici, per cui, più che fare ricerca utile, si concepiscono sulla carta progetti che corrispondano a qualche bando e non di rado si falsificano i documenti per far apparire come ricerca (e quindi farsi rimborsare almeno in parte) anche le normali attività aziendali. Se non ci sono fondi pubblici, allora la ricerca – per definizione un investimento che ritorna nel lungo termine, ma che a breve è un costo – non si fa proprio.

Gli enti pubblici, invece, vedono normalmente la ricerca come un modo per far arrivare soldi alla corte di clienti, parenti e raccomandati di chi li gestisce; una consulenza, magari per studiare sulla carta un progetto che sin dal principio non si ha alcuna intenzione di realizzare, è un buon motivo per giustificare un esborso di denaro.

In questa situazione, chi invece veramente si dedica con passione e competenza al lavoro della conoscenza viene continuamente mortificato. Nel privato, di solito si trova a lavorare precariamente con contratti a progetto o finte partite IVA, da schiavo mascherato da professionista, per venire poi scaricato appena si deve tagliare qualcosa. Nel pubblico, l’ingresso nelle università è subordinato all’adesione al feudo del barone universitario di turno, accettando di mettersi in fila per poter vincere un concorso una volta esaurita la lista di figli, amanti e sodali che devono essere sistemati, e nel frattempo vivendo di assegni e contratti precari.

La storia di Emanuele è un po’ di tutto questo; ingaggiato in progetti di ricerca tra il Politecnico, la Città e la Provincia di Torino, il suo lavoro non è mai stato pagato; il primo progetto ha perso i fondi europei per via di gelosie politiche tra Torino e Milano, mentre nel secondo i soldi sono arrivati ma sono stati girati dall’ente pubblico ad altri, anziché a lui che aveva lavorato.

Nonostante le promesse di ripagarlo in qualche modo, alla fine Emanuele è finito in mezzo a una strada; era già all’estero per cercarsi un nuovo lavoro, quando è rimasto senza una lira ed è stato sfrattato e persino depennato dall’anagrafe e dalle liste elettorali italiane in quanto irreperibile. I nostri tentativi di fargli avere ciò che gli spetta sono stati vani, tanto che lui si è infine rivolto alla magistratura; potete sentire la sua storia nel video.

Ora Emanuele ha trovato un ingaggio dignitoso: alla Metropolitan University di Manchester. Questa, infatti, è la fine di molte delle persone che cercano di fare questo lavoro in Italia: l’emigrazione. All’estero chi lavora in questo settore con merito – non solo i geni, ma anche le persone normalmente preparate – viene accolto e incentivato, proprio perché loro sanno che da queste persone dipende la futura floridità della nazione. Non stupisce dunque che l’Italia sia sempre più in crisi.

Il software libero mi fa arrabbiare

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Come molti di voi sanno, da molto prima di interessarmi alla politica sono un attivista per le libertà digitali; dalle conferenze delle Nazioni Unite fino agli hackmeeting nei centri sociali, sin dagli anni ’90 ho discusso di software libero, diritto d’autore, censura in rete, net neutrality e via via tutti i temi che si sono negli anni sviluppati.

Sono insomma temi che conosco bene e che ho piuttosto a cuore, e per questo sono stato contento quando la maggioranza che sostiene Fassino ha presentato due mozioni che intendevano portarli avanti, una per diffondere il software libero e una per promuovere l’accessibilità dei dati comunali tramite formati e licenze aperte.

L’altro giorno le mozioni sono arrivate in aula e ho preso la parola per annunciare il nostro sostegno, ma anche per far notare che di parole se ne sono già fatte troppe, e che l’attenzione della maggioranza per questi temi rischia facilmente di rivelarsi ipocrita; una bella dichiarazione di principi che non costa nulla e che da dieci anni viene periodicamente ripetuta (qui la mozione praticamente identica del 2003) ad uso puramente elettorale, continuando poi ad amministrare esattamente nel senso contrario.

Man mano che parlavo mi sono venuti in mente i tanti esempi che ho visto anche solo in questo anno da consigliere, e mi sono arrabbiato. Sentirete nel video com’è la realtà dell’informatica comunale torinese; io spero solo che stavolta l’esito di questi atti sia diverso dal passato, e che non si rivelino un’altra volta una presa in giro.

Chiomonte, lo Stato in gabbia

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Sabato scorso ancora una volta il popolo No Tav si è riversato sui sentieri tra Giaglione e Chiomonte, attorno al cantiere che non c’è. E’ stata una giornata di festa, alla faccia di uno Stato che in Valsusa è sempre più lontano e sempre più ridicolo.

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Partiamo per le frazioni di Giaglione, in un serpentone lunghissimo di cui non si vede la fine. Dopo un po’, la strada principale è bloccata, come già lo scorso ottobre; e come già allora, nessuno demorde. Basta inoltrarsi nella montagna, seguendo l’antico dedalo di sentierini e muretti a secco che mostrano com’era una volta questa montagna meravigliosa, piena di casette e di coltivazioni povere ma importanti, e com’è adesso, abbandonata dall’incuria degli uomini moderni.

Il sentiero supera un crinale e si fa più stretto, proseguendo a mezza costa verso la val Clarea. Si forma un gigantesco ingorgo di persone, ferme in fila indiana aspettando che il corteo riesca a proseguire. Il serpentone si sfrangia in rivoli che sfruttano ogni varco nel bosco, cercando di arrivare alla meta: il rio in fondo alla valle.

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Laggiù, il punto più difficile: il guado. E’ un’esperienza che resterà nella memoria di molti, perché il passaggio non è agevole; bisogna saltare tra grandi pietroni per poi varcare il fiume in punta di piedi, senza scivolare nell’acqua gelida in cui ci si potrebbe rompere il collo. E’ un grande esempio di solidarietà No Tav; dai giovani col cane fino alle vecchiette, tutti si aiutano a vicenda. Perfetti sconosciuti si sbracciano e si abbracciano per aiutarsi a passare, mentre un gruppo di attivisti si ferma sui vari guadi per un’ora a porgere la mano a tutti quelli che ne hanno bisogno.

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Si risale la montagna, e sono ormai quasi tre ore di marcia: siamo sopra al cantiere. E’ la prima volta che lo vedo da così vicino, e la sensazione è orribile: al posto di quella che era una serie di prati e di boschi c’è ora un’enorme montagna di terra smossa, una devastazione ambientale mostruosa. Ci raccontano che i proprietari sono stati privati di tutto, che la natura è stata svenduta dallo Stato, ogni castagno secolare risarcito con cento euro e via. Dentro, peraltro, non c’è niente; solo mezzi delle forze dell’ordine e qualche vago arnese in un angolino - non certo le attrezzature che servirebbero per fare davvero un lavoro epocale come il Tav.

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Quella che era l’area archeologica della Maddalena, dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba, è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così. Sulla nostra testa continua a girare l’elicottero… tutto a nostre spese, milioni di euro pubblici buttati nel cestino senza un motivo plausibile, per un’opera che via via tutta Europa sta abbandonando, ultima la stessa Francia.

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Eppure, la tristezza per tutto questo spreco e questa devastazione lascia spazio anche alla soddisfazione: quella che viene dal senso di libertà. Sono loro a essersi chiusi da soli dentro il recinto, come animali feroci; noi gli giriamo intorno come vogliamo, sbuchiamo dai cespugli e dagli alberi, siamo in ogni angolo, migliaia di persone che li costringono dentro. Noi siamo in vacanza, a fare una bella passeggiata nei boschi tutti insieme; loro sono fermi sotto il sole a difendere il nulla da un nemico che non c’è, già sapendo che tanto i soldi mancano e l’opera non si farà mai. Anche dal punto di vista politico, nonostante l’informazione al loro servizio, sono loro quelli chiusi nell’angolo.

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Proseguiamo a mezza costa in mezzo alle bellissime vigne; molti sono tornati indietro per riprendere l’auto a Giaglione, altri hanno ceduto alla stanchezza, ma noi proseguiamo felici. Una signora anziana chiacchiera con un ragazzo di un centro sociale, che le racconta la storia della sua vita (viene da Piacenza, dunque per i giornali sarebbe un mercenario militare anarco-lanciatore di pietre convocato sul posto dalla Spectre). Arriviamo infine a Chiomonte, al ponte della centrale.

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Sul costone c’è l’ennesimo recinto con i tutori dell’ordine ordinatamente chiusi dentro; sul ponte c’è Alberto Perino che saluta tutti e dà una stretta di mano e un abbraccio a chiunque passi di lì, come premio per quattro ore di marcia; e l’essere arrivati in fondo è un gran premio di suo. Di fronte, la Dora è piena dei bagnanti del campeggio No Tav, il terribile “campo paramilitare” di ragazzi in bermuda e famiglie accaldate.

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Risaliamo fino a Chiomonte per tornare poi a Torino. E’ stata una splendida giornata e torniamo tutti a casa stanchi, ma con il morale alto: quest’opera è ormai agli sgoccioli e in gabbia ci sono soltanto loro.

P.S. Il movimento No Tav lancia la quarta edizione di Compra un posto in prima fila, per chi volesse acquistare una quota di proprietà di uno dei terreni teoricamente destinati ad essere invasi dai cantieri del Tav. Anche il Movimento 5 Stelle di Torino e del Piemonte parteciperà all’acquisto. Le quote partono da venti euro, aderite numerosi; contattateci per aderire con noi, oppure visitate i siti No Tav.

Variante 200, la variante che uccide

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Di storie incredibili, in un anno in Comune, ne ho viste tante: ma quella che vedete nel video le batte tutte. E’ la storia di una azienda mandata in fallimento dalle scelte urbanistiche e dalla lentezza dell’amministrazione comunale, e più precisamente dalla famosa Variante 200, proprio quella che viene continuamente sbandierata come un meraviglioso progetto di rinnovamento e sviluppo di Torino.

Ho conosciuto Roberto Padoan, il patron di Scubatica, alcuni mesi fa: lui si è rivolto a tutte le forze politiche e autorità cittadine, io sono stato l’unico a rispondere. Mi ha raccontato la storia che sentite nel video: quella di un imprenditore con un progetto innovativo che si indebita per centinaia di migliaia di euro per portarlo avanti, comprando una vecchia fabbrichetta meccanica e investendo sui prodotti.

Tutto va bene fin che non arriva il Comune a dirgli di punto in bianco che, per favorire l’accesso al nuovo quartiere della Variante 200 che devono costruire oltre il suo stabilimento, hanno deciso di allargare la futura via Regaldi rispetto a quanto previsto dal piano regolatore sin dal primo Novecento, nonché di costruire l’immancabile rotonda all’angolo con via Pacini, e dunque gli portano via un bel pezzo di fabbrica.

Senza la fabbrica in cui farli, però, non si possono realizzare i nuovi prodotti; e dunque bisogna fermare tutto e trovare una nuova sede, che però costa, come costa traslocare macchinari di stampaggio alti quattro metri e pesanti tonnellate. Se prima non si vende la sede attuale, non ci sono i soldi per spostarsi; altro credito ovviamente non te ne fa nessuno; ma chi comprerà una fabbrica dimezzata?

Qui entra in gioco il Comune, che suggerisce la seguente soluzione: la Città rende il terreno edificabile per un bel palazzo di otto piani, così gli immobiliaristi lo comprano e Scubatica ha i soldi per spostarsi. Peccato che, nonostante le promesse, nessuno compri, o comunque vengano fatte offerte a prezzo stracciato, insufficiente a pagare anche solo le spese di trasloco.

Il motivo ufficiale è che “il mercato è in crisi”, ma mettetevi nei panni di chi vive di speculazioni immobiliari: Scubatica non può portare avanti il proprio business plan, ma deve continuare a pagare costi, stipendi, mutui per l’acquisto della sede ora inutile; con l’attività ridotta, conseguente alla mancata espansione, non ce la può fare. La vicenda burocratica si trascina per due, tre anni; ogni volta il Comune minaccia l’arrivo imminente delle ruspe - questione di settimane - ma poi c’è sempre un motivo per cui tutto resta fermo. A forza di perdite, Scubatica non può che fallire; e dunque perché darsi la briga di comprare ora, quando si può comprare a metà prezzo tra pochi mesi dal curatore fallimentare?

La cosa pazzesca è che il Comune dovrebbe fare gli interessi di tutti; di chi costruisce, ma anche di chi già si è insediato lì; progettando una trasformazione come questa, dovrebbe comunque difendere chi ci si trova in mezzo. Difatti per prima cosa abbiamo chiesto che l’assessore Curti facesse il proprio lavoro di “moral suasion”; in risposta a una nostra interpellanza, l’assessore aveva detto che tutto andava bene e che le offerte di acquisto del terreno stavano partendo. Abbiamo sollecitato ancora, in questi mesi, e non è successo nulla.

Infatti, quando si tratta di fare una variante al piano regolatore - operazione che, per legge, può essere fatta soltanto nel pubblico interesse, e non per l’interesse di privati - gli operatori immobiliari diventano “partner” che aiutano la “trasformazione urbana”; quando si tratta dei diritti dei cittadini, diventano privati a cui l’amministrazione non può imporre nulla, per colpa naturalmente del “mercato”.

E però, tramite lo strumento urbanistico del “piano particolareggiato”, l’amministrazione può invece imporre a Scubatica e agli altri proprietari di realizzare il progetto della variante, costruendosi da soli i palazzi se necessario, oppure espropriargli i terreni a basso prezzo e in più addebitargli i costi della demolizione e della bonifica dei loro edifici!

In nome dell’ennesima speculazione venduta come grande progetto per il bene di tutti, il Comune considera l’azienda come una vittima collaterale; addirittura, Padoan racconta come i tecnici comunali gli abbiano detto che è colpa sua, che quando si è insediato lì ha effettuato un “incauto acquisto”, perché avrebbe dovuto immaginare che il Comune due anni dopo magari avrebbe voluto allargare la strada…

La Variante 200, al momento, è un morto che parla; Torino è già piena di decine di migliaia di nuovi alloggi vuoti e invendibili - a cui peraltro Fassino, dopo aver spremuto le famiglie e le aziende fino al massimo delle aliquote, ha appena concesso agevolazioni sull’IMU - e anche chi doveva investire in quell’area ora non è più così certo di volerlo fare. La seconda linea di metropolitana è fumo negli occhi, lo Stato ha già negato persino il primo timido finanziamento per le due fermate dal passante ferroviario al San Giovanni Bosco. Vedremo se e quando partiranno dei lavori, ma nel frattempo ci sono già le prime vittime: le persone di Scubatica, messe in mezzo a una strada.

P.S. Giovedì 19 luglio alle 21 in via Lessona 1/E faremo una serata a tema sull’urbanistica di Torino, spiegando come funziona il piano regolatore e dove sono previste le prossime colate di cemento. Non mancate!

Come il Comune spende i nostri soldi

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Ieri il Comune ha approvato il bilancio; ora, finalmente, è pubblico. Non è questione da poco, perché, fosse per me, avrei già pubblicato da settimane la bozza di bilancio con tanto di relazione, e avrei chiesto a tutti dei commenti. Non si può, mi hanno detto i legali. Come non si può, ho risposto io: non possiamo dire ai cittadini come il sindaco pensa di spendere i loro soldi? No, non possiamo finché non è approvato. Pazzesco.

Per prima cosa vorrei riassumere alcuni punti salienti sui bilanci dei settori che seguo io. Il bilancio della viabilità è piuttosto magro, e si sono trovati 7.800.000 euro, qualcosa in più dell’anno scorso, per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade e dei marciapiedi, rinunciando invece alla riqualificazione urbana; può sembrare molto ma quattro anni fa il budget era quasi il quadruplo, dunque la situazione non migliorerà di molto. In compenso partiranno i lavori dell’argine del Po al Fioccardo, dove le case in passato sono finite sott’acqua. Quello del verde non è tanto meglio; il budget per la manutenzione dei parchi è di 3.100.000 euro, -54% rispetto al 2009. Peggio ancora sarà col verde “spicciolo” gestito dalle circoscrizioni: aspettatevi sempre più savane.

Il vero massacro, però, è sul welfare: credo che questa tabellina dica tutto.


2011 2012 Variazione % sul tot.
Stranieri e nomadi 4.229.312 4.291.577 1,5% 5,1%
Anziani e famiglie 37.689.973 29.581.872 -21,5% 34,9%
Adulti in difficoltà 6.864.354 6.925.343 0,9% 8,2%
Minori 22.607.373 18.737.517 -17,1% 22,1%
Disabili 27.186.539 25.243.076 -7,1% 29,8%
Altro 498.994 25.500    
TOTALE 99.076.545 84.804.885 -14,4%
di cui



Fondi comunali 41.172.897 40.176.639 -2,4%  
Fondi esterni
57.903.648 44.628.246 -22,9%  

Oltre il 20% in meno sugli anziani, quasi il 20% in meno sui minori, il 7% in meno sui disabili: e poi Fassino ha la faccia di dire che “non è stato tagliato nulla”. In verità nelle scorse settimane sono stati approvati una serie di provvedimenti che penalizzano fortemente chi ha bisogno di assistenza, con aumenti di tariffe, restrizioni dei requisiti per avere assistenza, tagli dei servizi e delle sovvenzioni. E sul fatto che l’unico capitolo in crescita sia “stranieri e nomadi” molti avranno da obiettare…

Vorrei anche poter pubblicare le quattro pagine fittissime di enti e associazioni (per una buona metà parrocchie ed enti religiosi) che ricevono contributi comunali per gestire progetti di assistenza, per un totale nel 2011 di 4.195.000 euro; in mezzo ci sono molti progetti che conosco e che sono ottimi, ma in tanti altri casi non ho veramente idea di cosa venga fatto con i nostri soldi, magari la rete ce lo saprebbe dire.

