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Nuovi articoli nella categoria Ambiente


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Il 3 di Giugno, in occasione della settimana dedicata alla sostenibilità ambientale, il Centro Promozione Arte ed Arti di Bussoleno porterà questa grande opera a Torino esponendola nella cornice dei giardini di Porta Nuova per esaltarne, oltre che il messaggio ambientale, anche il valore artistico delle molte opere che la compongono.
A corredo dell'iniziativa nel 2006 fu redatto un catalogo le cui ultime copie sarà possibile acquistare sul banchetto informativo all'ingresso dell'esposizione.

SABATO 3 GIUGNO
dalle ore 9 alle 20
Piazza Carlo Felice
Giardini Sanbuy
(fronte Stazione Porta Nuova)


PROIEZIONE DEL FILM: TRASHED - VERSO I RIFIUTI ZERO

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VENERDI' 26 MAGGIO alle ore 21
in VIA ORMEA 119

PROIEZIONE DEL FILM

TRASHED
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Seguirà dibattito con:
Piercarlo Cavallari - Pro Natura Torino
Giuseppe Iasparra - Eco delle Città
Federico Mensio - Moderatore

Il circolo virtuoso dei rifiuti : Riduci, ripara, riusa, ricicla. Come un consumatore consapevole può rafforzare le azioni delle amministrazioni nel creare benefici per tutta la comunità.

"Il momento migliore per piantare un albero è vent'anni fa. Il secondo momento migliore è adesso." [Confucio]
Ieri siamo andati a piantare 170 alberi in lungo Stura Lazio. Crediamo fermamente nella politica del verde ed agiamo di conseguenza, semplicemente come è giusto che sia.
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Sabato 12 novembre, nella Sala polivalente della Biblioteca Don Milani di Falchera, il Vicesindaco ed Assessore all'Urbanistica Guido Montanari e l'Assessora alle Politiche Sociali Sonia Schellino, hanno incontrato i cittadini della Falchera. L'incontro organizzato dal M5S e sollecitato dal Comitato Cittadini per la Falchera è stato un primo passo verso un vero e proprio tavolo di lavoro per cercare di avviare un processo partecipato relativamente al PEC (che porterà alla realizzazione di un nuovo quartiere con circa 300 appartamenti e 1000 nuovi abitanti) il cui iter urbanistico è avanzato sotto la precedente amministrazione.
È stata data voce a tutti quei cittadini che negli anni passati, nei tavoli sociali, ritengono di non essere stati ascoltati e l'evento ha permesso al Vicesindaco di spiegare la situazione in cui la Giunta sta lavorando. Importante ricordare che questo è stato un primo incontro, cui ne seguiranno altri, dove verranno raccolti suggerimenti e richieste dei cittadini di Falchera sulle possibili compensazioni che potranno portare ad una ricaduta positiva sul territorio mitigando così un eventuale malcontento per un progetto calato dall'alto dalla precedentemente amministrazione.P.E.C. Falchera.jpg

Sull'inquinamento dell'aria

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Nel nostro paese si usa spesso l'espressione "emergenza" anche per fenomeni che si ripetono ciclicamente e i cui effetti si manifestano a tal punto da diventare ingovernabili nel breve periodo.
Non si può risolvere il problema dell'inquinamento dell'aria dall'oggi al domani, ma servono interventi strutturali e investimenti del Comune, della Regione e del Governo su energia verde, efficientamento energetico degli edifici e, soprattutto, mobilità sostenibile. Anzichè tagliare il finanziamento al trasporto pubblico locale, come ha fatto la Regione Piemonte, si devono creare le condizioni affinchè i mezzi pubblici, il car sharing/pooling, il muoversi a piedi e in bici risultino più appetibili dell'auto.
In particolare serve un cambiamento culturale; la grande sfida è proprio trovare un equilibrio tra il nostro stile di vita e l'impatto che questo ha sull'ambiente. L'ambiente e il clima sono beni comuni e ognuno di noi deve contribuire, anche con sacrifici, a preservarli per le generazioni future.
Tornando alla situazione odierna e alle misure temporanee, ritengo sia necessario intervenire per cercare di limitare i danni e tutelare la salute pubblica con provvedimenti anche impopolari come i sabati e le domeniche ecologiche, le targhe alterne settimanali, i limiti all'utilizzo dei mezzi diesel, il disincentivo all'ingresso in città e il potenziamento del trasporto pubblico con gratuità dei parcheggi di interscambio.
Occorrono, inoltre, appelli alla sensibilità dei cittadini da parte delle istituzioni.
A tal proposito si può invitare la cittadinanza a modificare le proprie abitudini ad esempio utilizzando l'auto in modalità "pooling" con almeno 3 persone a bordo, riducendo le temperature nelle proprie abitazioni e luoghi di lavoro sia privati che pubblici e accorciando gli orari di accensione del riscaldamento.
Il sindaco non tentenni e intervenga in modo efficace e chiaro nella sua triplice veste di Sindaco, presidente Anci e Presidente della Città Metropolitana

Chiarezza al Parco del Nobile!

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Il 5 marzo scorso il Consiglio di Circoscrizione 8 Torino vota all'unanimità una nostra Interrogazione ai sensi dell'art. 45 presentata titolata "Compendio Parco del Nobile " chiedendo conto del destino della nota fattoria didattica ProPolis in Strada del Nobile 92, collina a soli cinque minuti dal centro città, chiusa da dicembre 2014, compresi giardino delle farfalle, orto didattico, centro di osservazione delle api e casa del miele. Gli animali (galline e conigli, sei asinelli e qualche pecora) non ci sono più, scomparsi gelateria e ristorante prima presenti nella Fattoria.
Ma facciamo un po' di storia. Il parco è da molti anni incluso in contratto di Concessione/manutenzione affidato alla Cooperativa Agriforest la quale usa come propria sede (tramite concessione breve e canone ricognitorio) il fabbricato comunale in Strada del Nobile 36/a. Tra i quattro grandi operatori delle manutenzioni del verde su commesse comunali, vanta spesso grossi crediti con la Città di Torino.
Dal 2007 il Comune firma con Agriforest un nuovo contratto di Concessione trentennale includendo altri terreni all'intero Parco, ma soprattutto - al civico 92 - la "Villa Anglesio", da ristrutturare completamente con spese preventivate di circa 1,5 milioni di€. Nel contratto, la destinazione del compendio è "un centro ricettivo didattico con connotazioni di sostenibilità energetica ambientale destinato alla formazione e sperimentazione nel settore dell'economia ambientale con particolare riferimento alla gestione dell'ecosistema collinare ....."
Da contratto, il canone annuo complessivo è modesto (5.500 €, cresciuto a 8.000 nel 2012), si conferma la manutenzione generale del verde, la proprietà resta pubblica e si prevede la la completa ristrutturazione della Villa Anglesio a carico di Agriforest. L'investimento consolida la disponibilità a condizioni economiche super agevolate della sede, insieme all'opportunità di realizzare un centro didattico da sempre voluto dai membri storici di Agriforest. Grazie al credito di Banca Etica e dopo non pochi impicci burocratici, nel 2010 si inaugura centro polivalente "Fattoria ProPolis" autorizzata dalla Giunta Comunale nel settembre 2011. Esempio unico in città, per alcuni anni diventa meta di gite scolastiche oltre che punto di riferimento per centinaia di famiglie con i bimbi ancora piccoli che venivano qui tutti i giorni della settimana.
Nel contempo l'amministrazione autorizzava attività "accessorie" di gelateria e ristorazione, che avrebbero dovuto essere motore economico e sostenere le attività educative del centro, ma non hanno ingranato a dovere.
Risultato? Agriforest si è ritrovata così ad accumulare perdite per centinaia di migliaia di euro. Oltre al modesto canone annuo da corrispondere alla Città, ci sono le spese di gestione delle attività, ma soprattutto il mutuo annuale per 96 mila euro con Banca Etica.
«Ad oggi non abbiamo debiti - chiarisce Moschetti presidente Agriforest a marzo 2015 - ma non possiamo sopportare un altro anno di attività». Così i titolari della concessione allora informano la Città che la precedente gestione del bene non ha sortito effetti positivi pertanto chiedono un nuovo utilizzo. Gli assessorati al patrimonio e al verde pubblico, dopo aver informato la circoscrizione 8, hanno accettato l'ipotesi del nuovo utilizzo, a patto che il rapporto contrattuale permanga tra la Città ed Agriforest, con i rispettivi obblighi convenzionali, tra cui quello che il nuovo soggetto garantisca la piena fruibilità del Parco, compresa il relativo mantenimento. Ed ecco una nuova delibera di Giunta ad Agriforest, che permane titolare della Concessione originaria, per l'utilizzo di spazi del compendio da parte della "Vita al Centro" Culturale, la quale si è impegnata a farsi carico del pagamento del mutuo", dichiarano gli uffici competenti ad aprile 2015.
Da quest'estate quindi la struttura di proprietà comunale di Villa Anglesio è diventata una scuola privata. Senza voler giudicare l'approccio pedagogico applicato, non è una scuola riconosciuta e nemmeno parificata. Tutti i locali sono occupati da banchi e sedie. E per esplicita dichiarazione pubblica, l'associazione "aiuta" con un accordo ufficioso i concessionari a pagare il mutuo con xmila € mensili!

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Il contratto originario sottintendeva un implicito piano di rientro economico delle spese da ristrutturazione quantomeno azzardato, basandolo sulle attività commerciali da ristorazione e gelateria. Oggi, accertata l'impossibilità di realizzare quel budget gestionale, si autorizza l'uso esplicito ad un'attività privata fingendo un comodato gratuito!
Una recente commissione comunale ha ipotizzato che "le attività e i corsi che si svolgono sono molteplici e vanno dall'apicultura e produzione del miele all'educazione al bosco, dall'ecosistema alla biodiversità alla cultura e coltivazione degli orti".
Non ne siamo molto convinti. Seppur preferiremmo che gli obiettivi di uso pubblico previsti dal contratto fossero conseguiti, non possiamo accettare questo guazzabuglio ai danni della collettività!
La responsabilità politica dell'amministrazione sia chiara! Se non ci sono attività pubbliche coerenti con la concessione in essere che ripaghino il debito, che si affitti la proprietà pubblica del compendio a prezzo di mercato o, se ritiene, si ripensino finalità e predisponendo uno o più bandi aperti a tutti i soggetti interessati per la gestione degli spazi disponibili con differenti modalità.
Destinazione contrattuale ed implicita "sub-concessione" non gratuita di fatto, non sono coerenti con lo stato di fatto. Si ammetta formalmente la necessità di una soluzione!
Senza l'escamotage della scuola privata che paga il mutuo, Agriforest - incapace di rispettare il rimborso del debito - perderebbe la propria sede ed il Comune dovrebbe riprendersi struttura, manutenzione e debito.
Che ci sia trasparenza e rispetto dei beni comuni.

Se la politica sale in bicicletta

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Negli ultimi anni, soprattutto per effetto della crisi, la mobilità dei torinesi è cambiata moltissimo; in primo luogo, le persone si spostano di meno (-15% in tre anni). Se negli “anni zero” aveva continuato a crescere la mobilità motorizzata, pubblica e privata, dal 2010 al 2013 è aumentata invece la mobilità ecologica, dal 28 al 34 per cento; il grosso sono gli spostamenti a piedi, ma la bicicletta rappresenta ormai circa il 4,5% degli spostamenti complessivi, contro il 48% dell’auto privata e il 18% dei mezzi pubblici.

E’ cambiata, soprattutto, la percezione pubblica della bicicletta. Se fino ad alcuni anni fa la bici era un mezzo da prendere solo per divertirsi la domenica coi bambini, e chi la usava per i normali spostamenti era considerato un pazzoide, oggi la bici è diventata, specie per le giovani generazioni, un mezzo di spostamento normalissimo. A questa diversa percezione pubblica hanno contribuito soprattutto i torinesi; non ci sono state campagne pubblicitarie e sovvenzioni per la bici privata, anche se sicuramente ha contribuito l’investimento pubblico nel bike sharing, ma la bici si è affermata per il passaparola sulle sue “tre E virtuose”: ecologica, economica, efficiente.

Ha contato certamente anche una manifestazione nata dal basso: il Bike Pride, che ogni primavera ha portato per le strade torinesi sempre più biciclette, a decine di migliaia, per chiedere il rispetto e l’attenzione che la nostra città, da sempre basata sull’automobile, ha sempre negato ai ciclisti.

Una simile mobilitazione non poteva certo passare inosservata alla politica. Domenica, infatti, si terrà la nuova edizione del bike pride, ma in maniera completamente nuova. La manifestazione, difatti, è stata inglobata dai Bike Days, una due giorni promossa dall’amministrazione comunale e generosamente sponsorizzata dalla Coop, con un ampio programma per grandi e piccini, interviste, ospiti famosi; ed è facile prevedere le paginate dei giornali torinesi con bagni di folla e foto sorridenti di assessori in bicicletta, e magari una nuova edizione del famoso video di Fassino terrorizzato che pedala per non più di duecento metri da Palazzo Civico.

Questa “istituzionalizzazione” del bike pride è un bene o un male? Beh, è sicuramente un bene che chi amministra la città dia un maggiore riconoscimento al mondo della bicicletta; il problema è se lo fa soltanto due giorni l’anno per propaganda, continuando a fregarsene nei fatti. Il bike pride è sempre stato un evento contro il potere, pieno di orgoglio e di rivendicazioni anche dure verso l’amministrazione comunale; non è che siano sparite, ma quest’anno la rivendicazione del bike pride è “un tavolo di discussione interassessorile sull’avanzamento dei lavori”, non esattamente un duro atto di accusa verso chi governa la città.

Negli anni, difatti, di promesse ai ciclisti ne sono state fatte moltissime, ma ne sono state mantenute ben poche; e lo dice un consigliere che sulla mobilità ciclabile lavora tutto l’anno (qui una recente interpellanza sugli attraversamenti delle piazze Rivoli e Bernini).

A fine 2013, con quasi quattro anni di ritardo sul piano della mobilità, è stato approvato dal consiglio comunale il “bici plan”, un documento che doveva rivoluzionare l’approccio dell’amministrazione comunale alle infrastrutture ciclabili. Grazie anche a una serie di nostri emendamenti, a pagina 21 del piano furono inserite delle linee guida che dovevano impedire la costruzione di nuove piste ciclabili “alla torinese”: quelle che, pur di non eliminare nemmeno un posto auto, consistono in una riga di vernice che divide a metà il marciapiede coi pedoni, che iniziano e finiscono nel nulla, che a ogni semaforo fanno uno zig-zag che richiede almeno tre fasi semaforiche, che hanno nel bel mezzo pali, edicole, benzinai, ostacoli di ogni genere. Inoltre, nel piano (pag. 142) fu inserito l’impegno a destinare alla mobilità ciclabile il 15% delle entrate dalle multe stradali, che vorrebbe dire tra i 5 e i 10 milioni di euro ogni anno, fino a completare il piano.

Di tutto questo, pur messo nero su bianco e approvato dal consiglio comunale, poco o nulla è stato mantenuto. I soldi non si sono visti; qualche intervento è stato fatto, ma per cifre molto minori, spesso grazie a finanziamenti preesistenti di altro genere; ad esempio la pista ciclabile di via Anselmetti, 750.000 euro per 1300 metri di pista nel nulla su un vialone di estrema periferia, è stata pagata da TRM come compensazione per l’inceneritore (ti avvelenano l’aria, però puoi respirarla meglio andando in bicicletta).

E’ stata fatta la pista in corso Novara, in maniera assurda, violando molti dei criteri di buona progettazione che ci si erano dati; però si è tolta quella in corso Galileo Ferraris per istituire nuovi parcheggi blu per le auto. Persino la famosa fermata del pullman installata nel bel mezzo della pista di lungo Dora Firenze, nonostante le promesse di pronto intervento, dopo due anni è ancora lì; la soluzione è stata di mettere un cartello per dire ai ciclisti di condividere il marciapiede coi pedoni.

Non molto meglio va su altri aspetti; insieme al bici plan siamo riusciti a far approvare una nostra mozione per realizzare un piano parcheggi per le biciclette, oggi spesso abbandonate a caso su pali e ringhiere; non si è ancora visto praticamente niente, nemmeno il parcheggio coperto alla stazione di Porta Susa più volte promesso.

Un sostenitore della mobilità ciclabile a fronte di tutto questo non può che sentirsi preso in giro; altro che patrocini e sponsorizzazioni. Non a caso, questa svolta ha spaccato il mondo associazionistico torinese. La maggiore associazione cittadina di ciclisti, Bici e dintorni, si è chiamata fuori con un duro comunicato, parlando di “parata con i finanziamenti pubblici”, e facendo notare che in tutte le altre città italiane le amministrazioni fanno “meno parate, e molti più fatti”.

Probabilmente domenica decine di migliaia di torinesi pedaleranno felici e inconsapevoli per le vie cittadine, e in fondo è giusto così. Certamente, questa storia è un bell’esempio di cosa sia la politica torinese di oggi: una macchina da propaganda, pronta ad attirare e inglobare al proprio interno qualsiasi istanza ma solo in superficie, pur di allinearla al potere e di far sì che, nella sostanza, tutto possa sempre continuare esattamente come prima.

Emergenza duecento euro

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Quando in Italia si parla dello smaltimento dei rifiuti, come di tante altre cose, è difficile intavolare una discussione razionale: si finisce subito a litigare sulle pizze alla diossina. Intanto, le mafie e la politica se ne approfittano: il business dei rifiuti è una delle vere miniere d’oro di questi anni. Soltanto Torino città paga ad Amiat oltre 150 milioni di euro l’anno per raccogliere e smaltire circa 400.000 tonnellate di immondizia; noi cittadini paghiamo i rifiuti circa 40 centesimi di euro al chilo, come i pomodori all’ingrosso.

Tra questi business, uno ottimo è quello degli inceneritori: si raccoglie tutta la schifezza possibile e la si brucia tutta insieme per produrre energia; si incassano tra i 100 e i 150 euro a tonnellata, derivanti dalla tassa rifiuti dei cittadini, più altri 100 euro di fondi pubblici come “sovvenzione ecologica”, perché secondo il governo produrre elettricità dalla schifezza è ecologico, più i soldi che si possono fare rivendendo l’energia prodotta.

Più tonnellate di schifezza arrivano e più si guadagna; le scorie – già, perchè anche bruciando i rifiuti mica essi svaniscono, ne rimane circa un terzo in cenere, in parte pericolosa – vengono mandate in discarica o usate nelle costruzioni, e il resto viene polverizzato e scaricato nell’aria che respiriamo, ufficialmente entro i limiti di legge, anche se in effetti l’inceneritore del Gerbido ha già avuto parecchi incidenti e ripetuti sforamenti dei limiti (la legge prevede persino che si possano sforare i limiti per un certo numero di volte…).

Gli inceneritori sono generalmente in mano alla politica o a suoi amici; come il nostro, che attualmente è al 20% del Comune di Torino e all’80% di Iren, la megasocietà a dirigenza nominata dal PD che è privata (del PD) quando c’è da gestire l’enorme flusso di denaro che vi transita, ma pubblica quando c’è da ripagare il suo gigantesco buco da miliardi di euro. E quindi, anche l’amico Renzi ha pensato bene di dare una mano al business degli inceneritori.

Come? Beh, nel famoso decreto Sblocca Italia, attualmente in fase di conversione in legge, ha inserito all’articolo 35 una misura che dice che il governo può scegliere un numero qualsiasi di inceneritori da definire “di interesse strategico nazionale”, i quali saranno automaticamente – fuori dalle normali procedure e dalla volontà degli enti locali, che avrebbero competenza su queste cose – portati al massimo della capacità possibile e utilizzati per bruciare i rifiuti delle regioni d’Italia che non si sono attrezzate per trattarli.

Il Gerbido, per esempio, è stato autorizzato per 421.000 tonnellate l’anno, una capacità considerata congrua per smaltire tutta quella parte dei rifiuti di Torino e provincia che non viene differenziata dai cittadini. E’ sempre stato detto dagli amministratori locali che questa capacità non sarebbe stata aumentata, e che era quella per cui l’impianto era stato progettato per poter funzionare bene e senza intoppi.

Bene, adesso il governo Renzi vorrebbe d’autorità alzare questa capacità di altre 100.000 tonnellate, il che vorrebbe dire far funzionare l’impianto all’estremo delle sue forze, ben oltre quello che fino a ieri era indicato come il regime di funzionamento sicuro. Ma essendo il Gerbido un impianto già pieno di problemi, cosa succederà pompandolo al massimo?

Noi abbiamo presentato in consiglio comunale una mozione d’urgenza per chiedere che la Città si schierasse contro questo aumento, chiedendo al governo di ritirare la misura durante l’attuale discussione in Parlamento. Questo non per campanilismo, ma nell’interesse di tutta Italia, perché è antiecologico e antieconomico far viaggiare i rifiuti nei camion su e giù per lo stivale, invece di smaltirli in loco; cosa peraltro che è persino obbligata dalle direttive europee, che obbligano a privilegiare riduzione, riuso e riciclo e solo dopo a considerare l’incenerimento.

La risposta del PD è stata che in alcune parti d’Italia c’è “l’emergenza rifiuti” e dunque bisogna rendersi disponibili ad accogliere l’immondizia altrui per evitare che debba essere mandata all’estero. Eppure “l’emergenza rifiuti” non è un disastro naturale imprevedibile, come un’eruzione o un terremoto. E’ il risultato delle scelte coscienti di chi ci governa, e delle cattive abitudini di intere popolazioni mai educate dai loro politici. Dare una via d’uscita semplice permettendogli di scaricare a forza i propri rifiuti altrove è diseducativo e contribuisce a perpetuare questa situazione invece di risolverla.

Per questo noi insistiamo giorno dopo giorno con la differenziata porta a porta, facendo fiato sul collo all’amministrazione (a breve sarà discussa una mia interpellanza sui ritardi e disagi nell’adozione del porta a porta alla Crocetta) e costringendoli ad assumersi le loro responsabilità, dimostrando che la vera “emergenza” che si vuole risolvere con questo provvedimento è il debito folle di Iren, fatto per logiche poco industriali e da ripagare bruciando rifiuti a duecento euro a tonnellata. La maggioranza di Fassino ha bocciato la nostra mozione, ma noi sullo stesso punto diamo battaglia in Parlamento; e andiamo avanti.

Fassino e la vera storia di via Roma pedonale

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Ha destato sicuramente una reazione positiva, in chi è favorevole a una mobilità più sostenibile, l’annuncio fatto dal sindaco Fassino alcuni giorni fa sui giornali: la domenica ecologica che si svolgerà dopodomani sarà, come scrive Repubblica, “la prova generale della proposta che il sindaco Piero Fassino ha rilanciato a inizio settembre, durante il seminario di giunta alla Pellerina: “Dobbiamo aprire via Roma ai pedoni, e lo faremo”.”.

Tuttavia, chi conosce un po’ la politica comunale avrà senz’altro avuto qualche sospetto: come mai Fassino, più noto alle cronache cittadine come un indefesso tifoso di Marchionne e dell’industria olandese dell’auto FCA, viene improvvisamente animato dallo spirito ecologista?

Difatti, siamo al quarto anno di amministrazione di Fassino e ancora la sua giunta non è riuscita a pedonalizzare un metro di strada che sia uno; l’unico avanzamento è stato chiudere al traffico cento metri di via Durandi, davanti alla cattolica Piazza dei Mestieri, per agevolare il parcheggio e le attività ricreative di quest’ultima, salvo poi rimangiarsi tutto quando un’altra corrente di cattolici del PD, non in buoni rapporti con quella della Piazza, ha inscenato un braccio di ferro sull’argomento.

Certamente ha fatto effetto la grande mobilitazione di massa del Bike Pride, ogni anno più splendido e affollato; anche i partiti hanno realizzato che tantissima gente è stufa di vivere in una città pensata solo per le auto, e pretende che la politica agevoli anche tutti gli altri modi di vivere il territorio urbano, che siano a piedi, in bici o coi mezzi pubblici. Ma il motivo per cui improvvisamente Fassino pensa a pedonalizzare via Roma, almeno nel weekend e nel tratto tra piazza San Carlo e piazza Castello, è che sei mesi fa, come vedete nel video, il consiglio comunale ha approvato una mozione del Movimento 5 Stelle che lo impegna a fare esattamente questo.

Non che, quando un anno fa ho scritto e presentato la mozione (che inizialmente aveva richieste anche più ambiziose, che poi ho dovuto negoziare con la maggioranza), io abbia avuto un’idea particolarmente originale: di pedonalizzare via Roma si parla da trent’anni, e vi fu addirittura un referendum comunale in merito, nei lontani anni ’80. Per un certo periodo fu già chiusa al traffico nei fine settimana, poi però fu riaperta: difatti, i commercianti della via si sono sempre opposti, ritenendo che per poter acquistare i clienti debbano poter arrivare davanti alla loro vetrina in auto.

Mi sembra tuttavia evidente che, anche per il commercio, questa è una strategia perdente. Mentre quasi tutte le strade pedonalizzate hanno visto una rinascita del commercio, via Roma è andata sempre più in crisi. Certamente il motivo principale è la congiuntura economica, però a me sembra evidente che se una persona parte e viene in centro per fare acquisti è per godersi una passeggiata in un contesto aulico, e non per comodità di parcheggio; se il criterio è la comodità di parcheggio, uno si dirige piuttosto in uno dei tanti ipermercati e centri commerciali che la Città ha lasciato costruire negli ultimi anni. Avere via Roma piena di auto costantemente ferme che sgasano e fanno le vasche, mentre i pedoni almeno nel fine settimana strabordano dai portici che non sono sufficienti a contenerli, ne riduce l’attrattività, non il contrario.

Personalmente, io non sono per pedonalizzare tutto a tutti i costi; l’auto è ancora un mezzo di trasporto irrinunciabile in diverse situazioni e bisogna valutare caso per caso quale soluzione produce la migliore qualità della vita per tutti, chiedendo in primo luogo a chi in quella strada ci vive e ci lavora, senza imposizioni dall’alto. In alcuni casi, come corso De Gasperi, sono gli stessi che ci vivono a non volere la chiusura, e allora è giusto che la strada resti aperta. E’ però evidente che in tante situazioni – penso anche al primo tratto di via San Donato, dove gli stessi commercianti chiedono da anni l’isola pedonale – una strada chiusa al traffico può migliorare la vita della città.

E allora, ben venga la chiusura al traffico, e ben venga che Fassino sia costretto dalla pressione pubblica e dall’azione concreta del M5S a cambiare atteggiamento.

Dopo quattro anni, però, stiamo ancora aspettando un fantomatico piano di pedonalizzazioni con cui la giunta dovrebbe dire alla città quali strade intende pedonalizzare e quando, in modo da poterle discutere con la cittadinanza e da preparare e tranquillizzare tutti, sia chi vuole le chiusure che chi non le vuole. Pertanto, spero di vedere in futuro anche in questa materia meno annunci sui giornali, meno azioni estemporanee, più pianificazione e più fatti concreti.

I rifiuti della Continassa: e noi paghiamo

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Della svendita dell’area Continassa alla Juventus, che vi realizzerà una mega-operazione edilizia commerciale con tanto di palazzi, negozi e albergo, abbiamo già parlato a lungo all’epoca. Fummo facili profeti nel dire che alla fine l’operazione sarebbe stata ancora meno conveniente per le casse pubbliche, perché le spese a carico del Comune si sarebbero rivelate ben più alte del previsto.

Questo è ciò che è puntualmente avvenuto negli scorsi mesi: sul saldo di circa cinque milioni di euro che la Juventus doveva pagare entro fine 2013, il Comune ha prontamente concesso uno sconto di quasi 1.100.000 euro. Perché? Perché quando la Città ha consegnato l’area alla Juventus, a settembre 2013, aveva calcolato che il costo di ripulire l’area dai rifiuti sarebbe stato di 175.000 euro; un mese dopo, la Juventus ha scoperto che qualcuno aveva lasciato lì tonnellate e tonnellate di involucri di plastica dei cavi di rame, bruciati per estrarre e rivendere il rame stesso, e che il costo di smaltimento era di 1.300.000 euro; e quindi, la Città doveva coprire la differenza di spesa.

Ovviamente io ho sollevato il problema con una interpellanza (che vedete nel video): perché la Città deve ancora tirar fuori un altro milione di euro abbondante? E’ del tutto incredibile che sia gli uffici comunali che la Juventus non sapessero che lì c’era un accampamento abusivo di rom che bruciavano cavi di continuo; bastava passare lì davanti per saperlo. Dunque non mi sembra sensato che la Juventus possa dire di aver preso l’area senza sapere di dover smaltire questi rifiuti, nè può essere scusato il Comune che sostiene che non si potesse arrivare a vedere i rifiuti (un mese dopo la Juventus li ha visti senza problemi).

Eppure, la convenzione tra Comune e Juventus prevedeva in anticipo che il Comune si sarebbe fatto carico a babbo morto di qualsiasi ulteriore spesa per la pulizia dell’area, e quindi legalmente la Juventus ha ragione; ma come mai la Città ha firmato un contratto con una clausola così penalizzante?

In alternativa, visto che la legge prevede che la bonifica di un’area venga pagata da chi l’ha inquinata, e visto che quando il Comune ha trovato una sistemazione alternativa ai rom li ha anche identificati, ho chiesto perché non si faccia partire una normale azione civile di recupero danni, cercando di capire se queste persone possano rispondere delle proprie azioni, né più né meno di chiunque altro.

Apriti cielo! Questa idea è stata attaccata in ogni modo: la sinistra mi ha tacciato di razzismo, la destra e l’assessore Lo Russo invece hanno detto che mi rendevo ridicolo perché tanto “si sa” che questi sono nullatenenti. Sarà: forse, come spesso accade quando si parla di questi temi, il fatto che entrambi gli schieramenti ideologici attacchino la proposta vuol dire che un senso ce l’ha.

Dopodiché, se si è certi di non avere speranze di recuperare alcunché, si può anche decidere di lasciar perdere. A me, però, dà fastidio l’approccio della politica a queste situazioni: se c’è una spesa imprevista, se qualcosa non è stato fatto bene, se qualcuno ha sbagliato una valutazione, perché prendersi il disturbo di andare a identificare le responsabilità personali e chiederne conto? E’ molto più facile lasciar perdere e mettere mano al portafoglio pubblico: tanto, alla fine paghiamo sempre noi.


Aggiornamento (6/3): Oggi ci è stata comunicata una nuova puntata della vicenda: la Juventus, dopo aver ottenuto lo sconto di 1.100.000 euro avendo presentato una stima di circa 4200 tonnellate di rifiuti da eliminare, ha comunicato che, dopo averli estratti e pesati, i rifiuti risultano essere solo 2100 tonnellate circa, e quindi spenderà circa la metà dello sconto ottenuto; adesso sarà il Comune a dover chiedere indietro una parte dello sconto.

Il bello è che la perizia che misura le quantità di rifiuti, e che per due volte è stata sbagliata di grosso, è stata fatta non dalla Città, ma dalla Juventus. Difatti, il Comune si è dichiarato impossibilitato a svolgere l'attività di analisi e bonifica ambientale in proprio e ha chiesto di farsene carico alla Juventus, che l'ha subappaltata a un proprio fornitore. Tuttavia, il costo della perizia è stato messo a carico delle casse comunali per un costo di altri 130.000 euro... A questo punto, visti gli errori clamorosi, ci pare il minimo che anche questi soldi vengano almeno parzialmente rifusi al Comune.

Tutto il male dell'urbanistica torinese

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L’urbanistica, si sa, è il bancomat dei sindaci torinesi: sia Fassino che Chiamparino hanno spesso dato via parti di territorio in cambio di entrate straordinarie per milioni di euro (solo il grattacielo Intesa-Sanpaolo ha fruttato quasi 40 milioni di euro). E l’assessore all’Urbanistica diventa così il commerciale della città, in Italia e all’estero, andando a vendere le opportunità di “investimento” in nuove operazioni edilizie in giro per Torino. Nasce così, per dire, il famigerato sito You can bet on Torino, da cui è tratto l’irresistibile video di Fassino che promuove Torino in un inglese improbabile che, scovato da noi sul profilo dell’assessore, ha fatto il giro del Web pochi giorni fa.

Due settimane fa, è arrivata in consiglio comunale una delibera intitolata “Programma delle trasformazioni urbane 2013-2014. Linee di indirizzo”. Finalmente, direte voi, magari un po’ in ritardo (a febbraio 2014 il programma 2013-2014?), ma arriva uno straccio di pianificazione dell’urbanistica cittadina? No, in realtà leggendo il testo si scopre che pure quello è una specie di depliant promozionale, un marchettone pieno di supercazzole che variano tra il tautologico e l’imbarazzante, mescolate a una elencazione di tutte le speculazioni edilizie passate e future.

E allora, per un commento un po’ articolato alle pessime politiche urbanistiche di questa amministrazione, vi rimando al video che contiene il mio intervento in aula.

Tares, disorganizzazione sulla pelle dei cittadini

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A dicembre più o meno tutti i torinesi furono investiti dal ciclone Tares. Entro il 16 dicembre bisognava pagare una tassa costosa e complicatissima da calcolare (come avevamo già denunciato) e obbligatoriamente da versare col modello F24 indicando un numero di atto fornito dal Comune sui bollettini, ma i bollettini a centinaia di migliaia di persone il giorno della scadenza non erano ancora arrivati. Il Comune disse che la tassa si poteva pagare “nei giorni immediatamente successivi” senza dire quanti, ma una parte della tassa era diretta allo Stato e il Comune non aveva il potere di rimandarla.

Bisogna dire che il caos fu tale (e distribuito un po’ in tutta Italia) che poi lo Stato spostò d’autorità la scadenza al 24 gennaio, per cui multe per il ritardo non dovrebbero arrivare a nessuno. Tuttavia, in quei giorni gli uffici comunali preposti, in corso Racconigi, furono presi d’assalto in ogni modo (di persona, al telefono, per e-mail), e nonostante l’impegno di chi ci lavora furono sommersi, con code che uscivano dal portone d’ingresso.

