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Scriviamo insieme il programma per la "Torino a 5 Stelle"

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I gruppi di lavoro (GdL) sono aperti a tutti i cittadini e le cittadine che vogliono portare il loro contributo per costruire il programma di governo che ridisegni il futuro della nostra città.

I Prossimi appuntamenti
Circoscrizione 1 prossimo incontro da definire --------- -------- Link
Circoscrizione 2 ------- ore ------- ------- Link
Circoscrizione 3 ------- ------- ------- Link
Circoscrizione 4 16/10/2015 ore 21 Via Lessona 1 Link
Circoscrizione 5 Tutti i martedì ore 21 Circolo Istriano Via Parenzo ang. Via Pirano
(basso fabbricato interno cortile)
Link
Circoscrizione 6
---------
------- ------- Link
Circoscrizione 7
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Circoscrizione 8 ------- ------- ------- Link
Circoscrizione 9 ------- ------- ------- Link
Circoscrizione 10 ------- ------- ------- Link
Bigenitorialità 19/10/2015 ore 21 Via San Paolo 160 Link
Integrazione ------- ------- ------- Link
Istruzione ------- ------- -------Link
Sport 22/10/2015 ore 21 Corso Vigevano 33ULink  
Urban(istica) ------- ------- ------- Link
Ambiente ------- ------- ------- Link
Animali ------- ------- -In Definizione - Link
Vivibilità e accessibilità ------- ------- ------- Link
Commercio e
artigianato
14/10/2015 ore 20.45 via Madama Cristina,93/A Link
Lavoro 12/10/2015 ore 21 Circolo Istriano Via Parenzo ang. Via Pirano
(basso fabbricato interno cortile)
Link
Sociale ------- ------- -------
Link
Cultura 08/10/2015 ore 21 Piazza Umbria Link
Trasporti ------- ------- ------- Link
Partecipazione e trasparenza ---------- ------- ---------- Link
Turismo tutti i martedi ore 18-20 corso Palestro 3 Link

Biglietti vincenti Movifest

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Questi i biglietti estratti

"Rosa B86" 1° Premio: Bicicletta MTB DONNA -CONSEGNATO-
"Bianco A58" 2° Premio: Bicicletta MTB UOMO -CONSEGNATO-
"Rosa B39" 3° Premio: Cesto prodotti alimentari -CONSEGNATO-
"Bianco A51" 4° Premio: 1 ingresso "Escape Academy" per 6 Persone -CONSEGNATO-
"Rosa B74" 5° Premio: Kindle Touch -CONSEGNATO-
"Verde A46" 6° Premio: Magnum Prosecco cantina "Posmon"
"Bianco B31" 7° Premio: Bottiglia vino Grignolino cantina "Bersano" -CONSEGNATO-
"Bianco B43" 8° Premio: Bottiglia vino Dolcetto cantina "Bersano" -CONSEGNATO-
"Verde B76" - 9° Premio: Libro
"Bianco C44" 10° Premio: Libro
"Verde B84" 11° Premio: Libro -CONSEGNATO-
"Blu B39" 12° Premio: Libro
"Bianco A39" 13° Premio: Libro -CONSEGNATO-
"Blu A21" 14° Premio: Libro -CONSEGNATO-
"Blu B3" 15° Premio: Libro -CONSEGNATO-
"Blu A9" 16° Premio: Libro

Per ritirare il premio potete contattarci via mail info@movimentotorino.it

Chiarezza al Parco del Nobile!