A questo punto però vorrei condividere un’altra cosa che colpisce: a fronte di questa situazione drammatica, la presenza nella spesa comunale di moltissime voci di entità che a una persona normale sembra abnorme, per progetti tutto sommato non particolarmente fondamentali (quasi tutti peraltro legati al cemento). Qualche settimana fa ci fu una polemica per il milione di euro destinato al Filadelfia, ma scorrendo il programma delle opere pubbliche e le relazioni al bilancio, anche solo nei miei settori, si scoprono spese come queste:

260.000 euro ad agenzie interinali per attività di ricollocazione dei lavoratori
19.000.000 di euro per la realizzazione di un Energy Center nell’area ex Westinghouse (via Borsellino)
2.915.000 euro per lavori di messa in sicurezza delle OGR
4.971.000 euro per la ristrutturazione del castello di Santena
1.084.000 euro per risistemare il piazzale della basilica di Superga
3.000.000 di euro per “attività di riqualificazione dell’area dello scalo Vanchiglia non meglio precisate
500.000 euro per la manutenzione dei segnali stradali
514.000 euro per la sistemazione dell’area verde di via Assisi
1.347.000 euro per la risistemazione dell’area di via Sesia / via Montanaro
1.084.000 euro per la sistemazione viabile e pedonale di via Ghedini
600.000 euro per un sottopasso pedonale che colleghi piazza Valdo Fusi al museo delle Scienze
660.000 euro per la navigabilità del Po
749.000 euro per 950 metri di pista ciclabile su via Anselmetti (stradone largo e dritto in mezzo alle fabbriche)
200.000 euro per il ripristino di scorci panoramici sulla strada dei colli (panoramica di Superga)
2.226.000 euro per nuove passerelle al Parco Dora
1.220.000 euro per il Parco Stura a Lungo Stura Lazio (una bella passeggiata tra le baracche?)
172.000 euro per le spese di funzionamento dell’ATO Rifiuti (fondamentale organo burocratico di cui tutti apprezzano l’esistenza)
6.500.000 euro per il restauro del mastio della Cittadella
1.000.000 euro (nel 2013) per la manutenzione straordinaria della chiesa di Santa Croce
2.300.000 euro per la manutenzione straordinaria della palestra e del cortile della cascina Marchesa
500.000 euro per la manutenzione straordinaria e bonifica edifici via Revello 3 e 5 (ma lo sanno cosa c’è a quell’indirizzo?)

Sono sicuro che ognuno di questi progetti ha un motivo e una logica che magari dal titolo non emergono, ma questi soldi non potrebbero essere meglio spesi? La verità purtroppo è che il bilancio di un Comune non funziona come il nostro portafoglio, e non si può pensare così facilmente di prendere soldi da una parte per metterli da un’altra; in particolare, prendere i soldi destinati a un investimento, o derivanti da entrate straordinarie e non ripetibili come la vendita di un immobile, e destinarli alla spesa corrente (welfare, stipendi… quel che volete), è una pessima pratica amministrativa, perché l’anno prossimo poi questi soldi non ci saranno più, mentre la spesa sarà di nuovo da pagare. In passato lo si è fatto, ma ormai la Corte dei Conti è prontissima a sanzionare questo comportamento.

Un’altra osservazione è che tutte le spese meno prioritarie derivano tipicamente da finanziamenti esterni e vincolati; se l’Europa ti dà dei soldi per il Parco Dora, tu non puoi prenderli e spenderli per altro. E’ però vero che anche i soldi europei, nazionali e regionali sono alla fine soldi nostri, quindi bisognerebbe se mai chiedersi come spendono i soldi questi enti più grossi; la sensazione è che più si va in alto e più i soldi, disponibili in quantità sempre maggiori, vengano buttati con generosità. Idem per le fondazioni bancarie: è vero che l’Energy Center lo pagano (oltre all’Europa) San Paolo e CRT, ma non nascondiamoci dietro a un dito, le fondazioni sono legate alla politica a doppio filo e le loro politiche di investimento sono concordate.

Comunque, la coperta è corta e che di soldi ce ne sono pochi, specialmente se non si mette in discussione la priorità (sia locale che nazionale) che dice che prima si pagano i debiti alle banche e poi, se avanza qualcosa, si fa tutto il resto. E quando si tratta di scegliere cosa fare del poco che c’è viene il difficile.

Si scontrano infatti due considerazioni opposte. Se parli con un disabile, un anziano, un malato, un genitore con bambino al nido, ti dice: cosa c’è di più prioritario di me? Piuttosto eliminate la cultura, lo sport, le opere pubbliche, non fate le piste ciclabili e non tagliate l’erba nei prati, ma mettete i soldi sui servizi che mi sono necessari per avere una vita decente. Chi potrebbe sostenere il contrario?

Dall’altra parte, però, c’è una grande quantità di cittadini che non usufruisce del welfare, e che dice: io pago le tasse, allora cosa ricevo in cambio? Se tutto viene speso per assistere la fascia più debole della società, e se nel frattempo i trasporti non funzionano, le strade sono piene di buche, i giardini diventano savane e gli impianti sportivi sono a pezzi, chi me lo fa fare di vivere e pagare le tasse a Torino? Effettivamente nessuna città può sopravvivere se la parte economicamente produttiva si ferma e sparisce, anche per mancanza di infrastrutture fisiche, organizzative, culturali; l’assistenza tramite le tasse è possibile solo se c’è qualcosa in attivo da tassare.

Compenetrare queste due visioni è molto difficile, e, secondo me, non può nemmeno essere fatto arbitrariamente da chi amministra (anche se le priorità di Fassino, alla luce di quanto sopra, mi sembrano piuttosto discutibili). Dovrebbe essere la stessa cittadinanza a scegliere dove mettere i propri soldi, almeno a grandi linee. Di qui la proposta del bilancio partecipativo e la richiesta di maggiore trasparenza, tramite una mozione che chiedeva di pubblicare da subito almeno i dati di sintesi del bilancio. Mozione bocciata, anche se l’assessore Passoni ha dato disponibilità a discutere il tema.

Ma non è nelle corde di questa politica; chi vive nel sistema rappresentativo si sente autorizzato a spendere i soldi di tutti come se fossero propri. Ed è proprio da qui che nascono i guai.

La giustizia a Torino e il Palazzo del Lavoro

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Per chi, come noi, sostiene da tempo la lotta dei cittadini di via Ventimiglia e del comitato SalvaItalia61 contro la trasformazione del Palazzo del Lavoro in un centro commerciale (nel video vedete una nostra piccola manifestazione dello scorso dicembre e tutte le ragioni della protesta), venerdì è stata una grande giornata: una sentenza del TAR Piemonte ha completamente annullato le delibere di consiglio comunale che approvavano la variante al piano regolatore che permetteva il progetto, riazzerando tutto.

E’ meno bello, però, scoprire esattamente perché il TAR Piemonte ha considerato illegittimo il progetto. E’ perché si tratta di un monumento nazionale, opera del grande architetto Pier Luigi Nervi costruita per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia, e come tale meritevole di rispetto e tutela e magari di un uso pubblico, per qualcuno dei tanti servizi utili al quartiere? No, assolutamente, anzi la vendita del palazzo dal Demanio e dal Comune ai nuovi proprietari - la società Pentagramma, ovvero Gefim, uno dei maggiori immobiliaristi privati torinesi, e Fintecna, impero delle partecipazioni statali - è stata considerata legittima.

E’ perché il terreno sotto il palazzo è inquinato? No, perchè è vero che il terreno è pieno di metalli pesanti e residui industriali pericolosi per la salute - si dice che nella prima metà del Novecento fosse usato come discarica per le lavorazioni del Lingotto - ma siccome il Comune ha modificato la destinazione del terreno in commerciale, e siccome i limiti di legge per l’inquinamento delle aree commerciali sono molto più alti di quelli per le aree verdi e residenziali, il terreno del palazzo non è legalmente inquinato; anche se lo stesso identico terreno un metro più in là, oltre la recinzione, dentro il parco di Italia ‘61 e nel giardinetto dell’asilo nido Il Laghetto, è invece legalmente inquinato, dato che si applicano i limiti di legge più bassi; ma quelli sono terreni comunali e dunque la bonifica è a nostro carico.

E’ perché il nuovo insediamento attrarrà ulteriore traffico in una zona già completamente intasata, con code di chilometri alla Rotonda Maroncelli e su via Ventimiglia nelle ore di punta, danneggiando ulteriormente la salute dei residenti con l’inquinamento? No, anche se non ci sono i soldi per fare sistemazioni viabili più complesse di un paio di rotonde e corsie di uscita, quello non è un problema.

E’ perché un centro commerciale in quel palazzo ucciderebbe tutti i negozi del quartiere nel raggio di diversi isolati? Un po’ sì, ma per i piccoli negozi non si sarebbe certo scomodato il TAR.

Infatti, il motivo per cui il TAR Piemonte ha bloccato tutto è il ricorso della società 8 Gallery Immobiliare, che gestisce l’omonimo centro commerciale promosso dalla Fiat e poi rigirato nel vortice delle finanziarie immobiliari; ovviamente l’8 Gallery sarebbe danneggiata dalla concorrenza di un altro centro commerciale in zona, e dunque hanno fatto ricorso e hanno vinto.

Sicuramente, se quelli di 8 Gallery hanno vinto, avevano ragione; eppure il commento di corridoio più frequente è che “solo la Fiat poteva vincere un ricorso al TAR contro il Comune”. Già, perché i ricorsi al TAR Piemonte da parte di cittadini e comitati contro la cementificazione del territorio e la svendita dei beni comuni si sprecano; e però, tutti questi ricorsi sono generalmente respinti, e vince regolarmente il Comune. L’ultima è l’ordinanza, uscita anch’essa venerdì, con cui il TAR Piemonte boccia il ricorso del comitato referendario dell’acqua pubblica contro la svendita di GTT, Amiat e TRM, con la motivazione per cui i cittadini non avrebbero il diritto di contestare per vie legali il modo in cui il Comune vende la proprietà di tutti, anche nel caso in cui tale modo fosse eventualmente illegale o irregolare.

Sicuramente, se i cittadini hanno perso, avevano torto; eppure si nota come, quando i cittadini hanno la forza di appellarsi al Consiglio di Stato, lasciando Torino e andando a Roma, le cose non di rado cambiano. Per esempio, il ricorso contro la speculazione immobiliare sull’area ex Fiat Isvor di corso Dante, anch’essa in mano a Gefim, è stato bocciato a Torino, ma a Roma il Consiglio di Stato ha invece subito concesso una sospensiva (siamo in attesa della sentenza).

Non sfuggirà ai lettori attenti che pochi mesi fa il presidente del TAR Piemonte Franco Bianchi è stato indagato perché, secondo l’accusa, si sarebbe messo d’accordo col segretario generale del Comune di Torino nella gestione Chiamparino, Adolfo Repice: Bianchi avrebbe aggiustato le sentenze del TAR in favore della segreteria comunale, e Repice in cambio avrebbe provveduto a una raccomandazione per far entrare il figlio di Bianchi in Rai come regista televisivo. L’inchiesta è in corso, vedremo come finirà; nel frattempo Bianchi è andato a casa con una lauta pensione, a nostre spese (non si sa se suo figlio sia poi entrato in Rai, a nostre spese; Saccà nega).

E dunque non si può che concludere che a Torino, oltre a fare un bel repulisti della politica, sarebbe proprio il caso di buttare un occhio anche sulla magistratura.

A testa alta

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Lunedì sera il consiglio comunale ha parlato di Tav due volte; la prima in risposta alle comunicazioni urgenti di Fassino sugli scontri di sabato, richieste da noi (il punto saliente del suo intervento è che Luca Abbà sarebbe caduto perché il suo telefonino ha creato un arco elettrico coi cavi…); la seconda su due ordini del giorno, uno del PD sostenuto anche dal centrodestra, l’altro di SEL e IDV, che esprimevano solidarietà a Caselli per le minacce di morte prendendo nel contempo posizione rispettivamente “Sì Tav” e “Forse Tav”. Nel video in alto trovate il mio primo intervento; segue quello nella seconda discussione, difficile per le continue interruzioni e contestazioni dai banchi del PD (purtroppo nel video si sentono poco) e per la mia tracimante incazzatura.

Oggi Specchio dei Tempi apre non a caso con una lettera che dice: non importa se un ragazzo è caduto dal traliccio, cavoli suoi, io dovevo passare di lì e ci ho messo molte ore in più. Propaganda a parte, e comunque la si pensi sul Tav, il cinismo di molti è davvero disperante: chi se ne frega se una persona sta morendo per un ideale, l’importante è che io possa arrivare di corsa dove devo andare.

E chissà con che fretta poi, dato che la maggior parte degli italiani sono schiavi di una società che li obbliga a correre tutto il giorno per riuscire a malapena a sopravvivere, mentre una piccola parte vive nella ricchezza ottenuta spesso tramite soprusi, ruberie e manipolazioni della politica. Non di rado le persone che reclamano “ordine e disciplina” sono poi le prime a brontolare per la crisi e la corruzione; ma non fanno altro che lamentarsi, senza mai alzare la testa.

A me dispiace molto per i disagi che molte persone subiscono per le manifestazioni No Tav e me ne scuso, ma la Torino-Lione è l’ennesimo modo per portare 22 miliardi di euro nelle tasche dei grandi gruppi economici (quindi dei partiti che loro finanziano) e delle mafie (è già provata in tribunale l’infiltrazione della criminalità organizzata in tutta l’alta velocità italiana) quando allo stesso tempo gli stessi politici ti dicono che devono aumentare i biglietti del pullman del 50%, chiudere gli asili e far morire la gente sulle barelle al pronto soccorso perché “non ci sono soldi”. Se poi qualcuno preferisce che 22 miliardi di euro di soldi nostri vengano spesi in un treno supercostoso e inutile invece che nei servizi pubblici che usiamo tutti quotidianamente, va bene, è una opinione legittima, però poi non si lamenti della condizione in cui versa l’Italia.

Lunedì, dopo il mio intervento, io e Chiara abbiamo litigato ancora con alcuni consiglieri del PD; ci accusano di non rispettare le istituzioni, di contestare la magistratura, di fiancheggiare le manifestazioni e anche le violenze. Ma credono forse che non ci siamo chiesti dove porterà questo clima, dove finirà l’Italia? Eppure, i partiti di ogni colore ci chiedono, per non mettere a repentaglio la tranquillità di tutti, di chinare la testa; di accettare la corruzione, la prevaricazione, la distruzione dei beni comuni. Questo, mi spiace, non lo possiamo fare; ce lo vieta in primo luogo la nostra coscienza.

E non possiamo smettere di pensare che la prima responsabilità di ciò che sta accadendo sta in chi, avendo la responsabilità di gestire le istituzioni in nome del popolo, è disposto a sacrificare la pace e la democrazia per perseguire ad ogni costo un affare economico da miliardi di euro.

Pare un po' scarna la descrizione ma in verità è proprio così, ci è stata chiesta in Circoscrizione 1 di dare parere per l'approvazione di una variante parziale che introduce la possibilità di trasformare ad uffici anche i piani superiori al primo, delle abitazioni.

Inizialmente, mi è parsa più una sanatoria di una situazione magari già esistente, uffici che per svariate ragioni si collocano nei piani alti dei condomini dove il Regolamento Condominiale , mai rivisitato come la maggior parte dei regolamenti , lo permette.

Il parere dato dalla maggioranza PD, a cui per motivi ideologici diversi si associava la minoranza PDL, era che Torino era in un processo di trasformazione legata alle nuove infrastrutture della "Spina Centrale"e che quindi questi processi di rivitalizzazione della città coinvolgevano il settore delle attività commerciali e del terziario.Un atto definito di interesse pubblico .

La variante poi non prevedeva il VIA Valutazione di Impatto Ambientale perchè non si prevedevano nuovi volumi e non vi erano ambiti sottoposti a misura di salvaguardia e protezione ambientale.

Tutto questo premesso mi sono interrogata su alcuni aspetti:

-davvero Torino sta subendo un processo di rivitalizzamento o piuttosto giace in una crisi a partire dal suo Comune così indebitato?

- le abitazioni in centro ai piani altri potrebbero ancora essere affittate o vendute a privati visto che il loro valore ad uso ufficio aumenta considerevolmente?

- ha senso lo spopolamento della città in favore degli uffici, estremizzando si favorirebbe il capitale economico rispetto a quello umano?

-ci troveremmo come in alcune grandi città dove ci si possono permettere solo più piani terreni e cantine?

Nei dubbi che mi sono rimasti su questa OPERAZIONE HO DECISO DI VOTARE CONTRO.

Fermo restando che se modificherete il Regolamento di Condominio del vostro stabile, farete quello che volete,la variante parziale soggiace al regolamento.

I violenti No Tav

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Tra le prerogative dei consiglieri comunali, c’è anche quella di poter chiedere al sindaco di riferire in aula, all’inizio del consiglio comunale, su fatti importanti e appena accaduti. Purtroppo il sindaco non risponde troppo spesso, visto che in questi sei mesi le richieste sono state quaranta ma solo dodici sono state accolte. Se il sindaco non risponde, al richiedente vengono concessi ben sessanta secondi per sintetizzare la domanda.

Mercoledì scorso, nella prima seduta utile dopo le manifestazioni No Tav dell’8 dicembre, abbiamo dunque chiesto al sindaco di spiegare le sue dichiarazioni secondo cui in Valsusa “comandano i violenti”. Chi sarebbero questi violenti? Fassino non rispose, nemmeno alla domanda da noi ripetuta in aula. E così, nel video, abbiamo messo anche alcune delle terribili immagini di violenza giunte da Susa; ringraziando Marco Carena per la colonna sonora.

Alcune domande a Fiat

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Lunedì 28 novembre, il consiglio comunale si è riunito in seduta straordinaria per discutere del futuro della Fiat a Torino e in Italia. E’ stata una estenuante maratona di sei ore in cui sono state dette molte parole, ma poco o nulla di concreto; i rappresentanti della Fiat presenti in aula hanno rimarcato di avere fatto un grande onore alla città a essere presenti, ma nelle loro conclusioni hanno più che altro criticato lavoratori e sindacati.

Noi abbiamo deciso di usare i nostri cinque minuti per porre alla Fiat alcune domande; invece di prendere le parti dell’una o dell’altra parte, abbiamo cercato di fare proposte su come la Fiat possa garantire lavoro a Torino, non solo per venti mesi ma per vent’anni, non solo per gli operai ma per i quadri, i dirigenti, i ricercatori, perché ormai, in prospettiva, sono a rischio anche loro. Abbiamo cercato di sottolineare che la strada non è certo quella di tagliare diritti e qualità per competere con i cinesi, ma quella di puntare sull’innovazione, sulla ricerca, sulla mobilità verde, ovvero su prodotti ad alto valore aggiunto.

Alla fine, comunque, la politica industriale della Fiat può essere fatta solo dalla Fiat; sono loro a dovere dare risposte che per ora, purtroppo, non hanno dato - limitandosi a marciare spediti verso la fuga dall’Italia.

La protesta felice

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Giovedì, in Valsusa, ho passato una bella giornata. Nei boschi c’era un parapiglia - questa peraltro è la prima volta in cui organi di stampa nazionali, a partire dal TG3, hanno detto apertamente che è la polizia che fa le sassaiole contro i manifestanti e i giornalisti e che spara lacrimogeni ad altezza uomo - ma a Susa il corteo No Tav era la solita festa; un mucchio di famiglie e di bambini, un’ottima zuppa a offerta libera, un sacco di bandiere al vento, una giornata bellissima, venti gradi e le cime imbiancate sullo sfondo.