In più, si verificò ogni genere di problema: in particolare, la tassa dipende pesantemente dal numero di persone che abitano nell’appartamento, ma sul bollettino non era indicato il numero di occupanti risultante al Comune, per cui era molto difficile verificarne la correttezza (il mio ad esempio era sbagliato, ma me ne sono accorto solo facendo le prove con le formule riportate sui bollettini e vedendo se il totale corrispondeva). Per gli appartamenti sfitti o tenuti a disposizione, bisognava comunicare al Comune il numero di occupanti altrimenti ne sarebbero stati attribuiti due, anche per case sostanzialmente inutilizzate e che non producono immondizia; ma quasi nessuno lo sapeva.

Noi abbiamo presentato una interpellanza per chiedere spiegazioni sull’accaduto; nel video trovate la risposta dell’assessore Passoni (per lui inviare i bollettini lunedì 9 dicembre per la scadenza del 16 non è tardi…). Abbiamo voluto fare anche delle proposte: per esempio, perché il numero di occupanti attribuito all’appartamento non viene esplicitamente indicato sui bollettini, in modo da permettere un facile controllo? E perché i bollettini – che il sistema informatico del Comune già genera in formato PDF, per poi mandarli alla stampa e imbustamento – non vengono inviati per posta elettronica certificata a chi lo chiede? Così risparmieremmo tutti tempo e denaro e ci sarebbe anche la prova dell’avvenuto invio.

La tassa sui rifiuti è un tema complesso, su cui noi abbiamo anche proposto e ottenuto diversi miglioramenti; dopo cinque anni di pausa e dopo tre anni di nostre pressioni, in queste settimane è finalmente ricominciata l’estensione della raccolta differenziata porta a porta, abbracciando 35.000 abitanti della Crocetta. Tuttavia, il costo dello smaltimento dei rifiuti che paghiamo a Torino è tra i più alti d'Italia e, a causa della scelta scellerata di bruciare i rifiuti invece di recuperarli, lo resterà per anni. Se perlomeno l'amministrazione riuscisse a farlo pagare senza complicare troppo la vita alle persone, sarebbe già un passo avanti.

Inceneritore del Gerbido, tecnologia all'italiana

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Mercoledì pomeriggio in Municipio si è tenuta l’ennesima riunione del Comitato Locale di Controllo (CLdC) dell’inceneritore del Gerbido. Il CLdC è una strana entità che è stata istituita per tutelare la popolazione, coinvolgendo i Comuni circostanti all’impianto, ma le cui riunioni trascorrono per la maggior parte in battibecchi tra i cittadini del pubblico che chiedono di parlare e la presidente Erika Faienza – consigliere provinciale del PD, nonché segretario del PD di Beinasco, nonché moglie del sindaco PD di Grugliasco, nonché nota alle cronache per aver falsamente autenticato delle firme per una lista elettorale a sostegno di Fassino – che cerca polemicamente di tenerli a bada.

Comunque, a differenza della precedente riunione, talmente burrascosa da finire persino sul Fatto Quotidiano, questa è andata un po’ meglio, anche perché invece di TRM e Arpa (di cui i cittadini non si fidano più) c’erano i medici responsabili dello studio ufficiale di controllo della salute della popolazione, un mastodonte dal costo milionario pagato con le compensazioni dell’inceneritore stesso.

Lo studio prende in esame due campioni di quasi 200 persone, uno che abita vicino all’inceneritore (prevalentemente a Beinasco) e uno che abita subito fuori dalla zona di teorica ricaduta delle emissioni (a Torino Lingotto). La scorsa estate sono stati effettuati dei prelievi per misurare la salute dei due gruppi prima di accendere l’impianto; tra qualche mese si farà una nuova misurazione per vedere se qualcosa è cambiato in maniera diversa tra i due gruppi.

Per ora, le uniche differenze rilevate dagli scienziati tra i due gruppi sono che quelli di Beinasco sono molto più preoccupati per l’inceneritore e che quelli di Beinasco hanno un titolo di studio mediamente più basso; almeno hanno avuto il buon gusto di non ipotizzare correlazioni tra i due dati. Le rilevazioni però sono già preoccupanti di loro, in quanto è emerso che già ora per alcuni metalli pesanti i dati sono piuttosto elevati; in particolare per l’arsenico (anche se lo step successivo ipotizzato, non ridete, è “vedere se nel campione c’è tanta gente a cui piace molto il pesce”, perché se non è quello allora sono le fabbriche della zona) e per il palladio e altri elementi rari usati nelle marmitte catalitiche e quindi dipendenti dal traffico.

Comunque, i medici dell’Istituto Superiore di Sanità hanno detto chiaramente che per loro, per come è costruito lo studio, qualunque peggioramento del campione di Beinasco sarà dovuto all’inceneritore; poi qualcuno ha tentato una mezza marcia indietro, dicendo che però bisogna vedere perché se le emissioni sono in regola allora forse no… ma è stato alla fine sconfessato.

Nel frattempo, la vita dell’impianto prosegue male come sempre. Nell’ultimo mese ci sono stati altri due incidenti, il 23 dicembre e il 12 gennaio, che hanno comportato sforamenti e fermo dell’impianto, e ormai gli sforamenti sono talmente tanti che la procura ha dovuto aprire una inchiesta; e hanno cominciato a comparire enormi colonne di fumo, specialmente di sera, che escono direttamente dalla base dell’impianto.

Noi abbiamo presentato l’ennesima interpellanza, che vedete nel video; alla fine la risposta è che il fumo è solo vapore da raffreddamento, che d’inverno condensa e si vede di più; anche se io, in seduta di commissione, ho chiesto all’Arpa se loro abbiano mai verificato se davvero è solo vapore, e la risposta è stata “in effetti per legge siamo tenuti a farlo ma non l’abbiamo ancora fatto, ma tanto è impossibile che sia altro perché lì non passano tubi col fumo della bruciatura”.

Comunque, l’impianto funziona tanto bene che TRM ha annunciato che a inizio febbraio spegneranno l’impianto per una settimana per cambiare tutta una serie di pezzi. Poi, naturalmente, hanno insistito che comunque a maggio inizierà l’esercizio commerciale; io non mi sento per niente tranquillo sul fatto che siamo pronti, e credo che sia una minima garanzia per tutti che ci siano almeno tre mesi di funzionamento senza intoppi prima di poter dire che il collaudo è finito e l’impianto è sicuro, cosa che abbiamo scritto in una mozione in modo da obbligare le forze politiche perlomeno a prendere posizione in consiglio comunale.

Purtroppo, in sede politica – oltre a pretendere spiegazioni – si può fare poco, perché tutte le amministrazioni, dai Comuni al governo con la sola eccezione del Comune di Rivalta, sono in mano a partiti favorevoli all’inceneritore; e anche quando riusciremo a cacciarli, ci troveremo con contratti ventennali già firmati, penali altissime e una grande difficoltà nel cancellare le decisioni di chi è venuto prima; la stessa vendita dell’inceneritore dal Comune di Torino a Iren (gruppo di diritto privato ma di fatto nelle mani del PD) serve anche a rendere più difficili futuri cambiamenti di rotta nella gestione.

La strada maestra per fermare l’inceneritore è pertanto documentare i danni alla salute, in modo da forzare un intervento per vie legali. Per questo serve, ad esempio, che chi si sente male per colpa delle emissioni vada al pronto soccorso a farsi visitare, lasciando una traccia dell’accaduto. Serve registrare ogni problema e metterlo in evidenza, costringendo i gestori a spiegazioni pubbliche che rimangono, come facciamo noi in consiglio comunale. Anche un cambiamento politico servirebbe comunque a cambiare il clima in cui operano le istituzioni di controllo; del resto una delle cose che fanno alzare il sopracciglio è il fatto che il direttore dell’Arpa sia la moglie di un consigliere regionale del PD, un incrocio tra controllori e controllati che non dovrebbe mai avvenire.

Per questo più ci si addentra nella vicenda dell’inceneritore e più le preoccupazioni aumentano; perché anche chi ignora i semplici motivi per cui incenerire i rifiuti è sbagliato (è costoso, inquinante e uno spreco di risorse e materiali in via di esaurimento) e pensa di trovarsi di fronte al gioiello della scienza e della tecnica prospettato dai suoi promotori, si rende presto conto di trovarsi invece in mezzo a una delle tante vicende di grandi opere all’italiana, dove l’unica cosa che funziona senza intoppi è il flusso di denaro in uscita dalle casse pubbliche.

Basta botti a Capodanno

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Sappiamo che sono molti gli italiani che amano festeggiare il Capodanno facendo rumore, e in particolare lanciando botti e petardi. Tuttavia, si tratta di una tradizione che va abbandonata; intanto perché è pericolosa per le persone, specialmente per i bambini e per i ragazzi, che non sanno come maneggiare i botti e che spesso li raccolgono per strada rimanendo feriti, anche qui a Torino; ancora l’anno scorso un ragazzino è stato gravemente ferito alle mani.

Inoltre, i botti di Capodanno sono terribili, alle volte mortali, per gli animali, sia quelli domestici che quelli che vivono liberi in città; gli animali ne sono terrorizzati e possono morire di spavento.

A Torino, già dal marzo 2011, è vietato utilizzare qualsiasi tipo di fuoco d’artificio sempre e per tutto l’anno, fatta salva una specifica deroga che deve venire concessa dal Comune e che viene data solo per la festa di San Giovanni (anche se, pure lì, ormai esistono fuochi d’artificio silenziosi che si sposerebbero persino meglio con l’accompagnamento musicale). Tuttavia, il Comune non ha mai mostrato grande attivismo nel far rispettare questa regola; l’impressione è che la si sia messa in periodo pre-elettorale, per far contenti gli animalisti, ma poi nei fatti si lasci perdere.

Noi portiamo avanti la battaglia per il rispetto di questa regola sin da quando siamo entrati in consiglio comunale; abbiamo presentato una interpellanza per il Capodanno 2012, una per il 2013 (di cui vedete la discussione nel video) e adesso una per il 2014, preventiva, per chiedere di organizzarsi per tempo. La risposta dell’amministrazione comunale in aula è prevista per mercoledì prossimo; e noi speriamo che quest’anno per davvero ci sarà un impegno a fermare il più possibile questo fenomeno.

Nel frattempo, però, bisogna che siano anche i cittadini a capire che è ora di smetterla coi botti; i vigili non possono essere ovunque. Speriamo dunque che il nostro appello, che vi invitiamo a diffondere, convinca le persone a passare un Capodanno di festa ma senza rischi, lasciando in pace gli umani e gli altri animali.

I rifiuti ammazzano la città

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Quando molti anni fa ho iniziato ad attivarmi nel Movimento 5 Stelle, il tema dei rifiuti era già in cima alle nostre priorità; e ricordo che ai banchetti e alle serate molti ci guardavano con sufficienza, come i soliti ecologisti che si preoccupano delle tendine mentre il Titanic affonda. Forse molti di quelli che ci guardavano con sufficienza ora cambieranno idea, quando riceveranno la bolletta della nuova tassa rifiuti, la Tares (per chi non lo sapesse, quanto fin qui pagato per i rifiuti è considerato un acconto e a dicembre dovremo pagare la differenza rispetto alla nuova tassa).

I rifiuti, insomma, rischiano di ammazzare la città; e qui non mi riferisco ai pericoli per la salute portati dall’inceneritore, di cui abbiamo abbondantemente parlato. Mi riferisco invece al fatto che molte famiglie e molte aziende faranno grande fatica a pagare una nuova stangata, anche perché gli aumenti non ricadranno allo stesso modo su tutti.

Le tariffe Tares, difatti, si calcolano così: si prende il costo della raccolta rifiuti in città dello scorso anno, che è stato calcolato in 204 milioni di euro (di cui circa il 20% sono costi indiretti, principalmente quelli spesi da Soris per riscuotere il tributo, e su cui è stato aggiunto un 5% di addizionale provinciale per coprire i costi di questo fondamentale ente) e lo si ripartisce tra utenze domestiche e utenze non domestiche (commerciali, industriali, professionali…) proporzionalmente a una stima di quanta immondizia fanno le due categorie (risulta che le famiglie producano il 46% dell’immondizia totale e le aziende il 54%).

La parte domestica viene distribuita tra le famiglie torinesi in base a due parametri, i metri quadri dell’alloggio e il numero di persone che vi abitano; questo secondo parametro è stato introdotto dalla legge in base al principio che più sono le persone e più immondizia producono. Il risultato è riassumibile in questo grafico, che rappresenta la proposta della giunta: le diverse curve sono relative al numero di componenti del nucleo familiare.

Sono comunque previsti degli sconti in base all’ISEE, del 50% sotto i 13.000 euro, del 35% tra 13.000 e 17.000, del 25% tra 17.000 e 24.000. Tuttavia, per le famiglie numerose ci sarà un aumento molto significativo (una famiglia di quattro persone in 90 mq pagherà oltre 300 euro), mentre i single pagheranno qualcosa meno dell’anno scorso.

La parte non domestica è distribuita in base ai metri quadri dell’attività e alla macro-categoria della stessa, in base a stime elaborate dall’Amiat su quanti kg di immondizia per mq produce un negozio rispetto a un banco del mercato o a un ufficio o a un parcheggio. Anche qui, è la prima volta che si fa il calcolo in questo modo e il risultato è un vantaggio per molte categorie che hanno una riduzione e pagheranno di meno (la più economica, parcheggi e magazzini a parte, è “chiese e oratori” che paga 43 centesimi al mq), ma ne consegue un aumento del 20% (sarebbe stato quasi del 50%, ma è stato calmierato) per i banchi alimentari dei mercati, per ristoranti e mense, per bar e birrerie, per gli alberghi, come da questa tabella:

E qui è scoppiata la rivoluzione, con proteste di piazza e infuocate audizioni consiliari. Per esempio, gli ambulanti ci hanno fatto notare che un banco di alimentari a Torino paga già tremila o quattromila euro l’anno di rifiuti, mentre lo stesso banco a Grugliasco ne paga 350 e l’intero Auchan di Venaria paga 12.000 euro. Come è possibile questa disparità? Il Comune risponde affidandosi agli studi tecnici, sui quali peraltro c’è stato un piccolo giallo: lo studio è stato commissionato dalla Città (100% pubblica) all’Amiat (100% pubblica fino allo scorso anno, ora 51% pubblica e 49% Iren di cui Torino è il primo socio) che l’ha appaltato all’IPLA (100% pubblico), eppure ambulanti e consiglieri non sono mai riusciti ad averlo; ci è stato dato ieri mattina intimandoci di non farlo circolare perché è “sotto copyright dell’Amiat”.

Lo studio risale a dieci anni fa, anche se i dati sono poi stati aggiornati ogni anno, e utilizza come campione i mercati Brunelleschi, Don Rua, Campanella e Chironi; ora, chi conosce la zona sa che gli ultimi tre sono da tempo morenti e addirittura quello di piazza Chironi è stato chiuso per oltre quattro anni per i lavori di un parcheggio pertinenziale; di qui le obiezioni degli ambulanti sulla significatività dei risultati. A maggior ragione dunque i mercatali dicono: perché dobbiamo subire un aumento di centinaia di euro l’anno, quando già facciamo fatica ad arrivare a fine mese, per uno studio segreto che non possiamo confutare? E come è possibile che le aziende torinesi (che già devono smaltire i residui inquinanti a parte, come rifiuti speciali) producano il 54% dei rifiuti urbani, quando la media europea e i valori di molti altri Comuni sono del 30-35%?

D’altra parte, dice il Comune, la raccolta dell’immondizia nei mercati ci costa 12 milioni l’anno e comunque la tassa rifiuti dei mercatali ne copre al massimo cinque; sette sono già messi, da anni, dalla collettività per sovvenzionare i mercati; inoltre, anche le famiglie dovranno sopportare aumenti pesantissimi. Di qui, la discussione poi degenera: i commercianti accusano, spesso senza tanti giri di parole, il Comune e Amiat di “mangiarci sopra” all’infinito; e qualche consigliere della maggioranza, spazientito, ha risposto dicendo “tanto questa è l’unica tassa che pagate” e “i ristoranti sono gli unici che continuano a crescere e far soldi”; insomma, la fiera del luogo comune.

E’ difficile, in effetti, intervenire in modo ragionevole: se prendi per buoni i calcoli “scientifici” di Amiat, tutto il resto è inevitabile; per contestarli servirebbero tempo e dati che non ci danno (io ho chiesto di avere un foglio di calcolo con il gettito totale di ogni categoria, in modo da poter lavorare ad aggiustamenti a somma zero; secondo voi me li hanno dati? è sotto copyright pure quello).

Certamente però qualche riflessione va fatta: è giusto aiutare le famiglie in difficoltà, ma se il risultato è che gli aumenti fanno chiudere le aziende allora l’anno prossimo avremo più famiglie in difficoltà e meno entrate fiscali per aiutarle; partire dal principio che chi fa impresa è per principio ricco e pure un po’ evasore e allora possiamo aumentargli le tasse all’infinito è al giorno d’oggi ridicolo. In pratica, se i dati sono veri, e se non si può spendere meno di 12 milioni di euro per pulire i mercati ma gli ambulanti non possono pagarne più di cinque senza chiudere, l’unica conclusione logica è che i mercati non sono più ambientalmente sostenibili e dunque bisogna chiuderli tutti; a me sembra impossibile, ma se l’amministrazione la pensa così, e vuole il completo dominio degli ipermercati, almeno che lo dica chiaramente.

In tutto questo bailamme, completato da un assurdo ostruzionismo del centrodestra che sta costando un mucchio di soldi e di tempo alla città senza alcun motivo comprensibile, noi abbiamo cercato di fare proposte concrete, utili e ragionevoli, partendo dalla considerazione che il vero problema di fondo è il costo insostenibile della raccolta rifiuti a Torino, derivante da anni di sprechi, clientele, cattivi investimenti e scelte sbagliate; se ora, invece di spendere 72 euro a tonnellata in una discarica, spendiamo per incenerire i rifiuti al Gerbido cento euro noi più altri cento lo Stato (con i certificati verdi), più i costi di realizzazione dell’impianto per la parte ancora di nostra competenza, è chiaro che i costi aumentano. Alla fine smaltire i rifiuti urbani ci costa “all inclusive” circa 40 centesimi di euro al chilo: è una bella notizia per Iren che deve gestire un debito-mostro di 2,5 miliardi di euro, ma per noi cittadini-clienti è troppo.

Le soluzioni dunque, oltre a quella prioritaria e radicale di produrre meno rifiuti e a quella rivoluzionaria di amministrare la cosa pubblica senza sprechi, sono due: aumentare i ricavi ottenibili differenziando e recuperando i rifiuti, e aumentare l’equità del sistema per davvero, misurando quanto produce ogni singolo utente (o, per le famiglie, il condominio), invece di stimarlo in maniera vaga e inevitabilmente arbitraria; ormai esistono sistemi e tecnologie per farlo, dal conteggio del numero dei sacchetti al peso del contenitore all’atto dello svuotamento, e perlomeno bisognerebbe provarli.

A questo scopo noi abbiamo presentato una mozione che chiedeva di destinare l’1% del gettito Tares all’estensione della differenziata porta a porta, ferma da anni per mancanza di investimenti (tra l’altro dobbiamo salire dell’8% entro cinque anni oppure l’inceneritore non sarà sufficiente e le discariche saranno esaurite); e di sperimentare i sistemi per la tariffazione puntuale. La maggioranza ha cassato la seconda parte, ma ha accolto la prima, evitando però di mettere una cifra ma impegnandosi a investire sul porta a porta quanto serve per salire dell’1,5% di differenziata all’anno. Tra tante parole, questo è un buon risultato concreto per il futuro, ammesso che mantengano l’impegno.

Per il presente, il PDL propone di aumentare la tassa alle famiglie per abbassarla alle imprese, dividendo il gettito 50/50; io preferirei invece una maggiore gradualità nella diversificazione tra le diverse categorie di imprese, abbassando un po’ sia gli aumenti che le diminuzioni senza modificare la ripartizione tra aziende e famiglie. Su queste proposte, e su tutta la materia, raccogliamo volentieri i vostri commenti per portarli in consiglio comunale.

Il disastro che verrà

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Oggi è il cinquantennale del disastro del Vajont, ed è impossibile non pensare a quella tragedia, un disastro che ha cancellato una valle e che chiama tutti a non dimenticare (il mio piccolo contributo, diversi anni fa, fu riscrivere quasi da capo la relativa pagina sulla wikipedia inglese).

Del Vajont è stato scritto e detto molto, e oggi, se volete, potete visitare l’abbandono di Erto con Mauro Corona o ascoltare la retorica del video ufficiale dei lavori; per questo il discorso che vorrei farvi non riguarda proprio il Vajont. Perché ci sono disastri e disastri; il Vajont è enorme, immenso, palese, impossibile da minimizzare; ma ci sono quelli che sono avvenuti in maniera più sottile e ancora faticano a essere riconosciuti, e quelli che ancora aspettano un responsabile che forse non si troverà mai.

Tra i primi ci sono quelli relativi all’inquinamento; solo adesso si comincia a parlare seriamente della devastazione ambientale in Campania, e solo adesso si comincia a indagare sulle stragi da inceneritore (il vecchio inceneritore di Pietrasanta avrebbe causato oltre mille morti di cancro in Versilia negli anni ’70 e ’80); e per processare l’amianto ci sono voluti decenni di tragedie e migliaia di morti. Tra i secondi c’è la strage di Viareggio, che nemmeno ancora si può chiamare strage: solo per avere degli indagati ci sono voluti anni di lotte.

Ieri, davanti al Parlamento, si è svolta una manifestazione per i diritti negati a chi si è ammalato di mesotelioma su luoghi di lavoro pieni di amianto; e hanno partecipato anche i familiari delle vittime di Viareggio. Hanno però commesso una colpa imperdonabile: hanno aperto gli striscioni nel punto sbagliato della piazza, e sono stati allontanati in malo modo dalla polizia, con uno dei tutori dell’ordine che, secondo il titolo ad effetto del Fatto Quotidiano, “fa le corna ai manifestanti”. In realtà, il poliziotto non fa le corna alla manifestante, per offenderla; fa le corna perché la signora dice “ringrazino che non è successo a loro” e lui, da buon italiano scaramantico, fa le corna.

Ed è proprio così: l’unica seria contromisura delle istituzioni per i disastri che verranno è fare le corna e sperare che non accadano. Se c’è un rischio, negare; sostenere che tutte le norme (ampie, complicate e pesantissime per tutte le aziende oneste, mentre i disonesti tanto se ne fregano e continuano a delinquere) sono state rispettate, e che pertanto non ci saranno problemi. Poi, regolarmente, si scopre che i limiti di emissione degli inquinanti non venivano rispettati, che i rifiuti non venivano smaltiti come dovuto, che le bonifiche non hanno bonificato un bel niente o hanno solo spostato il problema dal punto A (noto) al punto B (ignoto). E lo Stato che fa? Fa le corna.

Per esempio, oggi è uscita la notizia per cui, nell’ambito dell’indagine che ha portato all’arresto dell’ex presidente socialista del Piemonte Enrico Enrietti (almeno fin che Napolitano non indulterà pure lui), si sarebbe scoperto che l’amianto estratto dall’ex area Fiat Avio di via Nizza – che a rigor di logica avrebbe dovuto essere bonificato dalla Fiat, e che invece sta venendo bonificato a spese pubbliche dalla Regione Piemonte, che ha acquistato l’area per costruirci il proprio grattacielo – non sarebbe stato smaltito regolarmente, ma sarebbe stato direttamente interrato sotto i nuovi parcheggi della Reggia di Venaria: non ci sono ancora le analisi, ma ci sono le intercettazioni in cui se ne parla.

Noi, un anno fa, preoccupati dalle segnalazioni dei nostri attivisti della zona, avevamo presentato una interpellanza in materia; e, come vedete nel video in alto, l’assessore Lavolta ci aveva rassicurato sul fatto che lo smaltimento era ben gestito. Sicuramente l’assessore non immaginava che chi doveva smaltire quell’amianto non lo faceva in regola, e la verità è ancora da accertare; certo che se la storia sarà confermata, e però nessuno si fosse accorto di niente, e poi magari chi abita vicino a quei parcheggi avesse iniziato ad ammalarsi, si sarebbe parlato di statistica e di fatalità, e ci sarebbero voluti anni di lotte e di spintoni dei tutori dell’ordine per avere ascolto.

Per questo è giusto ricordare il Vajont e tutti i disastri, ma è anche giusto ricordare che il disastro più importante è quello che verrà, almeno se non smetteremo di trattare il nostro pianeta come un immondezzaio e di fidarci delle rassicurazioni facili di chi amministra.

Cittadini a difesa del territorio

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Il governo della Circoscrizione 8 a Torino da ormai due anni esprime una discutibile 'idea di "riqualificazione" e rilancio del territorio.
Parcheggio interrato pertinenziale (privato) di Corso Marconi, la Ruota Panoramica come fulcro del futuro parco dei divertimenti "Valentino", Dinosauri a pagamento come unica novità per il degradato parco Michelotti, un bel neo-complesso residenziale per decine di appartamenti di pregio in area Pilonetto per citare le più eclatanti. In sostanza si sostengono le brillanti idee di rilancio a "costo zero" proposte dalla giunta comunale. A prescindere dal parere delle migliaia di cittadini che ci vivono.
Tante volte si è sentito favoleggiare sulla VISION per il quartiere, con presunzione di forte vocazione "turistica". Si parla di nuova mobilità e contraddittorie prospettive di riduzione del traffico. Molte volte ho sottolineato la timidezza della posizione della maggioranza (e non solo) in merito a iniziative che potrebbero essere proposte e organizzate come sperimentazioni concrete in modo davvero rivoluzionario.1Corso-Marconi.jpg
La (semi)pedonalizzazione di L.go Saluzzo è stata un inutile fuoco di paglia di cui si pretende la svolta solo con le risorse recuperabili dal sacrificio di C.so Marconi; la pedonalizzaione di via Monferrato invece promette grandi risultati, considerati possibili solo con una costosa riqualificazione.
L'insistenza sul giusto strumento formale del Piano Integrato d'Ambito (PIA) nell'area storica di S. Salvario per risolvere concretamente la cosiddetta "mala-movida" è una ulteriore carta del NON-FARE, perchè è evidente che quando (chissà) sarà redatto ed approvato dovrà essere applicato, e fino ad allora i problemi relativi si acuiranno.
L'autunno offre speranze concrete per il reale riconoscimento della sensibilità dei cittadini che recentemente stanno vivendo una stagione di partecipazione importante per le questioni di comuni. Il Comitato di liberi cittadini "Salviamo Corso Marconi" contro il parcheggio privato sotterraneo tanto voluto dall'amministrazione comunale ha raccolto una notevole energia per la difesa consapevole del territorio. Non inganna la confusa strategia dell'incertezza sulla questione. Levi e la sua maggioranza lo avevano scritto a chiare lettere nel loro programma a pg 6. "Abbiamo già richiesto e insisteremo per uno studio di fattibilità di un parcheggio interrato sotto corso Marconi..". Chissà a quanti cittadini è stato precisato prima delle elezioni.

Non è semplicemente una questione architettonica... ma di legalità, democrazia e partecipazione dei cittadini. Nel lungo elenco dei contrari al bando comunale che permette di sventrare il viale storico, anche l'Istituto comprensivo "Manzoni" con insegnanti e genitori.

Dopo le migliaia di firme della primavera, in estate il Comitato Salviamo Corso Marconi hanno raccolto migliaia di euro per finanziare il ricorso al Tar che scatterà se il Comune non modificherà i suoi piani.
Un giovane ippocastano piantato il 4 luglio, ad una prima manifestazione proprio nel corso, sta diventando simbolo della resistenza al progetto. Il prossimo 27 settembre ci sarà una nuova iniziativa e ne saranno piantati altri dieci, al posto di quelli caduti o abbattuti in questi anni per malattia, e mai ripiantati.

Si richiede la sospensione del progetto e, se si va avanti lo stesso, che venga almeno mantenuta l'alberata, scavando due trincee a lato del parcheggio. Nel bando non è previsto alcun obbligo di ripiantare gli alberi che saranno abbattuti.

Al momento il Comitato, sostenuto fra le associazioni, da Pro Natura, Italia Nostra, Ecopolis e dal MoVimento, ha ottenuto l'attenzione del sottosegretario ai Beni Culturali Borletti Buitoni, la quale a luglio scorso ha risposto alla richiesta di tutela dell'alberata, promettendo particolare attenzione anche della presunta realizzazione della Ruota Panoramica.

Altre iniziative civiche in città si sono ispirate al grande lavoro compiuto dal Comitato Salviamo Corso Marconi per mobilitare l'opposizione attiva ad opere speculative analoghe. La dimanica della consapevole partecipazione si diffonde con entusiasmo e partiti e politici si trovano in imbarazzo.

Gli eletti in Consiglio comunale, dovranno poi votare obbligatoriamente la concessione del suolo e l'approvazione di una deroga al regolamento del verde che imporrebbe, quando si costruiscono parcheggi interrati, il mantenimento in piena terra (e non in vasche da 1,5 mt di profondità che al Comune si pretendono sufficienti a far rivivere il profilo unico del corso) del 60% degli alberi in superficie.

La Commissione per l'aggiudicazione del diritto di superficie mercoledì 4 settembre, assegnerà il diritto di superficie per la realizzazione del parcheggio "Corso Marconi". Invitiamo a partecipare per evidenziare che non ci siamo arresi e andremo avanti con l'opposizione al progetto. Per chi potesse l'appuntamento è per le 9.45.

Loro non molleranno mai (ma gli conviene?), noi neppure.

Inceneritore, la fiducia bruciata

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Mercoledì è stata una nuova giornata di protesta e informazione contro l’inceneritore del Gerbido: il comitato torinese ha ospitato gli omologhi di Parma e Firenze per una conferenza stampa e un presidio in centro, con un piccolo corteo.

Questi mesi di prova dell’inceneritore sono stati difatti piuttosto tormentati. Da maggio l’impianto è in esercizio provvisorio: si accendono una ad una le tre linee del forno, scaldandole per qualche giorno col metano, e poi si prova a bruciare un po’ di rifiuti.

Peccato che già il 2 maggio si sia verificato un incidente, di cui noi vi avevamo già ampiamente dato conto: alla prima pioggia, l’acqua era finita direttamente sulle barre a media tensione elettrica che alimentavano l’impianto, causando un blackout generale. L’incidente era stato tenuto sotto silenzio, comunicandolo soltanto all’Arpa e alla Provincia, finché noi, sulla base di indiscrezioni, non avevamo presentato l’interpellanza che vedete nel post linkato; solo allora, un paio di settimane dopo, l’incidente era stato reso noto sui giornali.

Non solo, ma a fronte di dichiarazioni minimizzanti da parte di chi teoricamente dovrebbe controllare, si è poi scoperto non solo che l’incidente aveva provocato lo sforamento dei limiti di legge sugli inquinanti, anche se la legge permette sessanta ore di sforamento l’anno in caso di incidenti, ma che addirittura il sistema di monitoraggio dell’inquinamento interno all’inceneritore era anch’esso stato vittima del blackout e non aveva misurato niente (per questo è stata anche aperta una inchiesta dalla magistratura).

Abbiamo presentato una seconda interpellanza, che vedete nel video, per chiedere spiegazioni su come mai questo non ci fosse stato detto in risposta alla prima; a quanto pare, la comunicazione era stata tale che nessuno aveva realizzato il problema. Inoltre, solo insistendo abbiamo avuto indicazioni rassicuranti sulla domanda fondamentale, cioé se in caso di blackout che mette fuori uso i filtri elettrici funzionino almeno i filtri a manica successivi, per evitare di sparare tutto l’inquinamento in aria.

Tutto a posto? Nemmeno per idea, perché, finite le verifiche e le polemiche dopo il primo incidente, il 9 luglio l’impianto è stato riacceso… e nel tardo pomeriggio del 10 luglio si è verificato un secondo incidente. In pratica, appena hanno provato ad avviare la linea, il monitoraggio ha indicato che l’aria che usciva dai filtri era troppo inquinata, oltre i limiti di legge; hanno provato a risolvere il problema, ma non riuscendoci hanno dovuto spegnere tutto il giorno dopo.

Anche stavolta, ci è voluto un po’ per avere informazioni su cosa fosse davvero successo; il 24 luglio, la commissione ambiente del consiglio comunale si è recata al Gerbido per visitare nuovamente l’impianto e avere spiegazioni sul nuovo incidente.

L’impianto, visto da vicino, è veramente impressionante: si tratta di una gigantesca “sfabbrica”, che invece di produrre distrugge. Più ci si avvicina e più ci si rende conto con mano che spendere mezzo miliardo di euro e costruire impianti, palazzi, capannoni per distruggere tonnellate di roba, non di rado perfettamente riutilizzabile, è un’assurdità. Dalle foto non è facile rendersi conto delle dimensioni gigantesche; per esempio, questo è l’interno all’inizio delle linee, e sopra le teste, là su quelle discese rosse, scorrono i rifiuti verso la griglia dove bruceranno.

Questa, invece, in tutto il suo nauseante splendore, è la fossa dei rifiuti; ognuna di quelle aperture sulla destra è grande come un camion, e lì i camion, fino a dieci in parallelo, si susseguiranno per scaricare i rifiuti; la fossa può contenere fino a seimila tonnellate di immondizia, pari a tre-quattro giorni di funzionamento.

Durante questa visita, abbiamo avuto una spiegazione dettagliata dell’incidente del 10-11 luglio. In pratica, accanto al filtro a maniche – che è il secondo stadio di filtraggio dei fumi – è stato costruito un condotto di bypass, di diversi metri di larghezza, perché se la temperatura del fumo per qualche problema fosse troppo alta il filtro a manica (che costa alcuni milioni di euro) si danneggerebbe; dunque esiste una paratia di lamiera che, se aperta, devia i fumi attorno al filtro invece che dentro, proteggendo l’impianto ma scaricando l’inquinamento nell’aria.

Il problema è che questa paratia di lamiera, nuova di pacca, appena messa in funzione si è deformata e ha lasciato un bel buco di alcuni centimetri di altezza per diversi metri di larghezza, tramite quale è passata una parte del fumo e dei reagenti usati nei filtri, i quali, aggirando il filtro a manica, sono arrivati fino all’uscita senza essere filtrati e hanno dunque reso l’aria inquinata.

In più, quando poi – a impianto fermo – sono andati ad aprire il bypass, anche a causa della differenza di pressione dell’aria, le scorie solide che si erano fermate nel condotto sono venute giù di botto; e dunque, in una parte dell’impianto, era in corso una bella attività di pulizia e raccolta scorie e polveri all’interno dei sacchi (aperti) che poi saranno in qualche modo smaltiti.