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Il 5 marzo scorso il Consiglio di Circoscrizione 8 Torino vota all'unanimità una nostra Interrogazione ai sensi dell'art. 45 presentata titolata "Compendio Parco del Nobile " chiedendo conto del destino della nota fattoria didattica ProPolis in Strada del Nobile 92, collina a soli cinque minuti dal centro città, chiusa da dicembre 2014, compresi giardino delle farfalle, orto didattico, centro di osservazione delle api e casa del miele. Gli animali (galline e conigli, sei asinelli e qualche pecora) non ci sono più, scomparsi gelateria e ristorante prima presenti nella Fattoria.
Ma facciamo un po' di storia. Il parco è da molti anni incluso in contratto di Concessione/manutenzione affidato alla Cooperativa Agriforest la quale usa come propria sede (tramite concessione breve e canone ricognitorio) il fabbricato comunale in Strada del Nobile 36/a. Tra i quattro grandi operatori delle manutenzioni del verde su commesse comunali, vanta spesso grossi crediti con la Città di Torino.
Dal 2007 il Comune firma con Agriforest un nuovo contratto di Concessione trentennale includendo altri terreni all'intero Parco, ma soprattutto - al civico 92 - la "Villa Anglesio", da ristrutturare completamente con spese preventivate di circa 1,5 milioni di€. Nel contratto, la destinazione del compendio è "un centro ricettivo didattico con connotazioni di sostenibilità energetica ambientale destinato alla formazione e sperimentazione nel settore dell'economia ambientale con particolare riferimento alla gestione dell'ecosistema collinare ....."
Da contratto, il canone annuo complessivo è modesto (5.500 €, cresciuto a 8.000 nel 2012), si conferma la manutenzione generale del verde, la proprietà resta pubblica e si prevede la la completa ristrutturazione della Villa Anglesio a carico di Agriforest. L'investimento consolida la disponibilità a condizioni economiche super agevolate della sede, insieme all'opportunità di realizzare un centro didattico da sempre voluto dai membri storici di Agriforest. Grazie al credito di Banca Etica e dopo non pochi impicci burocratici, nel 2010 si inaugura centro polivalente "Fattoria ProPolis" autorizzata dalla Giunta Comunale nel settembre 2011. Esempio unico in città, per alcuni anni diventa meta di gite scolastiche oltre che punto di riferimento per centinaia di famiglie con i bimbi ancora piccoli che venivano qui tutti i giorni della settimana.
Nel contempo l'amministrazione autorizzava attività "accessorie" di gelateria e ristorazione, che avrebbero dovuto essere motore economico e sostenere le attività educative del centro, ma non hanno ingranato a dovere.
Risultato? Agriforest si è ritrovata così ad accumulare perdite per centinaia di migliaia di euro. Oltre al modesto canone annuo da corrispondere alla Città, ci sono le spese di gestione delle attività, ma soprattutto il mutuo annuale per 96 mila euro con Banca Etica.
«Ad oggi non abbiamo debiti - chiarisce Moschetti presidente Agriforest a marzo 2015 - ma non possiamo sopportare un altro anno di attività». Così i titolari della concessione allora informano la Città che la precedente gestione del bene non ha sortito effetti positivi pertanto chiedono un nuovo utilizzo. Gli assessorati al patrimonio e al verde pubblico, dopo aver informato la circoscrizione 8, hanno accettato l'ipotesi del nuovo utilizzo, a patto che il rapporto contrattuale permanga tra la Città ed Agriforest, con i rispettivi obblighi convenzionali, tra cui quello che il nuovo soggetto garantisca la piena fruibilità del Parco, compresa il relativo mantenimento. Ed ecco una nuova delibera di Giunta ad Agriforest, che permane titolare della Concessione originaria, per l'utilizzo di spazi del compendio da parte della "Vita al Centro" Culturale, la quale si è impegnata a farsi carico del pagamento del mutuo", dichiarano gli uffici competenti ad aprile 2015.
Da quest'estate quindi la struttura di proprietà comunale di Villa Anglesio è diventata una scuola privata. Senza voler giudicare l'approccio pedagogico applicato, non è una scuola riconosciuta e nemmeno parificata. Tutti i locali sono occupati da banchi e sedie. E per esplicita dichiarazione pubblica, l'associazione "aiuta" con un accordo ufficioso i concessionari a pagare il mutuo con xmila € mensili!

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Il contratto originario sottintendeva un implicito piano di rientro economico delle spese da ristrutturazione quantomeno azzardato, basandolo sulle attività commerciali da ristorazione e gelateria. Oggi, accertata l'impossibilità di realizzare quel budget gestionale, si autorizza l'uso esplicito ad un'attività privata fingendo un comodato gratuito!
Una recente commissione comunale ha ipotizzato che "le attività e i corsi che si svolgono sono molteplici e vanno dall'apicultura e produzione del miele all'educazione al bosco, dall'ecosistema alla biodiversità alla cultura e coltivazione degli orti".
Non ne siamo molto convinti. Seppur preferiremmo che gli obiettivi di uso pubblico previsti dal contratto fossero conseguiti, non possiamo accettare questo guazzabuglio ai danni della collettività!
La responsabilità politica dell'amministrazione sia chiara! Se non ci sono attività pubbliche coerenti con la concessione in essere che ripaghino il debito, che si affitti la proprietà pubblica del compendio a prezzo di mercato o, se ritiene, si ripensino finalità e predisponendo uno o più bandi aperti a tutti i soggetti interessati per la gestione degli spazi disponibili con differenti modalità.
Destinazione contrattuale ed implicita "sub-concessione" non gratuita di fatto, non sono coerenti con lo stato di fatto. Si ammetta formalmente la necessità di una soluzione!
Senza l'escamotage della scuola privata che paga il mutuo, Agriforest - incapace di rispettare il rimborso del debito - perderebbe la propria sede ed il Comune dovrebbe riprendersi struttura, manutenzione e debito.
Che ci sia trasparenza e rispetto dei beni comuni.

I lavoratori del Colosseo e la propaganda di Renzi

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Dopo alcuni giorni è ancora viva la polemica sull'assemblea dei lavoratori del Colosseo.
Se da un lato non si può non concordare sul fatto che i nostri beni culturali (tutti e non solo il Colosseo) debbano essere più accessibili e conservati in condizioni migliori, dall'altro trovo scandaloso che Renzi e il suo ministro usino le vite di questi lavoratori a fini propagandistici e quali capri espiatori di ciò che non funziona nella gestione di questo immenso e unico patrimonio. Va inoltre tenuto presente che l'assemblea era stata regolarmente annunciata, convocata ed autorizzata per discutere del mancato pagamento delle indennità e degli straordinari (circa il 39% del loro salario) ed è assodato che il personale è sotto organico da anni, ci sono solo 28 persone che lavorano al Colosseo e su queste 7 stanno negli uffici e 21 a contatto col pubblico.
Se la cultura è così importante per questo Paese, perchè proprio il governo non investe assumendo le persone che servono e pagandole regolarmente?
Di problemi di organico, per esempio, ne abbiamo anche qui a Torino nei nostri musei e un esempio recente è la vicenda estiva riguardante il Polo Reale tenuto aperto solo "a mezzo servizio" proprio per carenza di personale.
Comunque, visti i tweet di Renzi e di Franceschini, vorrei anche ricordare ciò che era stato permesso a Firenze quando lo stesso Renzi aveva chiuso il Ponte Vecchio per la cena di gala della Ferrari e successivamente il Ponte a Santa Trinita e il complesso di Santa Maria Novella per una cena di banchieri e imprenditori.
La (doppia) morale che ne emergerebbe è dunque che i beni culturali sono una merce e chi paga di più può anche escludere tutti gli altri mentre, dall'altra parte, non sarebbe ammissibile che dei lavoratori esercitino dei loro diritti garantiti dalla legge.
Sarò un'illusa, ma io sogno un mondo totalmente diverso da quello che vogliono farci credere come l'unico possibile.
Chiara

Quello che fa paura

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Il razzismo mi fa paura, l’ignoranza mi fa paura, la rabbia latente mi fa paura. Ma la cosa che mi fa più paura degli italiani è la facilità con cui si fanno manipolare dai mezzi di comunicazione per trovare subito qualcuno a cui accollare una colpa.