E’ vero, il corteo ha bloccato l’autostrada; all’una, quando il traffico ormai era nullo. Sono rimasti imbottigliati ben cinque veicoli, che dopo tre minuti, dato ai giornalisti il tempo di fare le foto, sono stati lasciati passare. L’obiettivo non era bloccare i turisti in auto per ore, ma protestare contro l’afflusso di mezzi militari al cantiere di Chiomonte.

E’ stato proprio lì, nel vedere due tizi bloccati in auto che dovevano andare assolutamente a sciare e ci stavano veramente male per cinque minuti di ritardo, manco dovessero bollare, che ho capito che quella contro il Tav è davvero una protesta felice. Non è chi protesta ad essere incazzato; abbiamo passato il tempo a scambiarci panini, a chiacchierare tra sconosciuti e poi a giocare a pallone, portando vita per un po’ a quello che normalmente è solo un morto viadotto di cemento messo lì a devastare il centro della valle.

A essere incazzati, senza volerlo ammettere, sono quelli che non protestano mai. Sono quelli che obbediscono al capo in qualsiasi ufficio e professione, che passano una vita schiavi del mutuo da pagare e delle regole decise da chissà chi e rinunciano anche solo a immaginare di potere un giorno realizzare i propri sogni provando a lottare per una vita migliore. Quelli per cui anche dipingere di rosa il guard rail di un’autostrada è violenza (mentre non lo sono i blindati dell’esercito) e che in ogni blocco stradale vedono un attacco all’efficienza del proprio ciclo di sfruttamento legalizzato.

Non è strano, perché siamo stati tutti allevati per lavorare, consumare e obbedire; non è facile spezzare le catene quando sono invisibili. E così, molti ce l’hanno con chi protesta perché, sotto sotto, senza nemmeno rendersene conto, vorrebbero farlo anche loro. Eppure non ci vuole molto; come sta scritto sulle Nike per prenderli per il culo (in alto pensano che non lo faranno mai), “just do it”. Garantisco che poi si vive meglio.

Dolcenera

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Sull’alluvione di Genova del 1970 (e sul parallelismo tra passione incontrollabile e avvento delle acque) De André scrisse una canzone poetica e meravigliosa; di quella di oggi, preannunciata con giorni d’anticipo eppure avvenuta nella disorganizzazione più totale - e nel giorno in cui l’Italia ha di fatto iniziato a perdere la sovranità - penso direbbe solo disprezzo.

Ieri molti genovesi erano presi tra la rabbia e la tragedia; Grillo ha scritto quel che pensano tutti, che questo è anche il risultato di venti (venti?) anni di ballo sul Titanic che affonda, di cemento piazzato ovunque nel disperato tentativo di far respirare bocca a bocca l’economia, secondo il dogma crescista per cui edilizia = sviluppo = crescita = ricchezza.

Crozza non ha avuto la forza di andare in onda, ha fatto un collegamento con Mentana in cui visibilmente aveva solo voglia di andare via, ma immagino che anche lui pensasse la stessa cosa, a come abbiamo permesso vent’anni di distruzione dell’Italia tramite il disfacimento della politica e il potere dei media (nonostante Crozza già nel giorno dell’avvento di Berlusconi, subito dopo le elezioni del 1994, avesse messo in un profetico sketch la descrizione dell’Italia che sarebbe puntualmente arrivata, con i giornalisti messi a pulire i pavimenti o a prostituirsi).

Non pensate che altrove le cose stiano meglio; l’allarme è anche da noi, in Piemonte, e giusto ieri mi dicevano di come la collina torinese sia piena di tronchi e cespugli tagliati alla bell’e meglio per pulire il bosco e poi abbandonati lì, pronti a venir giù con l’acqua alla prima pioggia seria. E’ il disfacimento nazionale, di una società che non riesce più a gestire se stessa, le proprie attività e il proprio territorio.

Non si può più attendere, non si può più osservare passivamente la pioggia che cade, magari per farne pure una telecronaca in stile calcistico mentre si riprende col telefonino, per poi correre a mettere il tutto su Youtube. Serve una presa di coscienza e di responsabilità da parte di tutti; ammesso che coscienza e responsabilità, in Italia, esistano ancora.

Europa o morte

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Alla fine il momento è arrivato: anche chi per anni (non noi) ha sostenuto che la crisi di questi anni fosse tutto sommato normale e passeggera, che la si potesse risolvere con le solite ricette dell’economia occidentale, ha dovuto gettare la spugna. E’ successo ieri, quando il governo greco si è ribellato alle medicine della finanza internazionale e ha deciso di chiedere ai cittadini se tutto sommato non sia meglio fallire, piuttosto che morire di fame per ripagare i debiti del passato. La risposta è scontata: se si arriva al referendum, la Grecia fallirà e uscirà dall’Euro e dal mondo occidentale, e a catena potrebbe crollare l’intera unità europea.

Ma non esultate; intanto, la decisione di Papandreu non è tanto uno scatto di orgogliosa rivolta contro il nuovo ordine mondiale, ma semplicemente la mossa ignava di un politico che non vuole prendersi la responsabilità di azioni impopolari; non vuole rovesciare il capitalismo, ma solo salvare la propria carriera politica, e magari spuntare condizioni migliori con un bel ricattino.

E poi, come già scrissi due mesi fa, lo scenario del fallimento con uscita dall’euro è senz’altro possibile, magari anche il meno peggio, ma non è affatto una strada lastricata di petali di rosa come molti illusi vorrebbero credere. Comporterebbe comunque la cancellazione dei nostri risparmi, un ridimensionamento permanente del nostro tenore di vita, difficoltà di approvvigionamento energetico, e ci permetterebbe di vivere per altro tempo in una società vecchia, inefficiente e corrotta, senza più spinte esterne al rinnovamento, scavandoci ancora di più la fossa… senza contare il fatto che un qualsiasi primo ministro italiano che tentasse la via di una bancarotta non concordata probabilmente farebbe la fine di Gheddafi o perlomeno di Aldo Moro, e magari apparirebbero maree colorate nelle piazze a provocarne la pronta sostituzione con un primo ministro più “ragionevole”. Non è certo un caso che Papandreu abbia appena rimosso i vertici dell’esercito

In ogni modo, mi sembra che pochi colgano la vera posta in palio di questi mesi. L’Euro, nella sua giovane esistenza, è riuscito là dove il comunismo aveva fallito: a mettere in crisi la supremazia economica mondiale degli Stati Uniti. Sta progressivamente sostituendo il dollaro come moneta delle riserve e degli scambi internazionali, a partire dal petrolio, e sta permettendo la nascita di un’unica grande nazione europea, più forte e più solida del rivale americano. D’altra parte, tutta questa attenzione delle agenzie di rating (americane) e della stampa economica (anglosassone) sulla crisi italiana e spagnola non è un caso; nasconde il fatto che i due Paesi con i maggiori problemi di debito estero complessivo (pubblico e privato) non sono Italia e Spagna, ma Stati Uniti e Inghilterra.

L’Italia, rispecchiando l’attitudine dei suoi abitanti, ha una sfera pubblica fortemente indebitata, ma una sfera privata ancora piena di risparmi, che mandano avanti la baracca. Al contrario, nel mondo anglosassone sono indebitati tutti: lo Stato che piazza i propri titoli ai cinesi, le aziende che attraggono i capitali di tutto il mondo, i privati che comprano qualsiasi cosa a credito. Sono giganti dai piedi d’argilla il cui dominio planetario volge al termine… a meno che non riescano a riprodurre la situazione che già, un secolo fa, trasformò gli Stati Uniti da nazione emergente a dominatore planetario: frantumare l’Europa e metterla in ginocchio con una serie di rivalità e di guerre.

D’altra parte, il progetto di unità europea ha, sin dal principio, un grande punto debole: quello di essere basato sull’economia invece che sulla politica. Non c’è più, da tempo, l’afflato europeista del dopoguerra; il desiderio di stare insieme perché siamo simili, non vogliamo più combatterci e vogliamo unirci per vivere meglio. C’è, al contrario, una visione meramente utilitaristica; stiamo uniti se ci conviene, altrimenti ciao. Questo è invece il momento di guardarsi negli occhi e capire se siamo italiani, francesi e tedeschi, divisi da rivalità millenarie e pronti a scannarsi di nuovo, o se siamo infine e per sempre europei.

Può essere che i sacrifici necessari all’Italia per restare in Europa si rivelino nei prossimi mesi - a differenza di quelli del 1992 e del 1996 - troppo pesanti, fisicamente insostenibili. Eppure, sono fermamente convinto che nel lungo termine la fine dell’integrazione europea, o l’esclusione dell’Italia da essa, sarebbero per noi un biglietto di sola andata per il Terzo Mondo, economico e culturale. Pretendiamo pure dall’Europa più democrazia, a partire da un governo eletto direttamente e una banca centrale che risponde al pubblico interesse; chiediamo l’Europa dei cittadini, anziché quella dei banchieri. Ma non rassegniamoci tanto facilmente all’idea che i debiti del nostro passato ci impediscano di arrivare al futuro.

Shangholla

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Esistono spesso, nelle grandi città, degli angoli di vecchia campagna dimenticati dal tempo, rimasti ai margini della metropoli; vecchi borghi contadini di un pugno di case e cascine, con le vie strette e tortuose, le case basse, gli orti e i cortili sterrati, fuori dal tempo moderno. A Torino c’è Villaretto e c’è Bertolla, un posto che mi ha ricordato intensamente quel villaggio di contadini cinesi nei campi alla periferia di Shanghai che avevo visitato poco più di un anno fa.

Stamattina siamo andati a Bertolla e c’è un’altra cosa che mi ha ricordato Shanghai: se appena si esce dal borgo e si va in mezzo ai prati, dovunque si rivolga lo sguardo c’è una gru che sta costruendo qualcosa. A sud c’è il canale dell’AEM e poi il Po, ma a ovest, a nord e a est si vedono solo, vicine e lontane, enormi gru che tirano su palazzi, fino all’orizzonte.

Che cosa succede? Per i torinesi, Bertolla era il borgo dei lavandai; e infatti, basta piantare un palo in terra perché venga su l’acqua della falda, e il verde è rigoglioso anche perché viene sommerso ad ogni alluvione del Po e della Stura. Eppure qualche anno fa, di concerto tra autorità di bacino, Regione e Comune, sono stati rimossi i vincoli idrogeologici che impedivano di costruire nella zona, in cambio della sopraelevazione di un paio di metri degli argini.

E si è cominciato a dare i permessi per palazzi di quattro piani più sottotetto, ovvero alti e grossi il doppio delle altre case della zona, situati a poche decine di metri dal canale AEM (che, essendo artificiale, non prevede fasce di rispetto perchè teoricamente controllabile con le paratie… ma se il Po in cui sbocca è in piena, hai voglia ad aprire le paratie). E ora si pensa a una variante che permetterebbe di costruire 27 palazzi per circa cinquemila nuovi abitanti, piazzandoli nei vari pezzetti di campo ancora non costruiti, in cambio di un triangolo di prato che peraltro già oggi esiste.

Oggi ho assistito a un dialogo tra sordi, tra gli abitanti e i tecnici del Comune. Gli abitanti chiedono che senso abbia espandere la città fino a soffocare il loro borgo, rivendicano di aver scelto di vivere lì proprio per stare come in campagna, sottolineano che a Torino non c’è necessità di case, e comunque che, argine o non argine, una volta ogni dieci anni la zona si allaga e tutto questo nuovo cemento certo non aiuterà. I tecnici del Comune ribadiscono che in base al piano regolatore i proprietari dei terreni hanno il diritto di edificare, che alla fine ci sarà un ampio parco, che se il vincolo idrogeologico è stato tolto vuol dire che non ci sono rischi.

C’è un punto su cui proprio non ci si capisce: il cittadino si aspetta che il Comune decida se in quel punto lì servono o non servono altre case, che le blocchi se sono brutte o semplicemente inutili. Ma lo Stato italiano (al grido di “siamo un paese libero”) non la pensa così; a prevalere è il diritto di proprietà privata di ogni proprietario di terreno, del quale fa parte anche la cubatura che egli potrebbe costruire in base al piano regolatore. Sta alla libera scelta del proprietario, e non del Comune, se costruire oppure no; come ha detto un consigliere comunale, “altrimenti sarebbe una dittatura dello Stato”.

Se a un certo punto (nel nostro caso a metà anni ‘90) la Città approva un piano regolatore che prevede di poter costruire tot metri cubi su quel terreno, non si può praticamente più tornare indietro; sottrarre cubatura, ancorché non costruita, è equiparabile a un esproprio che va adeguatamente compensato dalle casse pubbliche. Si potrebbe fare un nuovo piano regolatore con cubature più basse, ma nella decina d’anni che servono per approvarlo tutti i proprietari, non essendo fessi, cominciano a costruire di corsa.

E’ qui che il dialogo tra sordi si fa più assurdo: perché per il Comune, in fondo, Bertolla è solo l’ultimo di una lunga lista di borghi rurali che negli ultimi centocinquant’anni sono stati inglobati dentro Torino, assediati dai palazzoni e infine rasi al suolo e ricostruiti “moderni”. Anzi, questi abitanti per alcuni consiglieri erano pure pretenziosi: perché tu, che ti sei comprato la bella casetta con l’orto a 2500 euro al metro quadro in un angolo di paradiso, dovresti condizionare la crescita della città? Perchè gli altri torinesi che vivono in mezzo ai palazzoni dovrebbero tirar fuori dei soldi o rinunciare ad entrate per ridurre le cubature attorno a casa tua, per preservare il tuo borgo?

In effetti, il Comune continua a ricevere petizioni “no palazzi” assolutamente sacrosante, ma firmate in gran parte da persone che hanno votato allegramente un sindaco che ha come punto di programma la trasformazione urbanistica come motore dello sviluppo di Torino - far girare soldi costruendo palazzi al posto di fabbriche e prati - salvo poi indignarsi quando la cementificazione arriva sotto casa loro; ma non si può salvare l’albero se non ci si preoccupa sin dal principio, culturalmente e politicamente, di sostenere la conservazione della foresta.

Nel caso di Bertolla, però, siamo veramente alla via Gluck; a persone che dicono apertamente “stop al consumo di territorio” contro un Comune che parla solo di diritti edificatori e oneri di urbanizzazione; all’incapacità collettiva di difendere i pochi ambiti non troppo devastati dalla crescita continua della città. Solo che, in più, Torino non è Shanghai, e non si capisce davvero di che crescita dovremmo parlare.

Una risata seppellirà il Tav

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Si erano proprio sbizzarriti, i politici torinesi, nell’associare il movimento No Tav alle violenze di Roma, nel descrivere uno scenario in cui centinaia di violenti d’Italia e d’Europa si sarebbero radunati a Giaglione per la manifestazione di oggi. Cota: “Abbiamo ragione di ritenere che ci sia una strategia per ripetere la violenza che abbiamo visto a Roma”. Fassino: “Il prefetto faccia luce sui black bloc in valle, le violenze di Roma siano un monito per tutti”. Saitta: “Il movimento No Tav annuncia di fare azioni eversive”. Idem i giornali, a partire da Repubblica: “I No Tav violenti pronti alla lotta”.

Tutto questo era sfociato in un imponente schieramento di 1700 agenti (pagati da tutti noi) e in una assurda ordinanza del questore che vietava di fatto il corteo: prevedeva “il divieto di accesso a tutti i sentieri… che conducano all’area di cantiere” e “divieti di transito ed accesso nelle strade comunali di Giaglione per Frazione San Rocco e Frazione San Giovanni”, quelle che portano a Chiomonte, con tanto di sparata: “le aree oggetto di divieto saranno comunque precluse da sbarramenti invalicabili”.

Oggi, il movimento No Tav non ha solo battuto lo Stato: l’ha reso ridicolo. Ha svilito politici e giornalisti, perché diecimila persone a volto scoperto sono sfilate per valli e sentieri, si sono schierate a due metri dal cantiere, hanno attraversato interi schieramenti di poliziotti senza che volasse in aria nemmeno una castagna - altro che black bloc e violenze.

E ha svilito i tutori dell’ordine: diecimila persone hanno imboccato tranquillamente la strada di San Giovanni, fregandosene del questore. Hanno attraversato la frazione, preso i sentieri vietati, tagliato la prima rete di recinzione, con la semplice forza del numero. Hanno aggirato il secondo sbarramento prendendo i sentieri, chi sotto verso il fiume, chi sopra verso la montagna.

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A quel punto (13:05) la Digos ha detto ai giornali che il primo “sbarramento invalicabile” non era poi così importante, era “simbolico”, ma il terzo sbarramento, il ponticello sul rio Clarea, era insuperabile: “Il limite è inviolabile, chi tenterà di superarlo sarà denunciato”. Non hanno fatto nemmeno in tempo a dirlo e hanno scoperto che il corteo era già alle loro spalle, attraversando il rio presso uno dei tanti guadi. Si sono dovuti arrendere; mezz’ora dopo migliaia di persone erano davanti e dentro la storica baita “abusiva”, tre chilometri dentro la zona rossa e dentro l’area ufficiale del cantiere, dove hanno allegramente organizzato una grande polentata.

La polizia ha chinato la testa e ha addirittura rimosso i suoi stessi sbarramenti, permettendo il deflusso dei manifestanti per la via maestra; una marea umana ha sciamato sul ponte del Clarea in mezzo a uno schieramento di poliziotti scornati, a cui peraltro va la mia solidarietà, perché la figuraccia è solo la conseguenza delle scelte insensate dei loro capi e dei politici.

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Il movimento No Tav ha dato una grande prova all’Italia: con la disobbedienza civile, nonviolenta e determinata di migliaia di persone unite, anche le barriere militari diventano inefficaci. Ora gli uomini dello Stato dicono che i divieti da loro imposti erano simbolici, che in fondo non è stata violata l’ultima recinzione interna del “cantiere” (che, ricordiamo, è solo un piazzale pieno di camionette, perché non c’è traccia di lavori in corso, e peraltro occupa terreni privati mai espropriati ma occupati grazie a una ordinanza “di emergenza” che si trascina da mesi), che se non è successo niente è merito di politici e questure (dopo che hanno soffiato sul fuoco per una settimana).

Così facendo, si rendono sempre meno credibili, da soli. Se sapremo mantenere questa via, presto lo Stato saremo di nuovo e davvero noi; e una risata seppellirà il Tav.

L'orto di guerra

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136_GDP_I_1284-1.jpgPochi sanno che nel periodo della guerra il parco del Valentino era coltivato a patate e in piazza Castello fiorivano i girasoli. Si trasformavano giardini e aree pubbliche in orti fittamente coltivati.