Anche in questo caso è in corso un’inchiesta della magistratura, in particolare sulle modalità di spegnimento dell’impianto che sono state diverse dalla procedura prevista, anche se TRM sostiene di averlo fatto per ridurre l’inquinamento prodotto (sarà la magistratura a valutare). Inoltre, TRM ha deciso di saldare la lamiera e chiudere completamente il bypass, anche perché il filtro a manica risulterebbe più resistente del previsto alle eventuali alte temperature, risolvendo alla radice il problema; ora prosegue il test delle altre linee, in attesa di capire se la soluzione adottata è gradita alla Provincia, responsabile del controllo.

Resta la questione di fondo: quanto ci si può fidare di un impianto che continua a registrare problemi? Se da una parte è normale che durante il collaudo non tutto funzioni al primo colpo, certo questi episodi non tranquillizzano sulla solidità e sulla corretta costruzione dell’impianto, appaltato a cooperative rosse (Coopsette e Unieco) politicamente amiche ma dalla situazione economica precaria e che certo non avevano soldi da sprecare.

Ma poi, quello che preoccupa è la mancanza di trasparenza, sono le mezze verità e le informazioni che arrivano per approssimazioni successive, dopo settimane di insistenza in ogni sede, mentre TRM – società ormai sotto il controllo privato di Iren – invece di spiegare pubblicamente e tempestivamente ogni cosa minaccia velatamente di denuncia chi chiede chiarimenti o riporta le voci dei tanti cittadini che segnalano, anche a noi, puzze, odori e fumi misteriosi provenienti dall’inceneritore. Questo dovrebbe preoccupare chiunque, compresi i sostenitori dell’incenerimento dei rifiuti e gli stessi politici che hanno voluto questo impianto.

Nel frattempo, noi continuiamo la nostra attività di controllo a vantaggio della salute di tutti, in attesa che chi ci governa rinsavisca e decida di adottare politiche di trattamento dei rifiuti adatte al ventunesimo secolo, e non risalenti agli anni ’70. Molti a Torino ancora non sanno che la nocività degli inceneritori è provata, che ci sono tecnologie alternative, che il mondo si orienta verso i “rifiuti zero”, che le norme europee tra breve metteranno fuorilegge l’idea stessa di bruciare materiale potenzialmente riciclabile. Spacciano il fuoco per modernità, quando la vera modernità sarebbe non sprecare più niente.

Inceneritore del Gerbido: rotto al secondo giorno

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La battaglia contro l’inceneritore del Gerbido è da sempre una delle principali priorità del Movimento 5 Stelle a Torino; da anni spieghiamo come l’incenerimento sia il modo sbagliato di disfarsi dei rifiuti, perché l’errore sta nel consumare materie prime preziose, in esaurimento a livello planetario, per realizzare un oggetto che si usa una volta e poi si brucia, estraendone al massimo una piccola frazione dell’energia necessaria a produrlo e creando ceneri e scarti tossici che poi dovranno comunque essere interrati o smaltiti. L’obiettivo deve essere quello di buttare via il meno possibile, di riutilizzare le cose il più possibile e di riciclare la materia prima di ciò che si butta; obiettivo peraltro sancito da una decisione europea che prevede nei prossimi anni il divieto di bruciare qualsiasi materiale che sia recuperabile.

A fronte di questo, spendere mezzo miliardo di euro per costruire un inceneritore è una scelta sciagurata; nel resto del mondo, dove li hanno costruiti venti o trent’anni fa, se ne stanno disfando, e tra pochi anni, almeno se facessimo le cose secondo una logica europea, non ci sarà comunque più niente che si possa o si debba bruciare; ma noi avremo questi enormi forni sulle croste e dunque dovremo restare indietro, invece di sviluppare nuove tecnologie, perché non ce li siamo ancora ripagati. Infine, la raccolta differenziata porta a porta e il riciclaggio creano molti posti di lavoro, mentre all’inceneritore, nonostante il mega-investimento, lavorano una manciata di persone.

Comunque, le amministrazioni locali proseguono imperterrite sulla strada dell’incenerimento, e dunque l’impianto del Gerbido è arrivato alla fase di prova; il primo maggio è iniziato ufficialmente il regime provvisorio, in cui si bruciano rifiuti per provare l’impianto. Ebbene, il due di maggio si era già verificato un grave incidente, che ha costretto a bloccare tutto. In pratica, pioveva sui circuiti elettrici a 6000 Volt; un difetto da niente!

Ovviamente, alla prima pioggia un po’ intensa è saltato tutto, e poi… chi abita intorno all’impianto ha visto fumi grigiastri uscire dal camino per tutta la notte, ma, nonostante le promesse di controllo, trasparenza e sicurezza, non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale sull’accaduto. Per questo sono arrivati i vostri consiglieri comunali preferiti, che hanno presentato una interpellanza costringendo l’amministrazione comunale a riferire in aula.

Nel video trovate i venti minuti di dibattito che ne sono seguiti, ma in breve ciò che abbiamo appurato è che l’incidente c’è stato, esattamente come descritto, e che di conseguenza vi sono state emissioni più alte del normale di vari elementi inquinanti, in un caso anche fuori dai limiti di legge; e che però questo non è un problema, perché la legge italiana consente agli inceneritori di sforare i limiti di legge sull’inquinamento per sessanta ore all’anno!

L’amministrazione ci ha garantito che sono state seguite tutte le procedure di emergenza, ma quello a cui non hanno risposto, e torneremo alla carica, è quali siano tali procedure. In particolare, a noi risulta che in mancanza di corrente non funzioni nemmeno il sistema di filtraggio dei fumi, che vengono dunque scaricati nel camino e nell’atmosfera senza essere depurati; e su questo la risposta non è arrivata. Se un incidente del genere al secondo giorno di test, a regime ridotto, è stato comunque sufficiente a far sforare i limiti di legge, cosa accadrebbe in caso di un incidente simile durante l’esercizio a pieno regime?

Nella risposta, ci viene detto che dopo l’incidente l’impianto è stato fermato. Eppure, i cittadini attorno all’impianto testimoniano, con tanto di foto, che in questi giorni i fumi continuano a uscire… di notte e fino all’alba. Pare, da quanto detto venerdì a una riunione del comitato di controllo, che in realtà l’esercizio di prova sia ripreso, ma soltanto di notte: per non inquietare l'opinione pubblica?

L’assessore Lavolta ha iniziato il suo intervento invitando a far circolare informazioni corrette; spesso i favorevoli all’inceneritore ci hanno infatti accusato di alimentare il panico. Noi siamo assolutamente a favore dell’informazione corretta, e proprio per questo abbiamo preteso la pubblica spiegazione che vedete nel video. Ma una gestione del genere, da poco venduta ai privati per necessità di soldi del Comune, e che in caso di incidente non rilascia informazioni al pubblico fin che non le chiedi formalmente, e che sembra spesso fare le cose un po' di nascosto, che tranquillità dà ai cittadini?

Chiediamo per voi

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L’attività consiliare non è fatta solo dei grandi temi, quelli che finiscono sul giornale, quelli a cui di solito dedichiamo i post e le discussioni più accese in rete. Ognuno di noi riceve ogni giorno parecchie segnalazioni di problemi e proposte, di solito accompagnate da una richiesta di incontro; alcune vicende riguardano situazioni personali, mentre altre hanno un valore collettivo. Noi cerchiamo per quanto possibile di dare ascolto e seguito a tutti, anche se questo spesso ci impedisce di approfondire tutto; spesso le segnalazioni potrebbero dare il via a indagini o studi interessanti, ma che richiederebbero ore o giorni da dedicare a quel singolo problema, cosa di cui non disponiamo; per questo chiediamo ai cittadini di attivarsi, ad esempio nei gruppi di lavoro.

Comunque, quando le segnalazioni riguardano problemi collettivi, spesso ci ritagliamo le ore necessarie per analizzarle e produrre una interpellanza, ovvero un atto che richiede alla giunta comunale di rispondere alle nostre domande ufficialmente, in aula, con ciò costringendo l’amministrazione a prendere atto del problema e “mettere la faccia” su promesse di risoluzione. Le interpellanze vengono trattate il lunedì mattina in un’aula solitamente deserta, dato che ognuno viene soltanto a sentire le risposte alle proprie, e che sono solo alcuni consiglieri, praticamente tutti di opposizione, a utilizzare regolarmente questo strumento. Noi, però, quando possibile estraiamo il video e lo mettiamo sul nostro canale Youtube; inoltre i video sono reperibili sul sito del Comune, nella sezione dei verbali del consiglio.

In questi due anni, io ho scritto e presentato 124 interpellanze, più un altro centinaio scritte da Chiara (ognuno di noi firma le interpellanze dell’altro) e qualcuna presentata insieme ad altri colleghi. Per darvi qualche piccolo esempio, qui sotto riporto i video di alcune delle interpellanze di cui mi sono recentemente occupato io, con una piccola spiegazione; così potrete capire che fine fanno le vostre segnalazioni, o le mie osservazioni di situazioni problematiche.

I) Qualche tempo fa, diversi cittadini si sono accorti che i nomi e i dati dei propri cari defunti erano stati riportati senza autorizzazione su un sito Web organizzato come “cimitero virtuale” da una società di origine americana, con tanto di offerte di servizi aggiuntivi a pagamento; i dati erano stati scaricati dal sito del Comune, che li pubblica in maniera aperta a tutti. Questa è la spiegazione data dall’amministrazione su come sia stato possibile: in pratica, attendono da un anno e mezzo un parere del garante della privacy sulla legittimità della pubblicazione, legittimità che secondo me, come sentite nella mia risposta, è molto dubbia.

II) Negli anni subito prima del 2006, corso Francia è stato oggetto dei lavori per realizzare la metropolitana; a fine lavori, solo il tratto fino a piazza Bernini fu risistemato, mentre il resto fu rappezzato alla meglio a titolo “provvisorio”. Tuttavia, da allora la risistemazione definitiva del tratto più periferico viene continuamente rinviata per mancanza di fondi, e allora noi abbiamo chiesto, per la seconda volta da quando siamo stati eletti, quand’è che pensano di farla, o se (come di fatto ci dicono) l’opera sia ormai passata in cavalleria, e in questo caso se non si possano almeno sistemare le buche e i punti pericolosi.

III) L’hitball è uno sport nato a Torino e che vanta in città un buon numero di praticanti, tanto che negli anni si era parlato di aggiungere una seconda sede all’unico impianto disponibile… fin quando non si è scoperto che la Città vuole sfrattare gli sportivi dall’unico impianto perché ha venduto l’area agli “operatori immobiliari”.

IV) Il fenomeno dei furti di rame e del commercio illegale di rame è in continua crescita, e viene spesso collegato nell’opinione popolare ai roghi nei campi nomadi: è vero? Cosa fa l’amministrazione per reprimere questi fenomeni, e quanto spesso interviene?

V) Con un blitz, alcune settimane fa i vigili urbani hanno fatto chiudere alcune copisterie in cui si fotocopiavano testi universitari; eppure le fotocopie sono l’unico modo con cui molti studenti possono avere accesso ai testi. Siamo sicuri che l’intervento sia stato fatto correttamente, e come possiamo aiutare il diritto allo studio?

La città del cemento

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Torino è una città dall’anima urbanistica particolare, meravigliosa. Ve lo dice persino il sito del Comune, ricordando come Le Corbusier abbia definito Torino come la città con la più bella posizione naturale del mondo; tra i fattori fondamentali di tale giudizio cita “i 300 chilometri di strade alberate”.

Tra le strade alberate ce n’è una piuttosto particolare, quella storicamente nota come corso del Valentino. Quando nel Seicento fu costruito l’attuale castello del Valentino, davanti al suo ingresso si concepì uno scenografico viale alberato che collegasse la reggia con il convento di San Salvatore (popolarmente San Salvario). Quel viale alberato è chiaramente riportato in tutte le carte storiche, come ad esempio quella del Grossi (1791). Gli alberi ovviamente sono cambiati col tempo, ma il viale esiste come tale da circa quattrocento anni, e l’unico cambiamento significativo degli ultimi cento, dopo la sua inurbazione, è stato intitolare il corso a Guglielmo Marconi dopo la sua morte.

Ma poiché questa è un’epoca senza storia e senza memoria, l’amministrazione di Fassino è pronta a cancellare quattrocento anni di storia per farci un parcheggio; l’immancabile, imperdibile vascone di cemento destinato a ospitare le auto dei pochi fortunati che possono ancora permettersi l’auto e anche il box, come se non sapessimo tutti che tra quarant’anni (nemmeno quattrocento) la mobilità sarà tutta diversa, causa esaurimento del petrolio, e chissà se serviranno ancora i box interrati.

Non dite che non l’avevamo detto: noi (non l’amministrazione, che dovrebbe farlo per mandato) lo scorso autunno abbiamo pubblicato l’elenco dei parcheggi proposti dall’amministrazione e abbiamo chiesto il parere dei cittadini. E poi in perfetta solitudine abbiamo votato contro la delibera, presentando anche una serie di emendamenti per chiedere l’eliminazione di tutti i progetti particolarmente devastanti, tra cui – esplicitamente citato nell’intervento in aula che vedete nel video – questo di corso Marconi. E dunque, tutta l’aula ha specificamente bocciato il nostro emendamento che proponeva di cancellare questo parcheggio e poi ha allegramente approvato la delibera, con noi soli contrari.

Quale sia il senso di un parcheggio privato interrato nella parte finale di corso Marconi sfugge ai più. Non si tratta nemmeno di un parcheggio pubblico, ma di box privati; 180 box privati da vendere a 50-60.000 euro l’uno. In compenso, sarebbe rasa al suolo l’alberata e creata una grande piazza pedonale (dall’uso tutto da capire), con quei pochi alberelli che possono crescere sopra una soletta di cemento, eliminando 220 posti dalle strisce blu in superficie, dunque peggiorando ancora la situazione dei parcheggi a San Salvario. L’unico che ci guadagna è il privato, che a fronte di quasi 10 milioni di euro di incasso potenziale ne spenderebbe quattro o cinque per lo scavo e la risistemazione superficiale, e una cifra indefinita (ma probabilmente sotto il milione di euro) per il diritto di concessione.

Ieri sera si è finalmente svolto il consiglio di circoscrizione aperto, su mozione del nostro consigliere di circoscrizione Claudio Di Stefano. Per l’amministrazione è stata una disfatta, con l’assessore Lubatti che è scappato a metà (aveva un altro improrogabile impegno) e i tecnici comunali presi a insulti dalla gente. Persino il bollettino ufficiale della Circoscrizione parla di contestazione

Bastava parlarne prima con i cittadini della zona, e chiedere a loro se volevano o no un parcheggio (tanto i box servirebbero eventualmente a loro, a chi se no?). Ma su piccole e grandi opere l’atteggiamento del centrosinistra è sempre questo: decidiamo noi per voi cittadini, e se qualcuno si oppone è un retrivo ignorante. Per fortuna la gente è sempre meno disposta a subire!

La televisione che uccide?

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Il video che vedete qui sopra, ripreso da Repubblica, ha fatto il giro del Web: durante un sopralluogo ufficiale, due consiglieri comunali, Viale (radicale del PD) e Liardo (PDL), vengono praticamente alle mani. Io c’ero in mezzo e devo dire che l’intera scena è stata più ridicola che altro, ma adesso vorrei invece raccontarvi qual è la questione che suscita tanto accanimento, e che è stata purtroppo un po’ oscurata dalla rissa.

La stradina del video è quella che separa dalle case e dai loro abitanti il teleporto di via Centallo, una struttura costruita per fare fronte alle esigenze di comunicazione delle Olimpiadi, e che è in funzione da allora. In pratica, si tratta di un’area con una dozzina di enormi parabole, di diversi metri di diametro, che trasmettono e ricevono segnali televisivi e Internet dai satelliti in orbita geostazionaria attorno alla Terra.

Per poter raggiungere i satelliti, situati nello spazio a decine di migliaia di chilometri, il flusso elettromagnetico emesso deve essere piuttosto intenso; d’altra parte, non servirebbe a nessuno sprecare energia per mandare il segnale sulle case adiacenti anziché sul satellite, per cui si tratta di onde fortemente concentrate nella direzione del satellite stesso, ovvero dirette verso il cielo. Secondo i progetti di questi apparati, nonché secondo le misurazioni dell’ARPA, che ha lasciato le proprie apparecchiature di misura in funzione per anni, il campo elettromagnetico generato da queste onde sulle case vicine è trascurabile, ampiamente dentro i limiti di legge, e non può avere alcun effetto nocivo.

Tuttavia, secondo gli abitanti di queste case, la realtà è completamente diversa. Essi lamentano disturbi di ogni genere, tra cui impossibilità di dormire, bruciature sulla pelle, stordimento, dolori. Raccontano che uno di loro è stato visitato e diagnosticato come se fosse sotto l’effetto di droghe, pur non avendo mai preso niente. Dicono che di notte le antenne vengono girate e rivolte verso le case (secondo i gestori, questo può avvenire solo poche volte l’anno, a segnali spenti, per fare manutenzione). E’ evidente a chiunque parli con loro che non stanno bene; l’ASL, in un rapporto preliminare, ha parlato di “psicopatologia” e auspicato lo spostamento degli impianti (si attende lo studio definitivo).

Il teleporto è della società Skylogic, del gruppo Eutelsat, che l’ha costruito su un terreno già utilizzato da Telecom Italia. In questo impianto lavorano alcune decine di ingegneri e tecnici specializzati, che in caso di trasferimento dell’impianto potrebbero perdere il lavoro; spostare un impianto del genere richiede tempo e denaro, e a quel punto tanto varrebbe accorpare queste funzioni in impianti analoghi in altre parti d’Italia.

Il problema di fondo è che l’inquinamento elettromagnetico è ignoto e sfuggente, e non così noto, almeno negli effetti a lungo termine, come si vorrebbe. Ormai è acclarato che “troppe onde fanno male”, ma non c’è accordo su quante, quali, per quanto tempo; anche i limiti di legge sono fissati in maniera piuttosto aleatoria.

Per questo, mentre nel caso scandaloso del colle della Maddalena il danno alla salute è riconosciuto da tutti, e tutti i limiti di legge sono superati da vent’anni, in questo caso è difficile arrivare a un’analisi comune, e dopo il titolo ci vuole il punto interrogativo.

Per i fisici dell’ARPA e gli ingegneri delle telecomunicazioni, qualsiasi sintomo mostrato dagli abitanti è psicosomatico, o al massimo è il risultato di una incredibile sensibilità personale ai campi elettromagnetici; per loro, non c’è alcuna ragione per cui l’impianto si debba spostare. Per gli abitanti, i limiti di legge non sono abbastanza cautelativi; le misurazioni dell’ARPA non sono credibili, non sono fatte nel modo, nel momento o nel posto giusto; e loro stanno venendo ammazzati lentamente per via dei grandi interessi economici che ruotano dietro alla televisione e alle telecomunicazioni, e che controllano anche la politica.

Alla fine, è comunque chiaro che un problema di igiene pubblica esiste; nel momento in cui decine di persone non riescono più a vivere in salute in casa propria, fa davvero differenza che sia un effetto fisico o un disturbo psicosomatico? Purtroppo, l’errore è stato fatto nel 2006 quando si è scelto di mettere le parabole lì, davanti alle case; ora tutti pensano che sarebbe meglio se quelle parabole fossero da un’altra parte, ma è difficile capire come si possa imporre legalmente lo spostamento o la chiusura di un impianto industriale che, secondo le autorità preposte alla salute ambientale, rispetta tutte le norme in materia. E allora, nessuno sa più bene come uscirne.

Inquinamento, basta con l'improvvisazione

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Sono passati ormai diversi giorni dal consiglio comunale di lunedì e non si è ancora spenta l’eco della clamorosa mozione con cui la Sala Rossa all’unanimità ha imposto la revoca del blocco del traffico agli Euro 3 diesel in centro. Questo è stato il nostro intervento in aula.

Anche noi abbiamo votato a favore, e anzi abbiamo chiesto la revoca totale, liberalizzando anche la circolazione degli Euro 0 gpl e metano, perché sin dal principio – da novembre, quando il provvedimento fu annunciato – abbiamo contestato l’errore di fondo. Difatti, questo provvedimento non spinge le persone all’unica soluzione strutturale, ovvero lasciare a casa l’auto e utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta o le altre alternative, ma le invita semplicemente a cambiare auto e poi a continuare a girare come prima, discriminando inoltre tra chi ha i soldi per comprare un’auto nuova e chi non se lo può permettere.

Sicuramente bisogna disincentivare, limitare e talvolta fermare il traffico privato per motivi ambientali: siamo una delle città più inquinate del mondo e il fatto che ciò sia dovuto anche alla nostra posizione geografica non vuol dire che possiamo rassegnarci a morire di cancro e di asma. Tuttavia questo va fatto con equità sociale e in modo efficace, e non con provvedimenti tanto per fare e dall’efficacia quasi nulla, grazie anche all’elevato numero di eccezioni di ogni genere.

Questa è proprio l’obiezione maggiore che si può fare alla giunta Fassino: l’improvvisazione continua su quali provvedimenti prendere, e, per quanto riguarda la mobilità alternativa, un’abbondanza di annunci e dichiarazioni roboanti quasi mai seguite dai fatti. L’anno scorso non si sono fatti blocchi perché secondo la giunta e la maggioranza erano inutili, quest’anno invece (a fronte di dati circa uguali) i blocchi erano necessari, però dopo due settimane sono diventati di nuovo inutili e sono stati revocati dalla stessa maggioranza: che senso ha?

Nel frattempo, da tre anni si attende il piano della mobilità ciclabile, e non si è riusciti nemmeno a mettere in sicurezza i peggiori punti neri per le bici; sulla seconda linea di metropolitana si susseguono annunci, ma poi si approva di costruire un parcheggio pertinenziale proprio nel mezzo del percorso e se non sono io a sollevare il problema succede che l’amministrazione manco se ne accorga; le ulteriori pedonalizzazioni sono ferme non si sa perché; i mezzi pubblici sono sovraffollati e sempre più intasati; e così via, senza parlare poi degli interventi sulle altre sorgenti dell’inquinamento dell’aria.

Il piano originariamente concepito dalla Provincia, pur contenendo una serie di dati interessanti, è la stanca riproposizione della logica dell’auto nuova ogni tre anni che non è più sostenibile, né economicamente, né ambientalmente (anche perché il costo ambientale di costruire continuamente nuove auto non viene mai preso in considerazione). E’ ora di cambiare logica.

Malati di movida

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Ricorderete la polemica della scorsa estate, una delle tante montate ad arte dai giornali, su “Grillo contro la movida”. In realtà nessuno vuole fermare la vita notturna o impedire alle persone di divertirsi, ma si vorrebbe semplicemente garantire a tutti la possibilità di vivere in pace in casa propria.

Il video che vedete è infatti stato girato dagli abitanti delle zone “calde” di Torino, da piazza Vittorio a San Salvario; zone che per diverse notti a settimana si trasformano sempre più spesso in una bolgia priva di regole. A nessuno farebbe piacere restare sveglio una notte dopo l’altra, di fronte a persone che in strada si divertono a fare rumore per il puro piacere di farlo, o che si picchiano selvaggiamente, magari mentre i vigili passano e vanno via.

Il Comune ha oggettivamente poche possibilità di gestire una situazione che ormai pare sfuggita di mano; la legge non permette di porre veri limiti alla proliferazione dei locali, e molto del rumore viene prodotto dopo l’orario di chiusura, quando la gente ubriaca si sposta in strada. Eppure, a Torino per vent’anni l’industria dell’intrattenimento notturno ha potuto fare ciò che voleva, al punto che è intervenuta la magistratura per far smontare i dehors abusivi dei Murazzi. Eppure, almeno dal punto di vista della mobilità – San Salvario di notte è invasa dalle auto in cerca di un parcheggio inesistente – il Comune potrebbe fare di meglio.

La vera questione da porsi, tuttavia, è come mai fasce crescenti di persone trovino il disturbo notturno come unico sfogo alla propria voglia di evasione. A qualsiasi persona sociale risulta ovvio cercare di disturbare gli altri il meno possibile, e invece in molte di queste immagini si vedono persone che nel fare rumore, nel sapere di danneggiare qualcun altro, sembrano trovare una realizzazione personale. Senza nemmeno rendersene conto, è come se – persi i freni inibitori – si vendicassero sugli incolpevoli abitanti delle case circostanti per tutti i crescenti problemi della vita di oggi, o se questo fosse il loro modo per sentirsi protagonisti dell’attenzione pubblica.

Non si può generalizzare, e la maggior parte di chi esce la sera vuole semplicemente svagarsi e stare con gli amici. Eppure, in queste immagini c’è qualcosa di profondamente inquietante, come se di notte la città si trasformasse in una giungla pericolosa e senza regole, sempre più lontana dalla civiltà.

La televisione che uccide

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Un paio di milioni di persone, tra Torino e il Monferrato, ricevono quotidianamente la radio e la televisione, ignari del come e del perché. Eppure basta indagare per scoprire una situazione agghiacciante, raccontata nel video che vedete.

I segnali di quasi tutte le radio e le televisioni private partono da alcuni giganteschi tralicci vicino alla vetta del Colle della Maddalena, il cuore del parco più alto di Torino, consacrato al ricordo dei milioni di morti della prima guerra mondiale. I due tralicci principali sono posizionati sull’edificio del Bar Faro, un bar-ristorante sito nel Comune di Moncalieri ma di proprietà della Città di Torino, che sin dal 1961 lo affida in gestione alla stessa famiglia.

A partire dalla fine degli anni ’70, le antenne al Colle hanno iniziato a spuntare come funghi; e con esse i problemi. Uno dei paesaggi più belli di Torino è stato devastato da piloni, cavi, cabine di cemento. L’accavallarsi di segnali ha reso le vicinanze della vetta totalmente insalubri; i limiti di legge per l’inquinamento elettromagnetico sono superati in permanenza e di parecchio.

Gli abitanti della zona ne ricevono gravi danni; nel cosiddetto “condominio della morte” si è verificato un numero abnorme di malati e morti per leucemia e linfoma di Hodgkin. Nel video vedete le condizioni di chi è costretto a chiudersi in casa dopo averla protetta con reti metalliche, mentre sul balcone vi sono in permanenza le apparecchiature dell’Arpa, che registrano la continua inabitabilità.

La cosa incredibile è che nessuno ha mai dato alcuna autorizzazione alla costruzione di questi tralicci: semplicemente, un giorno sono arrivate le televisioni e hanno chiesto ai gestori del bar se potessero mettere le antenne sul retro. Nessun permesso di costruzione è mai stato rilasciato; esistono autorizzazioni del Ministero delle Comunicazioni, ma nessun Comune ha mai rilasciato il permesso per costruire apparecchiature industriali in una zona residenziale e ambientale con vincolo paesaggistico, semplicemente perché non potrebbe.

Da trent’anni dunque le antenne sono abusive, ma nessuno interviene. Quando la Procura della Repubblica di Torino ha aperto una indagine, l’ha conclusa ordinando lo smantellamento non delle antenne abusive, ma del parco giochi frequentato dai bambini che si sono ammalati.

Nessuno sa quanto abbiano incassato in trent’anni i gestori del bar dai consorzi radiotelevisivi, anche se i comitati ipotizzano anche decine di migliaia di euro al mese. Per il Comune di Torino, quello è solo un bar e i gestori continuano a pagare il normale canone di circa duemila euro al mese, come qualsiasi altro bar. Per queste antenne messe sul terreno pubblico, il Comune ha incassato in tutto un milione di lire nel 1994, mentre le televisioni hanno fatto affari per miliardi. Peraltro, anche i gestori del bar hanno smesso da tempo di pagare anche quel po’ di affitto e sono morosi.

Le istituzioni competenti hanno sempre consentito che questa situazione andasse avanti, trincerandosi dietro infinite attese di “piani di risanamento” in discussione dal 2001. Se possibile l’hanno favorita; la Regione Piemonte, ad esempio, ha recepito la normativa nazionale vietando però di depotenziare gli impianti che oltrepassano i limiti di inquinamento nel caso in cui ciò sia necessario per garantire la qualità del segnale radiotelevisivo. In altre parole, è legittimo ammazzare la gente nel caso in cui serva affinché la TV si veda bene.

Lo scorso aprile le istituzioni si sono infine messe d’accordo per risolvere la situazione. Come? Abbattendo i tralicci abusivi di cinquanta metri che esistono adesso e… dando il permesso di ricostruirli regolari, alti oltre il doppio, 100 metri di altezza e 9×9 metri di base, a costo di abbattere anche alcuni alberi del parco. Secondo loro, questo ridurrà le emissioni elettromagnetiche sotto i livelli di legge… almeno sulla carta.

Peccato che le rilevazioni Arpa dimostrino come le radio usino “pompare” la potenza nelle ore di punta, tanto che in alcune occasioni persino nella sede Arpa del Lingotto, ad alcuni chilometri di distanza, sono stati rilevati valori di campo pari al quintuplo del limite di legge. E che succederà se poi nella realtà l’inquinamento continuasse?

Una vera soluzione ci sarebbe: già che tanto bisogna demolirle, si potrebbero spostare le antenne su vette disabitate, dove non farebbero ammalare nessuno. Ma per coprire tutto il Piemonte occidentale non basterebbe più una sola antenna; bisognerebbe metterne due o tre, con conseguente aumento dei costi per le radio e le televisioni. E siccome le radio e le televisioni sono amiche dei politici – anzi, spesso ne determinano le fortune elettorali – e se i piemontesi restassero senza televisione si rischierebbe una sommossa popolare, va tutto bene così.

La prossima volta che accendete la radio o la televisione, pensateci.

C'è lavoro e lavoro

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Spesso si dice che di questi tempi è importante dare lavoro, e che il Tav Torino-Lione porta lavoro, e che dunque il Tav Torino-Lione è un progetto importante. La realtà è ben diversa: quale lavoro porta il Tav, e a chi?

Se ne sono occupati i No Tav, andando ad analizzare in un corposo dossier alcune delle aziende che hanno già avuto appalti per il Tav, quelli per il “cantiere” di Chiomonte (ricorderete dalle foto dell’ultima visita che dentro non ci sono quasi lavori, solo tanta polizia). E ovviamente hanno scoperto inquietanti legami tra Tav, politica e criminalità organizzata.

Nel dossier sono infatti descritti e provati tutti gli elementi che gravano su diverse aziende che lavorano nel cantiere di Chiomonte e sui loro soci, a cominciare dalle famiglie Martina e Lazzaro, già coinvolte nell’inchiesta Minotauro e anche in altri problemucci, per venire al Consorzio Valsusa-Piemonte Imprese per lo Sviluppo, presieduto dall’ex parlamentare DS Luigi Massa, che comprende – oltre alla nuova impresa dei Lazzaro denominata Italcostruzioni – diverse aziende riconducibili a persone già in passato arrestate o condannate in inchieste relative ad appalti per lavori pubblici in Piemonte, come i casi in cui furono coinvolti l’allora viceministro Martinat e l’imprenditore Gavio.

La risposta del partito del cemento non si è fatta attendere. Un mesetto fa è stata organizzato un incontro della Commissione Antimafia del Comune di Torino con Mario Virano, che ha presentato le misure antimafia che saranno introdotte negli appalti del Tav: difatti, le gare d’appalto vengono fatte non in Italia ma in Francia, paese che non dispone di una legislazione antimafia. Peccato che, in questa riunione a porte chiuse di autorità incravattate, ci fossi anch’io: dunque ho potuto alzare la mano e cominciare a snocciolare in faccia a Virano & friends una serie di nomi, dati e condanne penali.

La cosa più divertente è stata quando un megadirigente delle ferrovie ha replicato sdegnato “ma questi nomi non li conosco, non hanno mai lavorato con noi!”, salvo poi beccarsi un colpetto di gomito da Virano, seguito da comunicazione all’orecchio e da successiva rettifica: “ah, mi dicono che forse hanno vinto delle gare in Francia…”. Ma anche quando ho fatto a voce alta il nome di uno dei vari condannati e diversi presenti hanno cominciato a discuterne: “chi?” “ah ma quello là” “ah già è vero, me lo ricordo…”. Addirittura il TGR ha voluto riprendere le mie dichiarazioni: come risultato, abbiamo fatto un po’ di rumore ma devo essermi fatto altri nemici.

Qualche settimana fa, tra gli ospiti della nostra festa alla Falchera, abbiamo avuto il piacere di ospitare Alberto Perino che ha raccontato al pubblico queste vicende. Siamo lieti di presentarvi ora un estratto video: perché queste verità continuino a circolare.

Nel frattempo, siete tutti invitati alla manifestazione No Cmc - una delle cooperative rosse che spargono cemento - che si terrà domani a Ravenna: qui trovate le informazioni.

Ci serve una Ruota Panoramica a Torino?

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Personalmente non mi pare un'iniziativa particolarmente utile per la città. Ma pare che alla maggioranza silenziosa piaccia! L'altro giorno in commissione di circoscrizione8 a Torino erano presenti numerosi cittadini e le considerazioni da loro espresse non erano davvero a favore. La Stampa testimonia l'evento ma questa volta l'articolo non piace alla maggioranza al potere.
Infatti la maggioranza politica della circ8 (tranne forse la cautela di SEL) ha accolto invece con entusiasmo la proposta di Massimo Piccaluga, vicepresidente dell'associazione Agis Piemonte (associazione dei giostrai). Il titolo dell'articolo pubblicato dalla rivista online del consiglio (Torino Wheel: un'idea turistica da sfruttare, senza dimenticare la tutela del territorio) sostiene l'ipotesi, nonostante la (quasi) unanime forte opposizione civile, perchè animata dalla ricerca della cd vocazione turistica del quartiere San Salvario.
L'imprenditore (co-fondatore di Gardaland) della cordata pronta ad investire nell'opera (9 mln di €) ha mostrato i fotomontaggi della ruota al Parco del Valentinoruota.jpg, unica location valida perchè per loro l'opera abbia senso. Spiega che le grandi capitali mondiali ce l'hanno, in Italia nessuna città, nemmeno Roma e loro hanno selezionato Torino. Le cabine avranno aria condizionata, TV e radio che raccontano la storia della città (alcune anche VIP con extra), il colore della ruota si può decidere e sono possibili illuminazioni a led dai colori differenti per ogni stagione! Il prezzo del giro panoramico sarà popolare (10€ adulti, 6€ bambini). Genererà lavoro anche: 20-25 dipendenti dopo 4 settimane di lavori d'istallazione.
Soave, insieme ad altri presenti accusati di rappresentare il fronte del "NO a prescindere", sono contrari alla Ruota al Valentino perchè:


  • la visione panoramica della nostra città è possibile dalla sua avvolgente collina, dalla Mole, da Superga, dai Cappuccini...

