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Nuovi articoli nella categoria Energia

Sull'inquinamento dell'aria

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Nel nostro paese si usa spesso l'espressione "emergenza" anche per fenomeni che si ripetono ciclicamente e i cui effetti si manifestano a tal punto da diventare ingovernabili nel breve periodo.
Non si può risolvere il problema dell'inquinamento dell'aria dall'oggi al domani, ma servono interventi strutturali e investimenti del Comune, della Regione e del Governo su energia verde, efficientamento energetico degli edifici e, soprattutto, mobilità sostenibile. Anzichè tagliare il finanziamento al trasporto pubblico locale, come ha fatto la Regione Piemonte, si devono creare le condizioni affinchè i mezzi pubblici, il car sharing/pooling, il muoversi a piedi e in bici risultino più appetibili dell'auto.
In particolare serve un cambiamento culturale; la grande sfida è proprio trovare un equilibrio tra il nostro stile di vita e l'impatto che questo ha sull'ambiente. L'ambiente e il clima sono beni comuni e ognuno di noi deve contribuire, anche con sacrifici, a preservarli per le generazioni future.
Tornando alla situazione odierna e alle misure temporanee, ritengo sia necessario intervenire per cercare di limitare i danni e tutelare la salute pubblica con provvedimenti anche impopolari come i sabati e le domeniche ecologiche, le targhe alterne settimanali, i limiti all'utilizzo dei mezzi diesel, il disincentivo all'ingresso in città e il potenziamento del trasporto pubblico con gratuità dei parcheggi di interscambio.
Occorrono, inoltre, appelli alla sensibilità dei cittadini da parte delle istituzioni.
A tal proposito si può invitare la cittadinanza a modificare le proprie abitudini ad esempio utilizzando l'auto in modalità "pooling" con almeno 3 persone a bordo, riducendo le temperature nelle proprie abitazioni e luoghi di lavoro sia privati che pubblici e accorciando gli orari di accensione del riscaldamento.
Il sindaco non tentenni e intervenga in modo efficace e chiaro nella sua triplice veste di Sindaco, presidente Anci e Presidente della Città Metropolitana

La misteriosa tassa sul gas

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Negli scorsi mesi, i torinesi che acquistano il gas da Eni, circa il 60% del totale, aprendo la bolletta hanno avuto una sgradita sorpresa, questa:

Al normale importo della bolletta sono stati aggiunti senza preavviso circa 30 euro (24,03 + IVA, perché in Italia si paga l’IVA al 22% anche sulle tasse) a titolo di “canone comunale 2012-2013″. Non sono una cifra enorme, ma non sono nemmeno pochi per chi fatica ad arrivare a fine mese, e perdipiù vanno a colpire un bene fondamentale come il gas, che permette di cucinare e di scaldarsi.

A fronte delle numerose segnalazioni, dopo la pausa estiva ho presentato una interpellanza per chiedere spiegazioni: chi ha deciso di introdurre questa tassa e di farla pagare tutta in una volta? Come vedete nel video, la risposta dell’assessore in aula, circa un mese fa, è piena di dubbi; capito che questa tassa esiste dal 2011 e che è stata Eni a dimenticarsi di farla pagare per poi chiederla tutta insieme in un colpo solo, nemmeno la giunta sembrava sapere bene come funzionasse.

Ho quindi chiesto un approfondimento, che è avvenuto qualche giorno fa con l’audizione dell’amministratore delegato di AES Torino, Rocco Luigi Didio (anche lui lucano come mezzo PD torinese). AES Torino è la società nata nel 2001 come joint venture a metà tra la municipalizzata AEM (oggi Iren) e Italgas (cioé la stessa Eni), per gestire le reti cittadine del gas e del teleriscaldamento; qualche mese fa, peraltro, il matrimonio si è sciolto e Iren si è presa tutto il teleriscaldamento, mentre Eni si è tenuta la società e la rete del gas.

Anche questo è un tassello della storia; perché la tassa comunale sul gas nasce quando, alla fine dello scorso decennio, il governo decide di “portare il mercato nei servizi pubblici locali”. Come già per l’acqua, per i rifiuti e per i trasporti, gli esegeti del mercato a tutti i costi vogliono trasformare le vecchie società pubbliche e parapubbliche che avevano in gestione servizi di monopolio naturale, come sono i tubi del gas, in aziende che si contendono il servizio tramite gara, in modo da “fare efficienza per i cittadini”.

L’efficienza per i cittadini di questa scelta è talmente elevata che, per compensare i Comuni dalla futura perdita del controllo diretto della distribuzione del gas e dei relativi utili, viene introdotta subito la possibilità che essi istituiscano una tassa sul gas, il cui importo massimo è fissato da un algoritmo nazionale a un teorico “giusto utile” del servizio, pari al 10% di un “giusto ricavo” detto VRT; per Torino, questo massimo è pari a 5,7 milioni di euro.

Siamo a fine 2010, e il sindaco è ancora Chiamparino: può forse farsi sfuggire un’occasione per imporre nuove tasse? No, e dunque introduce la tassa e la fissa al massimo possibile. I giornalisti cittadini, secondo voi, denunceranno questo ennesimo prelievo dalle tasche dei torinesi? No, il massimo che esce è questo articolo che racconta le cose in modo un po’ diverso: si tratterebbe di un aumento di tasse di soli 200.000 euro che servirebbe a finanziare il welfare.

La realtà è invece che i 5,7 milioni vengono ripartiti in due come da regole nazionali: 2,1 milioni li paga AES Torino, che prima ne pagava 1,9 (di qui l’ “aumento di 200.000 euro”), e che comunque ribalterà il costo ai suoi clienti, che sono le decine di società che vendono il gas ai torinesi, che a loro volta aumenteranno le tariffe ai clienti finali per coprire l’aumento; ma gli altri 3,6 sono un nuovo prelievo che viene caricato agli utenti direttamente in bolletta, per poi girare le cifre incassate ad AES Torino e da AES al Comune.

Considerando che a Torino ci sono un po’ più di 450.000 utenze del gas, la tassa in bolletta diventa quindi di 8 euro l’anno, uguale per tutti indipendentemente da reddito e consumi. Siccome però siamo in Italia, l’Agenzia per l’Energia Elettrica e il Gas ci mette un anno a ratificare la nuova tassa torinese, che quindi entra in vigore il primo gennaio 2012, però con la clausola che per il 2012 la tassa sarà raddoppiata per recuperare il 2011. Di qui, quindi, le cifre apparse nella bolletta Eni; gli altri operatori, invece, hanno semplicemente spalmato questi importi nelle bollette già dal 2012.