Gli piazzano sotto il naso la foto del Colosseo chiuso, gli scrivono tre titoli indignati sugli statali fannulloni, e alé: sdegno generale! licenziamoli tutti, oppure obblighiamoli a lavorare col fucile puntato, ai lavori forzati trascinando la palla di ferro alla caviglia! Ma magari c’era un motivo valido per quella protesta, magari la responsabilità è invece di chi pur preavvisato a norma di legge e ben pagato per farlo non ha saputo gestire la situazione, o risolvere prima il problema.

Gli fanno vedere una stronza che fa lo sgambetto al profugo, aggiungono due editorali sdegnati di qualche trombone a cottimo, tirano fuori un paragone storico appositamente selezionato (tipo: ma sessant’anni fa erano loro i profughi!), e alé: ungheresi nazisti! non fanno niente per i profughi, li scaricano tutti a noi, egoisti, cacciamoli dall’Europa! Peccato (ma questa informazione nessuno la riporta) che l’Ungheria nel secondo trimestre 2015 ha accolto e ospitato, in proporzione alla popolazione, tredici volte più profughi dell’Italia; davvero gli possiamo fare la morale?

Di storie così ce n’è un continuo (un’altra: quella del tassista che odia i disabili, che poi è venuta fuori essere in buona parte un equivoco legato al rifiuto dei buoni taxi comunali e non del cliente disabile). Sono tutte notizie che partono da un fondo di verità, ma che lo raccontano ingigantendo le cose a vantaggio di una parte sola, ed evitando accuratamente di riportare le ragioni dell’altra – se non, magari, due giorni dopo in un articoletto che nessuno leggerà. E la gente va dietro all’ondata di sdegno del momento, invece di cercare di capire le cose davvero, da tutti i punti di vista, e valutare se veramente l’interpretazione così netta offerta dai media è giustificata (magari sì, magari no), e provare a immaginare soluzioni costruttive ai problemi, che possano tener conto delle esigenze di tutti.

Che poi sarebbe anche il compito della politica, invece di passare il tempo a cavalcare lo sdegno e montare scandali su qualsiasi cosa per buttare fango addosso agli avversari; e questa è una responsabilità che dobbiamo prenderci tutti noi che la facciamo, specialmente chi, come il Movimento 5 Stelle, vuole dimostrare di saper affrontare e risolvere i problemi per poter governare.


2006- 2016 Anniversario degli sprechi.
Piazza Solferino: Il cioccolato amaro dei gianduiotti demoliti .
Costo: oltre 7 MILIONI DI EURO

All''inizio Atrium, cioè le due strutture a"gianduiotto", sorte in piazza Solferino furono presentate come una delle opere più significative realizzate a Torino negli ultimi anni e paragonate alla piramide del Louvre.

Erano una grande struttura di accoglienza ed informazione in vetro e legno progettate da Giorgetto Giugiaro: un designer torinese di cui si conosceva la capacità delle linee automobilistiche, ma di cui non era assolutamente nota la progettazione di edifici degni di nota.

Finite le Olimpiadi non si riuscì a collocarle in alcun modo, una prima trattativa con Firenze fallì con in più una richiesta di danni, una trattativa con dei privati per trasformare uno dei due gianduiotti - per altri 5 anni almeno - in un tempio del gusto, naufragò , come pure quella dell'esodo verso la Pellerina come da espresso desiderio di Luigi Chiabrera, il patron della Turin Marathon che contava di di piazzarne uno nel cortile della Cascina Marchesa alla Pellerina.
Si pensò anche di trasportarli a Rivoli, riveduti e corretti come punti di promozione dell'artigianato e dell'enogastronomia piemontese collocati in posizione strategica alle porte della città, ma non si fece mai.

Si incominciò poi a parlare di notevoli costi di mantenimento proporzionati all'uso e infine di esose cifre per lo smaltimento delle medesime, ed infine apparve una miracolosa impresa, la Campana Costruzioni di Torino che attraverso l'amministratore delegato Morato comunicò che le strutture non erano rimontabili, si comprò la piazza per 2 milioni di euro per fare 233 parcheggi interrati e smantellare gli edifici.

Ma perchè il comune di Torino perchè non ha proceduto all'acquisto di una struttura rimontabile, visto che la collocazione era provvisoria .
Oppure, se la struttura era di pregio architettonico, perchè non erano stati calcolati i costi di manutenzione e gestione?
Non si trattava di edifici in cui si era posta attenzione nella progettazione dei particolari costruttivi, soprattutto per quanto riguarda la protezione e la salvaguardia degli elementi strutturali direttamente esposti all'esterno e si erano adottare soluzioni tali da permettere il regolare deflusso delle acque, l'eliminazione di possibili punti di ristagno ed una opportuna ventilazione dei pezzi?
I due gianduiotti furono abbattuti con le ruspe che passavano sopra a tanta tecnologia e ai cittadini che cosa è restato?