  • il parco aulico del Valentino - già stressato e sporcato dagli abusi dei locali della movida, attraversato da troppe automobili autorizzate e dipinto da strisce blu del parcheggio a pagamento nononstante il piano regolatore lo proibisca - non può ospitare strutture edificatorie

  • la Ruota attirerebbe un flusso di mezzi di mobilità privata assolutamente incompatibile con la già scarsa e critica disponibilità di parcheggio locale (il padiglione V è già a disposizione dele giostre natalizie e spesso chiuso!)

  • la qualità del flusso turistico che fruisce del parco peggiorerebbe sottraendo valore alle mete tradizionali come il castello medioevale


Molti cittadini concordano nel lamentare il rischio "elefante bianco" da dismettere a seguito del probabile flop oppure quando l'investimento non coprirà i costi di manutenzione - già presente ad esempio coi numerosi piloni di cemento residuo dei passati eventi che sono rimasti sul groppone della città. L'imprenditore chiarisce che la ruota sarà poggiata su struttura metallica e che quando non renderà più abbastanza loro se la porteranno via a spese proprie!
Ma è un problema di democrazia. Ben venga una città che evolve, ma occorre che sia per il bene comune e quindi se sarà utile si ricorra al limite anche al referendum cittadino per decidere!
La maggioranza (PD) eppure è convinta che la Ruota sarà un'opportunità di lancio turistico del quartiere. Che davvero chi verrà a Torino per visitarla scoprirà le potenzialità turistiche di San Salvario.
La giunta di Fassino non ha soldi per discutere l'ipotesi proposta e come in molti altri casi deciderà assumendosene la responsabilità politica.

Iren, la multiutility molto utile al PD

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Molti torinesi non hanno mai ben capito che cosa sia cambiato negli ultimi anni nella gestione dell’energia torinese. In fondo, le bollette elettriche sono sempre più o meno le stesse; cambiano solo il nome e il logo in alto a sinistra. Una volta c’era scritto Enel o AEM, società che si dividevano la città; poi dal 2002 AEM Torino, che comprò la rete di Enel; poi dal 2006 Iride, quando AEM si fuse con l’AMGA di Genova; poi dal 2009 Iren, quando Iride si fuse con l’Enìa di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. (E non è finita: adesso si parla di fondere Iren con la lombarda A2A.)

Cosa c’è dietro a questo turbinio di operazioni societarie? Il progetto viene etichettato come Multiutility del Nord: mettendo assieme tutte le vecchie società elettriche municipali, si crea una enorme azienda energetica che potrà effettuare risparmi di scala e competere efficacemente a livello europeo, evitando che anche in questo settore gli stranieri vengano qui a spadroneggiare.

La realtà, purtroppo, è ben diversa, se non altro perché il progetto, dal punto di vista industriale, è stato un misero fallimento: Iren si ritrova ora con quotazioni di Borsa in picchiata (dunque facilmente comprabile) avendo accumulato in pochi anni un debito di oltre tre miliardi di euro. Se considerate che Torino è il maggior socio e detiene in varie forme circa il 26% del capitale, vuol dire altri 800 milioni di euro di debiti in testa ai torinesi, da sommarsi a quelli già mostruosi del Comune; tutto questo senza alcun vantaggio percepibile per i clienti in termini di servizi e tariffe.

La verità è se mai che Iren è la cassaforte privata del PD del Nord; una società prevalentemente pubblica in teoria, guardando l’elenco dei soci, ma gestita come una SpA privata da manager e notabili allineati al partito. Per esempio, fino a pochi giorni fa il presidente di FSU – la scatola cinese che contiene le quote Iren di Torino e di Genova – era il notaio Angelo Chianale, verbalizzatore di riferimento di tutta la Torino bene insieme alla moglie, il notaio Francesca Cilluffo.

Lui ricopriva altre cariche di prestigio, come la presidenza della Fondazione che organizza MiTo, per conto dell’amministrazione torinese; lei è diventata deputato PD subentrando a Fassino quando si è dimesso per fare il sindaco, e il suo unico atto rimasto nelle cronache (oltre al prendere ogni mese anche lo stipendio da parlamentare) è un intervento in aula in cui sciacallava sull’attentato al povero Musy insinuando, ovviamente senza la minima prova, che fossero stati i No Tav (insinuazione subito spinta anche da La Stampa) o in alternativa i difensori dell’articolo 18. Peccato che l’Agenzia delle Entrate abbia appena scoperto che, sui propri milionari guadagni da notaio, i due fossero usi ad evadere le tasse facendo passare per rimborsi spese una parte dei propri compensi.

Il controllo su Iren è spartito tra le varie città, tutte storicamente rosse. Iren è difatti amministrata da un comitato di quattro dirigenti in rappresentanza dei quattro soci principali, ovvero Torino, Genova, Reggio Emilia e Parma: la crema del Nord democratico. Peccato che qualcosa si sia inceppato e che da qualche mese Parma (già prima non molto allineata e dunque titolare del dirigente meno potente) sia fuori controllo; bene, qual è la risposta democratica? Torino, Genova e Reggio Emilia si accordano per escludere Parma dal governo di Iren, affidandolo a tre persone invece di quattro, con la scusa di riorganizzare Iren in modo più efficiente.

I cittadini, in questo scenario, sono soltanto vacche da mungere, privati di ogni controllo e sottoposti a un monopolio di fatto sulle forniture energetiche. Di esso fa parte anche il teleriscaldamento, spinto e decantato in nome di presunte virtù ambientali ed economiche che abbiamo già smentito in passato, ma che di fatto serve a trasformare un mercato (quello in cui potete comprare il gasolio per la caldaia da chi vi pare) in un monopolio (visto che lasciare il teleriscaldamento dopo averlo installato è quasi impossibile), che Iren in futuro potrà manipolare più o meno a piacere.

Lo stesso discorso vale per i rifiuti: Fassino sta procedendo con la vendita di Amiat e TRM (rifiuti e inceneritore) e in Municipio si dà per certo che l’acquirente sarà Iren. Per capire cosa succederà, basta vedere cosa ha scoperto in poche settimane la nuova giunta a cinque stelle di Parma: è venuto fuori il piano industriale dell’inceneritore che Iren vuole realizzare a Parma, da cui si scopre che era stato stipulato un accordo per cui l’incenerimento dei rifiuti sarebbe stato pagato a Iren 168 euro a tonnellata, contro un prezzo di mercato di 90-100 euro, garantendo a Iren un margine tra il 15 e il 25 per cento annuo, ovvero, su vent’anni, utili per centinaia di milioni di euro ricavati gonfiando il prezzo del 70%. Capite che il dare in mano a Iren per vent’anni il nostro inceneritore, al di là di tutti i gravissimi problemi di inquinamento che esso comporta, è un modo per spremerci meglio e per garantire a chi controlla Iren vent’anni di lucro a nostre spese, anche se domani l’amministrazione di Torino dovesse essere diversa.

Nemmeno i rappresentanti dei cittadini possono immischiarsi in Iren: a una richiesta formale – nemmeno nostra: della maggioranza – che chiedeva di accedere all’elenco delle consulenze date da Iren, è stato risposto che i consiglieri comunali di Torino non hanno alcun diritto di accedere a tali informazioni. Dunque Iren è pubblica quando c’è da pagare il debito, ma è privata quando c’è da gestire senza scocciature e senza controlli l’immenso giro di soldi che essa genera, e che può venire aumentato a piacimento in caso di necessità, a spese degli utenti che pagano le bollette.

Iren è sempre pronta a garantire una mano al PD quando serve, che si tratti di aiutare Fassino a non fallire o di sponsorizzare la festa nazionale del PD in piazza Castello nel 2010; tanto, i soldi vengono trovati facendo debiti che resteranno sulle spalle dei soci, ossia noi. Quando il buco diventa troppo grande, in ossequio alla “finanza moderna” tanto cara al centrosinistra, si organizza una fusione con qualche azienda simile spacciandola per un grande passo avanti verso un luminoso futuro, in modo da gabbare qualche piccolo investitore di Borsa. Quando il sistema salterà, qualche privato – italiano o straniero – comprerà le nostre ex municipalizzate per un tozzo di pane, mentre noi cittadini dovremo pagare debiti all’infinito. Benvenuti al Nord.

Acqua alta a Falchera

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È tempo di vacanze e molti sognano di andare a Venezia. Ma perché? Anche se quasi nessuno lo sa, anche a Torino c’è una piccola Venezia: alla Falchera. Nell’area più vicina alla stazione Stura, infatti, garage, ascensori e cortili si trasformano in piscine estive, in molti casi con quasi un metro d’acqua. E lo fanno ogni estate. Da dieci anni.

A chi non farebbe piacere avere le fondamenta della casa invase dall’acqua per almeno tre mesi l’anno, con il rischio che a lungo andare marciscano e crolli tutto? Magari una casa comprata a prezzo di grandi sacrifici e per la quale ci si sta tuttora impiccando con il mutuo, nonché si pagano regolarmente IMU, TARSU e altre tasse?

Gli abitanti delle case si organizzano come possono, ad esempio dotandosi di grandi pompe. Ma è inutile, perché questa non è acqua fuoriuscita una tantum da qualche parte, ma è proprio la falda acquifera che sta sotto la pianura tra Torino e Lanzo, e che qui (ma anche al Villaretto e a Bertolla, proprio dove vogliono costruire decine di nuove palazzine, e dove hanno risolto il problema vietando alle nuove case di avere le cantine) è pochi metri sotto il terreno. E dunque, puoi pompare tutta l’acqua che vuoi, ma il livello non scende: c’è un intero pezzo delle Alpi a riempire di nuovo la vasca.

Quando le case sono state costruite, però, non era così; tanto è vero che tutte queste case sono regolarmente autorizzate dal Comune. La falda è risalita, dicono le istituzioni, perché non ci sono più le industrie che consumano l’acqua. Sicuramente è vero, tanto che anche altre città del Nord ex industriale, Milano in testa, hanno lo stesso problema.

E però, colpisce la coincidenza per cui il fenomeno è improvvisamente diventato pesante proprio tra il 2002 e il 2004, ovvero quando GTT ha costruito il nuovo sottopasso del 4, che parte dal fondo di corso Giulio Cesare, passa sotto la stazione Stura e riemerge a Falchera poco oltre queste case. Un’opera da decine di milioni di euro salutata come un grande regalo per Falchera, la fine del suo storico isolamento, con tagli di nastro e giubilei chiampariniani.

In realtà, gli abitanti e i loro periti sostengono che proprio quel sottopasso, costruito in maniera improvvida perpendicolarmente alla falda, ha creato una diga sotterranea che fa risalire l’acqua subito a monte, ovvero nelle case che vedete nel video. Ma le istituzioni negano: perché altrimenti il Comune potrebbe dover pagare decine di milioni di euro di danni ai cittadini. E dunque, è colpa delle piogge, della crisi industriale, del tempo che passa.

Da anni le istituzioni si rimpallano il problema senza risolverlo. Noi avevamo citato questa vicenda come esempio, nel discorso in piazza Castello, e quindi vogliamo mantenere le promesse; appena eletti, la scorsa estate, abbiamo fatto una interpellanza, a cui la giunta ha risposto che avrebbero provveduto insieme a Provincia e Regione a finanziare uno studio.

Ne abbiamo fatta un’altra in primavera, per chiedere come andava: la nuova risposta è stata che lo studio non si è fatto, naturalmente secondo il Comune per colpa della Regione, secondo la Regione per colpa del Comune. Sta di fatto che un altro anno è passato senza che si facesse niente; e colpiscono i ringraziamenti dell’assessore perché gli abitanti sono stati “civili e oggettivi” (si aspettavano torce e forconi?) e l’impegno in conclusione di discuterne quanto prima in Commissione Ambiente (sono passati tre mesi e ancora la riunione non è stata fissata).

A questo punto il Movimento ha deciso di finanziare, con i soldi tagliati dagli stipendi dei consiglieri regionali, delle analisi per verificare se quest’acqua oltretutto è anche inquinata, con conseguente emergenza sanitaria e obbligo di intervento rapido.

Sorpresi? Si sa che a Torino tutto va bene, non ci sono tagli, non ci sono problemi. Notizie come questa devono passare per forza a mezza voce, confinate al massimo alla pagina dei quartieri de La Stampa, se non in qualche caso eccezionale o quando ci scappa il morto, caso in cui sono concessi un paio di giorni di visibilità seguiti da grandi promesse della politica, che poi invariabilmente finiscono nel nulla.

Chiomonte, lo Stato in gabbia

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Sabato scorso ancora una volta il popolo No Tav si è riversato sui sentieri tra Giaglione e Chiomonte, attorno al cantiere che non c’è. E’ stata una giornata di festa, alla faccia di uno Stato che in Valsusa è sempre più lontano e sempre più ridicolo.

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Partiamo per le frazioni di Giaglione, in un serpentone lunghissimo di cui non si vede la fine. Dopo un po’, la strada principale è bloccata, come già lo scorso ottobre; e come già allora, nessuno demorde. Basta inoltrarsi nella montagna, seguendo l’antico dedalo di sentierini e muretti a secco che mostrano com’era una volta questa montagna meravigliosa, piena di casette e di coltivazioni povere ma importanti, e com’è adesso, abbandonata dall’incuria degli uomini moderni.

Il sentiero supera un crinale e si fa più stretto, proseguendo a mezza costa verso la val Clarea. Si forma un gigantesco ingorgo di persone, ferme in fila indiana aspettando che il corteo riesca a proseguire. Il serpentone si sfrangia in rivoli che sfruttano ogni varco nel bosco, cercando di arrivare alla meta: il rio in fondo alla valle.

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Laggiù, il punto più difficile: il guado. E’ un’esperienza che resterà nella memoria di molti, perché il passaggio non è agevole; bisogna saltare tra grandi pietroni per poi varcare il fiume in punta di piedi, senza scivolare nell’acqua gelida in cui ci si potrebbe rompere il collo. E’ un grande esempio di solidarietà No Tav; dai giovani col cane fino alle vecchiette, tutti si aiutano a vicenda. Perfetti sconosciuti si sbracciano e si abbracciano per aiutarsi a passare, mentre un gruppo di attivisti si ferma sui vari guadi per un’ora a porgere la mano a tutti quelli che ne hanno bisogno.

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Si risale la montagna, e sono ormai quasi tre ore di marcia: siamo sopra al cantiere. E’ la prima volta che lo vedo da così vicino, e la sensazione è orribile: al posto di quella che era una serie di prati e di boschi c’è ora un’enorme montagna di terra smossa, una devastazione ambientale mostruosa. Ci raccontano che i proprietari sono stati privati di tutto, che la natura è stata svenduta dallo Stato, ogni castagno secolare risarcito con cento euro e via. Dentro, peraltro, non c’è niente; solo mezzi delle forze dell’ordine e qualche vago arnese in un angolino - non certo le attrezzature che servirebbero per fare davvero un lavoro epocale come il Tav.

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Quella che era l’area archeologica della Maddalena, dove ai tempi della Libera Repubblica No Tav si entrava con le pattine e stando attenti a non rovinare l’erba, è diventata un parcheggio per camionette e cingolati: nemmeno i cinghiali si comportano così. Sulla nostra testa continua a girare l’elicottero… tutto a nostre spese, milioni di euro pubblici buttati nel cestino senza un motivo plausibile, per un’opera che via via tutta Europa sta abbandonando, ultima la stessa Francia.

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Eppure, la tristezza per tutto questo spreco e questa devastazione lascia spazio anche alla soddisfazione: quella che viene dal senso di libertà. Sono loro a essersi chiusi da soli dentro il recinto, come animali feroci; noi gli giriamo intorno come vogliamo, sbuchiamo dai cespugli e dagli alberi, siamo in ogni angolo, migliaia di persone che li costringono dentro. Noi siamo in vacanza, a fare una bella passeggiata nei boschi tutti insieme; loro sono fermi sotto il sole a difendere il nulla da un nemico che non c’è, già sapendo che tanto i soldi mancano e l’opera non si farà mai. Anche dal punto di vista politico, nonostante l’informazione al loro servizio, sono loro quelli chiusi nell’angolo.

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Proseguiamo a mezza costa in mezzo alle bellissime vigne; molti sono tornati indietro per riprendere l’auto a Giaglione, altri hanno ceduto alla stanchezza, ma noi proseguiamo felici. Una signora anziana chiacchiera con un ragazzo di un centro sociale, che le racconta la storia della sua vita (viene da Piacenza, dunque per i giornali sarebbe un mercenario militare anarco-lanciatore di pietre convocato sul posto dalla Spectre). Arriviamo infine a Chiomonte, al ponte della centrale.

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Sul costone c’è l’ennesimo recinto con i tutori dell’ordine ordinatamente chiusi dentro; sul ponte c’è Alberto Perino che saluta tutti e dà una stretta di mano e un abbraccio a chiunque passi di lì, come premio per quattro ore di marcia; e l’essere arrivati in fondo è un gran premio di suo. Di fronte, la Dora è piena dei bagnanti del campeggio No Tav, il terribile “campo paramilitare” di ragazzi in bermuda e famiglie accaldate.

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Risaliamo fino a Chiomonte per tornare poi a Torino. E’ stata una splendida giornata e torniamo tutti a casa stanchi, ma con il morale alto: quest’opera è ormai agli sgoccioli e in gabbia ci sono soltanto loro.

P.S. Il movimento No Tav lancia la quarta edizione di Compra un posto in prima fila, per chi volesse acquistare una quota di proprietà di uno dei terreni teoricamente destinati ad essere invasi dai cantieri del Tav. Anche il Movimento 5 Stelle di Torino e del Piemonte parteciperà all’acquisto. Le quote partono da venti euro, aderite numerosi; contattateci per aderire con noi, oppure visitate i siti No Tav.

Lo schifo dei rifiuti in Sala Rossa

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Scusate se sarò un po’ lungo, ma l’arrivo dei rifiuti in Sala Rossa è stato un vero schifo; il punto più basso di un anno di gestione Fassino.

E così, alla fine anche i rifiuti e l’inceneritore, dopo i trasporti e l’aeroporto, sono stati privatizzati. Nonostante il nostro ostruzionismo, svolto in perfetta solitudine e contro tutti i partiti, e dopo una maratona di tre giorni, il consiglio comunale mercoledì sera ha approvato di mettere in vendita il 49% di Amiat - ma non vi inganni la percentuale, col 49% sarà data al privato anche la gestione - e l’80% di TRM (inceneritore).

In campagna elettorale, il centrosinistra aveva promesso l’esatto opposto: nelle linee programmatiche di Fassino, approvate un anno fa, a pagina 15 si legge che “si valuterà l’utilizzo degli asset delle partecipate, tenendo in ogni caso conto di due vincoli: il mantenimento del controllo della società da parte del Comune ed il nuovo quadro politico e normativo determinato dall’esito dei referendum del 12-13 giugno 2011″.

Infatti, un mese fa la delibera era partita dicendo che si sarebbe venduta la minoranza delle due aziende, e solo perché si era obbligati dalla legge dello scorso agosto che di fatto forzava i Comuni a vendere. Su questa ipotesi si è espressa la città, e in particolare le circoscrizioni; poi, all’ultimo momento, è diventata “vendiamo la maggioranza dell’inceneritore perché ci servono soldi”.

Poi, venerdì scorso, la Corte Costituzionale ha ribadito che il referendum aveva abolito l’obbligo di vendere le società comunali, e ha cancellato la legge a cui Fassino si era continuamente riferito; bene, facendo finta di niente, nel giro di una domenica la maggioranza ha presentato un emendamento di venti pagine che riscriveva da capo la delibera, ammettendo almeno la verità: la Città vende queste aziende perché ha bisogno assoluto di soldi.

In commissione, il vicesindaco ci ha fatto il conto della serva: per rientrare nel patto di stabilità il Comune deve incassare entro fine anno 330 milioni di euro. Pensa di prenderne 50 dal 28% dell’aeroporto, 100 dal 49% di GTT, 30 dal 49% di Amiat e dunque dall’inceneritore ne devono entrare almeno 150; per arrivare a questa cifra non basta vendere il 49%, serve vendere l’80%.

Per raggiungere questo obiettivo di brevissimo termine, si vende un’opera pericolosissima, nociva per la salute e per l’ambiente, che aumenterà il tasso di mortalità e di malattia in Torino e cintura; e se ne perde il controllo, dandolo in mano a un privato che avrà come unico obiettivo quello di guadagnarci il più possibile (secondo voi farà per bene la manutenzione programmata?), e impegnandosi per vent’anni a portarvi i rifiuti a qualsiasi costo, nonostante il Parlamento Europeo abbia deliberato qualche mese fa (punto 32) che entro il 2020 dovrà essere introdotto il divieto di incenerire qualsiasi tipo di materiale potenzialmente compostabile o riciclabile, cioè quasi tutti i rifiuti. Anzi, all’ultimo momento, per aumentare ancora un po’ il valore dell’azienda, hanno pensato addirittura di aumentare la durata della concessione a trent’anni - per fortuna questa cosa è saltata!

Tutta l’operazione è stata raffazzonata, con continui e improvvisi cambi di rotta a seconda del momento. Ma almeno, servirà a qualcosa? Certo non ad abbassare la TARSU, dato che il gestore privato dovrà guadagnarci: in delibera è già stata inserita una “remunerazione” del 2,5% sulla raccolta rifiuti, alcuni milioni di euro in più per tutti noi. Ma non servirà nemmeno ad evitare il dissesto della città: magari si tamponano le casse per quest’anno, ma l’anno prossimo? Cosa si venderà, la Mole?

Infatti il consiglio comunale non ha mai discusso sulla motivazione vera di questa operazione, ovvero il fare cassa: non ha mai discusso se pagare il debito sia un dogma incontestabile o se sia possibile andare a rinegoziare il patto con le banche, tagliando una parte dei debiti e spostando gli altri più in là nel tempo. Fassino in aula ha detto che Torino deve mantenersi da sola, a costo di vendere tutto quello che ha, e che non ha senso chiedere al governo centrale di cambiare la politica economica del Paese, salvo poi il giorno dopo andare in piazza davanti alle telecamere a chiedere la modifica della spending review (schizofrenia?). Questa discussione è tabù: non si può fare.

Ma non si è fatta nemmeno una discussione sull’acquirente più probabile, ovvero quella Iren che in teoria è una società pubblica, ma che di fatto è una società privata del PD; e che per Fassino dovrebbe diventare la base di una “multiutility del Nord” che gli permetta di gridare “abbiamo una grande azienda!”. Peccato che Iren in pochi anni abbia accumulato tre miliardi di euro di debiti; i nostri beni comuni, costruiti da generazioni di nostri antenati, vengono inseriti in questa scatola finanziaria e progressivamente spolpati, lasciando alla teorica proprietà, i Comuni, soltanto i conti da pagare. Anche i nostri rifiuti faranno questa fine?

L’ultima nota è per la tristezza del teatrino politico: a un certo punto, in aula, la Lega difendeva i beni comuni mentre il centrosinistra insisteva che era meglio privatizzare. Gli stessi partiti che esultavano per il referendum, con tanto di manifesti sul vento che cambia, ora insistono che il referendum non vale e non diceva quello che diceva. Il PD almeno è coerente, è ormai un partito liberista e amico della finanza; IDV invece non si sa che linea abbia, in aula uno ha addirittura votato a favore - si dice su ordine diretto di Di Pietro, anche se lui smentisce - e uno è scappato per non votare.

Ma il massimo è stato il comportamento di SEL: il lunedì mattina il suo segretario e capogruppo Curto sui giornali chiedeva un rinvio dell’operazione; il lunedì sera in aula SEL ha votato contro il rinvio da noi formalmente proposto. Mercoledì, dopo settimane che dicevano che la loro richiesta fondamentale era che si vendesse solo il 49%, SEL ha votato contro l’emendamento della Lega che lo proponeva. Peraltro mercoledì Curto non si è nemmeno presentato in aula: era già in viaggio per Cuba, ospite del governo di Fidel. SEL fa regolarmente l’opposto di quello che dice: possibile che nessuno dei loro elettori se ne accorga?

Il PDL, poi, era impegnato a chiedere apertamente a Fassino di cacciare SEL e farsi invece appoggiare da loro. Non scherzo: a un certo punto il capogruppo Tronzano ha detto apertamente “Fassino, se lei caccia SEL noi votiamo la delibera”. Che durissima opposizione!

Capite come, in questo scenario di inciuci e manovrine, dei beni comuni importi veramente a pochi; per molti è più importante evitare ad ogni costo di andare tutti a casa l’anno prossimo, come facilmente accadrebbe se la vendita fallisse, per tenere ancora per un po’ le mani sulla città.

Variante 200, la variante che uccide

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Di storie incredibili, in un anno in Comune, ne ho viste tante: ma quella che vedete nel video le batte tutte. E’ la storia di una azienda mandata in fallimento dalle scelte urbanistiche e dalla lentezza dell’amministrazione comunale, e più precisamente dalla famosa Variante 200, proprio quella che viene continuamente sbandierata come un meraviglioso progetto di rinnovamento e sviluppo di Torino.

Ho conosciuto Roberto Padoan, il patron di Scubatica, alcuni mesi fa: lui si è rivolto a tutte le forze politiche e autorità cittadine, io sono stato l’unico a rispondere. Mi ha raccontato la storia che sentite nel video: quella di un imprenditore con un progetto innovativo che si indebita per centinaia di migliaia di euro per portarlo avanti, comprando una vecchia fabbrichetta meccanica e investendo sui prodotti.

Tutto va bene fin che non arriva il Comune a dirgli di punto in bianco che, per favorire l’accesso al nuovo quartiere della Variante 200 che devono costruire oltre il suo stabilimento, hanno deciso di allargare la futura via Regaldi rispetto a quanto previsto dal piano regolatore sin dal primo Novecento, nonché di costruire l’immancabile rotonda all’angolo con via Pacini, e dunque gli portano via un bel pezzo di fabbrica.

Senza la fabbrica in cui farli, però, non si possono realizzare i nuovi prodotti; e dunque bisogna fermare tutto e trovare una nuova sede, che però costa, come costa traslocare macchinari di stampaggio alti quattro metri e pesanti tonnellate. Se prima non si vende la sede attuale, non ci sono i soldi per spostarsi; altro credito ovviamente non te ne fa nessuno; ma chi comprerà una fabbrica dimezzata?

Qui entra in gioco il Comune, che suggerisce la seguente soluzione: la Città rende il terreno edificabile per un bel palazzo di otto piani, così gli immobiliaristi lo comprano e Scubatica ha i soldi per spostarsi. Peccato che, nonostante le promesse, nessuno compri, o comunque vengano fatte offerte a prezzo stracciato, insufficiente a pagare anche solo le spese di trasloco.

Il motivo ufficiale è che “il mercato è in crisi”, ma mettetevi nei panni di chi vive di speculazioni immobiliari: Scubatica non può portare avanti il proprio business plan, ma deve continuare a pagare costi, stipendi, mutui per l’acquisto della sede ora inutile; con l’attività ridotta, conseguente alla mancata espansione, non ce la può fare. La vicenda burocratica si trascina per due, tre anni; ogni volta il Comune minaccia l’arrivo imminente delle ruspe - questione di settimane - ma poi c’è sempre un motivo per cui tutto resta fermo. A forza di perdite, Scubatica non può che fallire; e dunque perché darsi la briga di comprare ora, quando si può comprare a metà prezzo tra pochi mesi dal curatore fallimentare?

La cosa pazzesca è che il Comune dovrebbe fare gli interessi di tutti; di chi costruisce, ma anche di chi già si è insediato lì; progettando una trasformazione come questa, dovrebbe comunque difendere chi ci si trova in mezzo. Difatti per prima cosa abbiamo chiesto che l’assessore Curti facesse il proprio lavoro di “moral suasion”; in risposta a una nostra interpellanza, l’assessore aveva detto che tutto andava bene e che le offerte di acquisto del terreno stavano partendo. Abbiamo sollecitato ancora, in questi mesi, e non è successo nulla.

Infatti, quando si tratta di fare una variante al piano regolatore - operazione che, per legge, può essere fatta soltanto nel pubblico interesse, e non per l’interesse di privati - gli operatori immobiliari diventano “partner” che aiutano la “trasformazione urbana”; quando si tratta dei diritti dei cittadini, diventano privati a cui l’amministrazione non può imporre nulla, per colpa naturalmente del “mercato”.

E però, tramite lo strumento urbanistico del “piano particolareggiato”, l’amministrazione può invece imporre a Scubatica e agli altri proprietari di realizzare il progetto della variante, costruendosi da soli i palazzi se necessario, oppure espropriargli i terreni a basso prezzo e in più addebitargli i costi della demolizione e della bonifica dei loro edifici!

In nome dell’ennesima speculazione venduta come grande progetto per il bene di tutti, il Comune considera l’azienda come una vittima collaterale; addirittura, Padoan racconta come i tecnici comunali gli abbiano detto che è colpa sua, che quando si è insediato lì ha effettuato un “incauto acquisto”, perché avrebbe dovuto immaginare che il Comune due anni dopo magari avrebbe voluto allargare la strada…

La Variante 200, al momento, è un morto che parla; Torino è già piena di decine di migliaia di nuovi alloggi vuoti e invendibili - a cui peraltro Fassino, dopo aver spremuto le famiglie e le aziende fino al massimo delle aliquote, ha appena concesso agevolazioni sull’IMU - e anche chi doveva investire in quell’area ora non è più così certo di volerlo fare. La seconda linea di metropolitana è fumo negli occhi, lo Stato ha già negato persino il primo timido finanziamento per le due fermate dal passante ferroviario al San Giovanni Bosco. Vedremo se e quando partiranno dei lavori, ma nel frattempo ci sono già le prime vittime: le persone di Scubatica, messe in mezzo a una strada.

P.S. Giovedì 19 luglio alle 21 in via Lessona 1/E faremo una serata a tema sull’urbanistica di Torino, spiegando come funziona il piano regolatore e dove sono previste le prossime colate di cemento. Non mancate!

La giustizia a Torino e il Palazzo del Lavoro

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Per chi, come noi, sostiene da tempo la lotta dei cittadini di via Ventimiglia e del comitato SalvaItalia61 contro la trasformazione del Palazzo del Lavoro in un centro commerciale (nel video vedete una nostra piccola manifestazione dello scorso dicembre e tutte le ragioni della protesta), venerdì è stata una grande giornata: una sentenza del TAR Piemonte ha completamente annullato le delibere di consiglio comunale che approvavano la variante al piano regolatore che permetteva il progetto, riazzerando tutto.

E’ meno bello, però, scoprire esattamente perché il TAR Piemonte ha considerato illegittimo il progetto. E’ perché si tratta di un monumento nazionale, opera del grande architetto Pier Luigi Nervi costruita per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia, e come tale meritevole di rispetto e tutela e magari di un uso pubblico, per qualcuno dei tanti servizi utili al quartiere? No, assolutamente, anzi la vendita del palazzo dal Demanio e dal Comune ai nuovi proprietari - la società Pentagramma, ovvero Gefim, uno dei maggiori immobiliaristi privati torinesi, e Fintecna, impero delle partecipazioni statali - è stata considerata legittima.

E’ perché il terreno sotto il palazzo è inquinato? No, perchè è vero che il terreno è pieno di metalli pesanti e residui industriali pericolosi per la salute - si dice che nella prima metà del Novecento fosse usato come discarica per le lavorazioni del Lingotto - ma siccome il Comune ha modificato la destinazione del terreno in commerciale, e siccome i limiti di legge per l’inquinamento delle aree commerciali sono molto più alti di quelli per le aree verdi e residenziali, il terreno del palazzo non è legalmente inquinato; anche se lo stesso identico terreno un metro più in là, oltre la recinzione, dentro il parco di Italia ‘61 e nel giardinetto dell’asilo nido Il Laghetto, è invece legalmente inquinato, dato che si applicano i limiti di legge più bassi; ma quelli sono terreni comunali e dunque la bonifica è a nostro carico.

E’ perché il nuovo insediamento attrarrà ulteriore traffico in una zona già completamente intasata, con code di chilometri alla Rotonda Maroncelli e su via Ventimiglia nelle ore di punta, danneggiando ulteriormente la salute dei residenti con l’inquinamento? No, anche se non ci sono i soldi per fare sistemazioni viabili più complesse di un paio di rotonde e corsie di uscita, quello non è un problema.

E’ perché un centro commerciale in quel palazzo ucciderebbe tutti i negozi del quartiere nel raggio di diversi isolati? Un po’ sì, ma per i piccoli negozi non si sarebbe certo scomodato il TAR.

Infatti, il motivo per cui il TAR Piemonte ha bloccato tutto è il ricorso della società 8 Gallery Immobiliare, che gestisce l’omonimo centro commerciale promosso dalla Fiat e poi rigirato nel vortice delle finanziarie immobiliari; ovviamente l’8 Gallery sarebbe danneggiata dalla concorrenza di un altro centro commerciale in zona, e dunque hanno fatto ricorso e hanno vinto.

Sicuramente, se quelli di 8 Gallery hanno vinto, avevano ragione; eppure il commento di corridoio più frequente è che “solo la Fiat poteva vincere un ricorso al TAR contro il Comune”. Già, perché i ricorsi al TAR Piemonte da parte di cittadini e comitati contro la cementificazione del territorio e la svendita dei beni comuni si sprecano; e però, tutti questi ricorsi sono generalmente respinti, e vince regolarmente il Comune. L’ultima è l’ordinanza, uscita anch’essa venerdì, con cui il TAR Piemonte boccia il ricorso del comitato referendario dell’acqua pubblica contro la svendita di GTT, Amiat e TRM, con la motivazione per cui i cittadini non avrebbero il diritto di contestare per vie legali il modo in cui il Comune vende la proprietà di tutti, anche nel caso in cui tale modo fosse eventualmente illegale o irregolare.