Nel frattempo, a ritmi italici, l’avvento del mercato sui tubi del gas va avanti: e dunque dovrebbe partire tra un po’ la gara pubblica per la gestione della rete del gas a Torino e nei comuni limitrofi, che dovrebbe concludersi a fine 2015 (io scommetto che la vincerà una società chiamata AES Torino). Comunque, a quel punto la tassa sarà eliminata e sostituita dalla cifra che il miglior offerente si sarà impegnato a pagare ai Comuni in cambio della gestione del servizio, cifra peraltro che potete indovinare chi pagherà alla fine.

Per il 2014 e per il 2015, tuttavia, ci troveremo ancora altri 8 Euro + IVA in bolletta; già, perché in teoria la Città, che ha già incassato 5,7 milioni l’anno per tre anni, potrebbe decidere di ridurre l’importo o prevedere facilitazioni per i meno abbienti (peraltro complesse da realizzare in pratica, visto il giro che fanno questi soldi), ma quando ho anche solo ipotizzato la cosa si sono messi tutti a ridere.

Ah, e il welfare? Ovviamente era una bufala: quando ho chiesto dove sono finiti questi soldi, ho saputo che sono finiti nel calderone generale delle entrate del Comune, a tappare i buchi di bilancio; “però sul welfare mettiamo comunque già tanti soldi, dunque fa lo stesso”.

Emergenza duecento euro

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Quando in Italia si parla dello smaltimento dei rifiuti, come di tante altre cose, è difficile intavolare una discussione razionale: si finisce subito a litigare sulle pizze alla diossina. Intanto, le mafie e la politica se ne approfittano: il business dei rifiuti è una delle vere miniere d’oro di questi anni. Soltanto Torino città paga ad Amiat oltre 150 milioni di euro l’anno per raccogliere e smaltire circa 400.000 tonnellate di immondizia; noi cittadini paghiamo i rifiuti circa 40 centesimi di euro al chilo, come i pomodori all’ingrosso.

Tra questi business, uno ottimo è quello degli inceneritori: si raccoglie tutta la schifezza possibile e la si brucia tutta insieme per produrre energia; si incassano tra i 100 e i 150 euro a tonnellata, derivanti dalla tassa rifiuti dei cittadini, più altri 100 euro di fondi pubblici come “sovvenzione ecologica”, perché secondo il governo produrre elettricità dalla schifezza è ecologico, più i soldi che si possono fare rivendendo l’energia prodotta.

Più tonnellate di schifezza arrivano e più si guadagna; le scorie – già, perchè anche bruciando i rifiuti mica essi svaniscono, ne rimane circa un terzo in cenere, in parte pericolosa – vengono mandate in discarica o usate nelle costruzioni, e il resto viene polverizzato e scaricato nell’aria che respiriamo, ufficialmente entro i limiti di legge, anche se in effetti l’inceneritore del Gerbido ha già avuto parecchi incidenti e ripetuti sforamenti dei limiti (la legge prevede persino che si possano sforare i limiti per un certo numero di volte…).

Gli inceneritori sono generalmente in mano alla politica o a suoi amici; come il nostro, che attualmente è al 20% del Comune di Torino e all’80% di Iren, la megasocietà a dirigenza nominata dal PD che è privata (del PD) quando c’è da gestire l’enorme flusso di denaro che vi transita, ma pubblica quando c’è da ripagare il suo gigantesco buco da miliardi di euro. E quindi, anche l’amico Renzi ha pensato bene di dare una mano al business degli inceneritori.

Come? Beh, nel famoso decreto Sblocca Italia, attualmente in fase di conversione in legge, ha inserito all’articolo 35 una misura che dice che il governo può scegliere un numero qualsiasi di inceneritori da definire “di interesse strategico nazionale”, i quali saranno automaticamente – fuori dalle normali procedure e dalla volontà degli enti locali, che avrebbero competenza su queste cose – portati al massimo della capacità possibile e utilizzati per bruciare i rifiuti delle regioni d’Italia che non si sono attrezzate per trattarli.

Il Gerbido, per esempio, è stato autorizzato per 421.000 tonnellate l’anno, una capacità considerata congrua per smaltire tutta quella parte dei rifiuti di Torino e provincia che non viene differenziata dai cittadini. E’ sempre stato detto dagli amministratori locali che questa capacità non sarebbe stata aumentata, e che era quella per cui l’impianto era stato progettato per poter funzionare bene e senza intoppi.

Bene, adesso il governo Renzi vorrebbe d’autorità alzare questa capacità di altre 100.000 tonnellate, il che vorrebbe dire far funzionare l’impianto all’estremo delle sue forze, ben oltre quello che fino a ieri era indicato come il regime di funzionamento sicuro. Ma essendo il Gerbido un impianto già pieno di problemi, cosa succederà pompandolo al massimo?

Noi abbiamo presentato in consiglio comunale una mozione d’urgenza per chiedere che la Città si schierasse contro questo aumento, chiedendo al governo di ritirare la misura durante l’attuale discussione in Parlamento. Questo non per campanilismo, ma nell’interesse di tutta Italia, perché è antiecologico e antieconomico far viaggiare i rifiuti nei camion su e giù per lo stivale, invece di smaltirli in loco; cosa peraltro che è persino obbligata dalle direttive europee, che obbligano a privilegiare riduzione, riuso e riciclo e solo dopo a considerare l’incenerimento.

La risposta del PD è stata che in alcune parti d’Italia c’è “l’emergenza rifiuti” e dunque bisogna rendersi disponibili ad accogliere l’immondizia altrui per evitare che debba essere mandata all’estero. Eppure “l’emergenza rifiuti” non è un disastro naturale imprevedibile, come un’eruzione o un terremoto. E’ il risultato delle scelte coscienti di chi ci governa, e delle cattive abitudini di intere popolazioni mai educate dai loro politici. Dare una via d’uscita semplice permettendogli di scaricare a forza i propri rifiuti altrove è diseducativo e contribuisce a perpetuare questa situazione invece di risolverla.

Per questo noi insistiamo giorno dopo giorno con la differenziata porta a porta, facendo fiato sul collo all’amministrazione (a breve sarà discussa una mia interpellanza sui ritardi e disagi nell’adozione del porta a porta alla Crocetta) e costringendoli ad assumersi le loro responsabilità, dimostrando che la vera “emergenza” che si vuole risolvere con questo provvedimento è il debito folle di Iren, fatto per logiche poco industriali e da ripagare bruciando rifiuti a duecento euro a tonnellata. La maggioranza di Fassino ha bocciato la nostra mozione, ma noi sullo stesso punto diamo battaglia in Parlamento; e andiamo avanti.