Meno di due gianduiotti..

il Salone del Libro: un patrimonio dei torinesi a rischio

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Ecco la traccia dell'intervento in aula in merito alle recenti vicende del salone del libro.

Come voi ben saprete, più volte in questi quattro anni ci siamo oppposti alle decisioni di usare, in un momento di scarsità di risorse, cospicue somme per sostenere il "mito dei grandi eventi". Secondo la mia opinione infatti sovente questi servivano più a chi li promuoveva e, al massimo, a costruire un'immagine di "cartapesta" della Città, che a portare vere ricadute sul territorio cittadino e sul tessuto culturale torinese. Per farvi giusto alcuni esempi: spostare sul Festival Jazz delle risorse di MITO ha indebolito il secondo senza mai far sì che il primo diventasse un festival di richiamo nazionale, figuriamoci internazionale; oppure la famigerata partecipazione all'Expo che non solo non ha portato benefici alla Città ma ha assorbito risorse che sarebbero state necessarie per il welfare o per la scuola.

C'è però un evento che è oramai entrato stabilmente nella nostra storia e nei cuori dei torinesi, un evento che abbiamo difeso sin dal primo giorno: il Salone del Libro.

Non si tratta di una posizione di parte la mia, o legata a gusti personali, ma semplicemente di prendere atto dei dati che abbiamo a disposizione. Nel 2009 e nel 2014 la Camera di Commercio ha realizzato due studi in merito all'impatto socio economico del Salone, dai quali emerge che circa il 27% dei visitatori proviene da fuori Piemonte, includendo in questo dato sia il resto d'Italia sia i Paesi stranieri. Il trend tra il 2009 e il 2013 denota inoltre un "investimento" nelle future generazioni, poichè i frequentatori hanno visto un aumento in percentuale dei più giovani, i quali avvicinandosi alla lettura ed all'incontro con gli autori costituiranno il pubblico del futuro. Altro dato interessante che emerge da queste ricerche: il 40% dei visitatori si ferma a Torino per due o più giorni, interessando in questo modo il circuito cittadino dell'ospitalità. Potrei continuare con i dati, Signor Sindaco, ma mi limito a dire che le ricadute economiche complessive sul territorio torinese ammontano a circa 53 milioni di Euro. Siamo tutti in grado di farci due conti e calcolare che per 1 euro investito di spesa pubblica si generano 43 euro complessivi per il territorio torinese.

Una perla come il Salone avrebbe dovuto essere curata, custodita e fatta crescere con ogni tipo di attenzione e invece in questi anni è il salone è stato bistrattato e non è stata pensata alcuna nuova visione strategica per il suo futuro. Caro Sindaco decidere di non decidere equivale a decidere male!

Era ovvio che occorresse un cambio dei vertici ma questo avrebbe dovuto essere programmato e gestito con cura, non causato da qualche provvidenziale scandalo giudiziario. Tempo fa, ai vertici, che anche Lei ha prorogato di un anno, avrebbe già dovuto affiancarne di nuovi affinché non solo la transizione fosse "morbida", ma non andasse perduto l'insieme delle relazioni e delle esperienze costruite in questi anni. E questo in commissione lo abbiamo detto quasi un anno fa! Non averlo fatto in sede di rinnovo, non aver compreso sin da subito che le tensioni tra le due nuove nominate avrebbero portato a disastri e l'aver richiamato, in fretta e furia, Ernesto Ferrero denota la totale mancanza di prospettiva. Di fronte alla presa d'atto delle criticità, che addirittura avrebbero potuto portare all'annullamento della prossima edizione del Salone, non ha avuto altre idee se non richiamare proprio colui che aveva appena fatto accomodare fuori dalla porta. E non ha avuto il coraggio di fare la cosa che andava fatta: accompagnare alla porta anche la Dot.ssa Millella, corresponsabile anche lei dello scempio avvenuto in questi mesi.

Non solo, era altrettanto ovvio che le risorse sarebbero state scarse, ce lo diciamo da anni. Ora si parla di spending review e due diligence. Eppure un questi anni, e ancora tutt'oggi, sembrate non prendere in considerazione di andare ad agire su quella leva di costo - l'affitto -che incide per circa il 50% del costo totale dell'evento. Lei sostiene che si debba fare "sistema" e invece per i tre principali eventi che si tengono al Lingotto - Salone del Libro, del Gusto/Terra Madre e Artissima - contrattiamo in modo separato per l'affitto e i servizi con GL? Ma Le sembra normale? Quando tutti e tre gli eventi sono supportati da finanziamenti pubblici degli Enti territoriali!
Sempre ora, che ci accorgiamo che le risorse sono scarse e che servono nuovi soci, sentiamo parlare di cercare risorse dai privati: ma chi potrebbe oggi voler investire risorse con tutto quello che è successo, con l'immagine lesa e la situazione così instabile? Anche questo ragionamento eventualmente andava fatto anni fa, non adesso.

Lei, Singnor Sindaco, perché a Lei attribuisco le responsabilità politiche, negli ultimi due anni ha commesso una serie di errori gravi che sono principalmente risposte non date a problemi che erano quantomeno prevedibili. La questione non è, infatti, la diminuzione delle risorse, che può e deve essere affrontata, ma il complesso delle relazioni che riguardano il Salone, la sua visione strategica e il rapporto con GL.