Inizialmente queste iniziative avevano carattere collettivo, Dopolavoro, Sezione Massaie Rurali, Fasci, ma ben presto ci si accorse di come l'orto di famiglia fosse un' ammortizzatore sociale che permetteva ad una famiglia di essere autosufficiente per molti mesi di verdura e di frutta, anche nel caso gli ortaggi scarseggiassero sul mercato , per improvvisi rialzi dei prezzi o per un evento naturale come una gelata fuori stagione.

Un manuale chiamato L'orto di famiglia, redatto a cura del servizio propaganda del P.N.F. descrive come si realizzi un orto e come si conservino gli ortaggi., ma si sofferma anche su un lato che definisce morale, cioè che chi lavora nell'ufficio, nella bottega o nello stabilimento dedicando pochi minuti all'orto si sentirà più vicino alla classe rurale e ne apprezzeràil lavoro sano e produttivo.

Ora io credo che davvero affondare le mani nella terra sia utile a tutti, in particolare ritengo che un cambio di ruoli, anche per brevi periodi, sarebbe di grande utilità per apprezzare il lavoro altrui e migliorare il proprio. Immaginate professori che volontariamente vanno in campagna a coltivare o contadini che insegnano, o ancora addetti dei call center che seminano con agenti immobiliari che raccolgono...Sembra un film felliniano visto a velocità normale, ma se il nostro ritmo rallentasse allora anche questo sarebbe possibile e desiderabile.

L'orto urbano rappresenta, dove è già stato realizzato, un momento associativo senza pari, una fonte di reddito per il cittadino, un momento di confronto generazionale e soprattutto chi coltiva produce più di quello che gli necessita ed è costretto a scambiare, innestando, suo malgrado, una rete di rapporti con gli altri.

L'aumento di rapporti interpersonali ci terrebbe lontani dalle frenesie moderne come lo shopping compulsivo,o il desiderio di possedere più cose di quelle che ci servono, gli scambi interpersonali renderebbero accettabile anche una diminuzione del nostro "livello di vita", regalandoci il piacere di stare con gli altri.

Se poi la nostra vuole anche essere anche una guerra economica, l'orto privato, insieme alle eperienze di coltivazioni dedicate ai gruppi di acquisto sono un modo per uscire da quel meccanismo perverso di essere sempre e solo dei consumatori "passivi" ,cioè indotti subdolamente a comprare verdure senza gusto e di chissà quale provenienza, frutta fuori stagione da paesi che non avendo le nostre normative spesso utilizzano diserbanti e insetticidi proibiti in Europa, rientrando quindi in possesso di una nuova libertà quella di mangiare sano e di autoprodursi il cibo.

Immaginare un'altra economia

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Per quanto non faccia esattamente parte del mio mandato di consigliere comunale, in queste settimane è impossibile non parlare di economia: la situazione è sempre più drammatica e tutti ci interroghiamo su come uscirne. Anche nel Movimento le visioni sono variegate, e per questo è stato molto interessante leggere i risultati del sondaggio svolto da Beppe Grillo sul suo blog a proposito del futuro sviluppo dell’Italia.

E’ vero che il sondaggio non ha basi scientifiche, è vero che impegnandosi probabilmente si poteva votare più volte, è vero che non è detto che i votanti coincidano con un insieme rappresentativo della base del Movimento, è vero che si votava per slogan e non per analisi approfondite dei singoli punti, eppure il risultato secondo me più interessante è questo: la proposta “Nazionalizzazione delle banche”, invocata a gran voce da molti ideologi dentro e fuori il Movimento, è stata una delle meno votate, ottenendo solo il 48,57% di favorevoli.

Ora, sarebbe semplice dire “la proposta è stata bocciata e non se ne parli più”, ma in realtà il punto è un altro: convivono presumibilmente nel Movimento, con pesi quasi uguali, due visioni dell’economia radicalmente opposte e difficilmente conciliabili, una che vorrebbe aggiustare il capitalismo e l’altra che vorrebbe rovesciarlo; e nello scioglimento di questa contraddizione sta gran parte del futuro politico delle cinque stelle.

E allora, che facciamo? Quando nacque il Movimento, Grillo fece una promessa chiara: che esso non si sarebbe schierato a fianco di nessuna delle grandi ideologie del Novecento - né a destra, né a sinistra; né col capitalismo, né col comunismo - e che invece si sarebbe concentrato sulla risoluzione dei problemi concreti e sull’unica, vera, grande rivoluzione socioeconomica del terzo millennio: l’avvento della rete.

Io credo che la degenerazione dell’economia, la negazione dei nostri diritti e del nostro benessere, non derivino tanto dalla scelta tra pubblico e privato - parole che hanno ormai perso di significato - ma dall’accumulo di potere e denaro nelle mani di pochi, che lo usano per controllare sia il pubblico che il privato. In quest’ottica, nazionalizzare banche ed aziende non serve a niente, perché trasferire il potere di controllo delle nostre vite dalle mani di Marchionne e Tronchetti Provera a quelle di Berlusconi e Bersani non cambia sostanzialmente nulla.

Se mai, ci servirebbe un’economia fondata sulla cooperazione e sulla distribuzione a tutti delle risorse; non su una fittizia proprietà collettiva che diventa dominio dittatoriale della politica, ma su una effettiva proprietà privata distribuita nelle mani di tutti, in cui le differenze di censo siano limitate e comunque derivino dal merito e non dall’abuso del potere. Ci servono banche cooperative, come Banca Etica, e aziende co-gestite dagli azionisti e dai lavoratori. Ci serve una informazione libera offerta tramite una rete priva di punti di controllo, che permetta a tutti di far circolare anche i fatti più scomodi. E ci serve una politica senza piramidi di partito, dove i cittadini possano veramente svolgere un periodo di “servizio civile” nelle istituzioni senza inchiodarsi alle poltrone.

Questa, credo, sarebbe una vera rivoluzione: una forma di società tutta da inventare, che guardi al futuro e non al passato!

Un palazzo dietro l'altro

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Una delle parti più interessanti dell’attività comunale è la commissione urbanistica, le cui competenze sono molto vaste: deve occuparsi non solo della pianificazione del territorio cittadino, ma nel dettaglio dell’edilizia pubblica e privata, delle grandi opere, di tutta la viabilità e dei trasporti pubblici.

Almeno, questa è la teoria; la pratica è che la commissione si riunisce praticamente solo per discutere e approvare varianti al piano regolatore, ovvero operazioni immobiliari a vantaggio di enti privati e pubblici. Voi leggete sui giornali che Porta Nuova chiuderà, o che vogliono togliere questa o quell’altra linea di pullman, o che hanno deciso di fare una nuova pista ciclabile? Di tutto questo dovrebbe occuparsi la commissione, ma (almeno finora) non ce n’è sostanzialmente stato il tempo, perché all’ordine del giorno ci sono sempre nuovi palazzi da costruire o nuovi appartamenti da ristrutturare; il trasporto pubblico verrà quando ci sarà tempo, mentre nel frattempo si accumulano le esternazioni in libertà da parte di sindaco e assessori.

Anche dibattere le varianti urbanistiche non è molto facile. Di solito funziona così: il lunedì pomeriggio, in consiglio comunale, vengono annunciate una sfilza di nuove varianti al piano regolatore, proposte dagli uffici generalmente su richiesta del proprietario delle aree su cui bisogna intervenire. Le varianti vengono assegnate alla commissione, e spesso messe all’ordine del giorno del giovedì pomeriggio. Se va bene, il mercoledì pomeriggio ci viene mandato un PDF con una decina di slide che spiegano cosa si vuole fare; se va male, lo scopriamo sul momento il giovedì, e l’unica documentazione che abbiamo è il testo della delibera, e alle volte uno stampato dei progetti (una copia ogni tre consiglieri perché sono grosse tavole a colori).

Il giovedì, la proposta viene esposta dagli architetti e discussa; dopodiché, non di rado ci viene detto che è assolutamente urgente approvarla subito, perché le ruspe son già li pronte e il tempo è denaro, e non possiamo rallentare l’edilizia cittadina solo per le “lungaggini del consiglio comunale”. Se ci impuntiamo, ci viene concessa una settimana di riflessione; se chiediamo di avere la documentazione per discuterne con i cittadini, di solito dobbiamo insistere due o tre volte prima di ricevere in ufficio un bel CD, così comodo da condividere.

Di fatto, esistono varianti che vengono annunciate il lunedì, discusse il giovedì e riportate in consiglio comunale il lunedì dopo, dove vengono approvate definitivamente, di solito senza nemmeno leggerle (non capisco i consiglieri comunali che non fanno parte della commissione come facciano a sapere cosa stanno votando). E’ successo così, ad esempio, per la conversione in appartamenti di lusso dell’Hotel Jolly di piazza Carlo Felice angolo corso Vittorio, approvata ieri; la scusa è che quando aprirà il nuovo hotel nella Casa Gramsci di piazza Carlina (per il quale peraltro non sono nemmeno indiziati veramente i lavori) esso assorbirà il business alberghiero del Jolly (entrambi sono gestiti dal gruppo spagnolo NH). E’ un peccato che quando fu autorizzato l’hotel di piazza Carlina nessuno disse che esso avrebbe comportato la chiusura di quelli già esistenti: alla faccia di Torino città turistica. Addirittura, un emendamento dell’ultimo secondo mette nero su bianco che nella piazza c’è troppo rumore e dunque bisognerà considerare l’idea di calmare il traffico per non disturbare gli inquilini dei nuovi appartamenti…

Le magie dell’edilizia torinese non si fermano qui: ogni settimana se ne scopre qualcuna. Alcune sono frattaglie burocratiche - per esempio è necessaria una delibera di consiglio comunale per autorizzare un tizio a chiudere il suo terrazzo, una speculazione immobiliare da 27 metri quadri. Altre sono più interessanti: per esempio, con la stessa trafila lampo di una settimana si è autorizzata la Compagnia di San Paolo ad aprire gli abbaini nel tetto dell’ex edificio scolastico di piazza Bernini / via Duchessa Jolanda, permettendo un ulteriore piano di uffici - o di appartamenti, se mai l’edificio dovesse essere poi venduto. Per questo genere di operazioni la Città richiede di pagare un compenso pari al 50% dell’incremento del valore di mercato dell’edificio, tolti i costi di realizzazione; in questo caso la cifra stimata era di 5.000 euro, non proprio una grande stima, e gliel’abbiamo pure abbuonata perché poi loro finanziano ogni genere di servizio sociale e culturale in città (io comunque ho preteso un emendamento perché almeno questa cosa fosse messa per iscritto).

Un’altra variante interessante, sempre approvata in una settimana, è quella che permetterà alla società Stige di espandersi su un prato originariamente destinato a parco, che diventerà un bel capannone industriale. Ok, si tratta di un triangolo tra due stradoni, e ci hanno detto che o l’azienda si espande lì o va via da Torino, un aut aut che funziona sempre. Ma pensate che, per poter permettere all’azienda di installare nel nuovo capannone una rotativa grossa e rumorosa, abbiamo anche dovuto ridurre la fascia del silenzio attorno all’adiacente cimitero dell’Abbadia di Stura!

Dopo aver contestato la variante in commissione, ho preso la parola anche in consiglio comunale - interrompendo il pigia-pigia a ritmo da catena di montaggio con cui i consiglieri della maggioranza approvano le delibere che gli vengono sottoposte - per segnalare un problema concettuale: la sostanza è che il piano regolatore è in buona misura inutile, perché tanto, ovunque ci sia un vincolo che non va bene a chi vuole costruire, viene prontamente presentata una variante che il consiglio comunale finisce sempre per approvare. A questo punto tanto varrebbe non avere il piano regolatore…

Uno dei massimi dell’ultima settimana è stata una chicca che ho scovato nel testo della variante che permette la realizzazione di appartamenti per anziani a Porta Palazzo, un progetto che risale addirittura a dieci anni fa. In pratica, un signore che abita nel palazzo adiacente ha tempo fa aperto abusivamente una finestra nel suo bagno; la finestra ora deve essere chiusa, perché dà sulla parete che confinerà col nuovo palazzo. Nel 2007, però, lo stesso Comune ha condonato la finestra, nonostante essa fosse incompatibile col progetto già allora programmato; come risultato, adesso il Comune dovrà sborsare 30.000 euro per compensare il signore per la perdita della sua (ormai perfettamente legale) finestra. Tanto paghiamo noi…

A me piacerebbe molto poter discutere nel dettaglio le varianti urbanistiche, condividere in rete la documentazione, chiedere su ognuna il parere di chi abita in zona, ricevere i commenti di tutti. Come capite, non ce ne danno il tempo. Proporremo di cambiare le tempistiche e di prevedere forme adeguate di consultazione pubblica (dovrebbero già farlo le circoscrizioni, a cui le varianti arrivano prima che a noi… vedi il video per un esempio in Circoscrizione 5). Nel frattempo, quel che posso invitarvi a fare è seguire la mia bacheca Facebook il giovedì pomeriggio dalle 16: se ne vedono spesso delle belle.

Mercato "Vintage" e parcheggio sotterraneo Gran Madre

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Durante la breve seduta della III Commissione Circ8 Torino del 12/07 scorso il coord. De Masi annuncia l'intenzione di prorogare di 3 mesi (in attesa delle novità gestionali che il nuovo assessore comunale competente deciderà) la concessione all'associazione che gestisce la manifestazione del mercatino "vintage" (ogni 3a domenica del mese) peraltro elevando da 57 a 62 gli espositori con estensione in via Villa della Regina.
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Io ho visitato questo mercatino periodico tematico diverse volte, rilevo che si tratta di sicuro di classico modello d'elite per clienti facoltosi. Non è il mio genere, dato il livello molto elevato di prezzi etc..
La location, azzeccata, dona un bella atmosfera durante tutta la giornata garantendo una buona affluenza nello spazio pubblico del parcheggio dietro la chiesa.
Tuttavia la stessa piazza è area interessata alla realizzazione di parcheggio sotterraneo, per il quale il Consiglio di Circoscrizione 8 ha espresso recentemente parere favorevole, con le sole astensioni di 3 consiglieri, ponendo 4 condizioni inerenti tempi del cantiere e in generale suggerimenti per la collocazione delle rampe!
Assolutamente ignorati i problemi segnalati dai cittadini che hanno raccolto 1300 firme contro un opera pubblica per 187 posti auto (90 in vendita ai privati e 97 a rotazione):
- La delicatezza dell'area in questione per il suo contesto storico e ambientale, che non dovrebbe ammettere pesanti interventi infrastrutturali, critici anche dal punto di vista idrogeologico e capaci perfino di mettere in crisi la stabilità dello stesso edificio della chiesa della Gran Madre, che palesa alcuni segni di cedimento;
- La sostanziale inutilità di tale parcheggio, che non è certo atto a risolvere i problemi del traffico e dei parcheggi in quest'area, ed anzi rischia di crearne di ulteriori, mentre i flussi di auto in arrivo dalla collina andrebbero "drenati" prima di arrivare nella piazza;
- La creazione di rampe di accesso al parcheggio in via Villa della Regina, già perennemente intasata dal traffico, e in via Lanfranchi, le griglie di aerazione, le uscite pedonali, che avranno certo un notevole impatto;
- Il non senso di un'operazione che si spaccia per "pedonalizzazione" e "riqualificazione", ma servirà soprattutto a far vendere un po' di posti auto pertinenziali a qualche decina di privati acquirenti da parte dei costruttori che vinceranno il bando, senza incidere in modo sostanziale sulle criticità della sosta in tale area, mentre in piazza Vittorio è già stato creato un vasto parcheggio pubblico interrato che ha ancora cospicue capienze non utilizzate. Non ci pare neppure una ragione sufficiente a giustificazione del parcheggio il fatto che entrino un po' di risorse nelle casse comunali, con la cessione dei diritti di superficie, a fronte di un'operazione così invasiva ed un cantiere che durerà non meno di un triennio.

fonte
Ma torniamo al mercatino Vintage. Il consigliere Addonisio pone il problema della ricollacazione del mercatino in occasione dei lavori previsti per il parcheggio sotterraneo. Il Sg. Abera, presidente commercianti parte Sud Via Madama Cristina intervenuto alla Commissione, propone intelligentemente come alternativa la caserma di Via Asti.
Possibile che ormai questo progetto di parcheggio sia una realtà accettata e condivisa da tutto i nostri rappresentanti politici locali?
Nonostante la raccolta firme continui???
Io non sono d'accordo!

Loro la crisi non la pagano

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So che abbiamo tutti solo voglia di manifestare; so che oggi, in piazza, c’erano tanti amici e tanti simpatizzanti, compresi autorevoli esponenti del Movimento 5 Stelle; so che ci siete andati con ottime intenzioni. Ma una cosa, con affetto, ve la devo dire: io, oggi, mi sono arrabbiato.

Mi sono arrabbiato ascoltando un po’ degli interventi alla radio da parte dei promotori dello sciopero, tutti centrati su uno slogan: “noi la crisi non la paghiamo, perché ci ha già colpito duro”. Ma noi chi? I sindacalisti della CGIL, quelli che per trent’anni hanno impedito qualsiasi rinnovamento del nostro sistema produttivo, mandando a ramengo intere aziende e intanto facendo assumere i parenti o godendo di trattamenti speciali in fabbrica, magari svendendo dei lavoratori pur di mantenere questi privilegi? I pensionati del pubblico impiego, quelli che per tutta la vita hanno goduto di servizi pubblici drogati dal debito scaricato sulle future generazioni, che magari sono andati in pensione a quarant’anni o che hanno una pensione che è più di quello che guadagna un quadro di medio livello lavorando giorno e notte? Fassino - per i giornali torinesi leader della manifestazione - che insieme alla moglie prende 25.000 euro al mese di soldi nostri? Perché erano questi che parlavano oggi ai microfono, che sono adesso sui giornali e alle TV a vantarsi della “grande partecipazione” - e sarebbero questi quelli che non devono pagare la crisi?

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Francamente, credo che un No Tav, un giovane precario, un disoccupato, oggi in piazza avrebbero dovuto esserci per fischiarli, non per sfilare con loro. E scusate, certamente anche qui le intenzioni erano ottime, ma non ha nemmeno senso andare in piazza e però fare un corteo separato che va fino a un certo punto ma poi arriva vicino a quello ufficiale ma però non nella stessa piazza (mi ricorda Clinton che ammise di aver fumato spinelli, sì, ma senza mai aspirare). Perchè tanto se siete in piazza i media vi fanno passare per sostenitori della CGIL e se fate casino vi fanno passare per i violenti che cercano di rovinare la grande manifestazione della CGIL.