Inceneritore del Gerbido, tecnologia all'italiana

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Mercoledì pomeriggio in Municipio si è tenuta l’ennesima riunione del Comitato Locale di Controllo (CLdC) dell’inceneritore del Gerbido. Il CLdC è una strana entità che è stata istituita per tutelare la popolazione, coinvolgendo i Comuni circostanti all’impianto, ma le cui riunioni trascorrono per la maggior parte in battibecchi tra i cittadini del pubblico che chiedono di parlare e la presidente Erika Faienza – consigliere provinciale del PD, nonché segretario del PD di Beinasco, nonché moglie del sindaco PD di Grugliasco, nonché nota alle cronache per aver falsamente autenticato delle firme per una lista elettorale a sostegno di Fassino – che cerca polemicamente di tenerli a bada.

Comunque, a differenza della precedente riunione, talmente burrascosa da finire persino sul Fatto Quotidiano, questa è andata un po’ meglio, anche perché invece di TRM e Arpa (di cui i cittadini non si fidano più) c’erano i medici responsabili dello studio ufficiale di controllo della salute della popolazione, un mastodonte dal costo milionario pagato con le compensazioni dell’inceneritore stesso.

Lo studio prende in esame due campioni di quasi 200 persone, uno che abita vicino all’inceneritore (prevalentemente a Beinasco) e uno che abita subito fuori dalla zona di teorica ricaduta delle emissioni (a Torino Lingotto). La scorsa estate sono stati effettuati dei prelievi per misurare la salute dei due gruppi prima di accendere l’impianto; tra qualche mese si farà una nuova misurazione per vedere se qualcosa è cambiato in maniera diversa tra i due gruppi.

Per ora, le uniche differenze rilevate dagli scienziati tra i due gruppi sono che quelli di Beinasco sono molto più preoccupati per l’inceneritore e che quelli di Beinasco hanno un titolo di studio mediamente più basso; almeno hanno avuto il buon gusto di non ipotizzare correlazioni tra i due dati. Le rilevazioni però sono già preoccupanti di loro, in quanto è emerso che già ora per alcuni metalli pesanti i dati sono piuttosto elevati; in particolare per l’arsenico (anche se lo step successivo ipotizzato, non ridete, è “vedere se nel campione c’è tanta gente a cui piace molto il pesce”, perché se non è quello allora sono le fabbriche della zona) e per il palladio e altri elementi rari usati nelle marmitte catalitiche e quindi dipendenti dal traffico.

Comunque, i medici dell’Istituto Superiore di Sanità hanno detto chiaramente che per loro, per come è costruito lo studio, qualunque peggioramento del campione di Beinasco sarà dovuto all’inceneritore; poi qualcuno ha tentato una mezza marcia indietro, dicendo che però bisogna vedere perché se le emissioni sono in regola allora forse no… ma è stato alla fine sconfessato.

Nel frattempo, la vita dell’impianto prosegue male come sempre. Nell’ultimo mese ci sono stati altri due incidenti, il 23 dicembre e il 12 gennaio, che hanno comportato sforamenti e fermo dell’impianto, e ormai gli sforamenti sono talmente tanti che la procura ha dovuto aprire una inchiesta; e hanno cominciato a comparire enormi colonne di fumo, specialmente di sera, che escono direttamente dalla base dell’impianto.

Noi abbiamo presentato l’ennesima interpellanza, che vedete nel video; alla fine la risposta è che il fumo è solo vapore da raffreddamento, che d’inverno condensa e si vede di più; anche se io, in seduta di commissione, ho chiesto all’Arpa se loro abbiano mai verificato se davvero è solo vapore, e la risposta è stata “in effetti per legge siamo tenuti a farlo ma non l’abbiamo ancora fatto, ma tanto è impossibile che sia altro perché lì non passano tubi col fumo della bruciatura”.

Comunque, l’impianto funziona tanto bene che TRM ha annunciato che a inizio febbraio spegneranno l’impianto per una settimana per cambiare tutta una serie di pezzi. Poi, naturalmente, hanno insistito che comunque a maggio inizierà l’esercizio commerciale; io non mi sento per niente tranquillo sul fatto che siamo pronti, e credo che sia una minima garanzia per tutti che ci siano almeno tre mesi di funzionamento senza intoppi prima di poter dire che il collaudo è finito e l’impianto è sicuro, cosa che abbiamo scritto in una mozione in modo da obbligare le forze politiche perlomeno a prendere posizione in consiglio comunale.

Purtroppo, in sede politica – oltre a pretendere spiegazioni – si può fare poco, perché tutte le amministrazioni, dai Comuni al governo con la sola eccezione del Comune di Rivalta, sono in mano a partiti favorevoli all’inceneritore; e anche quando riusciremo a cacciarli, ci troveremo con contratti ventennali già firmati, penali altissime e una grande difficoltà nel cancellare le decisioni di chi è venuto prima; la stessa vendita dell’inceneritore dal Comune di Torino a Iren (gruppo di diritto privato ma di fatto nelle mani del PD) serve anche a rendere più difficili futuri cambiamenti di rotta nella gestione.

La strada maestra per fermare l’inceneritore è pertanto documentare i danni alla salute, in modo da forzare un intervento per vie legali. Per questo serve, ad esempio, che chi si sente male per colpa delle emissioni vada al pronto soccorso a farsi visitare, lasciando una traccia dell’accaduto. Serve registrare ogni problema e metterlo in evidenza, costringendo i gestori a spiegazioni pubbliche che rimangono, come facciamo noi in consiglio comunale. Anche un cambiamento politico servirebbe comunque a cambiare il clima in cui operano le istituzioni di controllo; del resto una delle cose che fanno alzare il sopracciglio è il fatto che il direttore dell’Arpa sia la moglie di un consigliere regionale del PD, un incrocio tra controllori e controllati che non dovrebbe mai avvenire.

Per questo più ci si addentra nella vicenda dell’inceneritore e più le preoccupazioni aumentano; perché anche chi ignora i semplici motivi per cui incenerire i rifiuti è sbagliato (è costoso, inquinante e uno spreco di risorse e materiali in via di esaurimento) e pensa di trovarsi di fronte al gioiello della scienza e della tecnica prospettato dai suoi promotori, si rende presto conto di trovarsi invece in mezzo a una delle tante vicende di grandi opere all’italiana, dove l’unica cosa che funziona senza intoppi è il flusso di denaro in uscita dalle casse pubbliche.