Nel libro, "Un romanzo di carta" - che racconta la storia del Salone del libro, al capitolo dedicato al continuo "derby"" tra Torino-Milano alla domanda "Torino rischia di passare di mano?", Angelo Pezzana risponde: "Una manifestazione non si lega con una corda, la si mantiene con le capacità, con la concretezza".

Ed è proprio nel contesto in cui le risorse diminuiscono, il settore è in crisi e la concorrenza di milano cresce che è necessario che qui tutto il consiglio sia concorde nel ribadire che sia prioritario, anche a discapito di altro, che si continui a investire nel salone del libro affinchè resti a torino; affinchè svolga il suo compito nel modo più efficiente possibile e affinchè resti in mano pubblica.
fassino salone libro torino

Se La Stampa ti spamma

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Anni fa mi sono registrato sul sito de La Stampa, per poter commentare online le lettere di Specchio dei Tempi.

Da un paio di giorni però ricevo ogni mattina, senza averla mai chiesta, una newsletter del direttore Calabresi con i suoi pensierini sulle sue scelte per l’uscita del giorno, tipo stamattina (in grassetto): “È così bello quando in prima pagina si può mettere la Storia” (con la S maiuscola, mi raccomando).

A un certo punto c’è comunque scritto: “Abbiamo deciso di mandarti questa newsletter per fartela conoscere. Ti verrà inviata automaticamente fino a giovedì 17 settembre. Se vuoi continuare a riceverla gratis devi attivare il servizio.” Che è un po’ come prendere un ateo e mandargli gratis tutte le mattine una copia delle riviste dei Testimoni di Geova, con allegati i due tizi che suonano il campanello alle otto del mattino, così per fargli provare il servizio. Sicuramente a qualcuno nel mucchio piacerà, ma sarebbe gentile chiedere prima se uno gradisce; anzi no, sarebbe un obbligo di legge; anzi nemmeno, sarebbe un obbligo di legge non mandare niente a nessuno, nemmeno una gentile richiesta, se non è stato lui per primo a chiedertelo sul sito.

In fondo, in piccolo, c’è un link di disiscrizione e ho provato ad usarlo. Bene, si viene rimandati a una pagina in cui inserire il proprio username e password; io li metto (giusti, ho controllato con il recupero password) e… non succede niente; la pagina torna alla form in questione. Non so se comunque la disiscrizione funzioni, ve lo saprò dire domani mattina.

Certo che è disarmante vedere come nel 2015 i quotidiani italiani non abbiano ancora capito granché di come ci si relaziona con i lettori nel mondo digitale, anzi si trasformino tranquillamente in pessimi spammer.

Gli immigrati portano ricchezza?

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Uno degli argomenti più dibattuti in rete, quando si parla di immigrazione, è questo: gli immigrati sono un costo o una ricchezza? I giornali ne parlano spesso, e ne parlano malissimo; di solito si limitano a un concetto strettamente economico di “ricchezza” (lo farò anch’io in questo articolo, rimandando altre riflessioni al futuro) e sparano un titolone con una cifra che faccia impressione, positiva o negativa a seconda del pregiudizio che il giornale ha rispetto al fenomeno.

Repubblica, per esempio, definisce gli immigrati “un tesoro da 123 miliardi di euro”; detto così, sembra che siano soldi che gli immigrati mettono di tasca loro, ma in realtà si tratta semplicemente della fetta di PIL corrispondente in proporzione al numero di lavoratori immigrati rispetto al totale dei lavoratori in Italia (l’8,8%). Per dire che questa ricchezza è generata dagli immigrati, bisogna dare per scontato che in loro assenza non ci sarebbe altro modo di produrla, ad esempio impiegando al loro posto i disoccupati italiani, oppure migliorando la produttività degli altri lavoratori; e questo può essere o non essere vero a seconda di tanti fattori, a partire dal tipo di produzione e di competenze richieste.

Ancora peggio è Il Giornale, una vera fabbrica di cifre usate male, grazie a una costante manipolazione dei termini. Sia quando espone cifre corrette, come il miliardo di euro annuo abbondante che ci costa l’accoglienza dei profughi, sia quando fa confronti che non stanno nè in cielo nè in terra, come quello tra il costo mensile (peraltro abbastanza gonfiato) dell’accoglienza di un profugo e lo stipendio mensile di un poliziotto, Il Giornale non usa la parola “profugo” o “sbarcato” o “rifugiato” ma parla genericamente di “immigrato”. Eppure queste spese si riferiscono solo alle decine di migliaia di profughi attualmente ospitati nel nostro sistema di accoglienza, e non a tutti i circa cinque milioni di immigrati (più i clandestini, presunti essere tra 500.000 e un milione) attualmente presenti in Italia.

Il discorso, infatti, è ben diverso se parliamo degli immigrati regolari, quelli che entrano e rimangono in Italia con un permesso di soggiorno e con un lavoro, o se parliamo dei poveretti appena sbarcati a Lampedusa, sia che siano veri rifugiati che hanno perso tutto, sia che siano persone in cerca di lavoro e benessere.

Per quanto riguarda l’immigrazione in generale, troverete citato ovunque il rapporto di una certa Fondazione Moressa di Venezia, che trovate esposto qui alle pagine 11 e 12, e che conclude che il conto tra quanto gli immigrati versano allo Stato e quanto ricevono in servizi sarebbe in attivo di 3,9 miliardi di euro: 16,5 miliardi di entrate e 12,6 di uscite.