E comunque, io sogno una situazione molto diversa: sogno una Italia in cui tutti fanno autocritica e dicono “in effetti la crisi un po’ dovrei pagarla anch’io”. Sogno dei sindacalisti che si tagliano i permessi sindacali e che accettano meno garanzie per i lavoratori a tempo indeterminato in cambio di un po’ di protezione in più per i precari. Sogno dei politici che rinunciano da soli alle auto blu e agli stipendi d’oro. Sogno dei pensionati che dicono “prendo 3000 euro al mese di pensione, tagliatemene un po’, così magari possiamo salvare le pensioni di quelli che ne prendono 800″. E ovviamente sogno anche degli imprenditori che dicono “quest’anno rinuncio a un po’ di utile per non licenziare”, dei notai che accettano di liberalizzare la loro professione, dei dipendenti che non si mettono una settimana in mutua se hanno il raffreddore e dei ricchi che dicono “tassatemi pure la seconda casa e la barca”. Follia? Ma come pensiamo di uscirne se non adottiamo una mentalità di questo tipo? Davvero pensiamo che a forza di gridare “noi la crisi non la paghiamo” finiremo per non pagare la crisi?

Ripeto, sono opinoni personali, massimo rispetto se l’avete pensata diversamente. Ma qui è tutta la faccenda che non convince: guardate che Berlusconi è già stato scaricato, ora o tra un anno il tentativo sarà quello di fare un governo Bersani appoggiato da Montezemolo, oppure un governo Montezemolo appoggiato da Bersani, per far fare a loro, con meno tensioni sociali, le stesse misure a cui credevate di opporvi scendendo in piazza oggi; come già successe con Amato e con Prodi. Perchè se c’è una certezza è che, se tutto continua in perfetto stile italico, loro la crisi effettivamente non la pagheranno. A noi, temo, non andrà così bene.

Fassino bum bum e la chiusura di Porta Nuova

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Come sapete, il consiglio comunale di Torino è ancora in ferie; l’ultima commissione si è riunita il 29 luglio e la prossima sarà lunedì mattina. L’Italia, tuttavia, non si ferma, e nemmeno apprezza queste cinque settimane di ferie; e allora, che fare?

E’ semplice: basta far finta di lavorare, e anzi sfruttare la mancanza di notizie politiche per occupare i giornali amici con la classica “politica degli annunci” imparata da Berlusconi: ogni giorno, a turno, spararne una grossa per ottenere l’agognata “visibilità”. E così, Fassino e i suoi assessori da alcuni giorni si danno il cambio ad annunciare di tutto un po’.

Il punto più basso - mi ha fatto veramente incavolare - l’ha toccato secondo me l’assessore allo Sport Gallo, che sabato scorso è passato con un lungo servizio al TGR Piemonte nel quale si raccontava come egli, a nome della Città, abbia donato un “kit” al velista professionista Marco Nannini, reduce da un fantozziano disalberamento dopo sole due ore di gara nel Rolex Fastnet 2011, per accompagnarlo nelle sue prossime competizioni. E io a chiedermi: ma con tutte le volte che mi avete detto che non ci sono i soldi per l’assistenza, per le strade, per i servizi, ma perché dobbiamo spenderne (anche pochi, la quantità non importa) per fare un regalo a un ex banchiere della City, che manco risiede a Torino, e che di mestiere gira gli oceani… solo perché così l’assessore può passare per due minuti al telegiornale?

La sparata più grossa tuttavia l’ha fatta il sindaco, annunciando di avere deciso di chiudere la stazione di Porta Nuova per farci, indovinate un po’, un centro commerciale, seguito da palazzine nello spazio occupato dai binari. A parte la scarsa fantasia, io mi sarei aspettato che una decisione del genere fosse perlomeno discussa col consiglio comunale prima di essere annunciata, anche perché non mi pare di averla letta nel programma che Fassino ha presentato solo a luglio. Evidentemente Fassino considera i consiglieri comunali della sua maggioranza degli yes-men, dando per scontato che, se lui così vuole, loro pigeranno i pulsanti per approvare senza aprire bocca; e ritiene, come da abitudine del PD, che il dialogo con l’opposizione e le relative procedure democratiche siano un fastidio inutile.

Ora, esaminiamo meglio nel dettaglio questa sparata. C’è qualche problemino tecnico: si dice che i treni che ora partono e arrivano da Porta Nuova (stazione con venti binari) partiranno invece da Porta Susa e Lingotto. Peccato che Porta Susa abbia solo sei binari, e che siano già ampiamente prenotati per il traffico attualmente previsto (ricordate che per una decina d’anni, secondo questa gente, dovrebbero pure passarci le famose millantamila tonnellate di merci provenienti dal Tav Torino-Lione).

L’idea sarebbe allora di far partire e arrivare i treni a Lingotto, per fermarsi a Porta Susa giusto il tempo per caricare i passeggeri. Ora io lo voglio proprio vedere, un bel Torino-Lecce estivo che deve caricare tutti in un minuto per liberare il sotterraneo di Porta Susa; e poi, se il treno va a Genova o a Piacenza o a Savona o a Modane cosa fa, parte da Lingotto, va a Porta Susa e poi torna indietro? Ma anche così facendo, Lingotto ha comunque solo quindici binari, già in buona parte utilizzati. Dove li mettiamo i treni di Porta Nuova?

Capite insomma che questa gente parla senza sapere? L’unico scenario in cui una roba del genere può stare in piedi è quello in cui si elimina la gran parte del traffico ferroviario di medio-lungo raggio da e per Torino, lasciando solo i treni suburbani e l’alta velocità, e privando la città dell’ottimo servizio - sia per il traffico business che per i turisti - di una stazione a distanza di camminata da tutto il centro.

In compenso, così gli amici potranno realizzare una grande speculazione edilizia e commerciale, usufruendo oltretutto di costosi servizi pensati per la stazione - la metropolitana, il tram 4, il parcheggio sotterraneo per il quale hanno anche abbattuto l’alberata di via Sacchi - mentre noi dovremo pagare di nuovo per ricrearli a Lingotto, la stazione più irraggiungibile della città.

C’è davvero da sperare che sia solo una sparata estiva per finire sul giornale… nel dubbio, però, abbiamo prontamente presentato due interpellanze (qui e qui) e vediamo che spiegazioni tireranno fuori.

L'era del baratto

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Circola in questi giorni per la rete una parabola, riportata anche da Byoblu, che parla di economia. Sostiene che la crisi economica non esista, ma che sia indotta dall’esistenza degli intermediari, che in quanto speculatori e parassiti lucrano alle spalle dei lavoratori e che li affamano per guadagnare alle loro spalle, arricchendosi senza faticare; e che la soluzione della crisi sia eliminare le sovrastrutture - gli intermediari, il commercio, il mercato - e ritornare all’economia del baratto.

Indubbiamente la distanza tra finanza (moneta) ed economia (lavoro) è alla radice della crisi globale, con numerosi sotto-problemi: l’uso del debito per mantenere un livello di vita ingiustificato, la manipolazione dei prezzi di beni essenziali a fini speculativi, la gestione delle risorse e delle industrie con ottiche di breve anziché di lungo termine, l’accumularsi di rendite di posizione ingiustificate, la mancanza di democrazia e di garanzia del pubblico interesse nella finanza globale, compreso il tema della sovranità monetaria.

Tuttavia, io sono preoccupato dall’offerta di soluzioni semplici, stile “ci sono i cattivi, prendiamoli, cacciamoli, e tornerà l’età dell’oro”. L’odio per la finanza, equiparata per principio alla speculazione, non è nuovo e ritorna ciclicamente in ogni momento di crisi; fu per esempio la base per l’affermarsi del nazismo e dell’antisemitismo.

La parabola del baratto è seducente, perché prospetta una soluzione semplice e perché si riallaccia alla nostalgia per il passato, per la ricchezza di cui l’Italia godeva quando eravamo giovani e per una presunta età dell’oro in cui gli uomini vivevano liberi e felici in armonia con la natura - anche se, a ben vedere, l’Italia della dolce vita non era una civiltà agreste, ma una potenza industriale in pieno boom; nell’Italia agricola abbiamo trascorso secoli a scannarci e a morire di fame.

La verità è che la nostra è una società complessa e che può sopravvivere soltanto grazie a tale complessità, di cui la finanza è una componente imprescindibile. Fin che si parla di frutta, formaggio, mobili e indumenti si può pensare ad una economia fondata solo sul baratto, a patto naturalmente di vivere in una parte del pianeta dove coesistano naturalmente grano, frutta, pecore e legno, cosa che può essere vera per l’Italia ma non per tante altre parti del mondo. Ma io vorrei chiedere a Byoblu come ci si può procurare per baratto, ad esempio, una automobile, o un qualsiasi mezzo di trasporto più evoluto del cavallo; oppure un telefonino o il computer con cui ha scritto il suo post, o il pannello solare che dovrebbe rappresentare la nostra sorgente di energia rinnovabile per il futuro, o le grandi infrastrutture come ferrovie, autostrade e reti di telecomunicazione, o i farmaci di sintesi e le apparecchiature mediche avanzate che ci hanno permesso di raddoppiare la nostra aspettativa di vita.

La nostra società - prima ancora che la nostra economia - si basa infatti su oggetti estremamente complessi, che possono essere realizzati soltanto mettendo insieme risorse naturali sparse per il pianeta e competenze superspecializzate, e che spesso richiedono un investimento collettivo enorme, fuori della portata di qualsiasi singolo, che richiede a sua volta l’esistenza di strumenti per astrarre la ricchezza degli individui, metterla in comune e usarla per sostenere l’investimento, ripagandolo poi in qualche modo: appunto, la moneta e la finanza.

L’esistenza di storture e ingiustizie nella finanza mondiale è indubbia e va affrontata in modo nuovo, senza avere paura di cambiamenti anche profondi nelle regole della nostra economia. Strumenti (finanziari!) come la moneta complementare locale, ad esempio, possono ridurre il potere della finanza globale sulle nostre vite e sui nostri territori; dinsincentivi e limiti alle leve finanziarie, agli arbitraggi speculativi, alla delocalizzazione delle attività, all’arricchimento sul lavoro altrui, sono concepibili e opportuni. Lo stesso baratto è un’ottima cosa dove possibile, perché porta a riusare oggetti anziché produrne di nuovi e a ridurre le distanze percorse dai beni. Questo però non vuol dire che tutta l’economia possa funzionare così e che si possa tornare ad una società senza finanza, senza commercio e senza moneta - a meno che veramente non si voglia vivere in un mondo in cui un maglione di lana è l’oggetto più complesso di cui disponiamo.

La lavanda non si tocca

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Solo chi ha frequentato la Libera Repubblica della Maddalena conosce il vero senso di questo slogan, in ossequio al quale una serie di omoni che spostavano interi tronchi a cavallo della strada (le barricate venivano messe la sera e smontate al mattino per permettere l’accesso ai contadini e ai vignaioli) si muovevano in punta di piedi per evitare le piantine di lavanda coltivate in un fazzoletto di terra proprio accanto all’ingresso.

Ora che il territorio della Maddalena è passato dalla Libera Repubblica allo Stato italiano, tutto è stato calpestato e devastato; a parte cagare nelle tende per dispetto, a parte sfasciare la nostra roulotte e bruciare il camper No Tav solo per vendetta, ora la nuova gestione non permette più l’accesso nemmeno ai proprietari dei terreni, nemmeno a quelli che non fanno parte di nessun movimento e vorrebbero solo evitare che il proprio campo o la propria vigna andasse in malora, come puntualmente sta accadendo. Il prato recintato che nasconde il villaggio neolitico della Maddalena, che durante il presidio era sacro, ora è stato usato come parcheggio per i blindati e rovinato forse irrimediabilmente; il museo è stato trasformato in caserma. Tutto questo senza aprire un metro di cantiere, anche perché l’area recintata non è quella dove devono iniziare lo scavo, ma quella militarmente più definibile; al momento non c’è nessun cantiere, solo truppe.

In tutto questo, ieri è uscito un video dove si vede benissimo il trattamento riservato dalla polizia ai fermati, trascinati per centinaia di metri mentre i poliziotti si avvicinano e li prendono a calci e bastonate, nonché una sassaiola da parte degli stessi poliziotti. A me non interessa tanto parlare di chi ha ragione o chi ha torto, interessa far notare che quello che è avvenuto a Chiomonte non assomiglia tanto a una operazione di polizia, quanto a uno scontro tra due eserciti sovrani, per quanto con grande differenza di mezzi militari: una guerra civile.


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In questi giorni si sono riunite per la prima volta le commissioni consiliari. Ogni gruppo consiliare definisce la composizione delle commissioni.

Vittorio e io abbiamo deciso di dividerci le commissioni come segue:

Chiara: commissione I - commissione V -Commissione Pari Opportunità (per regolamento viene assegnata alla consigliera, se una donna fa parte del gruppo consiliare) e Controllo di Gestione;

Vittorio: commissione II - commissione III - Commissione IV - Commissione VI

All'ordine del giorno delle prime riunione delle commissioni era prevista l'elezione del presidente e del vicepresidente. In conformità con lo statuto, i presidenti devono essere eletti tra i rappresentanti della maggioranza e i vicepresidenti devono appartenere ai gruppi dell'opposizione. Unica eccezione è la commissione Controllo di Gestione che , esercitando un ruolo di controllo e di garanzia, non può ovviamente avere la presidenza in seno alla maggioranza, bensì alle minoranza.

L'elezione dei vicepresidenti è stata rinviata poiché il PdL e la Lega non hanno dato la disponibilità a svolgere tali ruoli, non presentando pertanto alcun candidato. Sono stati eletti i presidenti di tutte le commissioni senza particolari problematiche, giovando della maggioranza che ha votato in modo compatto, i nomi da essa proposti.

Uniche eccezioni:

- il presidente della commissione I, Altamura, che a causa del ritardo del consigliere Sbriglio (IDV), non è stato eletto durante la prima seduta che richiedeva la maggioranza assoluta bensì soltanto ieri in seguito alla fumata nera di giovedì scorso;

- il controllo di gestione che ad oggi continua ad essere senza presidente, cui avvenimenti sono stati particolarmente divertenti e ci hanno visti protagonisti e sui cui vogliamo soffermarci di seguito;

Tutti pensavano che la presidenza del Controllo di Gestione sarebbe stata ottenuta, senza grosse difficoltà, dall'asse PDL- LEGA che ha proposto come candidato il consigliere Carbonero. E invece qualcosa è andato storto...

Noi abbiamo giocato le nostre carte e ci siamo proposti per la presidenza. Le motivazioni? Pensiamo di essere in grado di svolgere bene questo importante ruolo, di portarlo avanti con serietà e con la massima trasparenza poichè riteniamo di avere sia le competenze tecniche che l'indipendenza necessaria, rispondendo di fatto ai cittadini e non a logiche di partito.


Con molta emozione ho palesato all'inizio della commissione la mia candidatura, specificando le mie competenze specifiche in tema di controllo di gestione. Si è creato scompiglio: forse era la prima volta che l'opposizione presentava due candidati alla presidenza, senza essere giunti ad accordi antecedentemente.

La maggioranza, nel tentativo di non assumersi la responsabilità di decidere chi votare tra i due candidati, ha chiesto un'interruzione della seduta auspicando che potessimo giungere ad un candidato unico condiviso. Ne è subito seguito un invito nei miei confronti a ritirare la candidatura, offrendo tra l'altro anche parecchie vicepresidenze.

Ovviamente non abbiamo ritirato la candidatura, forse i nostri colleghi non hanno ancora ben chiaro che per noi non si tratta di una scambio di poltrone o di nomine, bensì di elezioni che dovrebbero essere eseguite secondo logiche di competenza e non di accordi partitici. Dopo aver confermato la mia candidatura, ho ribadito che di fatto noi facciamo opposizione sia alla maggioranza che alle minoranze.

A fronte del mancato ritiro della candidatura, la maggioranza ha votato per rinviare la votazione e così non si è proceduto alla votazione e pertanto la commissione è rimasta senza un presidente, almeno fino a giovedì quando ci riuniremo di nuovo.

E questa volta la maggioranza dovrà votare, non potrà nuovamente rinviare, decidendo di fatto chi eleggere. Cosa faranno?

Valuteranno le competenze specifiche e l'indipendenza che caratterizza il Movimento 5 stelle o cercheranno di ottenere qualcosa in cambio dall'asse Lega- PDL?

Vedremo cosa accadrà giovedì...vi terremo aggiornati.

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Sembra evidente che all'interno della maggioranza non ci sia una posizione univoca sulla questione T.A.V.

Chiediamo pertanto chiarezza, con una presa di posizione netta e precisa, in merito alla realizzazione di quest'opera da parte di chi non si è ancor assunto tale responsabilità, forse a causa delle forze con le quali si è dovuto alleare allo scopo di ottenere risultati elettorali maggiormente favorevoli, in particolar modo Sel e Idv.

Ribadiamo che per il MoVimento 5 Stelle il T.A.V. è un'opera inutile, uno spreco di denaro pubblico immane, i cui costi ambientali ed economici saranno superiori ai benefici.

Apprendiamo inoltre oggi dai giornali che Coppola ha richiesto a Fassino di "sottoscrivere e votare nel primo consiglio comunale la sua mozione Pro-Tav". Certamente cercheremo di far valere anche noi la nostra posizione sull'opera, presentando al più presto una mozione che evidenzi le motivazioni di contrarietà.

Vista l'imminenza della questione e per poter eventualmente votare in modo maggiormente consapevole e responsabile, invitiamo tutti i consiglieri neo-eletti e assessori freschi di nomina LUNEDI' 6 GIUGNO alle 16:00 alla visita guidata al presidio No Tav della Maddalena affinché possano rendersi conto di persona delle ragioni e dei modi d'azione del popolo No Tav, al di là della propaganda e delle strumentalizzazioni.

Firmato
Chiara Appendino
Consigliere comunale MoVimento 5 Stelle Torino

--
Ufficio Stampa - MoVimento 5 Stelle TORINO

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Oggi è stata nominata la giunta. Ecco i nominativi con i relativi assessorati. Al seguente link potete leggere anche le biografie http://www.comune.torino.it/giunta/composiz.shtml

Tom Dealessandri- Vice Sindaco, Partecipate e Lavoro
Ilda Curti - Urbanistica e Integrazione
Enzo Lavolta - Sviluppo economico, Lavori pubblici, internazionalizzazione e Ambiente
Stefano Gallo - Sport e Tempo libero
Gianguido Passoni - Bilancio
Elide Tisi - Welfare ed Edilizia pubblica
Maurizio Braccialarghe - Cultura e Turismo
Giuliana Tedesco - Commercio e Vigili urbani
Mariacristina Spinosa - Decentramento e Pari opportunità
Mariagrazia Pellerino - Istruzione e Università
Claudio Lubatti - Trasporti e Viabilità

Qualche considerazione personale...