Iren, la multiutility molto utile al PD

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Molti torinesi non hanno mai ben capito che cosa sia cambiato negli ultimi anni nella gestione dell’energia torinese. In fondo, le bollette elettriche sono sempre più o meno le stesse; cambiano solo il nome e il logo in alto a sinistra. Una volta c’era scritto Enel o AEM, società che si dividevano la città; poi dal 2002 AEM Torino, che comprò la rete di Enel; poi dal 2006 Iride, quando AEM si fuse con l’AMGA di Genova; poi dal 2009 Iren, quando Iride si fuse con l’Enìa di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. (E non è finita: adesso si parla di fondere Iren con la lombarda A2A.)

Cosa c’è dietro a questo turbinio di operazioni societarie? Il progetto viene etichettato come Multiutility del Nord: mettendo assieme tutte le vecchie società elettriche municipali, si crea una enorme azienda energetica che potrà effettuare risparmi di scala e competere efficacemente a livello europeo, evitando che anche in questo settore gli stranieri vengano qui a spadroneggiare.

La realtà, purtroppo, è ben diversa, se non altro perché il progetto, dal punto di vista industriale, è stato un misero fallimento: Iren si ritrova ora con quotazioni di Borsa in picchiata (dunque facilmente comprabile) avendo accumulato in pochi anni un debito di oltre tre miliardi di euro. Se considerate che Torino è il maggior socio e detiene in varie forme circa il 26% del capitale, vuol dire altri 800 milioni di euro di debiti in testa ai torinesi, da sommarsi a quelli già mostruosi del Comune; tutto questo senza alcun vantaggio percepibile per i clienti in termini di servizi e tariffe.

La verità è se mai che Iren è la cassaforte privata del PD del Nord; una società prevalentemente pubblica in teoria, guardando l’elenco dei soci, ma gestita come una SpA privata da manager e notabili allineati al partito. Per esempio, fino a pochi giorni fa il presidente di FSU – la scatola cinese che contiene le quote Iren di Torino e di Genova – era il notaio Angelo Chianale, verbalizzatore di riferimento di tutta la Torino bene insieme alla moglie, il notaio Francesca Cilluffo.

Lui ricopriva altre cariche di prestigio, come la presidenza della Fondazione che organizza MiTo, per conto dell’amministrazione torinese; lei è diventata deputato PD subentrando a Fassino quando si è dimesso per fare il sindaco, e il suo unico atto rimasto nelle cronache (oltre al prendere ogni mese anche lo stipendio da parlamentare) è un intervento in aula in cui sciacallava sull’attentato al povero Musy insinuando, ovviamente senza la minima prova, che fossero stati i No Tav (insinuazione subito spinta anche da La Stampa) o in alternativa i difensori dell’articolo 18. Peccato che l’Agenzia delle Entrate abbia appena scoperto che, sui propri milionari guadagni da notaio, i due fossero usi ad evadere le tasse facendo passare per rimborsi spese una parte dei propri compensi.

Il controllo su Iren è spartito tra le varie città, tutte storicamente rosse. Iren è difatti amministrata da un comitato di quattro dirigenti in rappresentanza dei quattro soci principali, ovvero Torino, Genova, Reggio Emilia e Parma: la crema del Nord democratico. Peccato che qualcosa si sia inceppato e che da qualche mese Parma (già prima non molto allineata e dunque titolare del dirigente meno potente) sia fuori controllo; bene, qual è la risposta democratica? Torino, Genova e Reggio Emilia si accordano per escludere Parma dal governo di Iren, affidandolo a tre persone invece di quattro, con la scusa di riorganizzare Iren in modo più efficiente.

I cittadini, in questo scenario, sono soltanto vacche da mungere, privati di ogni controllo e sottoposti a un monopolio di fatto sulle forniture energetiche. Di esso fa parte anche il teleriscaldamento, spinto e decantato in nome di presunte virtù ambientali ed economiche che abbiamo già smentito in passato, ma che di fatto serve a trasformare un mercato (quello in cui potete comprare il gasolio per la caldaia da chi vi pare) in un monopolio (visto che lasciare il teleriscaldamento dopo averlo installato è quasi impossibile), che Iren in futuro potrà manipolare più o meno a piacere.

Lo stesso discorso vale per i rifiuti: Fassino sta procedendo con la vendita di Amiat e TRM (rifiuti e inceneritore) e in Municipio si dà per certo che l’acquirente sarà Iren. Per capire cosa succederà, basta vedere cosa ha scoperto in poche settimane la nuova giunta a cinque stelle di Parma: è venuto fuori il piano industriale dell’inceneritore che Iren vuole realizzare a Parma, da cui si scopre che era stato stipulato un accordo per cui l’incenerimento dei rifiuti sarebbe stato pagato a Iren 168 euro a tonnellata, contro un prezzo di mercato di 90-100 euro, garantendo a Iren un margine tra il 15 e il 25 per cento annuo, ovvero, su vent’anni, utili per centinaia di milioni di euro ricavati gonfiando il prezzo del 70%. Capite che il dare in mano a Iren per vent’anni il nostro inceneritore, al di là di tutti i gravissimi problemi di inquinamento che esso comporta, è un modo per spremerci meglio e per garantire a chi controlla Iren vent’anni di lucro a nostre spese, anche se domani l’amministrazione di Torino dovesse essere diversa.

Nemmeno i rappresentanti dei cittadini possono immischiarsi in Iren: a una richiesta formale – nemmeno nostra: della maggioranza – che chiedeva di accedere all’elenco delle consulenze date da Iren, è stato risposto che i consiglieri comunali di Torino non hanno alcun diritto di accedere a tali informazioni. Dunque Iren è pubblica quando c’è da pagare il debito, ma è privata quando c’è da gestire senza scocciature e senza controlli l’immenso giro di soldi che essa genera, e che può venire aumentato a piacimento in caso di necessità, a spese degli utenti che pagano le bollette.

Iren è sempre pronta a garantire una mano al PD quando serve, che si tratti di aiutare Fassino a non fallire o di sponsorizzare la festa nazionale del PD in piazza Castello nel 2010; tanto, i soldi vengono trovati facendo debiti che resteranno sulle spalle dei soci, ossia noi. Quando il buco diventa troppo grande, in ossequio alla “finanza moderna” tanto cara al centrosinistra, si organizza una fusione con qualche azienda simile spacciandola per un grande passo avanti verso un luminoso futuro, in modo da gabbare qualche piccolo investitore di Borsa. Quando il sistema salterà, qualche privato – italiano o straniero – comprerà le nostre ex municipalizzate per un tozzo di pane, mentre noi cittadini dovremo pagare debiti all’infinito. Benvenuti al Nord.

M'illumino di meno

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Oggi, 17 febbraio, cade l’edizione 2012 di M’illumino di meno, la giornata nazionale del risparmio energetico promossa dalla trasmissione Caterpillar di Rai Radio 2, e diventata negli anni un vero appuntamento istituzionale.