Ora, io vi prego di leggere bene in quel documento la tabellina e la spiegazione, perché qualche dubbio sulla sensatezza di questo calcolo ce l’ho. In particolare, più della metà delle entrate sono i contributi previdenziali, eppure in uscita la voce per i trattamenti previdenziali non compare affatto; a parte che ormai nella prima generazione di immigrati ci sono anche i pensionati, ma tra venti o trent’anni poi queste pensioni andranno pur pagate, quindi un qualcosa andrà pure accantonato.

Poi si arrampicano sugli specchi: ti dicono che la sanità costa molto, ma gli immigrati la usano meno della media perché sono giovani, quindi non puoi imputargliela appieno; poi però ti dicono che, essendo giovani, usano la scuola più della media, ma comunque i costi della scuola sono fissi perché sono gli stipendi degli insegnanti, quindi non puoi imputarli a loro. E nella sanità gli stipendi non ci sono? E poi anche in settori come casa e servizi sociali gli stranieri beneficiano dei servizi in maniera ben più alta della media; vi raccomando di dare un’occhiata all’elenco dei beneficiari dei contributi per l’affitto del Comune di Torino per farvi un’idea da soli.

Anche altre voci di spesa sono palesemente sottostimate: per esempio la spesa per la gestione dei fenomeni migratori (“Ministero dell’Interno”) è stimata in un miliardo di euro, ma noi sappiamo che è già superiore solo la spesa per l’accoglienza dei profughi esclusi i costi di salvataggio, trasporto e gestione, senza nemmeno cominciare a parlare di tutti gli altri immigrati.

Infine, un altro grosso errore: dal lato delle spese, l’elenco è chiaramente incompleto. Difatti, all’attivo viene messo l’intero gettito Irpef dei lavoratori immigrati, nonché una minuzia di altre tasse (persino le tasse sul presunto gioco d’azzardo da parte degli immigrati, o sulla benzina che probabilmente comprano…), ma come spese vengono contate solo alcune delle voci pagate con le entrate fiscali nazionali dei cittadini: sanità, scuola, servizi sociali, casa, giustizia. E i trasporti? Le strade? La polizia? L’ambiente? La cultura? Gli immigrati usufruiscono di tutti i servizi pubblici, come tutti gli altri cittadini. La spesa pubblica italiana è di 835 miliardi, se gli immigrati sono quasi il 10% della popolazione la loro quota potrebbe arrivare fino a 80 miliardi, altro che 12,6.

E in tutto questo non abbiamo ancora considerato un altro grosso fattore: loro stessi stimano in 5,5 miliardi (qui, al fondo di pagina 3) il valore delle rimesse inviate ogni anno dagli immigrati al loro Paese, soldi che non sono una spesa dello Stato, ma che comunque lasciano l’economia italiana e vanno ad alimentare quella di altre nazioni, e che però nel conto non compaiono.

Allora, capite che questo calcolo è talmente complesso, e talmente influenzato dal risultato che si vuole ottenere, che lascia un po’ il tempo che trova; peraltro, stante che il bilancio italiano è in perenne deficit e che abbiamo un’ampia tendenza all’assistenzialismo, sospetto che il conto sarebbe negativo anche per buona parte degli italiani.

Credo quindi che non abbia molto senso discutere se “gli immigrati” portano ricchezza oppure vivono alle spalle degli italiani; è un tipo di ragionamento strumentale sin dal principio, che viene fatto solo per dare una pretesa di scientificità ai propri pregiudizi positivi o negativi sull’immigrazione. Perché, vedete, “gli immigrati” o “gli italiani” non sono categorie sensate; bisogna capire cosa fa ogni persona.

Basta un po’ di buon senso per capire infatti che l’immigrato che arriva qui, rispetta la legge, lavora, paga le tasse è una ricchezza per tutti; mentre l’immigrato che arriva qui e non lavora, trovandosi a sopravvivere di espedienti ai margini della società o peggio a rubare o spacciare o prostituirsi per vivere, non è una ricchezza ma un danno.

E’ proprio per questo che tutti gli stati moderni, almeno dall’età industriale, non lasciano entrare chiunque, ma adottano politiche di gestione dei flussi: decidono quante persone possono essere accolte dall’economia e che qualifiche devono avere, fanno entrare quelle e rimandano indietro gli altri. Il primo strumento di integrazione, difatti, non è il sindaco che festeggia il Ramadan con te per mettere la foto sui giornali, e nemmeno l’accoglienza in albergo pagata dalla collettività, ma è il lavoro che ti trovi e che ti permette di mantenerti e di sistemare te e la tua famiglia; senza lavoro non c’è integrazione.

Per questo io sono basito da tutti quelli che dicono che noi dobbiamo accogliere a braccia aperte tutti quelli che si presentano oggi alle nostre frontiere, perché un secolo fa noi siamo stati accolti negli Stati Uniti e altrove. Gli Stati Uniti hanno accolto quasi tutti per un periodo ben definito, alla fine dell’Ottocento, in cui avevano un intero continente da popolare e colonizzare; una situazione molto particolare, certo non quella dell’Italia di oggi. Anche loro facevano comunque una selezione sulla capacità di lavorare, rimandando indietro per esempio i disabili, e nel Novecento ben presto introdussero un sistema di quote e progressivamente chiusero le frontiere; e gli italiani che entrarono là, lo fecero quasi tutti regolarmente, con un visto valido e dopo essere stati identificati e schedati. Oggi, negli Stati Uniti, senza qualifiche si entra a numero chiuso con una lotteria; in Australia nemmeno così, ma si entra, dopo i trent’anni, praticamente solo se si fa parte di una serie ben precisa di professioni di cui hanno bisogno. Se ti presenti alla frontiera senza il visto, ti fermano (oddio!), ti mettono in una cella (oddio!!!), e ti reimbarcano a tue spese sul primo aereo per il tuo Paese (oddio!!!!! tutte cose che qui sono bollate come razzismo).