Sicuramente, se i cittadini hanno perso, avevano torto; eppure si nota come, quando i cittadini hanno la forza di appellarsi al Consiglio di Stato, lasciando Torino e andando a Roma, le cose non di rado cambiano. Per esempio, il ricorso contro la speculazione immobiliare sull’area ex Fiat Isvor di corso Dante, anch’essa in mano a Gefim, è stato bocciato a Torino, ma a Roma il Consiglio di Stato ha invece subito concesso una sospensiva (siamo in attesa della sentenza).

Non sfuggirà ai lettori attenti che pochi mesi fa il presidente del TAR Piemonte Franco Bianchi è stato indagato perché, secondo l’accusa, si sarebbe messo d’accordo col segretario generale del Comune di Torino nella gestione Chiamparino, Adolfo Repice: Bianchi avrebbe aggiustato le sentenze del TAR in favore della segreteria comunale, e Repice in cambio avrebbe provveduto a una raccomandazione per far entrare il figlio di Bianchi in Rai come regista televisivo. L’inchiesta è in corso, vedremo come finirà; nel frattempo Bianchi è andato a casa con una lauta pensione, a nostre spese (non si sa se suo figlio sia poi entrato in Rai, a nostre spese; Saccà nega).

E dunque non si può che concludere che a Torino, oltre a fare un bel repulisti della politica, sarebbe proprio il caso di buttare un occhio anche sulla magistratura.

Fassino e le bici

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Domenica scorsa io, Chiara e moltissimi attivisti del Movimento torinese abbiamo partecipato al Bike Pride, insieme a migliaia di persone; un mare di biciclette che ha invaso la città, accolto generalmente - a parte l’inevitabile manipolo di automobilisti frustrati - con grande festa da tutti i passanti. Nessuno si aspettava davvero una partecipazione del genere; alcuni giornali hanno parlato persino di ventimila biciclette.

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E’ da quando siamo entrati in Comune, e ormai è un anno, che lavoriamo sulla mobilità ciclabile. O meglio, ci proviamo; perché è un anno che a tutte le proposte, richieste e segnalazioni viene risposto che “bisogna aspettare il bici plan”. Il bici plan sarebbe un allegato al piano della mobilità del Comune, il cosiddetto PUMS, che fu approvato nel febbraio 2011 (più di un anno fa, c’era ancora Chiamparino). L’allegato dovrebbe indicare quali sono le piste ciclabili e le altre infrastrutture per ciclisti che la Città intende realizzare nei prossimi anni.

Ora, già non si capisce, se davvero la ciclabilità è importante, perché non abbiano semplicemente inserito il piano ciclabile dentro il PUMS, insieme alle nuove strade e ai progetti per i mezzi pubblici; dubbio che si aggiunge a quello sull’ostinazione con cui le biciclette sono ancora in buona parte assegnate alla categoria “Ambiente” anziché alla categoria “Trasporti”. Comunque, questo “bici plan” è diventato un vero Santo Graal della nostra attività amministrativa; è passato un anno e ancora non ne abbiamo visto nemmeno una bozza, e nel frattempo le proposte in materia - ad esempio una nostra mozione presentata a dicembre che propone una serie di criteri di banale buon senso, come non far finire le piste nel nulla e non piazzarci in mezzo dei gradini, cose che pure a Torino accadono ordinariamente - vengono tranquillamente insabbiate.

L’amministrazione si è però svegliata dal torpore proprio giovedì scorso - combinazione, tre giorni prima del Bike Pride - quando è stata convocata una commissione in cui gli assessori Lubatti e Lavolta ci hanno presentato… il bici plan? No, quello ancora non c’è, però è stata presentata la presentazione del bici plan, così almeno sappiamo più o meno cosa ci sarà dentro. La presentazione è interessante, però alla fine non dice nulla di trascendentale: qui bisogna soprattutto decidere dove e come fare le piste, e metterci sopra dei soldi. Ma quello sta nel bici plan, che arriverà, si spera, dopo l’estate.

La mattina dopo, La Stampa ha riportato la discussione con un titolo a caratteri cubitali: “Mai più dehors sulle piste ciclabili” - virgolettato, ovvero presentato come dichiarazione degli assessori. Bello! Peccato che proprio quella mattina fossimo in commissione a discutere il nuovo regolamento per l’occupazione del suolo pubblico, e di tale previsione non ci fosse la minima traccia; anzi, ho alzato la mano, ho chiesto agli uffici dell’assessore competente (che non è né Lavolta né Lubatti, ma Curti) e si son quasi messi a ridere, ricordando che i dehors contestati (via Verdi) sono stati autorizzati prima di costruire le piste ciclabili e che comunque non c’è nessuna regola che affronti il problema.

A questo punto ovviamente ho scritto io un emendamento al regolamento in questione, che vieta esplicitamente di concedere dehors, chioschi, installazioni pubblicitarie e simili sulle piste ciclabili e sulle aree dove devono essere costruite; vedremo lunedì prossimo se verrà approvato. Nel frattempo, però, spero che sulle biciclette Fassino si possa dare una mossa; farò sinceramente i complimenti agli assessori se riusciranno a smuoverlo, visto che questa è pur sempre la città dell’auto e che secondo il giornale cittadino, rubrica Specchio dei Tempi, il vero problema di Torino sono i ciclisti.

Per ora, l’unico approccio del sindaco con le bici è quello contenuto nel video che vedete, nel quale non solo vengono commesse infrazioni varie (in bici sotto i portici?), ma si vede il panico di Fassino che interrompe a metà i discorsi per dire “piano, che c’è lo scalino” e, a ben tre isolati dalla partenza, “possiamo andare di là e rientrare in Comune”.

Punto Ambiente chiude, una vittoria dei cittadini

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Ogni tanto l’impegno paga; e per tutti quelli che negli anni hanno passato notti insonni per la puzza che si spandeva per Torino oggi ho una buona notizia.

Questa mattina infatti, durante un’audizione, l’amministratore delegato dell’Amiat Maurizio Magnabosco ci ha comunicato che il tristemente famoso impianto di compostaggio Punto Ambiente di Druento, di proprietà del Cidiu e responsabile delle puzze che ammorbano Torino ormai da alcuni anni, verrà chiuso e sottoposto a una radicale ristrutturazione per eliminare gli odori. Non conosciamo né i tempi né i dettagli, ma la notizia è data per sicura ed è stata comunicata anche da altre fonti.

Sin da quando siamo entrati in consiglio comunale ci siamo battuti per la chiusura dell’impianto con ogni mezzo a disposizione, fino a riuscire a far approvare lo scorso 13 febbraio in Sala Rossa un ordine del giorno con cui la Città sottoscriveva la richiesta di chiusura nel caso in cui la puzza non fosse sparita entro aprile. Naturalmente, se la chiusura è avvenuta è anche per l’impegno delle autorità cittadine e provinciali, a partire dall’assessore Lavolta, nel portare avanti il problema e mettere i proprietari dell’impianto di fronte alle proprie responsabilità; eppure penso che se non ci fosse stata la pressione continua dei cittadini infuriati, che hanno mandato lettere ai giornali e inseguito i politici in ogni occasione, e anche la nostra azione dentro le istituzioni, probabilmente la chiusura non sarebbe mai avvenuta.

Resta però da capire chi pagherà per le notti insonni dei torinesi e per lo spreco di denaro pubblico in un impianto nato inutilizzabile e costato già oltre venti milioni di euro, a cui se ne aggiungeranno dodici (pare messi da privati) per la riconversione al compostaggio anaerobico (che non puzza) con cogenerazione di energia da biogas. Ma ora potremo pensarci con più calma…

A testa alta

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Lunedì sera il consiglio comunale ha parlato di Tav due volte; la prima in risposta alle comunicazioni urgenti di Fassino sugli scontri di sabato, richieste da noi (il punto saliente del suo intervento è che Luca Abbà sarebbe caduto perché il suo telefonino ha creato un arco elettrico coi cavi…); la seconda su due ordini del giorno, uno del PD sostenuto anche dal centrodestra, l’altro di SEL e IDV, che esprimevano solidarietà a Caselli per le minacce di morte prendendo nel contempo posizione rispettivamente “Sì Tav” e “Forse Tav”. Nel video in alto trovate il mio primo intervento; segue quello nella seconda discussione, difficile per le continue interruzioni e contestazioni dai banchi del PD (purtroppo nel video si sentono poco) e per la mia tracimante incazzatura.

Oggi Specchio dei Tempi apre non a caso con una lettera che dice: non importa se un ragazzo è caduto dal traliccio, cavoli suoi, io dovevo passare di lì e ci ho messo molte ore in più. Propaganda a parte, e comunque la si pensi sul Tav, il cinismo di molti è davvero disperante: chi se ne frega se una persona sta morendo per un ideale, l’importante è che io possa arrivare di corsa dove devo andare.

E chissà con che fretta poi, dato che la maggior parte degli italiani sono schiavi di una società che li obbliga a correre tutto il giorno per riuscire a malapena a sopravvivere, mentre una piccola parte vive nella ricchezza ottenuta spesso tramite soprusi, ruberie e manipolazioni della politica. Non di rado le persone che reclamano “ordine e disciplina” sono poi le prime a brontolare per la crisi e la corruzione; ma non fanno altro che lamentarsi, senza mai alzare la testa.

A me dispiace molto per i disagi che molte persone subiscono per le manifestazioni No Tav e me ne scuso, ma la Torino-Lione è l’ennesimo modo per portare 22 miliardi di euro nelle tasche dei grandi gruppi economici (quindi dei partiti che loro finanziano) e delle mafie (è già provata in tribunale l’infiltrazione della criminalità organizzata in tutta l’alta velocità italiana) quando allo stesso tempo gli stessi politici ti dicono che devono aumentare i biglietti del pullman del 50%, chiudere gli asili e far morire la gente sulle barelle al pronto soccorso perché “non ci sono soldi”. Se poi qualcuno preferisce che 22 miliardi di euro di soldi nostri vengano spesi in un treno supercostoso e inutile invece che nei servizi pubblici che usiamo tutti quotidianamente, va bene, è una opinione legittima, però poi non si lamenti della condizione in cui versa l’Italia.

Lunedì, dopo il mio intervento, io e Chiara abbiamo litigato ancora con alcuni consiglieri del PD; ci accusano di non rispettare le istituzioni, di contestare la magistratura, di fiancheggiare le manifestazioni e anche le violenze. Ma credono forse che non ci siamo chiesti dove porterà questo clima, dove finirà l’Italia? Eppure, i partiti di ogni colore ci chiedono, per non mettere a repentaglio la tranquillità di tutti, di chinare la testa; di accettare la corruzione, la prevaricazione, la distruzione dei beni comuni. Questo, mi spiace, non lo possiamo fare; ce lo vieta in primo luogo la nostra coscienza.

E non possiamo smettere di pensare che la prima responsabilità di ciò che sta accadendo sta in chi, avendo la responsabilità di gestire le istituzioni in nome del popolo, è disposto a sacrificare la pace e la democrazia per perseguire ad ogni costo un affare economico da miliardi di euro.

Murazzi " Night and Day", una riqualificazione possibile.

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I Murazzi sono una delle parti più suggestive del centro di Torino.

Devono il loro nome agli alti muri , in piemontese murass, che furono innalzati per proteggere la città dalle esondazioni del Po e servirono per moltissimo tempo come punto di approdo delle imbarcazioni e come rimesaggio delle barche.

Ma la pesca si sà in un fiume inquinato è poco praticabile e negli anni '70 si pensò di trasformare i locali sotto gli archi in locali per il divertimento notturno.

E se la movida si può intendere come una ricchezza per la città, nel caso specifico dei Murazzi si è arrivati a un vero e proprio problema di gestione di una zona ad alto affollamento notturno, con spaccio e malavita diffusa.

Solo le piene del Po salvano gli abitanti della zona dai disagi che un certo specifico turismo notturno provoca. Ma a parte il disagio dei residenti e i problemi di ordine pubblico, il complesso dei Murazzi del Po è comunque, sotto tutti i punti di vista, sottoutilizzato.

Architettonicamente è un sito straordinario realizzato con argini in blocchi di pietra con scivoli inclinati e bitte e anelli di attracco.

Un luogo affascinante , con una vista splendida, una passeggiata su fiume piena di magia che andrebbe potenziato nella sua aurea ottocentesca.

Sicuramente puntando molto di più sulle attività diurne , anche solo incentivate in determinati periodi, cioè quando soprattutto in inverno il Po trattiene le sue acque , legando per esempio le luci di Natale ad un percorso enogastronomico da realizzare per i turisti.

Anche d'estate si potrebbe renderlo percorso turistico con bar e dehor in stile francese , che ben si armonizzerebbero con il paesaggio.

Se poi fossimo veramente arditi, si potrebbe pensare di utilizzare anche le esondazioni come elemento caratteristico, realizzando bistrò e negozi con arredi elevabili con carrucole automatiche quando il Po si diverte a dare il meglio di sè.

In fondo abbiamo la facoltà di Architettura a due passi e gli architetti mica devono solo progettare palazzacci, potrebbero anche dedicarsi agli arredi sospesi o a soluzioni innovative per rendere unico un'angolo già di per sè indimenticabile, della nostra città.

Frutta a scuola. Un programma europeo che può migliorare.

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Quest'anno per la seconda volta la nostra scuola elementare aderisce all'iniziativa Frutta nelle scuole.

Si tratta di un programma europeo Regolamento (CE) N: 28872009 che distribuisce nelle scuole che aderiscono, frutta impachettata per merenda.

L'iniziativa è di per sè lodevole perchè incentiva al consumo di frutta per i bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni che ,come merenda, utilizzano spesso merendine confezionate ricche di grassi, conservanti e coloranti.

Quindi un supporto ad una più corretta abitudine alimentare, ad un dieta maggiormente equilibrata.

Una forma di prevenzione all'obesità e uno stimolo fin da piccoli a consumare frutta fresca invece dei famigerati snack.

Partecipanti all'iniziativa sono circa 870.000 bambini di tutte le Regioni per un totale di circa 5.000 scuole interessate.

L'anno scorso fui particolarmente critica verso quest'iniziativa per l'imballo utilizzato, infatti la frutta , spesso tagliata a fette, veniva consegnata in busta di plastica, togliendo di fatto quel piacere di poterla scegliere o anche solo prenderla da una normale cassetta di frutta.

Millioni quindi le buste prodotte, quando sarebbe stato più semplice l'uso di cassette di legno, che danno certo più l'idea di prodotto naturale appena raccolto, in linea anche con il visualizzare il rapporto tra produttore e consumatore.

E se quest'anno il "packaging" non è cambiato devo però rilevare che molta della frutta che è arrivata è certificata biologica, o a lotta integrata, legata alla stagionalità e solo una volta i bambini hanno mangiato a ottobre susine certo non di stagione.

Credo che il programma vada ancora migliorato nella varietà e tipologia del prodotto, perchè sarebbe per molti ragazzi un'occasione, quasi unica, di poter assaporare frutta a km 0 come ad esempio le mele di varietà antiche, come la Grigia di Torriana o la mela Ciuchin rous, chiamata così perchè nel periodo invernale i semi hanno più spazio e la mela scossa suona come un campanello, che ora riscoperte, hanno anche mercato.

Un'occasione da non perdere per assaporare frutta diversa da quella che impariamo, da un mercato globalizzato, ad utilizzare, conformando il nostro gusto.

Il programma andrebbe poi accompagnato da misure complementari come laboratori sensoriali e visite a fattorie didattiche, creazione di orti scolastici distribuzione di materiale informativo ai docenti e ai genitori e questo ritengo sia un aspetto non integrante ma sostanziale del progetto.

Infatti mangiare insieme una merenda naturale, in un contesto naturale con attività dimostrative sui vantaggi di una corretta alimentazione possono diventare, a questa età, aspetti fondamentali di un'educazione alimentare che dura tutta una vita.

Proporrò quindi in Circoscrizione che vengano privilegiati progetti e laboratori per le scuole , compresi i laboratori di orticultura urbana , che siano di accompagnamento e attinenti a"Frutta nelle scuole".

E alla rete che sostiene il progetto - costituita da Mipaaf, Regioni, Provincie, di eliminare l'imballaggio che riveste la frutta e in qualche modo ne diminuisce l'effetto sensoriale a aumenta, senza motivo, la nostra produzione di rifiuti.

Frutta e verdura vanno consumati così come sono, come il gesto semplice di prendere una mela annusarla e morderla senza doverla scartare...

Puzza di soldi bruciati

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Del problema della puzza di marcio che a ondate ammorba Torino, specie di notte, ci occupiamo sin dal principio; ne avevamo già parlato a novembre. Il consiglio comunale ne ha discusso di nuovo grazie a un nostro ordine del giorno, in cui ponevamo una richiesta molto semplice: chiudere l’impianto responsabile della puzza.

Vale la pena ripetere che la puzza ormai è ben documentata e che la sua origine è accertata. Non viene tanto, come spesso si crede, dalla discarica di Cassagna, sita nell’area alle spalle della tangenziale tra Collegno, Druento e Pianezza, in cui anche Torino porta i rifiuti indifferenziati; viene invece dall’adiacente impianto di compostaggio Punto Ambiente.

L’impianto è di proprietà del CIDIU, l’azienda dei rifiuti di Collegno, Grugliasco e Rivoli, e accoglie l’organico di questi comuni (quello torinese va a Pinerolo). E’ entrato in funzione nel 2009 ed è costato ben 22 milioni di euro, che il consorzio suddetto ha preso a prestito dalle banche dando come garanzia i futuri introiti del trattamento dei rifiuti. Peccato che, per errori di progetto, lasci uscire una puzza mefitica che ammorba l’intera città.

Ora, direte voi, se una attività industriale puzza e da anni rende impossibile la vita ai cittadini la si chiude d’imperio, no? L’abbiamo detto anche noi, ma purtroppo la politica non funziona così. Già, perché se l’impianto non funziona il CIDIU non guadagna, e se il CIDIU non guadagna non può pagare i debiti contratti per realizzarlo, e se il CIDIU va a picco si aprono voragini nelle casse di Rivoli, Collegno e Grugliasco e degli altri Comuni soci minori, tra cui Alpignano e Pianezza.

E siccome la Città di Torino, danneggiata dalla puzza, e la Provincia di Torino, che è l’unica che può ordinare la chiusura dell’impianto, sono governate dalla stessa parte politica che governa Rivoli, Collegno e Grugliasco, uno sgarbo del genere è politicamente inopportuno. Di qui il fatto che la vicenda si sia trascinata per anni e che le contromisure prese siano sempre parziali; l’ultima è stata, a dicembre, la riduzione alla metà della quantità massima di rifiuti trattata dall’impianto.

Ma qui entriamo in gioco noi e il nostro “fiato sul collo”; e dunque abbiamo messo sul tavolo un atto per cui la Città chiedesse formalmente alla Provincia la chiusura dell’impianto per il tempo necessario a ristrutturarlo ed eliminare gli odori (la ristrutturazione costerà ai collegn-grugliasc-rivolesi un’altra decina di milioni di euro, ma mica possiamo tenerci la puzza). Gli impianti di compostaggio per accogliere temporaneamente l’organico di Punto Ambiente non mancano: basta volere.

La discussione in commissione, il 2 febbraio, è culminata nel classico intervento da bastian contrario del consigliere Viale (radicale del PD) sul fatto che lui non aveva mai sentito questa puzza e dunque si trattava probabilmente di una psicosi collettiva. Superata l’obiezione con una generale conferma di tutti - assessore compreso - a proposito dell’effettiva esistenza della puzza, ci fu però detto che la richiesta di chiusura non aveva senso, perché bisognava attendere che la riduzione della quantità di rifiuti adottata a dicembre avesse effetto; l’organico impiega circa tre mesi a marcire, quindi il beneficio completo sarebbe scattato a marzo. E che problema c’è? Noi siamo arrivati in aula con un auto-emendamento che diceva di aspettare aprile, ma poi, se la puzza continuava, di chiudere comunque l’impianto.

In aula, è stato il presidente di commissione, Grimaldi di SEL, a chiederci di eliminare la richiesta di chiusura dell’impianto, lasciando solo la parte che diceva di aspettare aprile. Ma noi avevamo pronta la controproposta; abbiamo eliminato la richiesta al CIDIU di bloccare subito l’impianto, ma abbiamo lasciato la richiesta alla Provincia di chiuderlo per la ristrutturazione anti-puzza, che era la cosa importante. A questo punto, dopo una ulteriore dimostrazione di disponibilità politica, non c’erano più motivi per non votare l’atto; e difatti l’ha votato tutta l’aula, a parte il solito Viale e l’astensione della Lega (forse l’olfatto padano è meno sensibile): obiettivo raggiunto.

Esiste dunque ora un atto formale della Città di Torino, che prende posizione chiedendo alla Provincia di obbligare il CIDIU a ristrutturare l’impianto se entro aprile la puzza non sparisce. E’ il massimo che possa fare la Città, visto che l’impianto non è di sua competenza; nel frattempo, nei comuni limitrofi è il caso che comincino a chiedere conto dei soldi così mal spesi in questo progetto…

M'illumino di meno

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Oggi, 17 febbraio, cade l’edizione 2012 di M’illumino di meno, la giornata nazionale del risparmio energetico promossa dalla trasmissione Caterpillar di Rai Radio 2, e diventata negli anni un vero appuntamento istituzionale.

La settimana scorsa, man mano che le varie città d’Italia annunciavano la propria adesione, ci siamo chiesti: può Torino non rispondere all’appello? Ovviamente no, e dunque abbiamo presentato una mozione d’urgenza per dichiarare l’adesione della città e disporre lo spegnimento delle luci di almeno un monumento nella serata di oggi.

Per ottenere il passaggio d’urgenza in consiglio comunale ci vuole il placet della maggioranza, che è stata ben contenta di aderire a patto che la mozione diventasse “di tutti”: e dunque l’hanno firmata il presidente e il vicepresidente del Consiglio Comunale e tutti i capigruppo. Dopodichè, nel consiglio di lunedì scorso, la mozione è stata approvata all’unanimità.

La nostra speranza era che la giunta non si limitasse a una adesione “spintanea”, ma partecipasse con convinzione. L’assessore Lavolta ha puntato molto del proprio successo politico su queste tematiche, tanto da creare addirittura una fondazione apposita per Torino Smart City. E infatti la Città ha realizzato addirittura un video promozionale, e i monumenti scelti dalla giunta per lo spegnimento sono quelli più importanti - la Mole e Superga. E noi ne siamo ben contenti: l’importante è che le cose si facciano.

Speriamo solo che, oltre alle attività simboliche, si riesca poi a far partire anche quelle sostanziali, visto che è di pochi giorni fa la notizia del flop totale a livello europeo: tutti i bandi europei che Torino sperava di vincere per finanziare iniziative in questo campo sono stati invece vinti da Genova. Vedremo se nei prossimi mesi le promesse saranno mantenute, di modo che questo progetto non diventi una ennesima voce di spesa per attività promozional-cosmetiche senza riscontro nei fatti.

Nel frattempo, ricordatevi che il risparmio energetico richiede l’impegno di tutti: ecco alcune cose che potete, anzi dovete, fare anche voi.

ETERNIT = eternità

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"Benché sin dal 1962 fosse noto in tutto il mondo che la polvere di amianto, generata dall'usura dei tetti e usata come materiale di fondo per i selciati, provoca una grave forma di cancro, il mesotelioma pleurico (oltre che alla classica asbestosi), a Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Broni (Pavia) e Bari la Eternit e la Fibronit continuarono a produrre manufatti sino al 1986 (1985 per Bari e 1992 per Broni), tentando di mantenere i propri operai in uno stato di totale ignoranza circa i danni (soprattutto a lungo termine) che le fibre di amianto provocano, al fine di prolungare l'attività dello stabilimento e quindi accrescere i profitti."Wikipedia

La sentenza di oggi ha condannato a 16 anni di carcere ciascuno il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga Louis De Cartier, 91 anni, alla fine del processo Eternit.

Ma che cos'è questa sentenza rispetto alle interminabili bonifiche che dovremmo affrontare nei prossimi anni...a partire dai tubi degli acquedotti, i tetti di molte scuole, le coperture delle fabbriche.

Andranno in prigione alla loro veneranda età Schmidheiny e De Cartier?

Io preferirei restituissero tutto quello che hanno guadagnato e rimanessero a casa a meditare su quello che è successo, perchè si è arrivati così tardi alla chiusura degli stabilimenti.

Il capo d'accusa conteneva un elenco di 2.191 morti e 665 malati di patologie causate dall'amianto.

Sono numeri che fanno venire i brividi...

Mai un nome fu tanto approppriato: e chi se lo dimentica

Torino contro i pesticidi e la moria delle api

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È matematico: la prima volta in cui dici che abbiamo presentato un ordine del giorno in difesa delle api, c’è sempre qualcuno che si mette a ridere; qualche battuta scappa sempre. Eppure, quando poi spieghi l’argomento, tutti si rendono conto che la questione è estremamente seria.

Circa cinque anni fa, infatti, le api hanno cominciato a morire in massa, in certi casi fino al 90% delle colonie, senza che si capisse bene il perché. Se muoiono le api, non manca soltanto il miele; viene messo a rischio l’intero ciclo della natura. Dovremmo infatti tutti ricordare, sin dalle scuole elementari, che le api sono responsabili dell’impollinazione dei fiori e dunque della riproduzione delle specie vegetali, che a loro volta alimentano gli animali e infine l’uomo (direttamente dai Simpson, ricordiamo la catena alimentare dell’uomo). Niente api, niente natura, niente uomo.

A tutt’oggi non è chiara la ragione ultima di questa moria: i fattori sospetti sono molti, dagli OGM alle radiazioni dei cellulari. Tuttavia, le analisi hanno indicato la presenza tra le api morte di una particolare categoria di pesticidi “innovativi”, noti come neonicotinoidi, e utilizzati per “conciare” i semi del mais e di altre colture (barbabietole, patate) prima di seminarli, per renderli intrinsecamente resistenti ai parassiti. Vari studi scientifici sostengono che questi pesticidi intervengano sul sistema nervoso delle api e in sostanza le uccidano… e non è nemmeno chiaro cosa succeda al sistema nervoso degli umani che mangiano i frutti derivanti da questi semi.

Altri, comunque, sostengono che i neonicotinoidi non facciano poi così male: sono le multinazionali come Monsanto, Bayer e BASF, che li producono (ma se volete potete anche comprarli su Internet dalla Cina), e gli agricoltori che li usano. Sta di fatto però che, quando si è introdotto un divieto temporaneo e precauzionale di questi pesticidi, le api sono tornate a vivere.

Il divieto è stato via via prolungato, di anno in anno, ma è sempre a rischio di essere rimosso, grazie alle pressioni delle lobby sopra citate. Così a ottobre, dopo la manifestazione a cui abbiamo partecipato qui a Torino per chiedere l’ennesima proroga, ho pensato che anche la Città potesse prendere posizione. Ho dunque scritto e presentato un ordine del giorno, che è infine arrivato in votazione lunedì 30 gennaio, ed è stato approvato all’unanimità: la Città di Torino chiede ufficialmente al governo di rendere definitivo il divieto d’uso dei neonicotinoidi in agricoltura, senza condizioni.

Anche qui in Comune, superate le risatine, tutti si sono resi conto della gravità del problema: speriamo che altre città possano seguirci, e che - in vista della prossima scadenza del divieto provvisorio, fissata per il 30 giugno - si possa arrivare a un divieto definitivo.

I violenti No Tav

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Tra le prerogative dei consiglieri comunali, c’è anche quella di poter chiedere al sindaco di riferire in aula, all’inizio del consiglio comunale, su fatti importanti e appena accaduti. Purtroppo il sindaco non risponde troppo spesso, visto che in questi sei mesi le richieste sono state quaranta ma solo dodici sono state accolte. Se il sindaco non risponde, al richiedente vengono concessi ben sessanta secondi per sintetizzare la domanda.

Mercoledì scorso, nella prima seduta utile dopo le manifestazioni No Tav dell’8 dicembre, abbiamo dunque chiesto al sindaco di spiegare le sue dichiarazioni secondo cui in Valsusa “comandano i violenti”. Chi sarebbero questi violenti? Fassino non rispose, nemmeno alla domanda da noi ripetuta in aula. E così, nel video, abbiamo messo anche alcune delle terribili immagini di violenza giunte da Susa; ringraziando Marco Carena per la colonna sonora.

Più aree per i cani in città

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Lunedì 5 dicembre il consiglio comunale ha approvato ben due mozioni proposte dal Movimento 5 Stelle. Una è quella per contrastare il gioco d’azzardo, una vera piaga sociale; l’altra riguarda invece il benessere dei cani che vivono in città.

I cani, infatti, hanno il bisogno naturale di “sgambare”, ovvero di correre liberamente in un’area di dimensioni sufficienti. Poiché però non a tutti piacciono i cani e qualche cane maleducato potrebbe anche infastidire anziani e bambini, la Città permette di farlo soltanto all’interno delle apposite aree cani, ovvero dei recinti posti nei giardinetti; altrove, i cani devono sempre avere il guinzaglio. Il problema è che in alcune zone della città, a partire dal centro, non esistono aree cani: chi abita in centro e possiede un cane è costretto a violare quotidianamente le regole, rischiando anche un centinaio di euro di multa.

Per questo noi abbiamo presentato una mozione che chiedeva all’amministrazione di impegnarsi su due fronti: il primo è quello di valutare la possibilità di concedere il passeggio dei cani senza guinzaglio in alcuni giardini del centro in certe fasce orarie, ad esempio al mattino presto e alla sera, quando comunque non ci sono bambini che giocano; il secondo è quello di concordare con le circoscrizioni e con le associazioni animaliste un piano per creare nuove aree cani in tutta la città, specialmente nelle zone in cui mancano.

Purtroppo la maggioranza ha bocciato la prima proposta, ma ha accolto la seconda; e così la nostra mozione, tolto il primo punto, è stata approvata all’unanimità.

A questo punto, l’assessore ha quattro mesi di tempo per avviare le consultazioni e definire il piano di nuove aree cani; e noi siamo contenti di aver dato la spinta a risolvere un problema apparentemente piccolo ma molto importante per migliaia di torinesi e per i loro animali.

Per Fassino l'inquinamento non è un'emergenza

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Dopo settimane di silenzio, nell’ultimo paio di giorni i quotidiani si sono svegliati e hanno riscoperto che Torino è inquinata. Certo che lo è: il livello del PM10 nell’aria è da un mese circa il doppio e il numero di sforamenti nell’anno già il quadruplo rispetto ai limiti di legge. Sui giornali, la giunta si è sbizzarrita nell’ipotizzare provvedimenti di ogni genere… a parole.

Già, perché il Movimento 5 Stelle, che da settembre chiede invano di predisporre un piano organico contro l’inquinamento, ha presentato già nei giorni scorsi una mozione che chiede alcuni provvedimenti urgenti, a partire dalla pedonalizzazione delle strade dello shopping natalizio - da via Roma alle vie commerciali dei quartieri - e dagli incentivi a fare shopping con l’autobus, per arrivare ai blocchi del traffico se veramente necessario (i blocchi per essere efficaci dovrebbero protrarsi per giorni, dunque non ci facciamo comunque molto affidamento); e poi espone una serie di proposte, prese dal nostro programma, da valutare e discutere entro marzo.

Abbiamo poi letto sui giornali che anche la maggioranza ne sta preparando una, e allora oggi in conferenza capigruppo abbiamo chiesto che entrambe le mozioni si discutessero subito in consiglio comunale, già lunedì prossimo, visti i livelli record dell’inquinamento e i danni alla salute che esso indubbiamente provoca. E la maggioranza ha respinto la richiesta.

Il PD ci ha detto che le azioni vanno ponderate con calma in un’ampia discussione in commissione; SEL ha detto che condivide l’urgenza del problema e chiede che la discussione sia rapida, ma ha comunque votato contro la nostra richiesta. Ovviamente il problema è uno solo: non turbare lo shopping natalizio e gli incassi dei negozi e degli ipermercati…

Dulcis in fundo, nel video potete godervi l’assessore Curti che lunedì scorso, in risposta a una nostra interpellanza che chiedeva se la Città abbia fatto rispettare l’obbligo di legge di installare termovalvole e contabilizzatori di calore negli edifici che passavano al teleriscaldamento, il che avrebbe portato un risparmio energetico e una riduzione dell’inquinamento, ha candidamente risposto che non hanno mai fatto nemmeno un controllo: se tutto va bene, cominceranno a farli nel settembre 2012!

I criceti del debito

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Come ormai dovreste sapere, la scorsa settimana la giunta Fassino, ignorando il referendum di giugno e col voto favorevole di tutti i partiti (PD, SEL, IDV, Moderati), ha dato il via alla privatizzazione di Amiat, TRM e GTT, ovvero dei rifiuti e dei trasporti torinesi… dico “dovreste sapere” perché la cosa è stata fatta passare il più possibile sotto silenzio, e ancora oggi mi arrivano messaggi di persone che dicono “ma è vero che…?”. Noi abbiamo fatto il possibile: presentando 400 emendamenti ostruzionistici (alcuni anche un po’ goliardici) abbiamo perlomeno ottenuto che si rinviasse il voto di due giorni e che i giornali dovessero dire che c’era anche qualcuno che non era d’accordo. Anche i cittadini hanno fatto la loro parte, inviando centinaia di mail… ma Fassino & c. se ne sono fregati.

Io e Chiara ci siamo divisi le cose: lei ha fatto un grande lavoro per settimane, andando a discutere la delibera nel merito tecnico, nei meccanismi di gestione delle aziende e nei metodi di valutazione dei valori; a me è toccato, in aula, fare l’intervento più generale spiegando perché siamo contrari a questa privatizzazione.

Ho smontato una per una le ragioni portate a sostegno della proposta, e poi ho cercato di dire la cosa più importante: che i politici si sono ridotti a criceti in una ruota, costretti a correre all’infinito vendendo il patrimonio pubblico, tagliando posti di lavoro, riducendo i servizi, senza in realtà arrivare un centimetro più vicino a ripagare il debito che hanno contratto in decenni di sprechi, regali e cattiva gestione. La politica dovrebbe avere il coraggio di dire basta, di ridiscutere le basi della moneta e della finanza, di ripensare il meccanismo con cui la collettività finanzia le spese necessarie a vantaggio di tutti; continuare a svendere vuol dire soltanto distruggere i beni comuni per incassare soldi che evaporeranno in pochissimo tempo nei pagamenti alle banche, arrivando lo stesso al fallimento.