La continuità, fortemente ostentata durante la campagna elettorale, è ben rappresentata dalla presenza di Tom Dealessandri, Enzo Lavolta, Gianguido Passoni ed altri consiglieri già presenti nella giunta o consiglio comunale precedente ai quali auguriamo di non essere "continui" in termini di risultati ottenuti: città più indebitata d'Italia e seconda più inquinata d'Europa con disoccupazione giovanile media superiore rispetto al resto della regione.

Rilevo con piacere la presenza in giunta di cinque donne.... ma se la matematica non è un'opinione 5 su 11 fa 45,45% e non il 50% promesso da Fassino in campagna elettorale....certo, sono un po' fiscale ma i numeri sono numeri, almeno per me :)

Poi abbiamo il caso di Spinosa, già assessore all'ambiente a Venaria, il cui nome era apparso sui giornali anche per le ultime vicende giudiziarie dell'Idv in Piemonte. (http://www.iltribuno.com/rubriche/rassegnaStampa.php?id=946)

Per chiudere in bellezza...sempre in tema di sovrapposizione di incarichi, attendiamo fiduciosi da Fassino le già annunciate dimissioni da parlamentare.
Non vorrei che se non venisse eletto presidente dell'Anci, ci ripensasse...

Dalla notte al giorno

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Ci sarebbe molto da raccontare di queste ore frenetiche… quella del presidio No Tav, di notte tra amici in una quiete irreale aspettando un cataclisma ignoto che forse non arriverà mai, è davvero un’esperienza unica che vi consiglierei di vivere; se avete paura del caos, potete venire per cena (portando cibo o bevande con cui contribuire…) e andare via prima di mezzanotte. Basta arrivare a Chiomonte per la statale, entrare nel paese per la via principale, girare per la frazione Ramats e lasciare l’auto lungo i tornanti in discesa… completare la discesa a piedi, dopo il ponte girare a destra et voilà, eccovi nella Libera Repubblica della Maddalena.

Ieri sera avevo paura: solo uno stupido non ne avrebbe avuta. Si dava per scontato che ieri sarebbe stato il momento dell’assalto, che sarebbero arrivati manganelli e pestaggi; e nonostante questo, nonostante a nessuno piacesse la prospettiva, bisognava esserci. Ho parcheggiato in paese a mezzanotte, e c’è voluta un’oretta di camminata per arrivare fino al piazzale, dove però ho trovato centinaia di persone e un clima disteso: con così tanta gente, la serata si annunciava tranquilla. Ho salutato molti amici, vari movimentisti tra cui Davide Bono, ho visto passare Sandro Plano e altri amministratori. Poi siamo scesi alla roulotte, già piena dello staff regionale che dormiva… io mi sono accomodato su una sedia da giardino, mi sono coperto e ho appoggiato la fronte sul tavolo da campeggio, e così ho dormicchiato fino all’alba, svegliandomi a ripetizione.

Sono tornato a casa per le otto, dopo aver riportato varie persone in giro per la città; ho pure dovuto risistemare il mio server, che aveva avuto un tracollo per il picco di traffico del sito dei Signori Rossi, pubblicizzato ieri sera a Report, che mi pregio di ospitare pro bono. Ho dormito un paio d’orette e poi via per l’altra faccia della politica: vestito grigio, cravatta gialla, ingresso in Sala Rossa con tanto di proclamazione ufficiale. Ma a me l’ipocrisia non piace e dunque mi sono tenuto un pezzo dalla notte: gli scarponcini da montagna e la polvere di Chiomonte hanno trionfato sulle sedie d’antan del consiglio comunale di Torino.

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Ma non avevo solo gli scarponi: mi sono portato anche la fotocamera, e ho fatto le mie prime riprese dai posti dei consiglieri. Immaginate la faccia delle decine di politici, portaborse, giornalisti e assistenti vari quando mi hanno chiamato e io, alzandomi, ho sollevato anche la fotocamera e gli ho fatto una bella carrellata. E’ un simbolo: la dimostrazione che vogliamo davvero portare trasparenza, e non quella addomesticata delle riprese ufficiali. Spero che il simbolo sarà capito, anche se i primi segnali non sono incoraggianti; il sindaco, finito un discorso paludato e con varie ipocrisie (vedi l’invito al dialogo perché “la forza di una maggioranza sta nel non appagarsi della sua autosufficienza”… proprio così, si vede bene a Chiomonte), si è tuffato dritto nel buffet insieme a tutti gli altri. E’ la prima volta che lascio perdere un buffet senza rimpianti.

Il "mostro" derivati sta resuscitando...?

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Nell'ultimo mese molti quotidiani hanno fatto riferimento ad una nuova bozza del regolamento che concerne l'utilizzo di derivati nelle Regioni, province e comuni. Il 19 Maggio il Ministero dell'economia ne ha negato l'esistenza, riferendo in una nota che l'unica bozza esistente è quella pubblicata a settembre 2009*.

Al di là delle tempistiche di attuazione, è evidente che ci si sta muovendo verso un nuovo sblocco dei contratti derivati, il cui blocco (senza autorizzazione governativa nessun ente locale era autorizzato a sottoscrivere tali contratti) era stato attuato nel 2008 in seguito agli effetti drastici di swap e altri strumenti finanziari simili sui i bilanci di moltissimi comuni e regioni italiane.

Ad aggravare la situazione il fatto che la nuova versione "non prevede più informazioni chiare e semplici utili a individuare i rischi del derivato; anzi, il nuovo sistema aumenterà probabilmente la confusione degli enti locali che, seppure subissati di informazioni, non avranno modo di capire molto dello strumento finanziario proposto dalle banche." **

Il problema sembrerebbe essere dovuto al passaggio da un approccio di valutazione dello strumento finanziario "risk-based", contenuto nella prima bozza e suggerito dalla Consob, ad un approccio "what-if", suggerito dall'Abi e sostenuto dai grandi gestori internazionali dei mercati dei derivati, metodo che risulterebbe essere molto meno comprensibile.

Sembrerebbe l'ennesima mossa attuata non solo per autorizzare gli enti pubblici a giocare nuovamente con la finanza speculativa,tra l'altro senza prima aver assestato un giusto percorso per estinguere i vecchi contratti in essere, ma anche per ridurre la trasparenza dell'attuale normativa.

Purtroppo molti comuni ed enti locali non se lo possono davvero permettere. Facendo riferimento alla situazione Torinese, dalla lettura della relazione previsionale programmatica 2010-2012, si evince che su 3,2 miliardi di euro vi sono ben 947 mln di nozionale composti da 25 contratti swap (contratti derivati il cui valore si basa sugli andamenti dei tassi di interesse), che corrispondono a quasi il 30% del debito. Facendo riferimento al Mark-to- Market, cioè il valore di mercato dei contratti al 31/12/2009, non possiamo sicuramente tirare un sospiro di sollievo poiché I 947 mln presentano una perdita potenziale di ben 125,1 mln di euro.

Ci auguriamo che, almeno in queste scelte, Fassino e il futuro assessore al bilancio non diano continuità alle politiche attuate dalla giunta Chiamparino.

Il Movimento 5 stelle, come già dichiarato nel programma, farà opposizione dura all'utilizzo di questi strumenti che ritiene strumenti di finanza speculativa, ai quali un ente pubblico non dovrebbe fare ricorso.

*(http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/bondsNews/idITLDE74I1UL20110519).
**(http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2011-04-29/derivati-sblocco-meno-trasparente-064152.shtml?uuid=AaFGkmSD) .

Una risposta a Fassino sul Tav

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Il Movimento 5 Stelle di Torino vuole rilasciare una risposta alle dichiarazioni dell'onorevole sindaco Fassino e dell'onorevole semplice Esposito relative al teorico cantiere Tav di Chiomonte.

"Qualsiasi persona democratica - ha detto Vittorio Bertola, capogruppo eletto del Movimento al Comune di Torino - non puo' che condannare i disordini in Val Susa contro una popolazione che da anni si oppone a un colossale spreco di denaro pubblico e alla devastazione ambientale che esso comporterebbe."

"La violenza è quella di chi da anni invia migliaia di poliziotti a spese dei cittadini per perseguire un colossale appalto di interesse esclusivamente privato, militarizzando un'intera valle."

"La mia solidarietà - ha concluso Bertola - va alle povere pietre della Valsusa, e precisamente le 223, anzi 711, forse però 518 o anche 62.734 pietre che sono state tirate di qua e di là nelle dichiarazioni dei politici, evitando anche oggi, come da vent'anni, di discutere sulla domanda fondamentale: è veramente opportuno spendere 20 miliardi di euro per quest'opera?"

Il Movimento 5 Stelle attende peraltro di sapere dai candidati sindaco del centrosinistra - Pisapia, De Magistris e altri - se anche loro plaudano all'uso della forza militare per la realizzazione di grandi opere pubbliche: sarebbe una interessante informazione da fornire agli elettori del Movimento di cui in questi giorni corteggiano il voto!

Fassino, ti stiamo già con il fiato sul collo!

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Apprendiamo dai giornali che il neo eletto futuro sindaco Piero Fassino rinuncerà alla sua carica da parlamentare subito dopo l'insediamento, evitando così il doppio incarico.

Per gli italiani non cambierà molto. La produttività di Fassino in parlamento, come si evince dai dati di openopolis ad oggi (http://parlamento.openpolis.it/parlamentare/393), è tra le peggiori: 563esimo su 630 deputati, primo firmatario di una sola legge nell'ultima legislatura, presenze alle votazioni pari a 26,75% contro un valore medio del 77%.

Anche i costi di Fassino come parlamentare continueranno a gravare sulle tasche dei cittadini, poiché ha acquisito il diritto al vitalizio, avendo 17 anni alle spalle da parlamentare e già compiuto i sessantanni.

Una cosa, però, è certa e possiamo esserne tutti felici: avrà più tempo da dedicare a Torino e alle tematiche sulle quali si è impegnato durante le campagna elettorale.
Con piacere ricordiamo che, a 72 ore dall'apertura delle urne, Fassino si è dichiarato sostenitore dell'acqua pubblica (http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/politica/articolo/lstp/401759/).

Aspettiamo quindi con ansia di vedere, come dichiarato, le forze della sua coalizione dispiegarsi per fare campagna informativa sul referendum, come il MoVimento 5 stelle ha già iniziato a fare.

Anche oggi No Tav

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Le elezioni passano ma i problemi restano: rinviata a dopo il voto, partirà probabilmente a brevissimo la seconda battaglia del Tav.

Più di cinque anni fa, a Venaus, accadde la prima; incredibilmente, lo Stato italiano, schieratosi in forze per aprire il cantiere del primo tunnel, fu sconfitto da una gigantesca mobilitazione popolare, nonostante l’abbondante uso di violenza. Da allora in Valsusa non si sono fatti lavori degni di nota, a parte qualche carotaggio ad uso telecamere; anche se si è scoperto, nel silenzio dei giornali, che pure quell’appalto abortito era truccato. Nei prossimi giorni, alla Maddalena di Chiomonte, proveranno a riaprire il cantiere del primo tunnel.

Molto, però, è cambiato. Nel 2005 il movimento No Tav era derubricato a una piccola minoranza costituita solo da “montanari ignoranti che vogliono fermare il progresso” e “violenti dei centri sociali”; ora la cosa è ben diversa. In particolare a Torino, molti (me compreso) all’epoca sapevano solo ciò che leggevano sui giornali, e dunque credevano alla favola del progresso a suon di cemento e manganello. Oggi l’opposizione al Tav è molto più diffusa e molto più informata, anche fuori dalla valle; da questione (considerata come) di puro ordine pubblico, il Tav è diventato uno degli elementi più importanti della scena politica piemontese e chi ha toccato troppo il Tav, vedi Bresso, ha fatto politicamente una brutta fine.

Questa volta, a Chiomonte, ci sarà anche una sede ufficiale di un gruppo consiliare regionale, il nostro; vediamo se la buttano giù, con tutta la gravità politica che ciò comporterebbe. Questa volta la mobilitazione è anche a Torino, e proprio oggi pomeriggio, dalle 14:30 al municipio di Rivalta, partirà una grande manifestazione No Tav; e anche le strade della prima cintura, visti i nuovi progetti, sono piene di bandiere. Avrete letto che, se partiranno i lavori, i No Tav bloccheranno sabato prossimo la tappa del Giro d’Italia che attraversa la valle; ma questo non è corretto. Semplicemente, tutto sarà bloccato; l’intera valle sarà occupata da migliaia di persone che faranno resistenza pacifica contro le trivelle e le camionette della polizia, tutte le strade saranno piene di gente, nulla potrà passare, e quindi nemmeno il Giro.

Al di là delle numerose ragioni che rendono il Tav Torino-Lione un’opera inutile e dannosa, un semplice sacco delle casse pubbliche da 20 miliardi di euro, non si può pensare di costruire un’opera pubblica mandando l’esercito; in Libia forse, ma non in un paese democratico. E a Torino ancora pochi sanno davvero cosa comporterebbe quest’opera: un gigantesco cantiere che occuperebbe tutto il prato tra strada della Pronda e le Gru, con un flusso continuo di mezzi pesanti e di polveri a fianco di una scuola superiore, di un asilo e di centinaia di case. A Bologna varie case vicino al cantiere sono sprofondate, inagibili; e da noi vorrebbero (non si sa come) costruire anche una tangenziale tra il tunnel e la superficie.

Questa follia va fermata, e la fermeremo; contando che sempre più persone aprano gli occhi.

Torino, comune aperto...

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Ecco i nostri manifesti che fine fanno...coperti dai Moderati, da Coppola, da Fassino e anche dall'aristocratico Musy che per non sbagliarsi fa anche lui una lista civetta chiamata " Coppola"

Ma il rispetto delle istituzioni non è anche il diritto per tutti di presentarsi e farsi conoscere alle elezioni? Se già mentono, barano prima di entrare in comune a Torino come si fa a votarli? E' sotto gli occhi di tutti quello che sta succedendo, passate parola, la libertà di espressione è anche un manifesto con una sveglia, una stella che brilla, una scopa di saggina che ci invita al cambiamento.

Passate parola ditelo nei bar, nelle scuole, nei posti di lavoro, non possiamo continuare a subire e lamentarci...

Il Movimento siamo tutti e quello che tutti saremo in grado di costruirci dentro con un click serale, con una parola spesa, con un volantino distribuito, un manifesto attacchinato, un articolo scritto in fretta e male perchè sono gli ultimi giorni e si vorrebbe aver fatto di più aver lavorato ancora di più. Ma questo è un 'inizio non una fine, perchè non scompariremo nella tana del Comune, non ci imboscheremo nelle stanze dei bottoni, se riusciremo ad avere 2 consiglieri proclameremo "Torino comune aperto".

Con noi ci sarete tutti e tutti finalmente conteranno qualcosa.

Le mani sulla città: cemento al posto dell'Alenia

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Non sentirete molto parlare di questa vicenda incredibile, eppure è avvenuta davvero. Alla chetichella, a tre giorni dalle elezioni, i veri poteri di questa città hanno chiamato il loro amico Chiamparino e hanno fatto riconvocare d’urgenza il consiglio comunale per approvare l’ennesima speculazione edilizia.

Al posto dello stabilimento Alenia di corso Marche (i cui lavoratori dovrebbero essere trasferiti a Caselle, o almeno si spera, perché il relativo piano industriale non è ancora stato discusso, ma alla fine evidentemente i posti di lavoro sono meno importanti del cemento) arriverà dunque una colata di cemento con l’ennesimo grattacielo di 100 metri, l’ennesimo centro commerciale e l’ennesima distesa di palazzine che non si sa bene chi abiterà, ma che saranno utili al Comune per incassare oneri di urbanizzazione - che saranno subito bruciati per pagare le rate dei debiti contratti in questi anni, e poi si vedrà se e come pagare i servizi per il nuovo quartiere - e soprattutto ai costruttori per operazioni finanziarie con le banche amiche, indipendentemente dal fatto che restino vuoti.

In teoria, in questo periodo il consiglio comunale può essere convocato soltanto per questioni veramente urgenti. Eppure qualcuno deve aver sentito che il vento sta cambiando, e allora ha stuprato la democrazia e le istituzioni comunali per far passare l’ennesimo grande affare prima che qualcuno possa discuterne o informare i torinesi. Un affare oltretutto che è già assegnato a una società costruttrice veneta, in cui avrebbe interessi il solito gruppo Gavio, e che dunque non avrà ricadute nemmeno sulle aziende torinesi del settore.

Questa vicenda è vergognosa e dimostra come il centrosinistra sia caduto in basso, al servizio esclusivamente degli speculatori. Domani nessuno ne parlerà se non in toni trionfalistici, “l’ennesima riqualificazione urbanistica” con un bel rendering pieno di verde, ma fatta in realtà solo di cemento e supermercati. Gli unici che possono far conoscere le manovre dei Chiamparino e dei Fassino siamo noi. Passate parola.

ARMI di DISTRAZIONE di MASSA

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Siamo a una settimana dal voto e Torino pullula di eventi: dalla Formula 1 al Giro D'Italia, passando per il raduno degli Alpini.
Non vi suona strana una concentrazione così fitta di eventi proprio negli ultimi due weekend antecedenti le elezioni, giorni cruciali per informare i cittadini dei propri programmi e delle proprie iniziative politiche?

La strategia a me sembra abbastanza chiara: lasciamo i cittadini disinformati, così voteranno il candidato più popolare...

Ma noi continuiamo a suon di incontri, gazebo e web ad informare i Torinesi su chi siamo e cosa vogliamo per una Torino a 5 stelle!

Salviamo la Mole!

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Abbiamo appreso dalla stampa dell'ennesimo scempio speculativo che dovrebbe aiutarci a ripianare i debiti che il comune di Torino ha contratto a causa di una gestione delle casse comunali poco orientata al lungo termine.
Dopo l'area Nord di Torino, con la variante 200, e l'area Sud, con Piazza Bengasi, adesso si attacca il monumento simbolo della città, la Mole Antonelliana.
Il comune ha dato un primo consenso alla demolizione e ricostruzione di un palazzo che creerà una barriera visiva al monumento visto da terra, peggiorando le condizioni di luce dei palazzi limitrofi.
Per questo motivo, il MoVimento 5 Stelle ha invitato tutti i cittadini ad affrettarsi a fotografare la Mole, prima che il Comune di Torino faccia partire l'ennesima speculazione edilizia.
L'iniziativa dal titolo "Torino, la ricorderemo così" è si ì svolta Giovedì 14 aprile dalle ore 12.00 alle ore 14.00.