I rifugiati, quelli veri, sono un caso particolare; sono persone che non hanno necessariamente prospettive di integrarsi nella nostra economia, e che quindi potrebbero pesare sul nostro sistema di welfare a lungo, ma che accogliamo per civiltà e solidarietà. Gli altri, i migranti economici, quando sono entrati in questi anni con un visto e hanno trovato un lavoro, hanno dato e stanno dando il loro contributo al benessere degli italiani e sono i benvenuti.

Quelli però che non rientrano in una stima dei lavoratori che ragionevolmente possiamo assorbire, quelli che non troveranno un lavoro e resteranno in mezzo a una strada, non saranno una ricchezza, ma un problema per tutti. E allora trovo giusto che anche l’Italia decida ogni anno quanti migranti economici accogliere, che riceva le domande già dai Paesi di origine e gli conceda il visto prima di partire, in modo che i prescelti possano venire qui in aereo e non rischiando la vita in mare, e possano arrivare e lavorare e prosperare insieme a noi, magari nell’ottica di trasferire poi denaro e conoscenza nel Paese di origine per accelerarne lo sviluppo. Per gli altri, mi spiace: senza razzismo, senza cattiveria, ma oggettivamente il posto non c’è.

Il razzismo delle porte aperte

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Come ricorderete, nel mese di luglio ho dedicato al tema dei profughi quattro post pieni di dati e informazioni utili, cercando di promuovere una discussione su come si potesse oggettivamente affrontare un problema così complesso e difficile. Ecco, effettivamente la discussione poi è partita, ma non certo nel modo in cui avrei voluto; alcune riflessioni su come gestire uno degli aspetti della questione – quello relativo alle persone che non hanno diritto all’asilo politico – sono state pubblicate sul blog di Grillo, suscitando un bel vespaio, ma soprattutto dando l’impressione che tutta la mia capacità di riflessione sul tema finisse lì; e provocando inoltre accuse di “razzismo” e “leghismo” verso Grillo e verso di me.

Ora, io non sono razzista e ci tengo a non essere confuso con chi veramente lo è, per cui, contrariamente alle mie intenzioni iniziali e nonostante ci siano diversi altri temi altrettanto importanti da affrontare, mi vedo costretto a usare questi giorni di fine estate per mettere nero su bianco alcune ulteriori riflessioni sull’argomento, precisando che si tratta di valutazioni personali all’interno di una discussione in cui il Movimento 5 Stelle è meno diviso di quanto sembri – io, per esempio, condivido i sette punti espressi già da mesi dai parlamentari – ma che inevitabilmente sta impegnando un po’ tutti.

Le quattro proposte riportate dal blog di Grillo, peraltro, sono semplicemente logiche se si parte dal principio di voler gestire il fenomeno. A meno che non si voglia accogliere chiunque si presenti alle porte dell’Italia indipendentemente da provenienza e motivazioni, tra gli aspiranti immigrati ci saranno sempre alcune persone che hanno diritto all’accoglienza (a partire dai veri rifugiati e profughi di guerra, che però sono solo, dai nuovi dati del primo semestre 2015 rilasciati ufficialmente dal Ministero dell’Interno, circa un quarto del totale) e altre che non ne hanno diritto; per cui c’è bisogno di accogliere meglio chi rimane in Italia, velocizzando la trattazione delle domande di asilo e favorendo l’integrazione, ma anche di rimandare indietro chi non può rimanere.

Questo è ciò che fanno tutti gli Stati del mondo, compresi gli stessi stati africani: su Wikipedia potete leggere della decennale lotta del Ghana contro l’ingresso di clandestini nigeriani e maliani. Se mai, si può e si deve discutere di chi ammettere e chi respingere; ma non si può mettere in dubbio l’esistenza stessa di un sistema di rimpatri forzosi.

Lo dice anche la Lega? Ben venga, ma c’è una differenza fondamentale: la Lega passa tutto il tempo ad insultare i clandestini, ad agitare spettri di invasioni e di delinquenza generalizzata (esistono gli immigrati che delinquono e vanno gestiti, ma sono una piccola parte); spesso coprendo, lì sì, del vero e proprio razzismo.

Io invece non ho nulla contro chi cerca di venire in Italia per trovare un lavoro, non mi ritengo superiore né sotto attacco, non ho nessun problema a convivere con persone straniere (se leggete il mio profilo scoprirete diverse esperienze internazionali di alto livello, Nazioni Unite comprese); solo, penso che fare una selezione all’ingresso sia necessario per noi e per loro, e prossimamente vorrei spiegarvi il perché.

Ma prima, permettetemi di rimandare al mittente le accuse di razzismo e anzi di far notare che, così come nelle posizioni restrittive c’è spesso del razzismo, anche in quelle favorevoli all’accoglienza ce n’è spesso altrettanto: non un razzismo aperto e buzzurro, ma un sottile razzismo paternalista.