Mi spiace che nessun giornale voglia riportare mai questi argomenti; la rete resta l’unico ambito dove si riesce a farli circolare. Spero che questi pochi minuti (nel video in alto) possano convincere anche qualche scettico!

Puzze, odori e inquinamento

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Ieri in Consiglio Comunale è stata una giornata campale; come forse avrete letto su qualche giornale, presentando 400 emendamenti (una domenica passata a scrivere) io e Chiara abbiamo impedito l’approvazione immediata della privatizzazione di Amiat, GTT e TRM, ottenendo due giorni di rinvio e costringendo i giornali e il TGR a menzionare che un po’ di opposizione dopotutto c’è (potete leggere il nostro comunicato).

Non solo, ma la tenacia di Chiara è stata premiata quando al mattino abbiamo costretto l’assessore Passoni ad ammettere ufficialmente che l’ormai famoso Giovannetti, portavoce del sindaco con stipendio da 187.000 euro annui, non è nemmeno laureato; secondo i pareri legali da noi reperiti parrebbe dunque illegittimo il suo ingaggio in qualità di dirigente (qui la nota di Chiara).

Ciò deve aver fatto alquanto innervosire il sindaco Fassino, che ieri, appena entrato in aula, si è diretto verso i nostri banchi e, davanti alla sua stessa maggioranza che lo guardava sbigottito, ci ha fatto una vera e propria ramanzina, con tanto di dito puntato. Ci ha detto che lui non fa politica per soldi (ma mica parlavamo del suo stipendio) e di stare attenti a ledere l’onorabilità delle persone con “i post sui blog”. Ma noi non infanghiamo nessuno, ci limitiamo a scoprire e pubblicare i fatti perché ognuno li giudichi; in un paese libero dovrebbero farlo i giornalisti, ma così è l’Italia.

Comunque, in tutto questo volevo invece parlare di un altro tema che purtroppo si sta perdendo in queste altre notizie: il tremendo inquinamento dell’aria torinese.

Non è una novità, ma negli ultimi giorni si sono intensificate le segnalazioni della puzza che ammorba parti crescenti di Torino ormai da qualche anno, specialmente di notte; il responsabile pare essere sempre l’impianto di compostaggio Punto Ambiente di Druento. Ieri anche alcuni consiglieri della maggioranza hanno chiesto all’assessore Lavolta spiegazioni per le puzze; l’assessore, dopo aver correttamente fatto notare che il Movimento 5 Stelle le chiede da due mesi (qui la nostra interpellanza di un mese fa), ha detto che come soluzione il CIDIU - cioé l’azienda raccolta rifiuti di Collegno, Grugliasco e Rivoli, proprietaria dell’impianto - ha gentilmente acconsentito a ridurre ben di un terzo la quantità di rifiuti trattata nell’impianto.

Il problema è che a quanto pare l’impianto è mal progettato, e non c’è verso di farlo funzionare senza far uscire gli odori in questo modo insopportabile; è normale che il compostaggio, ovvero il far marcire i rifiuti organici fin che non diventano concime, puzzi tremendamente, almeno se è fatto all’aria, ma gli impianti sono progettati per trattenere all’interno gli odori… questo evidentemente ha qualche problemuccio. E poi, naturalmente, c’è il dubbio che altre attività puzzolenti facciano che unirsi al coro, tanto c’è già questa puzza di base…

In aula io ho sottolineato che c’è una soluzione molto semplice, ovvero chiudere l’impianto; ma questo danneggerebbe economicamente il CIDIU e dunque non si fa. L’assessore ha ribadito che la Città è impotente, visto che l’impianto non è suo e non è sul suo territorio; e dunque, nulla accade. Noi torneremo alla carica, ma più che sollecitare non possiamo… ma stiamo studiandoci qualcosa.

Tanto per gradire, i giornali (tranne quelli cittadini) hanno riportato che Torino è sempre la città più inquinata d’Italia, in testa di gran lunga alla classifica per gli sforamenti del limite di legge delle polveri sottili (pm10). Anche su questo noi avevamo presentato una interpellanza già dopo l’estate, per chiedere cosa intende fare la giunta per gestire il problema in vista dei prevedibili picchi invernali.

La risposta è stata sostanzialmente “niente”. Già, perché a parte generiche affermazioni su piani di risparmio energetico, per cui peraltro i fondi scarseggiano, pare che quest’anno non ci saranno blocchi del traffico perché ritenuti inutili e impopolari. Infatti vi sarete accorti che domenica scorsa Roma e Milano, pur meno inquinate di noi, hanno fermato le auto; e noi? niente.

Io ho appena chiesto che domani in aula l’assessore venga a riferire anche su questo; mi pare un’emergenza. Oggi non hanno risposto alla richiesta e hanno rimandato la questione a domani. Chissà se mi diranno che è più urgente la svendita di GTT.

Privatizzazione di Amiat, GTT e TRM - Comunicato

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Era prevista per oggi l'approvazione della delibera che avvia la vendita del 40% di Amiat, GTT e TRM ai privati, secondo un'unica filosofia economica, tesa alla svendita e alla privatizzazione dei beni comuni e del patrimonio collettivo, perseguita da Fassino come da Chiamparino e dal governo nazionale.

L'approvazione tuttavia è saltata; il Movimento 5 Stelle con i propri 400 emendamenti ha bloccato i lavori per due giorni, il massimo possibile, per chiedere a tutta la Città una riflessione e il ritiro dell'operazione.

Chiediamo il rispetto della volontà di mantenere i servizi pubblici essenziali nelle mani dei cittadini, chiaramente espressa dagli italiani con il referendum del 12-13 giugno. SEL, IDV e PD, che lo sostenevano a parole, ora ne calpestano apertamente il mandato politico votando a favore di questa operazione.

I 150-200 milioni di euro ricavati dall'operazione sono una goccia in cinque miliardi di debito e non eviteranno il fallimento del Comune, se la crisi continuerà. Priveranno però i torinesi del controllo sui trasporti e sui rifiuti, servizi essenziali in un momento di crisi e di nuove povertà.

Per uscire dalla crisi e dal debito serve una politica che abbia il coraggio di dire no alla spirale del debito e della speculazione finanziaria, e di difendere i beni comuni, se necessario opponendosi alle politiche nazionali come già hanno fatto altri enti locali. A Torino, invece, l'amministrazione non vedeva l'ora di svendere il patrimonio costruito dai torinesi in cent'anni di lavoro: e ne pagheremo le conseguenze per decenni.

Vittorio Bertola, Chiara Appendino

Leggi il testo completo della mozione che abbiamo presentato in aula oggi.

P.S. Chi vuole manifestare di persona la propria opposizione può partecipare al presidio mercoledì 23 alle 15 sotto il Municipio in contemporanea con la votazione finale.

Dolcenera

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Sull’alluvione di Genova del 1970 (e sul parallelismo tra passione incontrollabile e avvento delle acque) De André scrisse una canzone poetica e meravigliosa; di quella di oggi, preannunciata con giorni d’anticipo eppure avvenuta nella disorganizzazione più totale - e nel giorno in cui l’Italia ha di fatto iniziato a perdere la sovranità - penso direbbe solo disprezzo.

Ieri molti genovesi erano presi tra la rabbia e la tragedia; Grillo ha scritto quel che pensano tutti, che questo è anche il risultato di venti (venti?) anni di ballo sul Titanic che affonda, di cemento piazzato ovunque nel disperato tentativo di far respirare bocca a bocca l’economia, secondo il dogma crescista per cui edilizia = sviluppo = crescita = ricchezza.

Crozza non ha avuto la forza di andare in onda, ha fatto un collegamento con Mentana in cui visibilmente aveva solo voglia di andare via, ma immagino che anche lui pensasse la stessa cosa, a come abbiamo permesso vent’anni di distruzione dell’Italia tramite il disfacimento della politica e il potere dei media (nonostante Crozza già nel giorno dell’avvento di Berlusconi, subito dopo le elezioni del 1994, avesse messo in un profetico sketch la descrizione dell’Italia che sarebbe puntualmente arrivata, con i giornalisti messi a pulire i pavimenti o a prostituirsi).

Non pensate che altrove le cose stiano meglio; l’allarme è anche da noi, in Piemonte, e giusto ieri mi dicevano di come la collina torinese sia piena di tronchi e cespugli tagliati alla bell’e meglio per pulire il bosco e poi abbandonati lì, pronti a venir giù con l’acqua alla prima pioggia seria. E’ il disfacimento nazionale, di una società che non riesce più a gestire se stessa, le proprie attività e il proprio territorio.

Non si può più attendere, non si può più osservare passivamente la pioggia che cade, magari per farne pure una telecronaca in stile calcistico mentre si riprende col telefonino, per poi correre a mettere il tutto su Youtube. Serve una presa di coscienza e di responsabilità da parte di tutti; ammesso che coscienza e responsabilità, in Italia, esistano ancora.

Shangholla

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Esistono spesso, nelle grandi città, degli angoli di vecchia campagna dimenticati dal tempo, rimasti ai margini della metropoli; vecchi borghi contadini di un pugno di case e cascine, con le vie strette e tortuose, le case basse, gli orti e i cortili sterrati, fuori dal tempo moderno. A Torino c’è Villaretto e c’è Bertolla, un posto che mi ha ricordato intensamente quel villaggio di contadini cinesi nei campi alla periferia di Shanghai che avevo visitato poco più di un anno fa.

Stamattina siamo andati a Bertolla e c’è un’altra cosa che mi ha ricordato Shanghai: se appena si esce dal borgo e si va in mezzo ai prati, dovunque si rivolga lo sguardo c’è una gru che sta costruendo qualcosa. A sud c’è il canale dell’AEM e poi il Po, ma a ovest, a nord e a est si vedono solo, vicine e lontane, enormi gru che tirano su palazzi, fino all’orizzonte.

Che cosa succede? Per i torinesi, Bertolla era il borgo dei lavandai; e infatti, basta piantare un palo in terra perché venga su l’acqua della falda, e il verde è rigoglioso anche perché viene sommerso ad ogni alluvione del Po e della Stura. Eppure qualche anno fa, di concerto tra autorità di bacino, Regione e Comune, sono stati rimossi i vincoli idrogeologici che impedivano di costruire nella zona, in cambio della sopraelevazione di un paio di metri degli argini.

E si è cominciato a dare i permessi per palazzi di quattro piani più sottotetto, ovvero alti e grossi il doppio delle altre case della zona, situati a poche decine di metri dal canale AEM (che, essendo artificiale, non prevede fasce di rispetto perchè teoricamente controllabile con le paratie… ma se il Po in cui sbocca è in piena, hai voglia ad aprire le paratie). E ora si pensa a una variante che permetterebbe di costruire 27 palazzi per circa cinquemila nuovi abitanti, piazzandoli nei vari pezzetti di campo ancora non costruiti, in cambio di un triangolo di prato che peraltro già oggi esiste.

Oggi ho assistito a un dialogo tra sordi, tra gli abitanti e i tecnici del Comune. Gli abitanti chiedono che senso abbia espandere la città fino a soffocare il loro borgo, rivendicano di aver scelto di vivere lì proprio per stare come in campagna, sottolineano che a Torino non c’è necessità di case, e comunque che, argine o non argine, una volta ogni dieci anni la zona si allaga e tutto questo nuovo cemento certo non aiuterà. I tecnici del Comune ribadiscono che in base al piano regolatore i proprietari dei terreni hanno il diritto di edificare, che alla fine ci sarà un ampio parco, che se il vincolo idrogeologico è stato tolto vuol dire che non ci sono rischi.

C’è un punto su cui proprio non ci si capisce: il cittadino si aspetta che il Comune decida se in quel punto lì servono o non servono altre case, che le blocchi se sono brutte o semplicemente inutili. Ma lo Stato italiano (al grido di “siamo un paese libero”) non la pensa così; a prevalere è il diritto di proprietà privata di ogni proprietario di terreno, del quale fa parte anche la cubatura che egli potrebbe costruire in base al piano regolatore. Sta alla libera scelta del proprietario, e non del Comune, se costruire oppure no; come ha detto un consigliere comunale, “altrimenti sarebbe una dittatura dello Stato”.

Se a un certo punto (nel nostro caso a metà anni ‘90) la Città approva un piano regolatore che prevede di poter costruire tot metri cubi su quel terreno, non si può praticamente più tornare indietro; sottrarre cubatura, ancorché non costruita, è equiparabile a un esproprio che va adeguatamente compensato dalle casse pubbliche. Si potrebbe fare un nuovo piano regolatore con cubature più basse, ma nella decina d’anni che servono per approvarlo tutti i proprietari, non essendo fessi, cominciano a costruire di corsa.

E’ qui che il dialogo tra sordi si fa più assurdo: perché per il Comune, in fondo, Bertolla è solo l’ultimo di una lunga lista di borghi rurali che negli ultimi centocinquant’anni sono stati inglobati dentro Torino, assediati dai palazzoni e infine rasi al suolo e ricostruiti “moderni”. Anzi, questi abitanti per alcuni consiglieri erano pure pretenziosi: perché tu, che ti sei comprato la bella casetta con l’orto a 2500 euro al metro quadro in un angolo di paradiso, dovresti condizionare la crescita della città? Perchè gli altri torinesi che vivono in mezzo ai palazzoni dovrebbero tirar fuori dei soldi o rinunciare ad entrate per ridurre le cubature attorno a casa tua, per preservare il tuo borgo?

In effetti, il Comune continua a ricevere petizioni “no palazzi” assolutamente sacrosante, ma firmate in gran parte da persone che hanno votato allegramente un sindaco che ha come punto di programma la trasformazione urbanistica come motore dello sviluppo di Torino - far girare soldi costruendo palazzi al posto di fabbriche e prati - salvo poi indignarsi quando la cementificazione arriva sotto casa loro; ma non si può salvare l’albero se non ci si preoccupa sin dal principio, culturalmente e politicamente, di sostenere la conservazione della foresta.

Nel caso di Bertolla, però, siamo veramente alla via Gluck; a persone che dicono apertamente “stop al consumo di territorio” contro un Comune che parla solo di diritti edificatori e oneri di urbanizzazione; all’incapacità collettiva di difendere i pochi ambiti non troppo devastati dalla crescita continua della città. Solo che, in più, Torino non è Shanghai, e non si capisce davvero di che crescita dovremmo parlare.

Salviamo i servizi pubblici di Torino

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Nessuno lo sa, eppure è vero: nel giro di un paio di settimane Torino perderà di fatto il controllo dei propri servizi pubblici. Già lunedì 7 novembre in Consiglio Comunale PD, SEL, IDV e Moderati approveranno la cessione del 100% di Amiat, TRM (inceneritore) e GTT alla holding Finanziaria Città di Torino SpA, la quale ne darà in garanzia una parte per ottenere dalle banche un prestito che verrà girato al Comune per tappare i buchi del 2011 e del 2012. La finanziaria provvederà poi a vendere entro marzo a privati il 40% di queste aziende, ripagando il prestito (se tutto va bene).

Non vi tragga in inganno il fatto che il Comune tratterrà (per ora) il 60% delle quote. Questo è già avvenuto in altri casi di privatizzazione, come l’aeroporto e le farmacie comunali; in entrambi i casi, però, è stato stipulato un patto parasociale per cui a comandare è il privato. Di fatto è un ulteriore favore: il privato paga per il 40% ma comanda per il 100%. L’unica banca disposta a finanziare l’operazione - Unicredit - ha chiesto di controllare addirittura l’intera holding.

I rifiuti finiranno quasi certamente nel calderone Iren - e se oggi è difficile farsi ascoltare da Amiat per le strade sporche o i cassonetti mancanti, figuratevi quando dovrete chiamare un call center a Reggio Emilia. La TARSU aumenterà senz’altro, visto che attualmente il Comune paga ad Amiat meno di quanto costa il servizio di raccolta; ora Amiat compensa con altri guadagni, ma un privato certo non lavorerà in perdita. L’inceneritore, una volta privato, avrà come unico obiettivo bruciare qui più rifiuti possibile. I trasporti finiranno come l’aeroporto, dove da dieci anni comanda Benetton che ha trasformato lo scalo in aerogrill: pochi voli e tanti negozi, utili elevati per gli azionisti, e i torinesi costretti a volare da Malpensa o da Bergamo.

Perdipiù, questa privatizzazione avviene a pochi mesi da un referendum votato da 27 milioni di italiani, che diceva esattamente l’opposto: i servizi pubblici essenziali devono rimanere pubblici. Il 14 settembre, zitto zitto, il governo ha reintrodotto la norma abrogata dal referendum, obbligando a privatizzare entro marzo. I partiti che governano Torino, che a giugno erano in piazza a farsi belli con il voto degli italiani, ne sono stati talmente addolorati che il 7 ottobre avevano già approvato in giunta la privatizzazione.

Ma da qui a marzo non saranno in vendita solo le nostre aziende, ma quelle di tutta Italia: una vera svendita in blocco del patrimonio pubblico, che ovviamente comporterà incassi bassissimi per i Comuni, e grandi guadagni per i privati che compreranno. I soldi incassati pagheranno qualche debito e poi saremo da capo. Anche chi non ha pregiudizi di principio contro i privati deve riconoscere che questo è un pessimo momento e un pessimo modo per privatizzare.

Lunedì pomeriggio, insieme al comitato referendario per l’acqua pubblica e a quello contro l’inceneritore, abbiamo organizzato un primo presidio sotto il Municipio; lo ripeteremo il 7 novembre. Ma è la città che deve svegliarsi, nonostante il silenzio complice dei mezzi di informazione. Invece di farsi da parte, i politici svendono la città per mantenersi il castello dorato ancora per un po’. E quando ci saremo venduti tutto?

Via Di Nanni: La riqualificazione inutile

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I commercianti della zona pedonale di via di Nanni lamentano diversi problemi e si sentono frustrati nel doverci comunicare che molte delle loro lamentele non sono mai state accolte dalla giunta comunale.
Quella che dovrebbe essere una zona pedonale, di notte, ma in certi casi anche di giorno si trasforma in un vero e proprio parcheggio a cielo aperto. In più occasioni gli abitanti dell'area hanno richiesto l'intervento dei vigili che secondo l'opinione di molti sarebbero intervenuti solo in rari casi.
Inoltre sembrerebbe che su tutta l'area ogni anno venga effettuata una manutenzione piuttosto scarsa dai costi esorbitanti (circa 250 mila euro). Attraversando la via in pieno giorno si notano tombini che si aprono, bidoni della spazzatura quasi inesistenti e infine per completare l'opera un' immensa fontana dalle forme ambigue e completamente inattiva che i cittadini disprezzano.
Due milioni di euro di soldi pubblici per una via di cui tutti si lamentano, motivando varie ragioni:
La fontana ha rimpiazzato il vecchio toretto, portando via spazio agli alberi, alle panchine, ma sopratutto agli ambulanti. Quando era in funzione a causa della sua forma geometrica imperfetta l'acqua tendeva a zampillare e a fuoriuscire e nei periodi invernali, questo comportava la formazione di un tappeto di ghiaccio sul terreno.
Tutto quello che chiedono i commercianti di via di Nanni è che per ora questa fontana venga rimpiazzata dal vecchio toretto, che la manutenzione effettuata possa essere eseguita a basso costo ripristinando i vecchi tombini al posto degli attuali tombini altamente tecnologici, ma sopratutto altamente costosi e inefficienti. Infine, richiedono che nei punti di accesso della via siano posti due piccoli pilastri, in modo da non consentire l'accesso alle vetture.

L'ambiente e i trasporti secondo Fassino

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Una delle difficoltà di fare il consigliere comunale è quella di doversi confrontare continuamente con tante piccole questioni, senza avere il tempo o la possibilità di discutere il quadro generale. E’ anche un po’ frustrante - sei qui per cambiare il mondo, ma al massimo puoi perdere mezzo pomeriggio per cercare di cambiare la posizione delle rampe di un parcheggio sotterraneo; anche se, d’altra parte, il grande cambiamento parte dalle piccole cose e almeno puoi ottenere qualcosa di concreto.

Nella calma del sabato mattina, allora, provo a dipingere velocemente un quadretto delle politiche urbanistiche della nostra città come emergono dagli ultimi dieci giorni di attività. Lunedì scorso, in Consiglio, è stata approvata la costruzione dell’ennesimo parcheggio sotterraneo in centro, sotto la metà occidentale di piazza Carlina, destinato a box per chi vive o lavora nella zona. Noi abbiamo invano sostenuto che era un errore; siamo stati gli unici a votare contro (anche il centrodestra era favorevole).

L’errore non sta secondo noi nell’idea in sé di costruire parcheggi sotterranei, che in certe situazioni può avere senso; ma nel fatto che manca una pianificazione complessiva. Non solo noi non sappiamo nemmeno quanti parcheggi sono stati o saranno costruiti in zona (ci sono ancora dei posti in vendita in piazzale Valdo Fusi, anche se la dirigenza comunale si è giustificata dicendo che li avevano tenuti da parte per non metterne in vendita troppi insieme e non far scendere i prezzi… bella filosofia per un ente pubblico…); non solo non sappiamo se e quando sarà costruito un parcheggio gemello sotto l’altra metà della piazza, duplicando danni e disagi; ma in questi mesi la nuova giunta ha già annunciato per la mobiità in centro di avere in testa di tutto e di più - pedonalizzazioni, aree sosta riservate ai residenti, road pricing per chi arriva da fuori, revisione del trasporto pubblico - e dunque può benissimo essere che ora si approvi il parcheggio e tra tre mesi si scopra che la zona diventa pedonale o che chi non è residente non può più entrare in centro e dunque i parcheggi non mancano più.

Peccato che ci fosse di mezzo il vil denaro: facendo il bando, si riescono a incassare 750.000 euro di compensazioni. Il piatto piange, quindi si va avanti senza indugio; noi abbiamo presentato una mozione per sospendere ulteriori parcheggi per alcune settimane, fino ad una pronta definizione della nuova mobilità del centro, ma è stata bocciata senza discussione dalla maggioranza. Finora l’unica proposta dell’opposizione in materia che la maggioranza ha deciso di appoggiare è una rotonda a un incrocio; veniva dalle liste Coppola-Rabellino, evidentemente per il PD loro sono un interlocutore politico più affidabile.

Sarebbe bello parlare di viabilità e trasporti, ma la relativa commissione è intasata di palazzi da costruire e dunque non ce n’è mai il tempo. Si è finalmente riusciti a farlo per una seduta, argomento il sistema ferroviario metropolitano - la rete di treni che dovrebbe convincere chi abita a Rosta, a Volpiano o a Trofarello a non prendere la macchina per venire a Torino. Potete leggere le mie note, ma la morale è una sola: servono 300 milioni di euro per mettere in piedi il tutto, di cui 160 per lo spreco del tunnel sotto corso Grosseto (di cui vi racconto ormai da più di un lustro), 40 per finire le stazioni Dora e Zappata, 80 per comprare i treni (che ci mettono 3-4 anni ad arrivare). I 300 milioni di euro dovevano arrivare come opere collaterali al TAV, ma il governo non li ha mai stanziati.

Insomma, i soldi non ci sono e il servizio non partirà mai, a parte rinominare “linee FM” quelle che già oggi esistono; l’unico effettivo contributo della giunta Fassino ai trasporti torinesi sarà far costruire nuovi parcheggi sotterranei in centro, presumibilmente aumentando allo stesso tempo il biglietto del pullman a 1,50 euro, come già avvenuto a Milano. Ottima politica contro traffico e inquinamento!

Per questo, già da un paio di settimane, abbiamo presentato una interpellanza che chiede all’assessore Lavolta se esista un piano dell’amministrazione contro i prevedibili picchi di inquinamento invernali, e quale sia. Ci sembra il minimo che ci si pensi per tempo, evitando i tira e molla e i blocchi del traffico decisi all’ultimo secondo… Avevamo chiesto di parlarne in aula lunedì prossimo, ma l’assessore ci ha detto che è troppo presto e non è pronto a rispondere. Ne risponderà invece mercoledì in commissione; abbiamo chiesto di poter riprendere il suo intervento e, nonostante il parere favorevole del presidente di commissione, molti capigruppo si sono opposti perché le nostre riprese potrebbero essere false e tendenziose.

Abbiamo poi capito perché non se ne può parlare fino a mercoledì alle 12:30; è improvvisamente uscito un annuncio sui giornali, secondo cui gli assessori mercoledì mattina definiranno il famoso piano in un incontro… con le associazioni dei commercianti. Appreso dunque che le politiche ambientali sono decise in funzione di massimizzare il fatturato degli acquisti natalizi, non ci stupiamo più che Torino resti la città più inquinata d’Italia.

Unire i puntini è importante: mi sembra che ne venga fuori un bel quadretto.

Fango, fumo e tanta m...

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Forse non tutti sanno che - tecnicamente a Castiglione Torinese, ma dal lato del Po di Settimo - c’è una spianata grande come un aeroporto piena di vasche, pannelli fotovoltaici, pompe e gasometri. E’ il depuratore Smat di Torino, il più grande d’Italia, e serve a una cosa sola: filtrare il mare di m… che i cittadini di Torino e cintura producono giorno e notte. Tutte le fognature della città convergono su un grande condotto parallelo al Po, che riversa un fiume di liquami nell’impianto; lì ci sono dei filtri, poi delle vasche di decantazione, poi una serie di processi chimici et voilà, quello che avanza è sufficientemente pulito da finire nel Po.

Dove finisce la schifezza? Finisce in fango; e metà dell’immenso complesso è destinato a lavorarlo, recuperando calore ed energia e producendo 130.000 tonnellate l’anno di melma. Di queste, 20.000 vengono essiccate e portate alla discarica di Cassagna, mentre il resto viene riusato, rendendolo liquido al punto giusto e cedendolo all’agricoltura e/o al compostaggio. Il processo è altamente efficiente, e la stessa dirigenza Smat, durante un sopralluogo ufficiale, ci ha dichiarato che il sistema attuale è già ottimizzato, dato che praticamente tutto il fango viene riutilizzato anziché smaltito.

Perché vi racconto questo? Dovete anche sapere che il dinamico sindaco di Settimo Aldo Corgiat prova da anni ad attirare un inceneritore nel proprio Comune, perché bruciare la m… porta un sacco di soldi a chi gestisce l’impianto (e il cancro a chi ci vive accanto, ma questo pare non essere un problema). Peccato che alla fine si sia scelto di costruire l’inceneritore a Torino (ubi maior), accantonando il progetto di Settimo. Che fare? Basta aspettare un po’ e poi, in società coi privati, chiedere il permesso alla Provincia, il cui assessore all’Ambiente è dello stesso partito di Corgiat.

E’ sufficiente fare due conti per capire che un secondo inceneritore è inutile: la Provincia di Torino produce circa un milione di tonnellate di rifiuti l’anno, in calo per via della crisi e delle politiche anti-spreco. Più o meno metà viene riciclata, per cui avanzano 500.000 tonnellate; l’impianto del Gerbido ne può bruciare 420.000. Ne restano 80.000 che potrebbero tranquillamente andare in discarica, senza contare che in teoria - nonostante Torino abbia ottenuto una moratoria, dichiarandosi talmente piena di turisti da non poter reggere la spaventosa massa di rifiuti da essi generata - la legge, l’Europa e il buon senso planetario ci chiederebbero di arrivare subito a differenziare almeno il 65% dei rifiuti, il che ridurrebbe l’avanzo indifferenziato a 350.000 tonnellate in tutto.

Ma soprattutto, 80.000 tonnellate sono troppo poco per rendere un inceneritore economicamente sostenibile… cioé, l’inceneritore è per definizione economicamente insostenibile, dato che vive grazie alle tariffe che noi cittadini gli paghiamo per bruciare i rifiuti (circa 100 euro a tonnellata) più le sovvenzioni che noi cittadini gli diamo, come i certificati verdi (altri 100 euro per ogni megawattora prodotto); è una attività intrinsecamente in perdita per noi e in guadagno per loro. Ma se la quantità di rifiuti trattati scende sotto le 200.000 tonnellate l’anno, nemmeno le nostre laute sovvenzioni sono sufficienti a tenere in piedi la baracca; e questo ce lo confermò anche l’amministratore delegato di Amiat, Magnabosco.

Qual è stato allora il colpo di genio del “sistema Settimo” (la definizione non è mia ma dei dirigenti Smat)? Beh, se insieme alle 80.000 tonnellate di rifiuti avanzati bruciassimo anche una buona parte delle 130.000 tonnellate di fanghi del depuratore, opportunamente essiccate, allora si potrebbe giustificare sulla carta un secondo inceneritore e un secondo business. Peccato che nessuno l’abbia chiesto alla Smat, che stamattina ha decisamente negato che questa sia un’ipotesi per loro interessante.

E’ chiaro a tutti che in futuro, in un modo o nell’altro, ci saranno sempre meno rifiuti indifferenziati; e che Torino, regolarmente al top dell’inquinamento in Europa, avrebbe una grossa opportunità ambientale ed economica puntando sulle tecnologie e sulle pratiche del futuro, e costruendosi un know-how innovativo che potremmo poi andare a vendere in giro per il mondo. E invece no, siamo qui bloccati nel passato dalle scelte miopi e interessate della nostra classe dirigente, che ai cittadini sa proporre solo tanto fumo, spingendolo grazie all’informazione compiacente. E noi restiamo in un mare di merda.

Un palazzo dietro l'altro

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Una delle parti più interessanti dell’attività comunale è la commissione urbanistica, le cui competenze sono molto vaste: deve occuparsi non solo della pianificazione del territorio cittadino, ma nel dettaglio dell’edilizia pubblica e privata, delle grandi opere, di tutta la viabilità e dei trasporti pubblici.

Almeno, questa è la teoria; la pratica è che la commissione si riunisce praticamente solo per discutere e approvare varianti al piano regolatore, ovvero operazioni immobiliari a vantaggio di enti privati e pubblici. Voi leggete sui giornali che Porta Nuova chiuderà, o che vogliono togliere questa o quell’altra linea di pullman, o che hanno deciso di fare una nuova pista ciclabile? Di tutto questo dovrebbe occuparsi la commissione, ma (almeno finora) non ce n’è sostanzialmente stato il tempo, perché all’ordine del giorno ci sono sempre nuovi palazzi da costruire o nuovi appartamenti da ristrutturare; il trasporto pubblico verrà quando ci sarà tempo, mentre nel frattempo si accumulano le esternazioni in libertà da parte di sindaco e assessori.

Anche dibattere le varianti urbanistiche non è molto facile. Di solito funziona così: il lunedì pomeriggio, in consiglio comunale, vengono annunciate una sfilza di nuove varianti al piano regolatore, proposte dagli uffici generalmente su richiesta del proprietario delle aree su cui bisogna intervenire. Le varianti vengono assegnate alla commissione, e spesso messe all’ordine del giorno del giovedì pomeriggio. Se va bene, il mercoledì pomeriggio ci viene mandato un PDF con una decina di slide che spiegano cosa si vuole fare; se va male, lo scopriamo sul momento il giovedì, e l’unica documentazione che abbiamo è il testo della delibera, e alle volte uno stampato dei progetti (una copia ogni tre consiglieri perché sono grosse tavole a colori).

Il giovedì, la proposta viene esposta dagli architetti e discussa; dopodiché, non di rado ci viene detto che è assolutamente urgente approvarla subito, perché le ruspe son già li pronte e il tempo è denaro, e non possiamo rallentare l’edilizia cittadina solo per le “lungaggini del consiglio comunale”. Se ci impuntiamo, ci viene concessa una settimana di riflessione; se chiediamo di avere la documentazione per discuterne con i cittadini, di solito dobbiamo insistere due o tre volte prima di ricevere in ufficio un bel CD, così comodo da condividere.

Di fatto, esistono varianti che vengono annunciate il lunedì, discusse il giovedì e riportate in consiglio comunale il lunedì dopo, dove vengono approvate definitivamente, di solito senza nemmeno leggerle (non capisco i consiglieri comunali che non fanno parte della commissione come facciano a sapere cosa stanno votando). E’ successo così, ad esempio, per la conversione in appartamenti di lusso dell’Hotel Jolly di piazza Carlo Felice angolo corso Vittorio, approvata ieri; la scusa è che quando aprirà il nuovo hotel nella Casa Gramsci di piazza Carlina (per il quale peraltro non sono nemmeno indiziati veramente i lavori) esso assorbirà il business alberghiero del Jolly (entrambi sono gestiti dal gruppo spagnolo NH). E’ un peccato che quando fu autorizzato l’hotel di piazza Carlina nessuno disse che esso avrebbe comportato la chiusura di quelli già esistenti: alla faccia di Torino città turistica. Addirittura, un emendamento dell’ultimo secondo mette nero su bianco che nella piazza c’è troppo rumore e dunque bisognerà considerare l’idea di calmare il traffico per non disturbare gli inquilini dei nuovi appartamenti…

Le magie dell’edilizia torinese non si fermano qui: ogni settimana se ne scopre qualcuna. Alcune sono frattaglie burocratiche - per esempio è necessaria una delibera di consiglio comunale per autorizzare un tizio a chiudere il suo terrazzo, una speculazione immobiliare da 27 metri quadri. Altre sono più interessanti: per esempio, con la stessa trafila lampo di una settimana si è autorizzata la Compagnia di San Paolo ad aprire gli abbaini nel tetto dell’ex edificio scolastico di piazza Bernini / via Duchessa Jolanda, permettendo un ulteriore piano di uffici - o di appartamenti, se mai l’edificio dovesse essere poi venduto. Per questo genere di operazioni la Città richiede di pagare un compenso pari al 50% dell’incremento del valore di mercato dell’edificio, tolti i costi di realizzazione; in questo caso la cifra stimata era di 5.000 euro, non proprio una grande stima, e gliel’abbiamo pure abbuonata perché poi loro finanziano ogni genere di servizio sociale e culturale in città (io comunque ho preteso un emendamento perché almeno questa cosa fosse messa per iscritto).

Un’altra variante interessante, sempre approvata in una settimana, è quella che permetterà alla società Stige di espandersi su un prato originariamente destinato a parco, che diventerà un bel capannone industriale. Ok, si tratta di un triangolo tra due stradoni, e ci hanno detto che o l’azienda si espande lì o va via da Torino, un aut aut che funziona sempre. Ma pensate che, per poter permettere all’azienda di installare nel nuovo capannone una rotativa grossa e rumorosa, abbiamo anche dovuto ridurre la fascia del silenzio attorno all’adiacente cimitero dell’Abbadia di Stura!