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Domani, 3 aprile 2011, ben 63 nuovi senatori e 145 nuovi deputati matureranno il vitalizio (al seguente link potete trovare i dettagli http://www.openpolis.it/polInstitutionCharges/pensioni ).

La normativa prevede che i deputati e i senatori, dopo 5 anni di effettivo mandato parlamentare, ricevano la pensione (assegno vitalizio) a partire dal 65mo anno di età.

Tralasciando l'analisi del costo che genera tale sistema, ritengo che sia davvero incettabile che ci sia da un lato un gruppo di persone che dopo soli 5 anni ha diritto ad una pensione (più di €3.00O euro al mese) e dall'altra, la popolazione, il paese reale, in cui i lavoratori versano contributi per 40 anni e recepiscono una pensione, che in molti casi non è nemmeno sufficiente per arrivare alla fine del mese.

Non è una questione di essere di destra, di sinistra o di centro ma è una tematica che riguarda tutti i cittadini e che implica questioni di giustizia, senso civico, dignità ed equità sociale.

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La Casa assorbe più del 30% dei consumi energetici italiani, così suddivisi : 68% Riscaldamento, 16% Elettrodomestici ed Illuminazione, 11% Acqua Calda, 5% Cucina.

E' evidente che la voce su cui smanettare è la domanda di energia per il Riscaldamento, migliorando da una parte la resa degli impianti e dall'altra l'efficienza delle abitazioni.

Percorre questa strada aprirebbe un mercato da 36 mila miliardi che potrebbe dare lavoro a 430.000 persone. Come dire prendere 3 piccioni (Famiglie, Imprese e Ambiente) con una fava.

I dati parlano chiaro. Negli ultimi anni sono stati autorizzati dodici nuovi centri commerciali nella città di Torino. Opere mastodontiche che vivono per se stesse e che di fatto nulla hanno a vedere con le mire di benessere dei cittadini. Questo brevemente il quadro che emerge da un articolo che compare su La Stampa di oggi a pagina 69.
Se da un lato l'assessore Viano è addirittura fiero di aver portato i centri commerciali all'interno della città, nell'articolo di spalla accanto si leggono tutte le perplessità in merito della prof.ssa Maria Cristina Martinengo, docente di Sociologia dei Consumi presso la Facoltà di Economia dell'Università di Torino.
Ma fermiamoci per un attimo a ciò che dice l'assessore all'Urbanistica Mario Viano. Egli sostiene che i centri commerciali posti nella cintura o all'estrema periferia della città abbiano "espatriato la domanda di consumo". Premesso che se una città come Torino ha più centri commerciali di una città come Milano probabilmente ci sarebbe da porsi qualche domanda in merito a questa "domanda di consumo", quantomeno valutare quanto di questo consumo non sia in realtà surplus indotto. Ma queste probabilmente sono fisse da comunista radical-chic; va bene lo concedo. Detto ciò. Per risolvere il problema Viano ha una soluzione a dir poco geniale, che suona più o meno così: "Basta con questi centri commerciali fuori dalla città che rovinano il commercio, costruiamoli dentro la città!". Bravo!!! Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima?! Logicamente non fa una piega: non voglio i centri commerciali, quindi... costruisco centri commerciali.
Ora, tornando seri. Al di là dell'illogicità della proposta di Viano il pensiero a monte è un altro: davvero siamo convinti che in una città sempre più spersonalizzata, sempre più indebitata, sempre più disoccupata costruire un centro commerciale il cui solo fine è far 'sì che le persone si spersonalizzino, indebitino e spendano ancora di più, sia davvero una buona idea?
In tutte le città d'Europa - Parigi fa da esempio - i centri commerciali sono fuori dalla città, e ben serviti dai mezzi pubblici. Se proprio devi fare la spesa grossa ti prendi mezza giornata e vai al centro commerciale. Nella città ci devono essere parchi e piccoli negozi. Quei posti perduti dove c'è ancora il senso della fiducia reciproca. Michael Pollan, nel suo Il dilemma dell'onnivoro spiega bene come oggi l'uomo si aggiri per gli scaffali senza più sapere ciò di cui davvero ha bisogno e cosa davvero gli può fare bene piuttosto che male. Esattamente come l'uomo primitivo faceva quando si trovava davanti a una pianta che non conosceva. Abbiamo perso l'abitudine a guardare in faccia chi ci dà da mangiare. Se la frutta era buona non abbiamo nessuno a cui dirlo, nessuno che ci tiene da parte il latte, nessuno che ci consiglia cosa può davvero essere la scelta migliore. Si è soli in mezzo a centinaia di persone, ognuno in una bolla ovattata.
I piccoli rivenditori sono pesciolini che vengono costantemente mangiati da questi squali patinati. Le saracinesche chiudono a ritmi sempre più preoccupanti, e la massima aspirazione per una persona che magari ha anche investito tempo, soldi e passioni per costruirsi qualcosa diventa la speranza di trovare un posto part-time proprio in uno di quei centri commerciali. Che quindi - malato di Sindrome di Stoccolma - devi pure ringraziare sostenendo la "filosofia aziendale".
E' vero che i centri commerciali hanno il merito di potersi permettere di mantenere prezzi molto bassi, ma... cavoli, a che prezzo. Se si paga meno di 50 cent un litro di latte che si è sciroppato migliaia di chilometri su un camion, che viene da un Paese estero,che praticamente no scadrà mai, che cosa pensiamo di buttarci nello stomaco? Con questo sistema i piccoli negozi al dettaglio non potranno mai competere con i colossi della grande distribuzione. Ma proviamo a portare i centri commerciali fuori mano, ad aumentare la concorrenza, a incentivare i "negozi leggeri" dove si acquistano i beni sfusi e senza confezioni laddove possibile (non solo costituiscono quasi il 70% dei rifiuti totali ma possono arrivare a incidere fino al 60% sul prezzo finale!), dove si vendono prodotti a chilometro zero, certificati e senza marchio, dunque senza pubblicità. Scommettiamo che i prezzi magicamente inizieranno a scendere?
E' vero, non può essere così per qualunque prodotto. Me ne rendo conto. Ma dire che non può essere così per ogni prodotto non equivale a dire che non può essere così per nessun prodotto.
La sfida parte anche da noi. Iniziamo a usare di più i negozi sotto casa e i mercati rionali. Sarà un ennesimo passo avanti verso un vero cambiamento.

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Una vita da pollo... - quando la carne diventa sostenibile

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Le immagini qui sotto (perdonate la qualità, il telefono fa quel che può...) vengono da una piccola azienda agricola nei pressi di Torino. Si chiama "L'Altra Terra" ed è in Strada della Berlia 543, Torino.
Premetto, a scanso di equivoci, che non ho nessun rapporto con i gestori di questa azienda.
Detto ciò, vediamo cosa c'è di strano in questo posto. Tanto per cominciare, appena entrati, dopo un piccolo sentiero di ghiaia, si vede qualcosa di straordinario: gli animali! Ci si può avvicinare, guardarli, accarezzarli. Mucche, tori, vacche delle Highland, cavalli, asinelli, polli, caprette. Tutte quelle simpatiche bestioline che fanno impazzire di gioia i bambini e che quando ti leccano ti lasciano quella strana sensazione di "schifo" che però accogli con un sorriso e dopo la quale pensi che in fondo non è poi tanto male. Dopodiché si vede cosa mangiano gli animali. Altro fenomeno eccezionale. Tendenzialmente balle di fieno disseminate ovunque, oppure, se siete fortunati, capitate nell'ora del rancio e vedete cosa i contadini (sì, esistono, non c'è solo il nonno di Heidi) danno da mangiare agli animali ed eventualmente potete anche chiedere spiegazioni. Io, che sono notoriamente un rompiballe, lo faccio sempre :) Potete poi vedere la stalla della mungitura. Anche lì, se capitate nel giusto orario potete trovare latte appena munto, ma nella peggiore delle ipotesi trovate a 1,50 euro/lt. quello munto la mattina stessa.
Beh, ci sono anche cose che non vedete in realtà. Ad esempio, camion e pubblicità.
Ma allora, cosa c'è di strano in tutto questo? In teoria nulla, in pratica tutto. In una società dove ciò che è aberrante diventa la regola, è ovvio che quel che invece è normale viene percepito come strano. Ed è proprio questo uno dei casi più eclatanti. E' strano vedere gli animali, è strano respirarne l'odore, è strano vedere il latte nelle bottiglie di vetro senza un marchio e della carne senza pellicola e polistirolo.
Già, perché annesso a questa struttura c'è anche un negozio. E' aperto pochi giorni la settimana (giovedì, venerdì e sabato, ma i giorni cambiano durante l'anno) e vende al dettaglio carne, latte, formaggi e molto altro di produzione propria. I commessi sono molto gentili e disponibili e disposti a spiegarti fino all'ultima virgola tutto ciò che gli chiedi. Io sono entrato nel dettaglio del processo di macellazione e non hanno avuto nessun problema a rispondere alle mie domande. Puoi sapere quanto, dove e come è vissuto l'animale.
Sì, so a cosa state pensando: ma i prezzi? Vi assicuro che sono tranquillamente abbordabili. Si va dagli 8 euro/kg del petto di pollo ai 13 euro/kg della coscia di manzo. E' possibile tenere questi prezzi grazie all'assenza di spese per la pubblicità (vi ricordo che incide di almeno il 65% sul prezzo finale dalla maggior parte dei prodotti) e di spese per i trasporti. Questi animali non sono mai stati trasportati su camion, non hanno mai visto gabbie, non hanno mai respirato l'odore di sangue dei loro simili aspettando il loro turno come in una catena di montaggio. In una parola... non hanno sofferto e hanno vissuto da Animali invece che da bestie.
E' vero, i prezzi sono comunque leggermente più alti di quelli dei supermercati. Tuttavia fermatevi un attimo a pensare: pagate molto meno del suo valore un prodotto - in questo caso la carne - ma chi paga i prezzi che non sono sullo scontrino? Semplice: l'ambiente. Non vi convince come risposta? Sostituitela con "i vostri figli", tanto è uguale. Quella carne viene banalmente da allevamenti intensivi. Non voglio occupare tanto spazio per dirvi cosa sono. La maggior parte di voi già li conosce, in alternativa una ricerca su google immagini renderà le idee molto più chiare di quanto non sappia fare io. Cosa ci si può aspettare da un pollo che si paga 5 euro al Kg ma che all'ingrosso è costato poco meno di 1? E' ovviamente una domanda retorica.
La produzione intensiva di carne, per chi non lo sapesse, è la terza causa mondiale di inquinamento. Da sola produce il 18% dei gas serra (dati FAO), è una delle principali cause di danneggiamento del territorio, e ciò che è più grave è che è sempre un investimento negativo! E che non mi si venga a dire "Sì, ma questo vale per l'America". Non è che le mucche americane fanno le scorregge diverse da quelle italiane.
Il discorso in merito può essere molto lungo, ma il concetto finale spero sia chiaro. Ormai è un fatto scientificamente accertato che la carne non è necessaria per rimanere in salute, tuttavia non si deve diventare per forza vegetariani, questa è una scelta personale e insindacabile. La cosa importante è iniziare ad avere un approccio razionale e responsabile al consumo di carne. Mangiamone meno e mangiamola meglio.

"Ma se vi vendiamo le nostre terre io porrò una condizione: l'uomo bianco dovrà rispettare gli animali che vivono in questa terra come fossero suoi fratelli. Perché ciò che accade agli animali, prima o poi accade anche all'uomo"
(Lettera al Presidente degli Stati Uniti del Grande Capo Seattle, tribù Suwamish, 1855)

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Spazi di scambio solidale nei locali comuni dei quartieri

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2 marzo 2011
Barattare, donare, riciclare. Le parole d'ordine dell'economia locale e solidale.

Donare: dare ad altri spontaneamente e senza compenso. Il dono non è sterile elemosina o un regalo studiato per ricevere in cambio una contropartita diretta. Donare significa far fronte all'esigenza di un singolo che è comunque parte di un gruppo, nella consapevolezza che prima o poi un'esigenza simile toccherà al donatore stesso.mercatino.jpg

Ogni seconda domenica del mese nella località di Ozzano dell'Emilia, alle porte di Bologna, è possibile barattare, donare e riciclare. Si tratta di un mercatino del dono e del baratto, un'iniziativa nata dalla collaborazione tra la Cooperativa Dulcamara e l'Associazione Amici della Terra di Ozzano. Negli ultimi mesi, in molte città italiane sono state proposte esperienze simili: luoghi in cui effettuare scambi non monetari hanno aperto le porte alla cittadinanza. Un esempio è l'iniziativa del baratto svoltasi a Roma il 21 aprile e promossa da Reti di Pace: un mercato in cui, senza l'ausilio della moneta, sono stati scambiati CD musicali, libri, abiti e altri oggetti.

A Torino da due anni si è ripetuto un eccellente evento ideato dall'Associazione Manamanà, Senza Moneta, ovvero una piazza dedicata allo scambio non monetario in un clima di festa per tutto il quartiere. Recentemente addirittura si sta ripetendo regolarmente alla Casa di Quartiere in via Morgari.

Dal Nord al Sud della penisola troviamo non solo spazi sociali concreti, ma anche sistemi di scambio non monetari, tra i quali il più diffuso è la Banca del Tempo. Nella società dei consumi, dove la grande distribuzione organizzata assume un ruolo sempre più totalizzante, un bisogno consapevole e diffuso è quello di riscoprire gli spazi di socialità, dove lo scambio dei beni sia alla base della relazione umana.

Storicamente, scambiare o barattare due oggetti presuppone un intento commerciale equo per entrambe le parti; ma non basta: donare è un'azione dal significato sociale e antropologico ancora più complesso. Non si può parlare di dono senza far riferimento al celebre Essai sur le dondi Marcel Mauss: l'antropologo individua, alla base del dono e della comunicazione tra singoli e gruppi, il principio di reciprocità, strutturato nel concetto tripartito del dare, ricevere e ricambiare.

Ma torniamo al nostro quotidiano. Le circoscrizioni della città di Torino gestiscono numerosi spazi pubblici (a disposizione dei cittadini) che, come già segnalato, sono molto spesso inutilizzati - uno spreco dunque, seppur noi stessi cittadini contribuiamo con le tasse per il loro funzionamento.

Quindi la nostra proposta è di predisporre sistematicamente con calendario stabile almeno uno spazio nel cuore di ogni quartiere nei locali pubblici disponibili per ospitare gratuitamente il luogo di scambio e recupero di tutto ciò che ormai considerato inutile da qualcuno e che può invece tornare utile ed importante per altri.

In altre parole vogliamo usare gli spazi pubblici esistenti per finalità sociali e ambientali. In questo modo si valorizza un modello culturale in cui oggetti di recupero in buono stato non sono considerati RIFIUTI ma offerti a chi non può permettersi di acquistarne di nuovi, con evidente ritorno economico seppur senza scambio di denaro.

Proponiamo inoltre una cultura del recupero della materia che ci liberi dal cosiddetto problema riifuti, perchè oggetti inutilizzati abbiano nuova vita grazie a chi ne ha effettivamente bisogno senza accumularsi nei cassonetti, in discsarica o peggio ancora inducendoci a credere alle false soluzioni dell'incenerimento.

Il miglior rifiuto è quello non prodotto.
Seguici sul blog della lista Torinese: http://www.movimentotorino.it/blog/

Qualche numero sui derivati Torinesi

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Al 31/12/2009 il debito residuo del comune di Torino, calcolato esclusivamente sulle voci di debito di finanziamento, quindi quelle forme di prestito erogate da terzi e sui quali generalmente vengono pagati interessi passivi, era pari a circa € 3,2 miliardi di euro composto come segue:

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Interessante scoprire, dalla lettura della relazione previsionale programmatica 2010-2012, che su questi 3,2 miliardi di euro vi sono ben 947 mln di nozionale composti da 25 contratti swap (sui tassi di interesse di cui avevamo spiegato il funzionamento http://www.movimentotorino.it/blog/2011/01/i-derivati-negli-enti-locali-una-mossa-azzardata/), che corrispondono a quasi il 30% del debito. I contratti sono stati sottoscritti con le banche ABN Ambro, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Dexia e J&P Morgan principalmente dall´amministrazione comunale tra il 2001 e l´inizio del 2006. Un fardello che Palazzo Civico e noi ciitadini ci trascineremo dietro per molto tempo, dato che i primi derivati scadranno nel 2016 mentre altri arrivano addirittura fino al 2037.


Se poi andiamo a guardare il Mark-to- Market, cioè il valore di mercato dei contratti, al 31/12/2009, non possiamo sicuramente tirare un respiro di sollievo. I 947 mln presentano una perdita potenziale di ben 125,1 mln di euro, che rappresenta il 13,2% circa dell'ammontare di debito gravato del contratto di derivato. Ovviamente questa cifra sarebbe solo dovuta nel caso in cui il comune di Torino decidesse di estinguere in anticipo i contratti. Si tratta di una cifra virtuale, dato che si può presupporre che non vi sia né l'intenzione né la disponibilità di estinguerli anticipatamente, che oscilla in base all´andamento dei tassi. Va comunque precisato che i flussi previsti nel triennio 2010-2012, derivanti dai 25 contratti in essere, presentano principalmente flussi passivi che incidono sul costo dei debiti in essere. Si riporta di seguito il dettaglio dei flussi previsti nel triennio 2010-2012:

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Il paragone verso altri enti pubblici non ci risolleva l'umore. Ecco qualche dato in breve:

il comune di Genova, pur registrando debiti per 1,26 miliardi di euro, non ha sottoscritto derivati (almeno direttamente).
La Regione Emilia Romagna sembrerebbe avere un unico contratto derivato che si riferisce ad un mutuo di 380mila euro con scadenza al 2032.
Il Comune di Bologna registra 320 milioni di euro di debiti ma nessun derivato e lo stesso vale per la Provincia di Bologna che ha estinto l'ultimo derivato nel 2008, attivato con Bnl.
Anche Regione e Provincia di Bari non registrano derivati tra i loro debiti al 31/12/2009.
Possiamo consolarci guardando la Toscana, Lazio e Puglia anche se in realtà sono storie piuttosto travagliate, dove sembra che in parte ci siano i presupposti per impugnare i contratti, cosa che ad oggi non sembrerebbe invece fattibile per il comune di Torino.