La settimana scorsa, man mano che le varie città d’Italia annunciavano la propria adesione, ci siamo chiesti: può Torino non rispondere all’appello? Ovviamente no, e dunque abbiamo presentato una mozione d’urgenza per dichiarare l’adesione della città e disporre lo spegnimento delle luci di almeno un monumento nella serata di oggi.

Per ottenere il passaggio d’urgenza in consiglio comunale ci vuole il placet della maggioranza, che è stata ben contenta di aderire a patto che la mozione diventasse “di tutti”: e dunque l’hanno firmata il presidente e il vicepresidente del Consiglio Comunale e tutti i capigruppo. Dopodichè, nel consiglio di lunedì scorso, la mozione è stata approvata all’unanimità.

La nostra speranza era che la giunta non si limitasse a una adesione “spintanea”, ma partecipasse con convinzione. L’assessore Lavolta ha puntato molto del proprio successo politico su queste tematiche, tanto da creare addirittura una fondazione apposita per Torino Smart City. E infatti la Città ha realizzato addirittura un video promozionale, e i monumenti scelti dalla giunta per lo spegnimento sono quelli più importanti - la Mole e Superga. E noi ne siamo ben contenti: l’importante è che le cose si facciano.

Speriamo solo che, oltre alle attività simboliche, si riesca poi a far partire anche quelle sostanziali, visto che è di pochi giorni fa la notizia del flop totale a livello europeo: tutti i bandi europei che Torino sperava di vincere per finanziare iniziative in questo campo sono stati invece vinti da Genova. Vedremo se nei prossimi mesi le promesse saranno mantenute, di modo che questo progetto non diventi una ennesima voce di spesa per attività promozional-cosmetiche senza riscontro nei fatti.

Nel frattempo, ricordatevi che il risparmio energetico richiede l’impegno di tutti: ecco alcune cose che potete, anzi dovete, fare anche voi.

La spallata? Sì, ma a tutti

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Quella di oggi è una grande festa per un risultato che pareva impossibile: il raggiungimento di un quorum per un referendum abrogativo, cosa che non accadeva dal 1995.

Il primo fattore è proprio questo: negli anni ci eravamo rassegnati all’apatia degli italiani e alle tattiche furbette dei sostenitori del no, che puntavano direttamente sull’astensione. Il referendum, ma anche i risultati delle amministrative, mostrano un ritorno al clima della prima metà degli anni ‘90: una grande voglia di partecipazione e di cambiamento.

I partiti l’hanno capito e hanno minimizzato i danni, ma non ne escono bene. PDL e Lega, ancora sotto shock per la mazzata di Milano, hanno dimostrato uno stato confusionale in cui ogni singolo ha fatto quel che voleva, a parte schierarsi apertamente per il no; i più pronti a cavalcare l’onda (per non farsene travolgere) hanno persino invitato ad andare a votare. Resta il fatto che hanno preso un’altra mazzata.

Il PD, invece, si porta indietro la sua storica invidia del pene per i miliardi della destra, che lo porta a pensare che la modernità siano le svendite ai privati e le centrali di quarta generazione; per anni ha spinto il nucleare e le privatizzazioni dei servizi pubblici acqua compresa (a proposito, tié, Chiamparino), e solo nelle ultime settimane prima del voto ha cercato di schierarsi per il sì, ma anche per il no.

Ora Bersani cerca di appropriarsi della vittoria e di dire che è stata una spallata a Berlusconi, invocandone le dimissioni. E’ troppo comodo; un’affluenza così alta non sarebbe stata possibile senza una forte partecipazione anche dell’elettorato di centrodestra, e senza che molti elettori di centrosinistra andassero ben oltre le posizioni tiepide o addirittura contrarie dei loro leader politici. Gli italiani sono andati a votare innanzi tutto per difendere il proprio territorio e i propri beni comuni dalla depredazione dei politici tutti; tanto è vero che il referendum sul legittimo impedimento è stato quello che, a giudicare dai discorsi per strada, interessava di meno.

La verità è che gli italiani hanno dato un’altra spallata a tutto il sistema politico, che, con la sola e parziale eccezione dei partiti di sinistra, per questi referendum non ha fatto un bel niente. I quesiti su giustizia e nucleare venivano dall’IDV, ma a raccogliere le firme sui due dell’acqua c’erano i volontari di centinaia di associazioni, movimenti e gruppi di cittadinanza attiva, non certo i partiti. Sono proprio i referendum sull’acqua ad aver trainato l’onda di attivismo, le manifestazioni, i banchetti per le città, e infine il quorum, segnando l’apoteosi di un nuovo modo di fare politica: dal basso, tutti insieme, senza bandiere, fuori dai partiti, usando Internet per aggirare la disinformazione di televisioni e giornali di regime.

Dunque non è solo Berlusconi che se ne deve andare; se avessero un po’ di dignità, se ne dovrebbero andare quasi tutti.

Ricordatevi di andare a votare

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Mica vorrete dimenticarvi? Oggi bisogna andare a votare quattro sì: uno per impedire il legittimo impedimento, uno per nuclearizzare il nucleare, uno per l’acqua naturale e uno per l’acqua gasata. Andate subito, non aspettate l’ultimo momento, non fate quelli che come le pecore stan lì a vedere dove va il gregge. Non sovrapponete le schede, che le croci passano da una all’altra; non appallottolatele, non fateci gli origami, evitate di usarle per asciugarvi la faccia o per soffiarvi il naso. Andate lì, prendete la matita, fate la croce sul sì e poi godetevi la giornata. Se poi avete ancora dei dubbi, ci sono le istruzioni di Guzzanti

Informazione e cenere

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È stata dura ma ce l’abbiamo fatta: questa sera il TGR Piemonte ha parlato di inceneritore, e non per riportare la solita propaganda.

La storia inizia quando lunedì sentiamo la Rai e ci dicono che, per par condicio, avremo un minuto di tempo sul TGR di martedì sera: “organizzate qualcosa”. Noi decidiamo che vogliamo parlare di inceneritore, e ci organizziamo per andare al Gerbido e fare anche qualcosa di visivamente carino: sollevare degli slogan con dei palloni, nell’area davanti all’impianto. Sopra trovate il nostro reportage su cosa abbiamo effettivamente fatto.

Come avete visto, a un certo punto è arrivata la troupe della Rai, che ha fatto un po’ di riprese e mi ha intervistato. Martedì sera abbiamo dunque acceso i televisori per vedere come eravamo belli in TV, abbiamo atteso il servizio e… niente. Sono passati tutti i candidati, persino quelli da 0,1%, ma non noi.