Dopo aver contestato la variante in commissione, ho preso la parola anche in consiglio comunale - interrompendo il pigia-pigia a ritmo da catena di montaggio con cui i consiglieri della maggioranza approvano le delibere che gli vengono sottoposte - per segnalare un problema concettuale: la sostanza è che il piano regolatore è in buona misura inutile, perché tanto, ovunque ci sia un vincolo che non va bene a chi vuole costruire, viene prontamente presentata una variante che il consiglio comunale finisce sempre per approvare. A questo punto tanto varrebbe non avere il piano regolatore…

Uno dei massimi dell’ultima settimana è stata una chicca che ho scovato nel testo della variante che permette la realizzazione di appartamenti per anziani a Porta Palazzo, un progetto che risale addirittura a dieci anni fa. In pratica, un signore che abita nel palazzo adiacente ha tempo fa aperto abusivamente una finestra nel suo bagno; la finestra ora deve essere chiusa, perché dà sulla parete che confinerà col nuovo palazzo. Nel 2007, però, lo stesso Comune ha condonato la finestra, nonostante essa fosse incompatibile col progetto già allora programmato; come risultato, adesso il Comune dovrà sborsare 30.000 euro per compensare il signore per la perdita della sua (ormai perfettamente legale) finestra. Tanto paghiamo noi…

A me piacerebbe molto poter discutere nel dettaglio le varianti urbanistiche, condividere in rete la documentazione, chiedere su ognuna il parere di chi abita in zona, ricevere i commenti di tutti. Come capite, non ce ne danno il tempo. Proporremo di cambiare le tempistiche e di prevedere forme adeguate di consultazione pubblica (dovrebbero già farlo le circoscrizioni, a cui le varianti arrivano prima che a noi… vedi il video per un esempio in Circoscrizione 5). Nel frattempo, quel che posso invitarvi a fare è seguire la mia bacheca Facebook il giovedì pomeriggio dalle 16: se ne vedono spesso delle belle.

La piazza post concerto piena di rifiuti indifferenziati

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A Torino, nei giorni tra il 30 giugno e il 2 luglio si sono tenuti gli MTV Days, evento durante il quali si sono svolti molteplici concerti dal vivo in piazza Castello, che in più di un'occasione era totalmente occupata da decine di migliaia di persone, ricordo ad esempio la bellissima serata in cui suonò Caparezza

Ma tanto è bello il ricordo di quella serata in cui sbandieravano le bandiere no TAV, tanto è brutto il ricordo dell'epilogo: una piazza vuota totalmente ricoperta di rifiuti, di cui la maggioranza erano bottiglie di plastica e vetro.
Inoltre, come molti di voi probabilmente ricordano, l'unico toretto presente nelle vicinanza (proprio in piazza Castello) non era fruibile.
Abbiamo quindi interpellato l'assessore per conoscere:

1.le motivazioni sottostanti la mancanza di accessibilità all'acqua distribuita dal toretto presente in Piazza Castello;
2.Le motivazioni per cui non sia stata prevista la predisposizione dei bidoni per la raccolta differenziata in piazza;
3.Se, durante la pulizia successiva agli eventi, tali rifiuti siano stati differenziati correttamente;
4.Se vi siano ed eventualmente a quanto ammontino gli oneri aggiuntivi derivanti dalle pulizie straordinarie della piazza;
5.Quali siano le intenzione con cui si intende agire nelle prossime manifestazioni in merito alla predisposizione die bidono per la differenziata e alla fruibilità dei toretti;

Di positivo c'è che l'assessore si è reso disponibile a valutare nuovi interventi per i prossimi eventi coinvolgendo anche AMIAT, cosa che faremo in commissione, di negativo invece c'è che purtroppo tutti questi rifiuti non sono stati differenziati...uno scempio per la città di Torino che dovrebbe essere la prima a dare il buone esempio...

Ecco il video con la risposta dell'assessore (primi 5 min. circa) e la nostra contro-risposta (a seguire).


Vi terremo aggiornati sugli sviluppi.

Il business dei rifiuti a Torino

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La neo giunta Fassino deve tappare buchi e recuperare risorse.

E la discarica di Basse di Stura torna al centro dell'attenzione su cui si deve trovare una modalità per farla fruttare ancora. Il quadro è complesso.

Il Comune di Torino ha accumulato grossi debiti, maturati dalla gestione Chiamparino con manovre di finanza creativa e i faraonici impianti olimpici praticamente abbandonati. Inoltre da tempo non paga AMIAT per il servizio di smaltimento in discarica causando un discreto buco alla propria multiservizi. Infatti AMIAT è una SPA a socio unico del Comune di Torino.

Ad inizio 2010 Basse di Stura è stata definitivamente chiusa perchè arrivata al limite di capacità e da allora il Comune ha un mancato introito sul bilancio AMIAT.

De Alessandri, Vicesindaco di Fassino già in carica con Chiamparino, sta rilanciando recentemente le ipotesi di riapertura del sito, contestate a suo tempo dal Presidente della Provincia Saitta. "È una delle ipotesi che stiamo valutando, insieme a molte altre, nel contesto degli equilibri di finanza pubblica".

Magnabosco, AD di AMIAT, sostenuto dall'assessore torinese all'ambiente invece propone un parco fotovoltaico, progetto fantasioso considerando l'assoluta instabilità dei rifiuti accumulati in decenni sui quali si vorrebbe realizzarlo, ridottosi spontaneamente di una decina di metri in altezza in un solo anno!

Il problema dell'Amiat è che, non incassando più dal trattamento dei rifiuti dei non torinesi (prima a Basse di Stura oltre ai nostri andavano quelli di altre zone del Piemonte e di privati, e su questo incassavano bei soldi), è in passivo strutturale di una ventina di milioni di euro l'anno. O la città glieli dà sull'unghia (e non li ha), o si trova il modo di farglieli avere in altri modi (le loro idee sono privatizzare oppure far comprare ad Amiat quote dell'inceneritore), oppure (secondo loro) si riapre la discarica per materiali non puzzolenti e non pericolosi in modo che Amiat possa incassare un po' di soldi.

E la partita si continua a giocare a colpi di annunci a mezzo stampa: la differenziata porta a porta a Torino città non si può estendere perchè costa troppo! "...Un dato per tutti: l'estensione del «porta a porta» ai 70 mila utenti concentrati nei quartieri Nizza-Lingotto e Mirafiori Sud, avvenuta nel 2009, costò 3 milioni. In base ad alcune stime, rese approssimative dalla diversa conformazione e quindi dalle diverse esigenze delle aree centrali e semicentrali, ne occorrerebbero altri 10-15 per portare il servizio dove oggi manca: un assegno con la maiuscola, che in questa fase nessuno si sente di firmare..."

Eppure mezzo miliardo di euro dalla TARSU dei nostri prossimi trent'anni per il cancrovalorizzatore si sono trovati! A nostro dedito chiaramente!

Di ieri la notizia del rilancio del secondo inceneritore a Settimo da parte dell'Assessore Provinciale all'Ambiente Ronco " ora si potrà utilizzare una tecnologia più moderna rispetto a quella utilizzata al Gerbido e si realizzerà un impianto in linea con le reali necessità". Si rischia un'emergenza rifiuti? "No, abbiamo gli spazi sufficienti nelle discariche in esercizio per smaltire le quantità di rifiuti prodotti e i lavori al Gerbido vanno avanti secondo i programmi.

Proprio non si capisce come mai Comune e Provincia di Torino non abbiano avuto notizia che anche a Lucca gli inceneritori si chiudono! Come a Parma del resto.

Qui sta bene una citazione "Sarà dura".

Perchè il movimento rifiutizero sta dilagando anche a Torino! Una crescita esponenziale che motiva tutte queste notizie che sembrano in effetti carte giocate con la medesima strategia.

Partecipa! Iscriviti al logoRZT.jpgCoordinamento RifiutiZero Torino No Inceneritore!
Tieniti informato e visita il sito del Coordinamento!

2011 odissea nel rifiuto

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Questa mattina, insieme a tutta la commissione Ambiente, abbiamo fatto un interessante sopralluogo alla ex discarica (chiusa da fine 2009) di Basse di Stura. L’amministratore delegato Maurizio Magnabosco ci ha guidati fino in cima alla collina, da cui la vista è davvero bellissima; la montagna di rifiuti è già coperta d’erba, e intorno lo sguardo spazia su tutta la città fino alle Alpi.

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Alla lunga, la città dovrà decidere se farne un parco o qualcos’altro, per esempio una grande distesa di pannelli fotovoltaici. Considerando però che nell’anno e mezzo dalla chiusura la cima della collina si è abbassata da sola di nove metri, capite che il tutto è piuttosto instabile e che ci vorranno una decina d’anni prima di poterci fare qualsiasi cosa; nel frattempo, il biogas estratto (con efficienza del 97%, la più alta al mondo - almeno secondo Amiat) viene utilizzato per produrre energia.

Magnabosco ci racconta che con la chiusura della discarica Amiat ha perso 30 milioni di utili, che guarda caso sono proprio la differenza tra quel che la città paga per il servizio di raccolta rifiuti (154 milioni l’anno) e quel che costa ad Amiat fornirlo (circa 185 milioni).

E’ chiaro che Amiat batte cassa, perché - finito l’attuale periodo di transizione in cui i nostri rifiuti vanno alla discarica Cassagna del CIDIU, a parte l’organico che va metà a Borgaro e metà a Pinerolo - ora le entrate da smaltimento di rifiuti di terzi andranno a TRM, che gestirà l’inceneritore (problema noto di cui vi parlavo già più di due anni fa). E dunque, il tema delle sinergie (fusioni?) tra Amiat e TRM si pone con forza, anche se ho il sospetto che qualcuno a Palazzo Civico possa preferire gli amici di Iren. (A proposito di inceneritori, Magnabosco ribadisce che un secondo inceneritore a Settimo da 100.000 tonnellate/anno è inutile perché sarebbe in perdita cronica; sotto le 300.000 tonnellate sarebbe una follia.)

Io gli chiedo notizie sull’estensione della differenziata porta a porta e lui alza il prezzo: l’assessore Lavolta aveva detto che servono due milioni di euro l’anno per ogni punto percentuale di incremento della differenziata, lui dice tre perché “la comunicazione è costosissima” e perché bisogna andare in centro dove il porta a porta non si può fare per mancanza di cortili. Gli facciamo notare che mancano ancora molti quartieri semicentrali, e anche che, passato l’investimento iniziale, Amiat dovrebbe iniziare a guadagnare dai materiali recuperati. Lui segnala che a Torino Amiat (pubblica) gestisce le fasi del ciclo in perdita, mentre quelle in attivo sono affidate ai privati, ad esempio a cooperative di tutti i colori (direi anzi arcobaleno). Altra bella questione!

Si chiude parlando di puzze, loro giurano che non arrivano dai loro impianti ma dai vicini campi nomadi, che sono circondati da discariche a cielo aperto e sono sede regolare di attività giusto un pelino inquinanti, tipo bruciare le guaine di plastica dei cavi elettrici rubati per estrarre il rame da rivendere. Partono racconti di zingari che bloccano i camion dell’immondizia, prendono il materiale che gli interessa e abbandonano il resto per strada; Amiat stima in due milioni di euro i soldi che servirebbero per ripulire la zona, operazione peraltro inutile perché dopo qualche mese sarebbe come prima.

Ma non era solo di questo che volevo parlarvi; è che stasera, in preparazione dell’estate, ho deciso di fare il grande svuotamento dei bidoni. Io ho tre grossi bidoni di plastica sul balcone (carta, vetro-lattine e plastica); produco pochi rifiuti, dunque i primi due vengono svuotati con le pulizie stagionali. A parte il fatto che appena ho sollevato il bidone della carta esso si è parzialmente sbriciolato come se fosse diventato di pane carasau, e dunque mi chiedo che razza di roba chimica corrosiva ci sia nell’aria di Torino; comunque, mi è venuto il dubbio delle confezioni dei biscotti.

Io consumo grandi quantità di biscotti in pacchetto di carta con interno di alluminio, che butto regolarmente nel vetro-lattine. Parlandone coi nostri esperti, settimane fa, mi avevano cazziato: secondo loro non erano riciclabili. Giunto il momento dello smaltimento, dunque, mi è venuto il dubbio, e ho pensato di andare sul sito Amiat per capire cosa dovevo fare.

Ho cercato con Google “amiat differenziata rifiuti”, ma il primo risultato non dice nulla di utile; ho guardato tutti i link della sezione, dove ci sono tante belle informazioni su che fine fanno i nostri rifiuti e quanto è brava Amiat, ma non l’informazione che credo cerchi il 99% dei visitatori del sito Amiat, ovvero “dove devo buttare questo materiale?”. Sulla sinistra vedo però un bel bannerone Flash con scritto “Buttalo giusto”: ok, sarà lì.

Clicco, e mi ritrovo su un fantasmagorico sito in Flash… perfettamente inutile. Già, perché tutto quel che posso fare è cliccare su un cassonetto e leggere un elenco molto incompleto di cosa ci va dentro. Peccato che il problema tipico dell’utente sia esattamente l’opposto, ovvero dato il materiale scoprire il cassonetto. Usability fail! Nemmeno cliccando su tutte le icone una per una trovo l’informazione: solo una gran perdita di tempo.

Un po’ scocciato, provo con l’home page… nemmeno lì c’è nulla di utile, solo trionfali comunicati stampa. Alla fine ce la faccio: c’è un’icona praticamente invisibile (grigio scuro su grigio chiaro…) con scritto “le guide di Amiat”; dentro, sperduto a metà elenco, c’è il link “rifiutologo”; lì dentro trovo finalmente un PDF di forma che pare appositamente studiata per non poter essere né maneggiata né stampata a casa, ma che almeno a schermo mi dà un elenco di materiali con associato il giusto cassonetto.

Vi risparmio l’ulteriore perdita di tempo nel cercare di capire quale materiale sia “busta dei biscotti”; cerchi “alluminio” e non trova niente di utile; cerchi “alimentari” e non trova niente di utile; alla fine è (sperando di aver valutato bene) l’intuitivo “confezioni per alimenti in carta argentata”. E va appunto nel vetro-lattine: alla faccia degli esperti.

Certo che (alla faccia della comunicazione costosissima) se ho dovuto perdere mezz’ora io per trovare l’informazione su dove buttare una normalissima confezione alimentare, come pensiamo che il torinese medio possa differenziare correttamente? Basterebbe che quel PDF fosse attaccato a un bel link grosso in home page…

La spallata? Sì, ma a tutti

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Quella di oggi è una grande festa per un risultato che pareva impossibile: il raggiungimento di un quorum per un referendum abrogativo, cosa che non accadeva dal 1995.

Il primo fattore è proprio questo: negli anni ci eravamo rassegnati all’apatia degli italiani e alle tattiche furbette dei sostenitori del no, che puntavano direttamente sull’astensione. Il referendum, ma anche i risultati delle amministrative, mostrano un ritorno al clima della prima metà degli anni ‘90: una grande voglia di partecipazione e di cambiamento.

I partiti l’hanno capito e hanno minimizzato i danni, ma non ne escono bene. PDL e Lega, ancora sotto shock per la mazzata di Milano, hanno dimostrato uno stato confusionale in cui ogni singolo ha fatto quel che voleva, a parte schierarsi apertamente per il no; i più pronti a cavalcare l’onda (per non farsene travolgere) hanno persino invitato ad andare a votare. Resta il fatto che hanno preso un’altra mazzata.

Il PD, invece, si porta indietro la sua storica invidia del pene per i miliardi della destra, che lo porta a pensare che la modernità siano le svendite ai privati e le centrali di quarta generazione; per anni ha spinto il nucleare e le privatizzazioni dei servizi pubblici acqua compresa (a proposito, tié, Chiamparino), e solo nelle ultime settimane prima del voto ha cercato di schierarsi per il sì, ma anche per il no.

Ora Bersani cerca di appropriarsi della vittoria e di dire che è stata una spallata a Berlusconi, invocandone le dimissioni. E’ troppo comodo; un’affluenza così alta non sarebbe stata possibile senza una forte partecipazione anche dell’elettorato di centrodestra, e senza che molti elettori di centrosinistra andassero ben oltre le posizioni tiepide o addirittura contrarie dei loro leader politici. Gli italiani sono andati a votare innanzi tutto per difendere il proprio territorio e i propri beni comuni dalla depredazione dei politici tutti; tanto è vero che il referendum sul legittimo impedimento è stato quello che, a giudicare dai discorsi per strada, interessava di meno.

La verità è che gli italiani hanno dato un’altra spallata a tutto il sistema politico, che, con la sola e parziale eccezione dei partiti di sinistra, per questi referendum non ha fatto un bel niente. I quesiti su giustizia e nucleare venivano dall’IDV, ma a raccogliere le firme sui due dell’acqua c’erano i volontari di centinaia di associazioni, movimenti e gruppi di cittadinanza attiva, non certo i partiti. Sono proprio i referendum sull’acqua ad aver trainato l’onda di attivismo, le manifestazioni, i banchetti per le città, e infine il quorum, segnando l’apoteosi di un nuovo modo di fare politica: dal basso, tutti insieme, senza bandiere, fuori dai partiti, usando Internet per aggirare la disinformazione di televisioni e giornali di regime.

Dunque non è solo Berlusconi che se ne deve andare; se avessero un po’ di dignità, se ne dovrebbero andare quasi tutti.

Ricordatevi di andare a votare

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Mica vorrete dimenticarvi? Oggi bisogna andare a votare quattro sì: uno per impedire il legittimo impedimento, uno per nuclearizzare il nucleare, uno per l’acqua naturale e uno per l’acqua gasata. Andate subito, non aspettate l’ultimo momento, non fate quelli che come le pecore stan lì a vedere dove va il gregge. Non sovrapponete le schede, che le croci passano da una all’altra; non appallottolatele, non fateci gli origami, evitate di usarle per asciugarvi la faccia o per soffiarvi il naso. Andate lì, prendete la matita, fate la croce sul sì e poi godetevi la giornata. Se poi avete ancora dei dubbi, ci sono le istruzioni di Guzzanti

Una bicicletta

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Giovedì pomeriggio, andando in bicicletta in via dei Mille, in centro a Torino, sono stata avvicinata da un'automobile e l 'anziano signore, che la guidava, ha cominciato a suonare il clacson, poi ha abbassato il finestrino è ha cominciato ad urlare che non era d'accordo...subito ho pensato di avergli tagliato la strada o aver svoltato in modo errato.

Ho ascoltato meglio e con voce concitata diceva che non si poteva fermare LA TAV , (il TAV) per quattro persone in Val di Susa, che dovevamo smetterla di fermare il progresso...era estremamente minaccioso e ho pensato che sarebbe sceso dall'auto e mi avrebbe messo le mani addosso...

Un po' sconcertata, soprattutto perchè non ero preparata ad un attacco simile, mi sono guardata intorno e non c'era nessuno, allora, con la bicicletta, ho fatto un contromano davanti alla scuola elementare Tommaseo e sono tornata a casa.

Gli ho comunque risposto prima, in modo pacato, che si informasse meglio, che era un problema di risorse economiche, non dei valsusini, mentre in cuor mio mi chiedevo come avesse fatto a riconoscermi come tale...A casa, parcheggiata la bicicletta, ho poi capito che la cosa che lo aveva infastidito, era l'adesivo NoTav, in bella mostra, sul retro del sellino del bambino.

Allora ho pensato: mettiamolo tutti un adesivo No-tav sull'auto, sulla bicicletta, anche sul passeggino, nessuno ce lo impedisce, e avremo la possibilità di parlarne, magari in modo più approfondito, e spiegare che i soldi sono finiti, che, se li useremo per opere inutili, allora non ce ne saranno nè per la scuola , nè per la sanità.

Ma forse l'anziano signore non sapeva che un domani, neanche troppo lontano, anche la sua pensione sarà messa in discussione, ma che potrà forse viaggiare su un vagone merci fino a Lione ad alta velocità.

Dalla notte al giorno

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Ci sarebbe molto da raccontare di queste ore frenetiche… quella del presidio No Tav, di notte tra amici in una quiete irreale aspettando un cataclisma ignoto che forse non arriverà mai, è davvero un’esperienza unica che vi consiglierei di vivere; se avete paura del caos, potete venire per cena (portando cibo o bevande con cui contribuire…) e andare via prima di mezzanotte. Basta arrivare a Chiomonte per la statale, entrare nel paese per la via principale, girare per la frazione Ramats e lasciare l’auto lungo i tornanti in discesa… completare la discesa a piedi, dopo il ponte girare a destra et voilà, eccovi nella Libera Repubblica della Maddalena.

Ieri sera avevo paura: solo uno stupido non ne avrebbe avuta. Si dava per scontato che ieri sarebbe stato il momento dell’assalto, che sarebbero arrivati manganelli e pestaggi; e nonostante questo, nonostante a nessuno piacesse la prospettiva, bisognava esserci. Ho parcheggiato in paese a mezzanotte, e c’è voluta un’oretta di camminata per arrivare fino al piazzale, dove però ho trovato centinaia di persone e un clima disteso: con così tanta gente, la serata si annunciava tranquilla. Ho salutato molti amici, vari movimentisti tra cui Davide Bono, ho visto passare Sandro Plano e altri amministratori. Poi siamo scesi alla roulotte, già piena dello staff regionale che dormiva… io mi sono accomodato su una sedia da giardino, mi sono coperto e ho appoggiato la fronte sul tavolo da campeggio, e così ho dormicchiato fino all’alba, svegliandomi a ripetizione.

Sono tornato a casa per le otto, dopo aver riportato varie persone in giro per la città; ho pure dovuto risistemare il mio server, che aveva avuto un tracollo per il picco di traffico del sito dei Signori Rossi, pubblicizzato ieri sera a Report, che mi pregio di ospitare pro bono. Ho dormito un paio d’orette e poi via per l’altra faccia della politica: vestito grigio, cravatta gialla, ingresso in Sala Rossa con tanto di proclamazione ufficiale. Ma a me l’ipocrisia non piace e dunque mi sono tenuto un pezzo dalla notte: gli scarponcini da montagna e la polvere di Chiomonte hanno trionfato sulle sedie d’antan del consiglio comunale di Torino.

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Ma non avevo solo gli scarponi: mi sono portato anche la fotocamera, e ho fatto le mie prime riprese dai posti dei consiglieri. Immaginate la faccia delle decine di politici, portaborse, giornalisti e assistenti vari quando mi hanno chiamato e io, alzandomi, ho sollevato anche la fotocamera e gli ho fatto una bella carrellata. E’ un simbolo: la dimostrazione che vogliamo davvero portare trasparenza, e non quella addomesticata delle riprese ufficiali. Spero che il simbolo sarà capito, anche se i primi segnali non sono incoraggianti; il sindaco, finito un discorso paludato e con varie ipocrisie (vedi l’invito al dialogo perché “la forza di una maggioranza sta nel non appagarsi della sua autosufficienza”… proprio così, si vede bene a Chiomonte), si è tuffato dritto nel buffet insieme a tutti gli altri. E’ la prima volta che lascio perdere un buffet senza rimpianti.

La motosega vien di notte

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Avete presente quei bei platani che contornano il parcheggio di Porta Nuova e le fermate degli autobus lungo via Sacchi? Bene, scordateveli, perché non ci sono più.

Davano fastidio al cantiere dei lavori per il parcheggio della nuova stazione-centro commerciale… Ovviamente, quando il progetto era stato presentato, i costruttori avevano garantito che gli alberi non sarebbero stati toccati; e altrettanto ovviamente il Comune è stato ben contento di approvare una “piccola variazione” al progetto in corso d’opera.

La scusa è pronta: gli alberi erano senz’altro malati. E’ una scusa che va di moda: un paio di settimane fa sono andato a un incontro del comitato Salvaitalia61, che si oppone al nuovo centro commerciale che il Comune vuole realizzare nel Palazzo del Lavoro, e che tra le altre cose comporterebbe l’abbattimento totale dei quasi 300 alberi che circondano l’edificio. Lì ci è stata mostrata la perizia che giustificava tale abbattimento, ed era veramente incredibile: lì c’erano dieci alberi che però erano irrimediabilmente malati, là ce n’erano degli altri che però erano troppo vicini al palazzo e dunque erano cresciuti male, lì ancora ce n’era uno che poveretto era fuori dal suo habitat naturale e dunque era meglio porre fine alle sue sofferenze… quasi trecento alberi, tutti malati!

Basta una sola cosa a dimostrare quanto sporca sia la coscienza delle lobby del cemento: anche in via Sacchi, come al presidio No Tav della Maddalena, il potere agisce di notte. Non hanno abbattuto gli alberi in pieno giorno, ma di notte, di modo che nessuno potesse organizzarsi per reagire prontamente, anzi quasi tutti gli abitanti non si sono accorti proprio di nulla. E poi parlano di democrazia.

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Nonostante i media non abbiano voluto dar riscontro alla notizia, forse proprio perché gli unici "politici" presenti che hanno aderito all'incontro eravamo noi del MoVimento 5 Stelle, mercoledì mattina abbiamo partecipato con molto interesse all'incontro "con i Politici e con i Giornalisti " organizzato dal comitato "Salviamo la Mole" .

Il comitato è nato con l'obiettivo di opporsi alla delibera della variante parziale 233 del Comune di Torino, impedendo la costruzione del palazzo previsto nella via Riberi-via Ferrari a 7 piani e di studiare e attuare le vie per farvi opposizione, comprese quelle legali. Oltre ad aver spiegato la nascita e gli sviluppi del progetto, alcuni membri del comitato hanno espresso la loro contrarietà anche nei confronti del progetto del palazzo a 5 piani al quale hanno fatto riferimento alcuni giornali negli ultimi giorni: "Hanno riproposto il vecchio progetto iniziale di una costruzione di 5 piani per la cui la Sopraintendenza stessa aveva già espresso parere negativo. E' una bufala per far calmare le acque" (http://salviamolamole.altervista.org/)

Già durante la campagna elettorale avevamo organizzato un piccolo presidio per manifestare la nostra posizione di contrarietà all'ennesima speculazione edilizia favorita da Chiamparino che oscurerà la vista della Mole Antonelliana dall'unico angolo dove essa è visibile per intero.

http://www.youtube.com/watch?v=b-ysgAS7w5A&feature=player_embedded

Continueremo quindi, sperando anche nel supporto del comitato, a monitorare la questione e cercheremo di sfruttare al meglio gli strumenti che avremo a disposizione per impedire questo scempio.

Una piccola nota polemica. Ci fa sorridere che La Stampa, nonostante abbia raccolto anche le nostre dichiarazioni, non ne abbia fatto cenno e nell'articolo abbia riportato in modo molto generico: "durante una riunione pubblica sotto il simbolo della città, a cui erano stati invitati politici di tutti i partiti, anche se pochi sono stati presenti (http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/404078/).

Forse scrivere che le altre forze politiche avevano disertato sarebbe stata la dimostrazione che gli unici vicini, anche nei fatti, alle istanze del territorio e dei cittadini siamo noi del Movimento 5 stelle...

Chiara Appendino
Francesco Attademo

Una risposta a Fassino sul Tav

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Il Movimento 5 Stelle di Torino vuole rilasciare una risposta alle dichiarazioni dell'onorevole sindaco Fassino e dell'onorevole semplice Esposito relative al teorico cantiere Tav di Chiomonte.

"Qualsiasi persona democratica - ha detto Vittorio Bertola, capogruppo eletto del Movimento al Comune di Torino - non puo' che condannare i disordini in Val Susa contro una popolazione che da anni si oppone a un colossale spreco di denaro pubblico e alla devastazione ambientale che esso comporterebbe."

"La violenza è quella di chi da anni invia migliaia di poliziotti a spese dei cittadini per perseguire un colossale appalto di interesse esclusivamente privato, militarizzando un'intera valle."

"La mia solidarietà - ha concluso Bertola - va alle povere pietre della Valsusa, e precisamente le 223, anzi 711, forse però 518 o anche 62.734 pietre che sono state tirate di qua e di là nelle dichiarazioni dei politici, evitando anche oggi, come da vent'anni, di discutere sulla domanda fondamentale: è veramente opportuno spendere 20 miliardi di euro per quest'opera?"

Il Movimento 5 Stelle attende peraltro di sapere dai candidati sindaco del centrosinistra - Pisapia, De Magistris e altri - se anche loro plaudano all'uso della forza militare per la realizzazione di grandi opere pubbliche: sarebbe una interessante informazione da fornire agli elettori del Movimento di cui in questi giorni corteggiano il voto!

Anche oggi No Tav

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Le elezioni passano ma i problemi restano: rinviata a dopo il voto, partirà probabilmente a brevissimo la seconda battaglia del Tav.

Più di cinque anni fa, a Venaus, accadde la prima; incredibilmente, lo Stato italiano, schieratosi in forze per aprire il cantiere del primo tunnel, fu sconfitto da una gigantesca mobilitazione popolare, nonostante l’abbondante uso di violenza. Da allora in Valsusa non si sono fatti lavori degni di nota, a parte qualche carotaggio ad uso telecamere; anche se si è scoperto, nel silenzio dei giornali, che pure quell’appalto abortito era truccato. Nei prossimi giorni, alla Maddalena di Chiomonte, proveranno a riaprire il cantiere del primo tunnel.

Molto, però, è cambiato. Nel 2005 il movimento No Tav era derubricato a una piccola minoranza costituita solo da “montanari ignoranti che vogliono fermare il progresso” e “violenti dei centri sociali”; ora la cosa è ben diversa. In particolare a Torino, molti (me compreso) all’epoca sapevano solo ciò che leggevano sui giornali, e dunque credevano alla favola del progresso a suon di cemento e manganello. Oggi l’opposizione al Tav è molto più diffusa e molto più informata, anche fuori dalla valle; da questione (considerata come) di puro ordine pubblico, il Tav è diventato uno degli elementi più importanti della scena politica piemontese e chi ha toccato troppo il Tav, vedi Bresso, ha fatto politicamente una brutta fine.

Questa volta, a Chiomonte, ci sarà anche una sede ufficiale di un gruppo consiliare regionale, il nostro; vediamo se la buttano giù, con tutta la gravità politica che ciò comporterebbe. Questa volta la mobilitazione è anche a Torino, e proprio oggi pomeriggio, dalle 14:30 al municipio di Rivalta, partirà una grande manifestazione No Tav; e anche le strade della prima cintura, visti i nuovi progetti, sono piene di bandiere. Avrete letto che, se partiranno i lavori, i No Tav bloccheranno sabato prossimo la tappa del Giro d’Italia che attraversa la valle; ma questo non è corretto. Semplicemente, tutto sarà bloccato; l’intera valle sarà occupata da migliaia di persone che faranno resistenza pacifica contro le trivelle e le camionette della polizia, tutte le strade saranno piene di gente, nulla potrà passare, e quindi nemmeno il Giro.

Al di là delle numerose ragioni che rendono il Tav Torino-Lione un’opera inutile e dannosa, un semplice sacco delle casse pubbliche da 20 miliardi di euro, non si può pensare di costruire un’opera pubblica mandando l’esercito; in Libia forse, ma non in un paese democratico. E a Torino ancora pochi sanno davvero cosa comporterebbe quest’opera: un gigantesco cantiere che occuperebbe tutto il prato tra strada della Pronda e le Gru, con un flusso continuo di mezzi pesanti e di polveri a fianco di una scuola superiore, di un asilo e di centinaia di case. A Bologna varie case vicino al cantiere sono sprofondate, inagibili; e da noi vorrebbero (non si sa come) costruire anche una tangenziale tra il tunnel e la superficie.

Questa follia va fermata, e la fermeremo; contando che sempre più persone aprano gli occhi.

Informazione e cenere

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È stata dura ma ce l’abbiamo fatta: questa sera il TGR Piemonte ha parlato di inceneritore, e non per riportare la solita propaganda.

La storia inizia quando lunedì sentiamo la Rai e ci dicono che, per par condicio, avremo un minuto di tempo sul TGR di martedì sera: “organizzate qualcosa”. Noi decidiamo che vogliamo parlare di inceneritore, e ci organizziamo per andare al Gerbido e fare anche qualcosa di visivamente carino: sollevare degli slogan con dei palloni, nell’area davanti all’impianto. Sopra trovate il nostro reportage su cosa abbiamo effettivamente fatto.

Come avete visto, a un certo punto è arrivata la troupe della Rai, che ha fatto un po’ di riprese e mi ha intervistato. Martedì sera abbiamo dunque acceso i televisori per vedere come eravamo belli in TV, abbiamo atteso il servizio e… niente. Sono passati tutti i candidati, persino quelli da 0,1%, ma non noi.

Allora abbiamo chiamato e ci hanno detto che c’era stato un disguido e che il servizio non aveva potuto andare in onda. Noi ci siamo arrabbiati e abbiamo detto che avremmo denunciato la cosa, e allora ci hanno promesso che l’avrebbero mandato mercoledì sera.

Mercoledì attendiamo fiduciosi, guardiamo il TGR e… ancora niente. Cominciamo a disperare; telefoniamo e ci dicono che il problema stavolta è che il responsabile con cui parliamo di solito si è ammalato, e dunque non si sono ricordati di mandare il servizio.

Minacciamo di montare un caso, con tanto di esposto al Corecom; e allora ci promettono un passaggio per stasera (giovedì). Oggi pomeriggio sono andato in Rai per registrare una tribuna elettorale, e ho orecchiato pure un po’ di battutine, qualcosa tipo “i grillini che si lamentano sempre che non li mandiamo in onda”. Ma noi non ci lamentiamo sempre, sono stati loro a dirci che ci toccava un minuto martedì sera ed è quantomeno strano che, dopo aver scoperto l’argomento della nostra manifestazione, improvvisamente il tutto sia sparito dagli schermi.

E infatti, stasera il servizio finalmente passa. Naturalmente viene introdotto con una serie di prese di distanza che nemmeno uno spazzino alle prese con siringhe infette: il giornalista (non ho rivisto il filmato ma penso di ricordare bene) dice che noi siamo andati a manifestare al “termovalorizzatore” (chiamarlo “inceneritore” è vietato) e racconta che il candidato Bertola parla di tecnologie che “a suo dire” permetterebbero di non costruire un’opera che “secondo lui” costerà 500 milioni di euro. Segue un pezzetto della mia dichiarazione, che trovate per intero nel nostro filmato.