Ci viene difatti detto che l’unica via per essere solidali e non razzisti è aprire le porte senza condizioni e accogliere chiunque dall’Africa (e, in misura minore, dal subcontinente indiano) voglia trasferirsi qui per motivi economici, senza nemmeno capire chi è e cosa vuol fare. Questa conclusione può essere raggiunta solo basandosi su alcune ipotesi implicite ma evidenti:

1) La peggior condizione di vita in Europa, anche schiavo raccoglitore di pomodori o disoccupato senzatetto che vive di espedienti, è comunque meglio di qualsiasi condizione di partenza in Africa.
2) La miglior soluzione ai problemi dell’Africa è trasferire il maggior numero possibile di suoi abitanti in Europa.
3) Se gli africani sono sottosviluppati, è tutta colpa degli europei e dei secoli di saccheggi e sfruttamenti che continuano anche oggi.
4) Visto che la colpa del sottosviluppo africano è degli europei, tocca agli europei garantire agli africani la sopravvivenza.

Le prime due asserzioni sono legate a una immagine distorta e mortificante dell’Africa, quella di un continente dove esistono solo bambini denutriti, capanne di fango e epidemie mortali, e per cui non ci può essere redenzione: l’Africa come inferno perpetuo da cui fuggire. In realtà, esiste anche un’altra Africa, fatta di città sempre più moderne e di grattacieli, e di tassi di sviluppo tra i più alti del pianeta, come il +7% della Nigeria o il +8,3% del Mozambico, contro il -0,2% dell’Italia. Ovviamente si parte da situazioni di ricchezza media molto più bassa (il reddito pro capite della Nigeria è un sesto del nostro e quello del Mozambico è un trentesimo), con tassi di povertà tra il 35 e il 70 per cento (l’Italia, comunque, è al 30%…); eppure, lo sviluppo dell’Africa non è soltanto possibile, ma è reale e sta già avvenendo.


Una vista del centro di Lagos, da Wikipedia.

In quest’ottica, allora, bisogna capire che cosa è davvero utile all’Africa: per esempio, servono i programmi di scambio per trasferire conoscenza, aiutando gli africani a studiare qui per poi tornare e creare sviluppo al loro Paese; e programmi di aiuto e di investimento diretto, che pure già esistono (solo tramite l’OECD nel 2014 sono transitati verso l’Africa 28 miliardi di dollari di aiuti bilaterali, ma si può fare molto di più).

Al contrario, prendere il maggior numero possibile di maschi dell’Africa sub-sahariana per portarli a fare gli schiavi qui, a svolgere lavori sottopagati o in nero sperando di risparmiare qualcosa da mandare alla famiglia, non solo non serve all’Africa, ma la impoverisce; la priva delle forze fisiche e intellettuali per sostenere il proprio sviluppo. E’, se ci fate caso, una nuova forma di colonialismo, in cui oltre alle materie prime si fa razzia anche di lavoratori; e non è poi così diversa dall’antica tratta degli schiavi, né per dinamiche di sfruttamento dei viaggi e delle persone una volta giunte da noi, né per mortalità negli spostamenti.

Del resto, gli stessi migranti vengono in Europa attirati dalla pressione combinata dei media e dei trafficanti di esseri umani, che promettono ricchezza facile e immediata. Diversi di loro, una volta giunti in Europa, dicono apertamente che è tutto molto diverso da come se l’erano immaginato, che restano per non subire la vergogna del ritorno a mani vuote, ma che se avessero saputo non sarebbero partiti (qui un articolo di esempio).

Le seconde due ipotesi sono altrettanto intrise di paternalismo bianco e di senso di colpa (un classico delle culture cattoliche) verso l’africano, trattato come un bambino scemo che non sarà mai in grado di difendersi o di decidere per se stesso, mentre l’italiano deve scusarsi anche solo di esistere. A parte che non ho scelto io di nascere italiano e dunque non capisco perché dovrei scusarmi o vergognarmi di esserlo, lo sviluppo dell’Africa e la redistribuzione a tutti gli abitanti della relativa ricchezza sono frenati proprio dal fatto che i popoli africani non hanno il pieno controllo delle proprie democrazie, in parte per l’interferenza continua delle nazioni europee, e in parte perché si scelgono (anche quando possono votare) governi corrotti e formati per dinamiche tribali, in cui una piccola elite vive in villoni di lusso alle spalle dei loro fratelli (non che gli italiani, peraltro, siano tanto più bravi a scegliersi governanti onesti).

Ora, l’interferenza delle nazioni europee si elimina smettendo di interferire, e non interferendo al punto da promuovere l’emigrazione di massa della popolazione; e il processo di maturazione democratica, come ci insegnano i fallimenti dei tentativi di “esportare la democrazia”, può avvenire solo in maniera endogena.

Io credo quindi che il modo corretto di relazionarsi con gli Stati africani sia da pari a pari, mettendosi a disposizione per aiutare ad eliminare la povertà sul loro territorio: il “piano Merkel” di cui parlava anche il blog di Grillo. Eppure, noi al momento abbiamo un premier che considera il presidente kenyano un tale incapace da presentarsi in visita ufficiale a casa sua, dentro il palazzo presidenziale, con un enorme e ben visibile giubbotto antiproiettile, come se in Africa si rischiasse la vita a ogni passo, persino nei momenti di massima solennità. E poi i razzisti saremmo noi del Movimento…

In conclusione, l’immigrazione è un fenomeno epocale, che già in passato ha segnato la Storia e che nessuno si illude di poter fermare solo con una legge o con un muro, ma che non si può nemmeno rinunciare a gestire, negli aspetti positivi come in quelli negativi. E’ un fenomeno che scuote le nostre società dalle fondamenta, perché ci costringe a pensare a che mondo vogliamo costruire, e a come renderlo prospero e pacifico. Proprio queste, quelle di alto livello e di lungo periodo, sono le vere questioni di cui dobbiamo dibattere urgentemente; e questo dovremo fare nel prossimo futuro.

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