Allora abbiamo chiamato e ci hanno detto che c’era stato un disguido e che il servizio non aveva potuto andare in onda. Noi ci siamo arrabbiati e abbiamo detto che avremmo denunciato la cosa, e allora ci hanno promesso che l’avrebbero mandato mercoledì sera.

Mercoledì attendiamo fiduciosi, guardiamo il TGR e… ancora niente. Cominciamo a disperare; telefoniamo e ci dicono che il problema stavolta è che il responsabile con cui parliamo di solito si è ammalato, e dunque non si sono ricordati di mandare il servizio.

Minacciamo di montare un caso, con tanto di esposto al Corecom; e allora ci promettono un passaggio per stasera (giovedì). Oggi pomeriggio sono andato in Rai per registrare una tribuna elettorale, e ho orecchiato pure un po’ di battutine, qualcosa tipo “i grillini che si lamentano sempre che non li mandiamo in onda”. Ma noi non ci lamentiamo sempre, sono stati loro a dirci che ci toccava un minuto martedì sera ed è quantomeno strano che, dopo aver scoperto l’argomento della nostra manifestazione, improvvisamente il tutto sia sparito dagli schermi.

E infatti, stasera il servizio finalmente passa. Naturalmente viene introdotto con una serie di prese di distanza che nemmeno uno spazzino alle prese con siringhe infette: il giornalista (non ho rivisto il filmato ma penso di ricordare bene) dice che noi siamo andati a manifestare al “termovalorizzatore” (chiamarlo “inceneritore” è vietato) e racconta che il candidato Bertola parla di tecnologie che “a suo dire” permetterebbero di non costruire un’opera che “secondo lui” costerà 500 milioni di euro. Segue un pezzetto della mia dichiarazione, che trovate per intero nel nostro filmato.

E’ la trasformazione del fatto in opinione, l’altra faccia della trasformazione delle opinioni in fatti che Berlusconi ha insegnato all’intero sistema mediatico italiano.

Se non sapete bene perché un inceneritore è male e perché lo vogliono costruire lo stesso, potete leggere questa spiegazione dettagliata contro l’inceneritore del Gerbido; nel frattempo, io sono orgoglioso del fatto che, con tanta insistenza, solo grazie al fatto che siamo in par condicio, e nonostante le prese di distanza, per una sera sul TGR Piemonte si è parlato di inceneritore in termini non lusinghieri.

P.S. Per dirne un’altra: oggi, durante la registrazione della tribuna elettorale, un candidato minore ha cercato di farsi notare attaccando Fassino e menzionando La Ganga. Alla fine, Fassino si è alzato ed è corso dalla conduttrice e da tutti i funzionari Rai presenti, dicendo che la menzione di La Ganga doveva essere tagliata e non poteva andare in onda. Ecco, l’ho scritto pubblicamente: vediamo se domani (su Rai3 alle 15) la mandano oppure no?

Addio Fukushima

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Alla fine, il governo giapponese ha ceduto e ha deciso di proclamare una zona proibita permanente, nel raggio di venti chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima. Quell’area sarà persa per sempre, almeno rispetto ai tempi delle generazioni umane; e cominciano i drammi di chi ha perso tutto e dovrà ricominciare altrove; agli ex abitanti della zona sarà concesso un massimo di cinque ore per rientrare in casa, salvare il salvabile (da capire quanto radioattivo) e dire addio definitivamente ai propri luoghi.

Per gli anziani di quella zona rurale perdere la terra dove hanno vissuto è un dramma insuperabile; anche per i giovani, ricominciare da zero da un’altra parte non è certo facile. Ho visto le riprese di scene del genere in Cina, durante l’evacuazione definitiva dei villaggi e delle città sullo Yangtze (una di un milione di abitanti) che sono stati sommersi per sempre dall’attivazione della diga delle Tre Gole; e sono scene strazianti. Ma quando questo avviene a sorpresa, senza preparazione, per la superbia degli uomini nel pensarsi superiori alla natura, è ancora più devastante.

I giapponesi sono abituati a subire; vivono in gran parte in città alienanti, con una densità di persone e di cemento superiore anche alla nostra. D’altra parte, per mantenere una popolazione così grande in un territorio così piccolo - sono il doppio di noi in un territorio di poco più grande, e di cui tre quarti sono montagne - è necessario pigiarla in condizioni disumane, totalmente artificiali; e per mantenere tali condizioni serve una quantità smodata di energia, perché senza trasporti il cibo non arriverebbe, senza ascensori non sarebbe possibile avere edifici alti, senza condizionatori sarebbe impossibile reggere le estati afose in mezzo a tanto cemento, e tutto questo parlando solo delle necessità basilari per la vita - cibo, casa, clima - senza cominciare nemmeno ad affrontare il tema delle attività umane e dell’economia.

L’approvvigionamento energetico, insieme a quello alimentare, è una delle due questioni strategiche più importanti sull’agenda dell’umanità. Il nucleare poteva apparire una scorciatoia; non lo è, non solo per i rischi, ma perché dipende dalla disponibilità di minerali che, se usati a questo scopo, sono stimati in esaurimento entro qualche decina d’anni. E’ chiaro che, a fronte di una popolazione mondiale che continua a crescere esponenzialmente, l’energia o è rinnovabile o non è sostenibile.

Certo, c’è da chiedersi quale sia il massimo di popolazione che, pure in condizioni artificiali, il nostro pianeta potrà sostenere; perché è assolutamente certo che ci sia un massimo, e che quando ci arriveremo vicini la natura, da sola, si organizzerà per ammazzarci come mosche, e riportarci ad una quantità accettabile.

Ecco come ti frego i referendum

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Questa volta, più di ogni altra, sarà importantissimo esserci e votare SI ai quattro requisiti referendari.

Dovremo fare una domenica a piedi, fermare le auto nei garage, bloccare le strade e impedire che i cittadini si dimentichino di essere tali e vadano al mare o in montagna invece di votare.

Aver spostato al 12 giugno i referendum ha infatti una volontà precisa quella di tenere lontani le persone dalle urne blandendoli con la "moratoria" di un anno, e utilizzando una data di due giorni seguente la fine della scuola, giornata certo più usata per le vacanze che non per ritornare a scuola e votare...

La moratoria è una truffa, ben architettata, che di fatto non sospende nulla delle attività di individuazione dei siti strategici per la costruzione delle centrali nucleari, vedi il decreto legge qui sotto pubblicato.