E’ la trasformazione del fatto in opinione, l’altra faccia della trasformazione delle opinioni in fatti che Berlusconi ha insegnato all’intero sistema mediatico italiano.

Se non sapete bene perché un inceneritore è male e perché lo vogliono costruire lo stesso, potete leggere questa spiegazione dettagliata contro l’inceneritore del Gerbido; nel frattempo, io sono orgoglioso del fatto che, con tanta insistenza, solo grazie al fatto che siamo in par condicio, e nonostante le prese di distanza, per una sera sul TGR Piemonte si è parlato di inceneritore in termini non lusinghieri.

P.S. Per dirne un’altra: oggi, durante la registrazione della tribuna elettorale, un candidato minore ha cercato di farsi notare attaccando Fassino e menzionando La Ganga. Alla fine, Fassino si è alzato ed è corso dalla conduttrice e da tutti i funzionari Rai presenti, dicendo che la menzione di La Ganga doveva essere tagliata e non poteva andare in onda. Ecco, l’ho scritto pubblicamente: vediamo se domani (su Rai3 alle 15) la mandano oppure no?

Le mani sulla città: cemento al posto dell'Alenia

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Non sentirete molto parlare di questa vicenda incredibile, eppure è avvenuta davvero. Alla chetichella, a tre giorni dalle elezioni, i veri poteri di questa città hanno chiamato il loro amico Chiamparino e hanno fatto riconvocare d’urgenza il consiglio comunale per approvare l’ennesima speculazione edilizia.

Al posto dello stabilimento Alenia di corso Marche (i cui lavoratori dovrebbero essere trasferiti a Caselle, o almeno si spera, perché il relativo piano industriale non è ancora stato discusso, ma alla fine evidentemente i posti di lavoro sono meno importanti del cemento) arriverà dunque una colata di cemento con l’ennesimo grattacielo di 100 metri, l’ennesimo centro commerciale e l’ennesima distesa di palazzine che non si sa bene chi abiterà, ma che saranno utili al Comune per incassare oneri di urbanizzazione - che saranno subito bruciati per pagare le rate dei debiti contratti in questi anni, e poi si vedrà se e come pagare i servizi per il nuovo quartiere - e soprattutto ai costruttori per operazioni finanziarie con le banche amiche, indipendentemente dal fatto che restino vuoti.

In teoria, in questo periodo il consiglio comunale può essere convocato soltanto per questioni veramente urgenti. Eppure qualcuno deve aver sentito che il vento sta cambiando, e allora ha stuprato la democrazia e le istituzioni comunali per far passare l’ennesimo grande affare prima che qualcuno possa discuterne o informare i torinesi. Un affare oltretutto che è già assegnato a una società costruttrice veneta, in cui avrebbe interessi il solito gruppo Gavio, e che dunque non avrà ricadute nemmeno sulle aziende torinesi del settore.

Questa vicenda è vergognosa e dimostra come il centrosinistra sia caduto in basso, al servizio esclusivamente degli speculatori. Domani nessuno ne parlerà se non in toni trionfalistici, “l’ennesima riqualificazione urbanistica” con un bel rendering pieno di verde, ma fatta in realtà solo di cemento e supermercati. Gli unici che possono far conoscere le manovre dei Chiamparino e dei Fassino siamo noi. Passate parola.

Recuperiamo Torino per i Cittadini

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Dopo una giornata di duro lavoro, al calar del sole, è sempre un piacere passeggiare sul lungo Dora, allietati dal lento e tenue rumore dell'acqua che scorre, tra verde, bambini che giocano e si rincorrono.
Il finale perfetto di una giornata, per rilassarsi in famiglia, passeggiando tra i viali alberati che costeggiano la Dora, magari fermandosi anche la sera per godere della frescura notturna dopo una calda giornata d'estate.

Si! Sarebbe bello se tutte le giornate finissero così!

Peccato che questo, per chi vive vicino il lungo Dora Firenze (e non solo), sia solo un sogno!
Nel muoversi lungo il viale, completamente abbandonato a se stesso, è necessario porre attenzione a dove si mettono i piedi per non rischiare di pestare deiezioni canine, che padroni maleducati hanno abbandonato a perenne ricordo del loro passaggio, bottiglie vuote di alcolici vari o siringhe abbandonate da chi la sera usa questi anfratti bui per drogarsi.

I Cittadini, residenti in zona Aurora, sono stanchi dello stato di abbandono in cui versano i marciapiedi della zona, stanchi di non potersi godere il loro quartiere e, diverse volte, hanno chiesto al Comune di Torino di intervenire per cercare di riportare un po' di decoro ma il Comune è stato perennemente sordo e assente alle loro istanze. Stesso discorso vale per la Provincia, vista la sua competenza per le aree demaniali costeggianti il fiume.

Dopo aver letto l'ennessimo articolo su La Stampa della denuncia inascoltata da parte dei Cittadini, abbiamo deciso di mettere in atto una ulteriore azione dimostrativa, facendo seguito al blitz di Via San Donato e del Centro Contabile San Paolo.

La sera del 20 aprile 2011, a partire dalle 21:30, dotati di scope, palette, tagliaerba, sacchi e bidoni di immondizia per la raccolta differenziata, siamo intervenuti per ripulire la zona nel tratto in vicinanza dell'angolo tra corso Giulio Cesare e lungo Dora Firenze.

Si è provveduto a differenziare tutti i rifiuti e si è resa nuovamente gradevole la zona.
Siamo consapevoli di non poter essere tutti i giorni ovunque a sopperire le deficienze comunali ma abbiamo voluto lanciare un messaggio forte: i piccoli problemi quotidiani, i più sentiti dai cittadini, possono risolversi se c'è la volontà politica di trovare una soluzione reale.
Purtroppo, come stiamo notando in questa campagna elettorale, ormai quasi agli sgoccioli, la volontà politica partitica è chiusa in vuoti slogan elettorali che, a partire dal prossimo 17 maggio, saranno nuovamente disattesi.

Noi non vogliamo fare vuote promesse, non chiediamo fiducia incondizionata per i prossimi 5 anni, chiediamo a tutti i cittadini di interessarsi ai problemi della circoscrizione e della città attivandosi in prima persona per cercare e trovare insieme una possibile soluzione.


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LA NOSTRA SALUTE parte prima di una storia a puntate.

La città di Torino è azionista al 95,0756% di TRM, acronimo per Trattamento Rifiuti Metropolitani. ( dato TRM)

Questa e' la società che costruirà l'inceneritore più grande del Piemonte al confine sud, sud-ovest con la città più popolosa del Piemonte: Torino.

Per renderlo gradevole all'udito è stato chiamato Termovalorizzatore termine che non esiste, perchè ogni inceneritore per legge include il recupero energetico, noi infatti preferiamo chiamarlo "cancrovalorizzatore".

La conformazione geo-morfologica di Torino tende a trattenere lo smog, tanto che a metà febbraio avevamo già finito i 35 sforamenti rilevati di polveri PM10 che ci consente l'Unione Europea in un anno, dopodichè ci sanziona.

La nostra situazione sarà quindi aggravata dai venti dominanti che spirano dall'inceneritore sulla città e che porteranno con sè polveri molto sottili e molto pericolose.

L'incenerimento è un vecchio sistema , ma non può certo essere proposto come rimedio per rifiuti altamente tecnologici come sono quelli di risulta chiamati "non recuperabili " della raccolta differenziata.

Se infatti ci pensiamo attentamente i materiali raccolti separatamente, carta, plastiche riciclabili, alluminio, vetro, sono risorse che poi vengono cedute alle varie ditte che si occupano di riciclare.

L'inceneritore produce il 30% di scorie tossiche che non sono più riutilizzabili e quindi non esclude comunque la discarica.

Tutto questo premesso spendere 500 milioni di euro per costruire un impianto che brucia, ci può far pensare che sia una scelta economica almeno da valutare in quanto si tratta solo di una riduzione del loro volume ma non di una soluzione al problema rifiuto.Quello che manca del loro volume infatti verrà mandato in aria e saranno i torinesi respirando che faranno da filtro a questa combustione, la ricaduta diretta delle polveri poi interesserà 2 università e 3 ospedali.

Ora esiste un'oncologa, Patrizia Gentilini, che appartiene all'associazione Medici per l'ambiente che gira con coraggio l'Italia denunciando i rischi per la salute degli inceneritori.Vi posto alcuni filmati che spiegano in modo chiaro quali e quati problemi si creeranno con l'accensione dell'inceneritore. Prevenire è meglio di curare... quanto tempo della nostra vita passiamo a curarci ? Passiamo anche un po' di tempo ad informarci e difendere il nostro futuro.

http://www.youtube.com/watch?v=exYiYabLtEw

http://www.youtube.com/watch?v=dEMI8yY_cbY

Quel verde che mi piace , che ci piace tanto...

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In questi giorni il Parco del Valentino è pieno, stracolmo di persone che arrivano lì in bicicletta, col cane, si fermano per fare un pic-nic, o semplicemente per sdraiarsi al sole. Ogni spazio è occupato, c'è chi si mette in costume, chi dorme col cane, chi studia e chi si allena a fare il giocoliere. Il parco si affaccia sul fiume ed è fresco anche grazie ai tanti alberi che sono un po' il polmone della città. I ragazzi seduti sull'erba sono la testimonianza più forte che ci è necessario il contatto con la natura, il grounding, termine inglese che deriva da ground, terreno, per indicare un buon contatto con il suolo .

Lo psicanalista americano Alexander Lowen, fondatore dell'analisi bioenergetica teorizzava negli anni settanta che l'uomo per vivere in armonia deve riappropriarsi della capacità di governare le parti del corpo più vicine alla terra, spostando il proprio baricentro all'altezza dell'addome. Con il grounding ci si riappropria della capacità di governare le parti del corpo più vicine alla terra, ricominciando a controllare i flussi di energia.

Ora in una bellissima domenica di aprile nessuno si poneva il problema dei flussi di energia o del grounding ma si respirava veramente un'aria diversa, e allora mi sono domandata perchè solo in centro abbiamo parchi così belli mentre le periferie e determinati quartieri sono stati completamente cementificati? Perchè le case del centro continuano ad aumentare di valore mentre il mercato delle case di periferia si è ridotto? Ma allora il verde ha un grande valore per la collettività e chi costruisce, arricchendosi, usando cubature riportate o riuscendo ad ottenere indici di cubatura elevati a scapito di terreno destinato a parco ci sta derubando tutti?

Penso anche al grattacielo che sta costruendo il San Paolo vicino al Tribunale Nuovo che con il grande cono d'ombra oscurerà dal sole il parco pubblico retrostante.

Sono riflessioni ad alta voce, ma anche al verde bisogna dare voce perchè è patrimonio di tutti perchè lo dobbiamo esigere come clausola prima di costruire , perchè deve essere vero verde con veri alberi, non cespugli perchè ci sono sotto i garage e la terra è riportata.

Vogliamo un Valentino 2 e un Valentino 3, ma soprattutto vogliamo che si smetta di cercare di farci credere che la modernità sia un mondo senza verde, senza alberi, senza fiori fatta di acciaio, di cemento e di fredda pietra.

Anche se non si vede c'è

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Se ci sono le proposte, se ci si attiva concretamente possiamo raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati...
Cosi è successo per il progetto di Educazione Ambientale nella scuola primaria nato in un pomeriggio di Ottobre al Carp e sviluppato da due attivisti del Movimento 5 stelle di due territori diversi, Torino e Moncalieri.
Io ed Enrico abbiamo pensato che sin dalla più giovane età è importante prendere consapevolezza di ciò che sta intorno a noi che molto spesso diamo per scontato; decidiamo di chiamare questo progetto " Anche se non si vede c'è..." dopo un esame della realtà che ci ha portato a pensare che spesso capita di non fare più caso al nostro ambiente naturale perchè soffocati dall'abitudine, dalla fretta e da ciò che ci è più comodo.
Con questo progetto diamo la possibilità ai bambini di fermarsi un attimo, osservare e osservarsi cercando di capire come il nostro ambiente è cambiato tramite la mano dell'uomo e come ha inciso nella profonda trasformazione del territorio in cui viviamo.
Iniziamo affrontando il tema del territorio, delle risorse disponibili, dell'acqua, inquinamento e rifiuti in un progetto in divenire sempre aperto alle modifiche.
Creiamo una rete in modo che, chi ha tempo e voglia di proporre questo progetto nella sua città, circoscrizione, quartiere o scuola possa trovare un supporto già pronto.
L'ambiente per come lo intendiamo noi è un argomento traversale a tutte le altre aree e, parlando di didattica, assolutamente interdisciplinare con le altre materie ed è anche per questo motivo che non può essere tralasciato.
Abbiamo iniziato da una Scuola Primaria di Moncalieri che si affaccia su Piazza Bengasi, piazza che stanno svendendo, per trovare risorse finanziare al fine di completare la linea 1 della metro, e che cambierà radicalmente l'aspetto della piazza, e ben 5 classi hanno aderito.
Ed iniziamo dai bambini perchè ciò che seminiamo adesso ce lo ritroveremo nel futuro, cerchiamo, così facendo, di tutelare le prossime generazioni per garantirgli una vita migliore e un ambiente sano.

Una vita da pollo... - quando la carne diventa sostenibile

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Le immagini qui sotto (perdonate la qualità, il telefono fa quel che può...) vengono da una piccola azienda agricola nei pressi di Torino. Si chiama "L'Altra Terra" ed è in Strada della Berlia 543, Torino.
Premetto, a scanso di equivoci, che non ho nessun rapporto con i gestori di questa azienda.
Detto ciò, vediamo cosa c'è di strano in questo posto. Tanto per cominciare, appena entrati, dopo un piccolo sentiero di ghiaia, si vede qualcosa di straordinario: gli animali! Ci si può avvicinare, guardarli, accarezzarli. Mucche, tori, vacche delle Highland, cavalli, asinelli, polli, caprette. Tutte quelle simpatiche bestioline che fanno impazzire di gioia i bambini e che quando ti leccano ti lasciano quella strana sensazione di "schifo" che però accogli con un sorriso e dopo la quale pensi che in fondo non è poi tanto male. Dopodiché si vede cosa mangiano gli animali. Altro fenomeno eccezionale. Tendenzialmente balle di fieno disseminate ovunque, oppure, se siete fortunati, capitate nell'ora del rancio e vedete cosa i contadini (sì, esistono, non c'è solo il nonno di Heidi) danno da mangiare agli animali ed eventualmente potete anche chiedere spiegazioni. Io, che sono notoriamente un rompiballe, lo faccio sempre :) Potete poi vedere la stalla della mungitura. Anche lì, se capitate nel giusto orario potete trovare latte appena munto, ma nella peggiore delle ipotesi trovate a 1,50 euro/lt. quello munto la mattina stessa.
Beh, ci sono anche cose che non vedete in realtà. Ad esempio, camion e pubblicità.
Ma allora, cosa c'è di strano in tutto questo? In teoria nulla, in pratica tutto. In una società dove ciò che è aberrante diventa la regola, è ovvio che quel che invece è normale viene percepito come strano. Ed è proprio questo uno dei casi più eclatanti. E' strano vedere gli animali, è strano respirarne l'odore, è strano vedere il latte nelle bottiglie di vetro senza un marchio e della carne senza pellicola e polistirolo.
Già, perché annesso a questa struttura c'è anche un negozio. E' aperto pochi giorni la settimana (giovedì, venerdì e sabato, ma i giorni cambiano durante l'anno) e vende al dettaglio carne, latte, formaggi e molto altro di produzione propria. I commessi sono molto gentili e disponibili e disposti a spiegarti fino all'ultima virgola tutto ciò che gli chiedi. Io sono entrato nel dettaglio del processo di macellazione e non hanno avuto nessun problema a rispondere alle mie domande. Puoi sapere quanto, dove e come è vissuto l'animale.
Sì, so a cosa state pensando: ma i prezzi? Vi assicuro che sono tranquillamente abbordabili. Si va dagli 8 euro/kg del petto di pollo ai 13 euro/kg della coscia di manzo. E' possibile tenere questi prezzi grazie all'assenza di spese per la pubblicità (vi ricordo che incide di almeno il 65% sul prezzo finale dalla maggior parte dei prodotti) e di spese per i trasporti. Questi animali non sono mai stati trasportati su camion, non hanno mai visto gabbie, non hanno mai respirato l'odore di sangue dei loro simili aspettando il loro turno come in una catena di montaggio. In una parola... non hanno sofferto e hanno vissuto da Animali invece che da bestie.
E' vero, i prezzi sono comunque leggermente più alti di quelli dei supermercati. Tuttavia fermatevi un attimo a pensare: pagate molto meno del suo valore un prodotto - in questo caso la carne - ma chi paga i prezzi che non sono sullo scontrino? Semplice: l'ambiente. Non vi convince come risposta? Sostituitela con "i vostri figli", tanto è uguale. Quella carne viene banalmente da allevamenti intensivi. Non voglio occupare tanto spazio per dirvi cosa sono. La maggior parte di voi già li conosce, in alternativa una ricerca su google immagini renderà le idee molto più chiare di quanto non sappia fare io. Cosa ci si può aspettare da un pollo che si paga 5 euro al Kg ma che all'ingrosso è costato poco meno di 1? E' ovviamente una domanda retorica.
La produzione intensiva di carne, per chi non lo sapesse, è la terza causa mondiale di inquinamento. Da sola produce il 18% dei gas serra (dati FAO), è una delle principali cause di danneggiamento del territorio, e ciò che è più grave è che è sempre un investimento negativo! E che non mi si venga a dire "Sì, ma questo vale per l'America". Non è che le mucche americane fanno le scorregge diverse da quelle italiane.
Il discorso in merito può essere molto lungo, ma il concetto finale spero sia chiaro. Ormai è un fatto scientificamente accertato che la carne non è necessaria per rimanere in salute, tuttavia non si deve diventare per forza vegetariani, questa è una scelta personale e insindacabile. La cosa importante è iniziare ad avere un approccio razionale e responsabile al consumo di carne. Mangiamone meno e mangiamola meglio.

"Ma se vi vendiamo le nostre terre io porrò una condizione: l'uomo bianco dovrà rispettare gli animali che vivono in questa terra come fossero suoi fratelli. Perché ciò che accade agli animali, prima o poi accade anche all'uomo"
(Lettera al Presidente degli Stati Uniti del Grande Capo Seattle, tribù Suwamish, 1855)

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La mia Torino dei quartieri di domani.

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Voglio una Torino dove i miei figli abbiano amici in ogni quartiere.

Ed ogni quartiere abbia un cuore pulsante pedonale. Con una piazza dedicata alle chiacchiere di anziani e non solo, ai giochi in tranquilla sicurezza dei bimbi. commercio.jpg

Ad un angolo una casetta dell'acqua pubblica (controllata ogni giorno da SMAT con fontanella di gasata a prezzo popolare) con attorno tante botteghe di alimenti sfusi, il calzolaio, la sarta che ripara e rammenda, e tanti altri laboratori di artigiani. Con la primavera tante occasioni di musica, arte e proiezioni cinematografiche all'aperto e tante rastrelliere piene di biciclette per sfilare altrove verso altri quartieri.

Vicino al mercato rionale, al centro dell'area pedonale una "Casa di Quartiere", realizzata dai numerosi locali del Comune dove si possono insieme seguire numerose attività, offerte alle mamme, ai bambini, a tutti insomma. Con la biblioteca civica ed uno spazio internet gratuito. Dove ci trovi i laboratori di realizzazione giochi ed altri oggetti con materiali naturali e di recupero, gli spazi adibiti ai gruppi di acquisto solidale locali, uno sportello settimanale di riparazione/recupero ed assistenza informatica, l'officina di riparazione biciclette, il gruppo che allestisce il carro di carnevale. Un grande salone poi, per ospitare quando fa brutto tempo il mercatino settimanale dello scambio dove recuperare oggetti che altri non usano più. Sarà poi presente una bella area parco verde con alberi e foglie veri senza cemento o asfalto intorno, dove poter ascoltare uccellini e riposare.

Un'area vissuta in pieno dai suoi abitanti. E senza automobili! Che continueranno a circolare sempre meno fuori dai centri pedonali. Oltre una discreta Zona30.

Questa Torino di domani è già nata. Sta crescendo e maturando. Già ci sono la Cascina Roccafranca a Mirafiori e la Casa di Quartiere di via Morgari in San Salvario dove un comitato spontaneo di donne sta raccogliendo le firme per una zona 30 estesa fra c.so Vittorio Emanuele II a c.so Dante e da v. Nizza a c.so M. D'Azeglio. Rassegne di Cinema in piazza nei quartieri di periferia già esistono. I modelli sono solo da estendere e replicare in ogni quartiere. Per il futuro dei nostri figli!

La strada da compiere non è impossibile, partecipiamo e facciamo sentire la nostra voce! E pretendiamo insieme che le nostre tasse siano impiegate per migliorare servizi e spazi comuni. Basta con le grandi opere! Evviva la dimensione locale. La primavera sta arrivando! Il MoVimento siamo noi, insieme.

Animali e libertà: no ai circhi con animali

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L’epilogo di ieri in Consiglio Comunale è triste ma purtroppo scontato: di fronte alla richiesta delle associazioni animaliste di vietare anche a Torino i circhi con animali, come già fatto da altre città, il più grosso partito della maggioranza - il PD - ha deciso di votare contro e di affossare la proposta, che pure era sostenuta trasversalmente da esponenti di entrambi gli schieramenti.

Ora mi diranno che noi grillini ce l’abbiamo sempre col PD, però mi pare davvero che la pratica di utilizzare gli animali nei circhi sia al giorno d’oggi indifendibile. E’ innanzi tutto una questione di rispetto basilare di altri esseri viventi e senzienti; non è obbligatorio essere vegetariani - io non lo sono - ma non è nemmeno accettabile infliggere sofferenze solo per divertimento.

Inoltre, io sono convinto che chi non è capace di provare pietà per la sofferenza di un animale non è capace di provarla nemmeno verso gli esseri umani; in un momento in cui tanti soffrono e dove la solidarietà dovrebbe essere alla base dell’azione politica, mi chiedo quale coscienza possa avere un amministratore che prende certe decisioni.

E tanto per essere chiari, come già avevo fatto mesi fa, vi lascio con un video. Pur con tutta la mia passione per il calcio, sono sinceramente un po’ deluso, anche se non stupito, dal fatto che se riprendo dei tifosi che si insultano da una curva all’altra di uno stadio (in modo volgare ma anche goliardico e divertente, per carità) il video susciti immediatamente migliaia di click, e se invece parlo per tre minuti della sofferenza degli animali lo vedano in poco più di duecento persone in tre mesi. Ma io non demordo e ve lo rimetto qui sopra.

Spazi di scambio solidale nei locali comuni dei quartieri

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2 marzo 2011
Barattare, donare, riciclare. Le parole d'ordine dell'economia locale e solidale.

Donare: dare ad altri spontaneamente e senza compenso. Il dono non è sterile elemosina o un regalo studiato per ricevere in cambio una contropartita diretta. Donare significa far fronte all'esigenza di un singolo che è comunque parte di un gruppo, nella consapevolezza che prima o poi un'esigenza simile toccherà al donatore stesso.mercatino.jpg

Ogni seconda domenica del mese nella località di Ozzano dell'Emilia, alle porte di Bologna, è possibile barattare, donare e riciclare. Si tratta di un mercatino del dono e del baratto, un'iniziativa nata dalla collaborazione tra la Cooperativa Dulcamara e l'Associazione Amici della Terra di Ozzano. Negli ultimi mesi, in molte città italiane sono state proposte esperienze simili: luoghi in cui effettuare scambi non monetari hanno aperto le porte alla cittadinanza. Un esempio è l'iniziativa del baratto svoltasi a Roma il 21 aprile e promossa da Reti di Pace: un mercato in cui, senza l'ausilio della moneta, sono stati scambiati CD musicali, libri, abiti e altri oggetti.

A Torino da due anni si è ripetuto un eccellente evento ideato dall'Associazione Manamanà, Senza Moneta, ovvero una piazza dedicata allo scambio non monetario in un clima di festa per tutto il quartiere. Recentemente addirittura si sta ripetendo regolarmente alla Casa di Quartiere in via Morgari.

Dal Nord al Sud della penisola troviamo non solo spazi sociali concreti, ma anche sistemi di scambio non monetari, tra i quali il più diffuso è la Banca del Tempo. Nella società dei consumi, dove la grande distribuzione organizzata assume un ruolo sempre più totalizzante, un bisogno consapevole e diffuso è quello di riscoprire gli spazi di socialità, dove lo scambio dei beni sia alla base della relazione umana.

Storicamente, scambiare o barattare due oggetti presuppone un intento commerciale equo per entrambe le parti; ma non basta: donare è un'azione dal significato sociale e antropologico ancora più complesso. Non si può parlare di dono senza far riferimento al celebre Essai sur le dondi Marcel Mauss: l'antropologo individua, alla base del dono e della comunicazione tra singoli e gruppi, il principio di reciprocità, strutturato nel concetto tripartito del dare, ricevere e ricambiare.

Ma torniamo al nostro quotidiano. Le circoscrizioni della città di Torino gestiscono numerosi spazi pubblici (a disposizione dei cittadini) che, come già segnalato, sono molto spesso inutilizzati - uno spreco dunque, seppur noi stessi cittadini contribuiamo con le tasse per il loro funzionamento.

Quindi la nostra proposta è di predisporre sistematicamente con calendario stabile almeno uno spazio nel cuore di ogni quartiere nei locali pubblici disponibili per ospitare gratuitamente il luogo di scambio e recupero di tutto ciò che ormai considerato inutile da qualcuno e che può invece tornare utile ed importante per altri.

In altre parole vogliamo usare gli spazi pubblici esistenti per finalità sociali e ambientali. In questo modo si valorizza un modello culturale in cui oggetti di recupero in buono stato non sono considerati RIFIUTI ma offerti a chi non può permettersi di acquistarne di nuovi, con evidente ritorno economico seppur senza scambio di denaro.

Proponiamo inoltre una cultura del recupero della materia che ci liberi dal cosiddetto problema riifuti, perchè oggetti inutilizzati abbiano nuova vita grazie a chi ne ha effettivamente bisogno senza accumularsi nei cassonetti, in discsarica o peggio ancora inducendoci a credere alle false soluzioni dell'incenerimento.

Il miglior rifiuto è quello non prodotto.
Seguici sul blog della lista Torinese: http://www.movimentotorino.it/blog/

Le zone last minute all'interno dei supermercati

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Qualche giorno fa aggirandomi tra gli scaffali di uno dei supermercati cittadini, mi sono imbattuto in uno scaffale nel quale erano posti dei prodotti la cui scadenza era imminente.

scaffale.jpg

Ora, già qualche supermercato lungimirante lo sta facendo, ma sarebbe bello che lo facessero tutti i supermercati e negozi della nostra città. Creare delle zone nelle quali sia possibile acquistare i prodotti alimentari in scadenza a prezzi ribassati.

Questo permetterebbe di evitare gli sprechi e aumentare i rifiuti.

Meno Traffico? Si parte dal Tram

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1.200 nuovi Posti di Lavoro, 50% Trasporto Merci su Gomma e 16% di CO2/Nox in meno in città.

Il Tram in questi ultimi anni è diventato un trasformista all'Arturo Brachetti, si presta bene per l'Aperitivo, per un Giro Turistico, come Centro Benessere, per un Party alla Moda e anche per il Trasporto Merci in Città.

A Dresda (Germania) la Volkswagen utilizza, con successo, dal 2001 un cargo tram lungo 40 metri per il trasporto di lavorati e semilavorati tra fabbrica e centro logistico. A Vienna e Zurigo sono operativi servizi analoghi.

Pochi se lo ricordano eppure fino alla fine degli anni '50 il Tram trasportava merci anche a Torino, era denominato "servizio mercati", e serviva al trasporto dei prodotti ortofrutticoli dagli ex mercati generali di via Giordano Bruno al mercato di Porta Palazzo oltre ad altri mercati rionali cittadini e i negozi di ortofrutta sul percorso.

Uno studio relativo al progetto Citycargo della città di Amsterdam (nel video) prevede che l'utilizzo del Tram al posto degli inquinanti camion e furgoni, può:


  • generare fino a 1.200 nuovi posti di lavoro connessi alle attività di stoccaggio e alla rete di distribuzione

  • ridurre fino al 50% il traffico da trasporto su gomma

  • ridurre fino al 16% l'emissione di sostanze inquinanti quali CO2 e Nox


Torino ad oggi è la città con la rete tranviaria più ramificata sul territorio nazionale e potrebbe fin da subito utilizzare l'infrastruttura già esistente per re-introdurre il servizio Cargo Tram con benefici immediati basandosi sul modello Dresda/Citycargo :

  • uso dell'infrastruttura già esistente

  • gestione pubblica


Approfondimenti:
www.eltis.org


Cauzione per i bicchieri ai concerti ed eventi pubblici

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Qualche anno fa durante un periodo di permanenza in germania, a Karlsruhe, nella regione del baden wurttemberg decisi di farmi un bel giretto in uno dei locali della città per assistere ad un concerto. Arrivato nel locale mi sembrò già strano vedere gente di tutte le età condividere la passione per i concerti, ma ancora più strano mi sembrò veder distribuiti per il locale dei bicchieroni da cocktail di plastica molto spessi.

Presi una birra alla spina che la barista mi servì in questo bicchierone facendomela pagare circa 5 euro, ma prima di darmi la birra mi chiese una volta finito il concerto, di riportarle il bicchiere.
Mi gustai il concerto e Alla fine, molto diligentemente decisi di riportarle il bicchiere, E OTTENNI IN CAMBIO UN FANTASTICO EURO !!!

Dal momento che in germania le leggi per chi guida in stato di ebrezza sono molto molto severe, decisi che bastava così, ma se avessi deciso di prendere un'altra birra avrei potuto far riempire nuovamente lo stesso bicchiere.

Oggi che mi sono candidato per il consiglio comunale di Torino, ho pensato a questa piccola proposta da inserire nel programma, cose concrete che possono permetterci di introdurre l'argomento tra i giovani della città che sono i più aperti ai cambiamenti.

Una volta introdotto, "il reso", potrebbe essere utilizzato nei grandi concerti con effetti positivi anche per gli organizzatori (nessun bicchiere in giro nelle arene e risparmio sui costi di pulizia e niente problemi in caso di rissa, questi bicchieri sono infrangibili) e per l'ambiente (nessuna plastica in giro e risparmio anche sull'energia per produrre i bicchieri usa e getta).

Un centro per le persone

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Stamattina ero in giro in bici per il centro e ho fatto più fatica del solito a districarmi nel traffico. Le piste ciclabili erano continuamente interrotte da furgoni in sosta "solo un attimino"; soprattutto, ho trovato un vero delirio di automobili ferme in coda in ogni strada, persino in ore non particolarmente di punta (tra le 10 e le 12).

Il che suggerisce varie cose; per esempio, non è vero (a parte la situazione poco sensata di soffocamento del traffico in attraversamento attorno a piazza Vittorio) che gli ingorghi sono creati dalla ZTL, visto che è stata sospesa da due settimane per volere dei commercianti. E non è nemmeno vero che l'accessibilità del centro alle auto renda il centro un luogo piacevole dove andare: io volevo scappare dopo cinque minuti.

Al contrario, più si illudono le persone che si possa andare in centro città con l'auto e peggio la situazione diventa, perché il centro non è fisicamente in grado di contenere il numero di auto derivante da mezza città che vi si dirige con un veicolo a testa, né potrà mai esserlo.

La politica viabile del centro è, da sempre, figlia dell'assessorato al Commercio; allo stato attuale, retto da quello stesso Altamura che qualche giorno fa ha dichiarato che bisogna essere comprensivi con gli ambulanti che per vent'anni hanno evaso tasse e contributi (poverini, mica vorremo farglieli pagare adesso con tanto di more, no? in fondo a tutti succede di avere un momento di difficoltà e dunque di non poter pagare le tasse per una ventina d'anni, o in alternativa di dimenticarsene, che distratti!). Questo vi fa capire l'approccio del Comune di Torino con i commercianti: a novanta gradi.

Il problema è che le associazioni di categoria dei commercianti torinesi non sono nemmeno troppo sveglie, se è vero che si opposero all'epoca alla pedonalizzazione di via Garibaldi e si sono opposte per decenni a quella di via Lagrange, salvo poi scoprire che, caso strano, dopo averle pedonalizzate queste vie sono rifiorite.

A me piacerebbe allora sperimentare una soluzione di questo genere: intanto, pedonalizzare definitivamente via Roma, e poi chiudere decisamente il centro al traffico nei fine settimana prenatalizi, per trasformarlo in un centro commerciale naturale a dimensione umana, a cui accedere con i mezzi pubblici o al massimo lasciando l'auto nei parcheggi sotterranei. Tra Porta Palazzo, Porta Nuova, piazza Carlina e piazza Solferino tutti a piedi, magari aiutati da qualche navetta elettrica allestita per l'occasione. Una soluzione simile sarebbe sperimentabile anche per alcune vie di periferia a forte vocazione commerciale.

Che ne dite? Capisco lo shock iniziale, ma credo che sarebbe comunque meglio dell'ingorgo perenne che attornia il centro in questi giorni, e che alla fine anche gli incassi del commercio avrebbero delle liete sorprese...

UN GRILLO SOTTO LA PIOGGIA

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Per Beppe Grillo un bel bagno domenica, sia di folla che di pioggia!
Come al solito, non ha deluso le attese, e dopo la proiezione del documentario "Un Grillo Mannaro a Londra", partecipante fuori concorso alla XIII edizione del Cinemambiente, ha intrattenuto il pubblico della sala, gremita per l'occasione. Prima ha raccontato il dietro le quinte del documentario girato durante la sua tournè a Londra (con tanto di visite al ministro dell'Ambiente inglese, l'ex-sindaco di Londra, Livingston, alla London School of Economics e alla Università di Oxford), poi si è lasciato andare ad un lungo affondo politico, sotto lo sguardo attonito dell'Assessore all'Ambiente del Comune di Torino Roberto Tricarico, esaltando il MoVimento, le sue proposizioni e i risultati elettorali alle recenti regionali, che ne sanciscono il vero status di novità e rinnovamento nel panorama politico italiano.

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