La Regione Toscana al 2009 risultava aver sottoscritto contratti derivati per circa il 36% del debito. La procura di Firenze ha scritto nel registro degli indagati, con l'accusa di speculazione ai danni di enti locali, 22 persone tra consulenti esterni, dirigenti regionali e rappresentanti delle banche coinvolte.
La Regione Lazio aveva a fine 2009 contratti derivati per 2,9 e anche in questo caso sono stati citati in giudizio 11 banche (tra cui Citibank), con la richiesta di un risarcimento per 82,8 milioni di euro a causa dei costi impliciti e occulti.

Meno Traffico? Si parte dal Tram

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1.200 nuovi Posti di Lavoro, 50% Trasporto Merci su Gomma e 16% di CO2/Nox in meno in città.

Il Tram in questi ultimi anni è diventato un trasformista all'Arturo Brachetti, si presta bene per l'Aperitivo, per un Giro Turistico, come Centro Benessere, per un Party alla Moda e anche per il Trasporto Merci in Città.

A Dresda (Germania) la Volkswagen utilizza, con successo, dal 2001 un cargo tram lungo 40 metri per il trasporto di lavorati e semilavorati tra fabbrica e centro logistico. A Vienna e Zurigo sono operativi servizi analoghi.

Pochi se lo ricordano eppure fino alla fine degli anni '50 il Tram trasportava merci anche a Torino, era denominato "servizio mercati", e serviva al trasporto dei prodotti ortofrutticoli dagli ex mercati generali di via Giordano Bruno al mercato di Porta Palazzo oltre ad altri mercati rionali cittadini e i negozi di ortofrutta sul percorso.

Uno studio relativo al progetto Citycargo della città di Amsterdam (nel video) prevede che l'utilizzo del Tram al posto degli inquinanti camion e furgoni, può:


  • generare fino a 1.200 nuovi posti di lavoro connessi alle attività di stoccaggio e alla rete di distribuzione

  • ridurre fino al 50% il traffico da trasporto su gomma

  • ridurre fino al 16% l'emissione di sostanze inquinanti quali CO2 e Nox


Torino ad oggi è la città con la rete tranviaria più ramificata sul territorio nazionale e potrebbe fin da subito utilizzare l'infrastruttura già esistente per re-introdurre il servizio Cargo Tram con benefici immediati basandosi sul modello Dresda/Citycargo :

  • uso dell'infrastruttura già esistente

  • gestione pubblica


Approfondimenti:
www.eltis.org


Sul federalismo fiscale

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In questi giorni si parla molto di federalismo fiscale, in particolare alla luce di quanto accaduto a Roma. Nonostante ci siano forze politiche che spingono per l'approvazione del testo, le conseguenze che avrà la sua applicazione non sono ancora del tutto conosciute. Ad oggi non sono ancora stati chiaramente quantificati i costi ed i benefici della sua implementazione e le modalità con cui si effettuerà il decentramento. Sarà forse perché solo un anno fa lo stesso Tremonti dichiarava ""Difficile dare cifre, ma il federalismo non aggraverà la crisi...Le variabili che devono essere conteggiate per formulare il calcolo sono un numero elevatissimo"? Lo stesso Chiamparino il 20/01/2011 in qualità di presidente dell'ANCI dichiara: "Molte incertezze su numerosi punti fondamentali per la vita dei Comuni italiani ".

Il federalismo fiscale, secondo i suoi maggiori promotori, nasce con l'obiettivo di dare maggiore autonomia e responsabilità agli enti locali. Il dubbio sorge spontaneo: come può una forza politica spingere per il federalismo fiscale e l'autonomia municipale da una parte e contemporaneamente, qualche anno prima, decidere di eliminare l'ICI sulla prima casa, che era une delle fonti principali di introiti dei comuni?

Ma la domanda che mi pongo, al di là della diatriba presente e del giudizio sul fatto che il federalismo fiscale per l'Italia possa essere un bene o un male, è : con l'attuazione del federalismo municipale cosa accadrà alle casse del comune di Torino, il comune più indebitato di Italia? Gli introiti per implementare il sistema, per mantenere la macchina comunale e tutti i servizi necessari per gestire la città, come saranno coperti dalle entrate? I dubbi e le perplessità restano, in particolare a fronte dei meccanismi introdotti e del testo definitivo proposto, di cui riportiamo alcuni elementi di seguito.

1) Cedolare secca sugli affitti con doppia aliquota al 20% sui canoni concordati, dovrebbe aiutare a far "emergere" il nero.

2) Possibilità per i Comuni di introdurre un'imposta di soggiorno da 50 centesimi a 5 euro, a seconda della classificazione delle strutture ricettive. Una sorta di "tassa di scopo": il gettito della tassa di soggiorno è finalizzato ai servizi turistici e sarà il comune tramite delibera del consiglio comunale a definire questa imposta di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive situate sul proprio territorio. Il nostro Sindaco Chiamparino ovviamente ha già dichiarato che è "d'accordo in linea di principio" con l'introduzione di questa tassa ma che sarà un tema che riguarderà la prossima amministrazione e che non verrà applicata per i 150 anni dell'unità di Italia.

3) Compartecipazione dei comuni all'Irpef al 2 per cento
Compartecipazione dei comuni all'Irpef al 2%, tema che non riguarda Torino poiché è già applicata l'aliquota massima,

4) Introduzione dell'Imu sulle seconda abitazione a partire dal 2014: E' il grande punto interrogativo in termini di previsione di introiti. I comuni, a partire dal 2014, in sostituzione all'ICI avranno l'imposta municipale secondaria che non si applicherà sull'abitazione principale e sarà determinata annualmente tramite la manovra finanziaria. I comuni avranno la facoltà di aumentarla o diminuirla «sino a 0,3 punti percentuali». Gli introiti dipenderanno sia dal tipo di bene tassato sia dalla differente aliquota applicata: per esempio, se l'immobile é locato, l'aliquota é dimezzata e lo stesso é possibile «nel caso di immobili non produttivi di reddito fondiario ovvero posseduti dai soggetti passivi d'imposta sul reddito delle società». In questi ultimi due casi, il comune può variare l'aliquota, in aumento o in diminuzione, fino a ulteriori 0,2 punti percentuali. Dalle prime simulazioni fatte, sembrerebbe che, nel caso in cui tutte le seconde case fossero locate, non si raggiungerebbe nemmeno il gettito ICI del 2010, solo alla soglia del 75% delle case affittate si dovrebbero pareggiare le entrate del 2010.

5) I comuni incasseranno la metà di quanto recuperato con la lotta all'evasione fiscale
Aumenta al 50%, rispetto al 33% odierno, la percentuale di introiti che rimarranno ai comuni dalla lotta all'evasione fiscale. L'obiettivo è di creare dei presupposti che incentivino le amministrazioni locali a combattere con maggiore fora l'evasione fiscale.

I derivati negli enti locali: una mossa azzardata

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Si sente parlare spesso di derivati nell'ambito degli enti locali e in particolare di rapporti tormentati, di cui si discute in tribunale, tra banche e pubbliche amministrazioni. Comuni che fanno causa a banche da cui hanno acquistato derivati finanziari ; banche che fanno causa ad enti pubblici : incredibile ma vero. Oggetto della disputa sono i derivati finanziari. I derivati sono contratti che incorporano una promessa di eseguire una prestazione ed il cui valore è basato sull'andamento del prezzo di un altro strumento finanziario (titolo sottostante).

Particolarmente diffuso, in particolare nell'ambito degli enti pubblici, è il cosiddetto "interest rate swop (I.R.S.)", cioè un accordo contrattuale tra due parti per scambiarsi una serie di pagamenti a date prestabilite. L'I.R.S. è utilizzato principalmente dalle parti contraenti per convertire un finanziamento a tasso fisso in un finanziamento a tasso variabile. Per esempio, un comune per coprire la sua emissione obbligazionaria ed il rischio che ne deriva di un eccessivo rialzo dei tassi può decidere di sottoscrivere dei derivati (I.R.S.) con banche che permettono loro di trasformare il tasso fisso delle obbligazioni in tasso variabile. Come si perfeziona il contratto? Ad ogni scadenza prestabilita verranno confrontati i due tassi oggetto del contratto: nel caso in cui il tasso variabile di riferimento scenda al di sotto del tasso fisso il comune si avvantaggia, nel caso in cui il variabile superi il fisso sarà la banca ad ottenere un profitto.

Inutile dire che tra banche emittenti degli strumenti, operatori specializzati nel settore, e i comuni sottoscrittori, enti pubblici non esperti in operazioni finanziarie, nell'orizzonte di medio termine abbia solitamente geenrato profitti dall'operazione la banca. Secondo la Consob nel 2004 il controvalore nozionale delle posizioni in derivati detenute da intermediari finanziari nei confronti di imprese ed enti locali era pari a circa € 146 miliardi di euro di cui circa l'80% risulta in perdita. Alcune comuni, tra cui ad esempio Milano e Rimini, hanno fatto causa alle banche. Nel caso di Rimini contro Unicredit S.p.A e Unicredit Corporate Banking, in data 12/10 è stata emessa la sentenza num. 1523/2010, che accoglie la domanda avanzata dall'ente, dichiarando la nullità dei contratti e l'obbligo da parte delle banche di restituire il saldo negativo dei differenziali pagati nel corso della durata del contratto dal comune alla banca (maggiorato degli interessi legali).

I derivati finanziari, trattandosi di vere e proprie scommesse, sono operazioni ad elevato rischio e dati gli squilibri finanziari in cui versano i bilanci degli enti pubblici non avrebbero dovuto essere permessi. Invece ha dominato, anche in questo caso come purtroppo avviene sempre più di frequente, la necessità di ottenere liquidità nel breve termine, a discapito degli effetti che dovranno gestire le generazioni e giunte future. Così moltissime amministrazioni hanno aderito alla sottoscrizione di contratti finanziari per ottenere nel breve liquidità spostando avanti le scadenze debitorie e/o rimodulando le esposizioni debitorie, diminuendo le uscite di oggi e prorogando i maggiori rischi e le uscite.

Mi chiedo, ma è davvero necessario che si debba arrivare a cause tra comune e banche sperando di ottenere sentenze a favore degli enti pubblici per recuperare, forse, un giorno, il differenziale perso? E non dovrebbe forse essere sufficiente il senso di responsabilità di chi ci amminstra per compendere quanto siano azzardate e inadeguate queste operazioni per gestire le posizioni debitorie degli enti pubblici?

Evidentemente no e forse questa è la cosa più assurda in assoluto.

Giovani...protagonisti in città!

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I giovani sono una risorsa infinita di idee e di esperienze, alcuni studiano altri decidono di lavorare altri ancora non sanno cosa vogliono fare nella vita ma tutti in qualche modo sono alla ricerca dell'autonomia, dell'indipendenza e della sperimentazione di sé e delle proprie capacità.

L'idea è quella di una città che ci permetta di essere protagonisti di ciò che ci sta attorno permettendo a tutti i giovani d'entrare all'interno delle istituzioni, per prendere insieme delle decisoni, nella prevenzione alla salute, nei trasporti e nella viabilità cittadina, nella scuola e nell'università e altro ancora, ognuno con le sue idee, competenze e inclinazioni.

I giovani devono poter accedere in maniera attiva alle circoscrizioni ed ai progetti ideati per loro e per la cittadinanza, siamo il futuro e tutto quello che verrà deciso influenzerà nel bene e nel male la nostra vita.

Essere informati, consapevoli e attivi ci permetterà anche di responsabilizzarci sempre più ma anche, e soprattutto, di aumentare e costruire la nostra professionalità.

Partiamo dalla costruzione del programma della lista civica in ' MoVimento per Torino a 5 stelle' chiamiamo a raccolta tutti i giovani che sono interessati ad attivarsi con le proprie idee che verranno ascoltate e discusse insieme.

Uno vale uno...anche noi giovani valiamo uno.

Le donne sono un capitale ancora da valorizzare!

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Qualche mese fa è stata pubblicata la versione aggiornata del Global Gender Gap Report del World Economic Forum (http://www.weforum.org/s?s=gender+gap) che misura il divario di opportunità tra uomini e donne in 134 Paesi. L'Italia è al 74mo posto, due in meno rispetto al 2009, ed è il fanalino di coda dell'Unione Europea.

La classifica è calcolata in base a quattro criteri: partecipazione alla vita economica, istruzione, coinvolgimento politico e salute.

Particolarmente negativa è la situazione concernente l'accesso e le opportunità delle donne nel mondo del lavoro dove ci posizoniamo al 95esimo posto. La differenza più rilevante è nella partecipazione alla forza lavoro che vede le donne impegnate al 52% mentre gli uomini raggiungono il 74%; la presenza femminile nelle posizioni di comando è pari a circa un terzo del totale ed è presente ancora un divario particolarmente rilevante a livello di salari poichè le donne italiane guadagnano in media il 50% degli uomini.

Possiamo invece vantarci di un buon ranking per quanto concerne l'accesso delle donne all'educazione, dove ci posizionamo al 49esimo posto con percentuali vicine al 100% per l'istruzione primaria e secondaria di entrambi i sessi. Per l'istruzione superiore, invece, le ragazze superano di gran lunga i ragazzi con il 79% contro il 56% per cento. Le studentesse sono ormai il 60% dei laureati italiani e in media ottengono punteggi maggiori in un arco temporale di studi inferiore. Si può quindi parlare a tutti gli effetti di donne come „un capitale ancora da valorizzare" e su questo si dovrebbe intervenire al più presto nell'interesse dell'intero paese.

"Le differenze tra i sessi", spiega Klaus Schwab, fondatore e presidente del World Economic Forum "sono direttamente correlate con l'alta competitività economica: donne e ragazze vengono trattate in modo equo se un Paese è in crescita e prospero. Ma abbiamo ancora bisogno di una vera rivoluzione per le pari opportunità, non soltanto mettendo insieme un largo gruppo di talenti sia in termini numerici che qualitativi, ma anche creando una maggiore sensibilità rispetto al problema nell'ambito delle nostre istituzioni".

Anche per Torino, che per alcuni aspetti si posiziona tra le migliori città d'Italia, il bilancio di genere, http://www.comune.torino.it/politichedigenere/bm~doc/bilancio.pdf, evidenzia che ancora oggi sono presenti forti contraddizioni tra percorsi femminili e maschili nel passaggio dalla scuola al mercato del lavoro. Una ricerca condotta nel 2005 dalla Fondazione Agnelli, che ha coinvolto 1000 giovani di età compresa tra i 20 e i 35 anni residenti a Torino e in prima cintura, ha rilevato che le ragazze si iscrivono di più all'università, si laureano e diplomano con maggior regolarità e migliori votazioni ma che questo vantaggio di curriculum non trova riscontri al momento dell'ingresso nel mondo del lavoro. Le giovani donne infatti riscontrano:

» maggior tempo per trovare il primo lavoro
» maggiore incidenza di contratti atipici e part time
» aumento del rischio di disoccupazione
» maggior numero di cambi di lavoro
» percorsi più tortuosi
» maggiori difficoltà ad accedere ai posti più sicuri nell'industria
I dati raccolti avvalorano l'ipotesi che incida fortemente la diseguale distribuzione del lavoro domestico (casa, bambini, anziani etc) tra i due sessi nel costringere le donne a fare scelte di rinuncia al momento dell'ingresso nel mondo del lavoro. Infatti la contraddizione che emerge è spiegabile solo in parte attraverso il percorso di studi scelto, poiché sembrerebbe che le giovani donne laureate in ingegneria (più velocemente e con voti migliori dei loro coetanei maschi) incontrino le stesse difficoltà delle laureate in materie umanistiche. Non sembra essere nemmeno riconducibile a una differente scala di priorità poiché risulterebbe che sia le ragazze che i ragazzi dell'intervista mettono al primo posto nella vita famiglia e amici e solo al terzo posto lavoro e carriera.

Mi sorgono spontanee alcune domande: si tratta principalmente di un problema culturale? Ed avere più donne presenti nelle istituzioni potrebbe velocizzare il processo?

Il bilancio partecipativo

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In una città come Torino dove i politici non ci rappresentano più e il divario tra i cittadini e le istituzioni è sempre più ampio, diventa di fondamentale importanza dotare l'istituzione di strumenti partecipativi che consentano ai cittadini di intervenire direttamente ed essere "cittadini attivi" a tutti gli effetti. Quale metodo migliore se non quello di coinvolgere la popolazione direttamente nell'allocazione di una percentuale delle risorse del bilancio, facendo decidere a noi cittadini torinesi dove, come e quando investire?

Mentre noi ci interroghiamo sul tema, ci sono città e comuni che hanno già implementato forme di bilancio partecipativo: è presente da 16 anni nella città brasiliana di Porto Alegre, in circa altre 200 città brasiliane, è diffuso in altri Paesi del mondo tra cui circa 50 casi europei. Comincia a essere anche noto in Italia dove sono riscontrabili già una decina di casi in cui si è intervenuti facendo riferimento e cercando di adattare, non sempre con successo, le best practices delle esperienze Brasiliane alle specificità del contesto economico, politico, sociale e culturale che contraddistinguono il nostro paese ed in particolare i singoli comuni. Alcuni esempi sono i comuni di Pescara, Vimodrone, Grottammare, Arezzo, Bergamo e altri ancora.

Ma cosa si intende per bilancio partecipativo? Giovanni Allegretti, uno dei maggiori esperti sul tema, lo definisce come "un processo decisionale che consiste in un'apertura della macchina istituzionale alla partecipazione diretta ed effettiva della popolazione nell'assunzione di decisioni sugli obiettivi e sulla distribuzione degli investimenti pubblici ". Nell'applicazione del modello del bilancio partecipativo, i cittadini vengono normalmente coinvolti nell'allocazione di una percentuale variabile di risorse che presentano un carattere 'flessibile', escludendo voci come quelle per la gestione corrente e il personale.

Per riportare un esempio, a Reggio Emilia nel 2007, tramite l'organizzazione di incontri con i cittadini, sono state raccolte e valutate proposte a livello di quartiere riguardanti le seguenti aree tematiche: opere pubbliche, ambiente, sport cultura e politiche giovanili, politiche sociali. Le proposte, tramite assemblee di quartiere, sono state analizzate e votate e in parte inserite nel bilancio di previsione dell'anno successivo.


Vi sono molti vantaggi riconducibili all'implementazione del B.P., ne citiamo alcuni di seguito:

-consente potenzialmente di rispondere alle esigenze sentite con le priorità necessarie
-consente l'emersione di sofferenze nascoste
-consente ai cittadini di partecipare direttamente
-incentiva i cittadini ad essere informati e a formarsi.

L'implementazione del modello di B.P. per Torino sarebbe un grande passo avanti verso un nuovo modello di democrazia partecipativa e di cittadinanza attiva.

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