Ma questa volta ci saremo e supereremo il quorum, voteremo per dimostrare che ci siamo, che contiamo, che NON CI LASCEREMO RUBARE IL FUTURO

DECRETO-LEGGE 31 marzo 2011 , n. 34

Disposizioni urgenti in favore della cultura, in materia di incroci tra settori della stampa e della televisione, di razionalizzazione dello spettro radioelettrico, di moratoria nucleare, di partecipazioni della Cassa depositi e prestiti, nonche' per gli enti del Servizio sanitario nazionale della regione Abruzzo.

Art. 5

Sospensione dell'efficacia di disposizioni del decreto legislativo n. 31 del 2010

1. Allo scopo di acquisire ulteriori evidenze scientifiche sui parametri di sicurezza, anche in ambito comunitario, in relazione alla localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, per un anno dalla data di entrata in vigore del presente decreto resta sospesa l'efficacia delle disposizioni degli articoli da 3 a 24, 30, comma 2, 31 e 32 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n.31.

2. In deroga a quanto disposto dal comma 1, la sospensione dell'efficacia non si applica alle disposizioni individuate nel medesimo comma nelle parti in cui si riferiscono alla localizzazione, costruzione ed esercizio del Parco tecnologico e del deposito nazionale.

Libia Guerra dell'Energia

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libia guerra energia

Il Nucleare è morto, la fame energetica dell'occidente no.

Dopo il disastro accaduto in Giappone, che ha ricordato al mondo il pericolo Nucleare con il gravissimo incidente della centrale di Fukushima, il mercato mondiale dell'energia è entrato in fibrillazione esponendo l'Italia ad una grave crisi energetica dovuta all'inerzia di tutti i governi che ci sono stati dal'1987 ad oggi.

L'Italia dipende dalle importazioni energetiche perché manca un piano energetico degno di questo nome che preveda la messa in efficienza di tutti gli edifici sia pubblici che privati e la messa in opera di un nuovo sistema di produzione e distribuzione dell'energia basato sulle fonti rinnovabili (eolico, geotermico, solare, idroelettrico) e sul concetto che ogni cittadino può produrre e scambiare energia.

La Guerra Libica si inserisce in questo contesto perché produttrice sia di Petrolio che di Gas Naturale e nulla a che vedere con le emergenze umanitaria sventolate fino ad oggi. Infatti nessun tentativo di risoluzione pacifica dei conflitti è stato minimamente tentato o proposto, si è semplicemente passati alle bombe, mentre in paesi poveri di materie prime come il Darfur ed il Rwanda poco o nulla è stato fatto.

Nel 1911 l'Italia di Giolitti dichiarò guerra all'Impero Ottomano (Guerra Italo-Turca) per ottenere il controllo della Libia con la pace di Losanna. Fino agli anni trenta, gli italiani combatterono, uccidendo un ottavo della popolazione libica (100.000 vittime), la resistenza organizzata dai Senussi (Omar al-Mukhtar, Idris di Cirenaica, Enver Pascià, Aziz Bey), fino all'impiccagione di Omar al-Mukhtar, nel 1931, mentre coloni italiani si stabilivano in Libia, fino a costituire il 13% della popolazione nel 1939. Nel gennaio 1943 la Libia venne occupata dalle truppe degli Alleati, ed il sogno imperialista italiano tramontò. (Wikipedia)

Oggi l'Occidente ha più che mai fame dell'Energia Libica e il Governo Italiano vuole far parte della partita fregandosene della Costituzione Art.11 " L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali..." e calpestando l'intelligenza degli Italiani ci mente dicendoci che si tratta di un'emergenza umanitaria e di un'operazione di pace.

Al Darfur nel 2005 fu dedicata una sola ora su tutte le emittenti Italiane, alla Libia da Febbraio ad oggi direi almeno 1000 quasi tutte per giustificare il nostro ritorno armato in Libia.


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Riportiamo un' intervista del 15 Marzo di Fassino a Repubblica, pochi giorni dopo la tragedia di Fukushima.

Al minuto 8:17 circa, il candidato Sindaco di Torino del PD afferma:

"...siccome di garanzie di sicurezza adeguate è difficile darne...il governo dovrebbe SAGGIAMENTE predisporsi a una discussione aperta e non dire : non c'è niente da discutere, noi andiamo avanti... perchè il RISCHIO è che si vada avanti fino al 12 Giugno e poi i cittadini dicano di NO. Quindi forse è meglio aprire una discussione seria subito".

Il dubbio sorge spontaneo, Fassino regalerà una bella Centrale Nucleare a Torino nel caso in cui venisse eletto? I fatti e le circostanze rafforzano questa ipotesi.
Sarà davvero un caso che il giorno 16 Marzo Fassino, anzichè essere in parlamento a sostenere la mozione di accorpamento del referendum alle elezioni amministrative (non passata per un voto), era invece a Torino in campagna elettorale?
E la presenza nel PD di alcuni personaggi quali Umberto Veronesi, fra i più grandi sostenitori del nucleare in Italia, non pone interrogativi?

I sostenitori di Fassino sappiano fin da subito a quali rischi stanno andando incontro.


Il MoVimento 5 stelle non ha dubbi e si pone, e si è sempre posto in passato, con forza e in modo trasparente in una posizione fortemente contraria allo sviluppo del nucleare.

Riprendiamoci il futuro!
Loro no si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.




La Casa assorbe più del 30% dei consumi energetici italiani, così suddivisi : 68% Riscaldamento, 16% Elettrodomestici ed Illuminazione, 11% Acqua Calda, 5% Cucina.

E' evidente che la voce su cui smanettare è la domanda di energia per il Riscaldamento, migliorando da una parte la resa degli impianti e dall'altra l'efficienza delle abitazioni.

Percorre questa strada aprirebbe un mercato da 36 mila miliardi che potrebbe dare lavoro a 430.000 persone. Come dire prendere 3 piccioni (Famiglie, Imprese e Ambiente) con una fava.

Il Teleriscaldamento questo sconosciuto

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Teleriscaldamento.jpg

Torino è definita una delle città d'italia più teleriscaldate ma tutto ciò può essere considerato un vanto oppure no?. Dipende da cosa si intende per teleriscaldamento.
Se con tale termine si intende produrre solo acqua calda in un polo di produzione che utilizza volgari caldaie allora si producono danni incalcolabili all'ambiente e all'utente finale (di norma tali impianti sono alimentati a metano o olio combustibile e solo in rari casi a biomassa o con combustibili derivati dalla distillazione di vegetali). All'ambiente poichè la resa di tale impianto (caldaie di bassa qualità e chilometri di rete disperdente) è di gran lunga peggiore della peggior caldaia condominiale o caldaietta autonoma e all'utente finale perchè si ritroverà costretto a servirsi di tale impianto subendone i costi del gestore, non ultimo la popolazione intera dovrà sopportare lavori stradali sia per la posa in opera iniziale delle conduttura e sia per le inevitabili manutenzioni che si renderanno necessarie negli anni. In sintesi quello di cui sopra non si chiama teleriscaldamento ma danno ambientale con il fine di lucro.
Per dovere di cronaca la Regione Piemonte ha deliberato che in caso di nuovo edificio che si allacci ad un impianto di teleriscaldamento come quello sopra descritto viene abbuonato l'obbligo di installare pannelli solari termici per la produzione di acqua calda sanitaria che copra non meno del 60% di fabbisogno di energia. Su questo ultimo punto occorre fare un ragionamento molto semplice. L'energia solare per il solo per il fatto di esistere permette di produrre acqua calda sanitaria con rese annue facilmente comprese tra il 60% ed il 70%. Ci si chiede per quale ragione si possa fare a meno di utilizzare questa fonte e bruciare comunque qualcosa a grande distanza e dire tramite una legge che le situazioni sono equivalenti ai fini energetici ed ambientali. E' come dire che non fumare fa bene ma se fumi e poi dopo inspiri un po' di ossigeno puro è la stessa cosa. Siamo arrivati al capolinea della fisica tecnica. I tecnici regionali hanno scritto le nuove regole dell'energia.
Abbiamo poi quello che viene definito il teleriscaldamento cogenerativo ovvero la produzione combinata di energia elettrica e calore. Da un punto di vista concettuale tale tipologia di impianto sembrerebbe l'ideale per aumentare quello che viene definito il rendimento energetico nazionale che ad oggi è pari al 46% (brucio 100 e butto via 54 tanto per capirci). Infatti un buon impianto cogenerativo idealmente potrebbe arrivare a rendimenti del 90%. Uso il condizionale per una ragione semplice:
La necessità di acqua calda è grande nei mesi invernali (riscaldamento) e non è costante neanche in tale periodo in quanto nei mesi di ottotre, novembre, marzo e aprile basta pochissimo calore per riscaldare le case. Nei mesi estivi l'acqua calda serve per farsi qualche doccia ma sarebbe pura follia pensare di vettoriare acqua calda in reti chilometriche solo per lavarsi la jolanda o il valter (termini cari alla nostra concittadina Lucianona). Appare quindi chiaro anche ad uno sprovveduto che la produzione combinata di energia elettrica e acqua calda alla massima efficienza non può avvenire per 365 gg all'anno. E qui cade tutto l'arazio che sta dietro a tutti gl impianti cogenerativi. Sovente, anzi spesso, per poter ammortizzare i costosi motori utilizzati per far girare gli alternatori (motori alternativi o turbine qual si voglia) si dissapa in atmosfera il calore prodotto dal liquido di raffredamento e dei gas di scarico inoltre sovente l'energia termica prodotta nel ciclo combinato non è sufficiente a coprire i fabbisogni di picco e quindi bisogna ricorrere alle caldaia di pessima qualità di cui accennavo sopra.
Per farla breve il legislatore ha definito un parametro per comprendere se un impianto di teleriscaldamento cogenerativo è buono oppure no obbligando i gestori a dichiarare un numero che si chiama "FATTORE DI CONVERSIONE". Se questo numero è prossimo o superiore ad 1 tanto vale evitare tali tipi di impianti in quanto i costi di investimento iniziali, i costi di esercizio ed i costi di manutenzione potrebbero essere spesi in altro modo. Se tale numero è minore ad 1 (ma direi minore di 0,7) allora effettivamente qualche vantaggio si può ottenere.
La morale di quanto sopra è che il Teleriscaldamento di Torino ha fattore di conversione prossimo ad 1 e pertanto ci sono migliaia di cittadini vessati e presi in giro dall'amministrazione comunale la quale sponsorizza tale iniziativa obbligando i costruttori edili a predisporre gli allacciamenti al teleriscaldamento ritrovandosi poi a dover pagare cost spropositati di energia e nel contempo NON C'E' ALCUN VANTAGGIO PER L'AMBIENTE. Se tutto il denaro speso (si stima 10 milioni di euro a MW in 30 anni di esercizio) per scavare, costruire mostri in cemento armato (guardate la nuova centrale da 450 MW), gestire la bollettazione, manutenzioni e chi più ne ha e più ne metta si fossero utilizzati per riqualificare il parco edilizio esistente oggi avremmo il 40% in meno di fabbisogno di energia e ovviamente il 40% in meno di emissioni in atmosfera.
Ma è chiaro che l'interesse comune è che si consumi di più. A quale gestore di energia interessa che un edificio consumi il 40% in meno, se un edificio che è inefficiente energeticamente si allaccia al teleriscaldamento per il gestore significa lauti guadagni e si guarderà bene dal mettere in atto azioni volte alla riduzione dei consumi.

I conti che non tornano

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Oggi il Comune di Torino ha annunciato sui giornali un nuovo provvedimento: le bollette del gas di tutti i torinesi saranno aumentate di circa 7 euro l'anno per costituire un fondo di 200.000 euro da dedicare all'assistenza sociale. I soldi saranno incassati dal proprio gestore del servizio del gas, che se diverso li girerà ad AES (che gestisce la rete dei tubi del gas cittadina), che a sua volta li girerà al Comune, sotto forma di aumento del canone che AES paga ogni anno al Comune per l'uso del suolo pubblico.

Peccato che a Torino ci sia un numero di appartamenti che non conosco, ma che certamente sta nell'ordine dei quattrocentomila: secondo il rapporto "Immobili in Italia 2010″ dell'Agenzia del Territorio, pagina 20, in Italia ci sono 32 milioni di appartamenti residenziali per 60 milioni di persone, uno ogni 1,88 abitanti; con la stessa proporzione, a Torino ci sono almeno 450.000 alloggi. Dato che praticamente tutti hanno il gas, una banale moltiplicazione rivela che l'incasso aggiuntivo di AES sarà di oltre tre milioni di euro l'anno.

Allora, delle due l'una: o l'articolo di giornale è impreciso e la cosa non è stata spiegata bene, o viene il dubbio che in realtà la storia funzioni al contrario; AES - società privata di proprietà al 51% della famigerata Iren e al 49% dell'Eni tramite Italgas - aumenta le bollette ai torinesi di tre milioni di euro, e per "vendere" la cosa ai cittadini ci fa (con i nostri soldi) una elemosina di duecentomila euro, che il Comune provvede prontamente a magnificare a mezzo stampa, per nascondere il fatto di aver come al solito calato le brache di fronte ai grandi interessi economici e magari a una fetta della torta sotto forma di tasse aggiuntive. Chissà, secondo voi come stanno le cose?

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