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Sui biglietti gratis per i ragazzi del Toro

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Pochi lo sanno, ma esiste da molti anni una legge che obbliga le società di calcio, in almeno metà delle partite casalinghe, a permettere l’ingresso gratuito dei ragazzi fino a 14 anni accompagnati da un parente adulto pagante, con l’obiettivo di avvicinare i giovanissimi al calcio.

Peccato che il Toro, spesso un po’ latitante rispetto alle esigenze dei tifosi, si fosse dimenticato di applicare questa legge; a ricordarla ci ha pensato una petizione di tifosi organizzata da Toro Supporters Network. La petizione mi è stata segnalata e allora io ho deciso di chiedere all’amministrazione comunale, che è pur sempre il padrone di casa delle partite del Toro, di intervenire per far rispettare la norma, eventualmente usando come arma il contratto di affitto dello stadio Olimpico.

Come vedete nel video, è stato un successo: a partire dalla partita di domenica prossima, Toro-Sampdoria, verranno messi a disposizione i biglietti gratuiti per gli under 14. Peccato che, come sempre, il Toro di Cairo ci metta del suo per non accontentare i tifosi: e così, adesso si è scoperto che i biglietti saranno solo 100, solo in curva Primavera e solo per chi compra online, mentre la legge non pone limiti né di numero né di settore.

Purtroppo siamo in Italia e le leggi sono spesso considerate carta straccia; se da una parte sono comunque contento di un bel passo avanti, dall’altra mi chiedo perché non si riescano mai a fare le cose per bene; per il Toro questa misura può voler dire rinunciare a qualche euro oggi, ma può anche essere importante per garantirsi il pubblico di domani. Basterebbe voler ragionare per il lungo periodo…

Ieri sera in Consiglio avevamo proposto l'Ordine del Giorno :" L'area Clessidra ha bisogno di interventi di riqualificazione urgenti"
in cui chiedevamo che il progetto dell'architetto Cagnardi ,che prevedeva la costruzione di una Biblioteca interrata denominata "cannocchiale,"venisse abbandonato e che si predisponesse una riqualificazione dell'area economicamente più sobria ma che tenesse presente le richieste già formulate dai cittadini residenti nella zona, quali illuminazione dell'area, piantumazione di alberi, rastrelliere per biciclette utilizzando anche l'area per spazi sportivi che per altro la Circoscrizione 1 non possiede.

Mi hanno chiesto di togliere l'abbandono del progetto della Biblioteca perchè è irrealizzabile ma è stato pagato...e l'ho fatto, poi Sel mi ha chiesto di togliere nelle premesse un altra cosa che non era importante e l'ho tolta, poi non andava bene che fossero scritti alberi e a spiegargli che si possono anche piantare i Prunus su soletta e infine ... hanno fatto cadere il numero legale.

Ma la cosa che mi ha fatto più male è chi hanno detto che la premessa era scritta coi piedi dal momento che avevo semplicemente ricopiato le giuste premesse di un cittadino che vive in zona e che aveva scritto le identiche cose anche al Presidente. .
Un istante prima votando la modifica del regolamento del verde pubblico avevano aggiunto nel parere di avere i giardini " migliorati " con infrastrutturazioni sportive a basso impatto, un attimo dopo per un Ordine del giorno richiesto dai cittadini residenti facevano il diavolo a quattro per non votarlo.

Non credo che me lo voteranno ma non sarà una mia sconfitta, ma una sconfitta per la Circoscrizione 1che nella paura di far emergere un'istanza scritta da un consigliere di minoranza o per paura di dire qualcosa di significativo e preciso al Comune tralascia di ascoltare i bisogni reali dei cittadini.Vicenda assurda ma significativa.
Testo dell'ODG
https://www.facebook.com/notes/viviana-ferrero/odg-larea-clessidra-ha-bisogno-di-interventi-di-riqualificazione-urgenti/10151860378057312

Video realizzato dal Movimento

https://www.youtube.com/watch?v=2CT3NoXSphU&feature=youtube_gdata_player

Torino social innovation, tirate fuori i soldi

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Mettere in piedi startup innovative è stato per tanti anni il mio lavoro; per questo sono stato anch’io molto contento quando, alcuni mesi fa, l’amministrazione comunale tutta orgogliosa ci ha comunicato che, su quaranta progetti vincitori del bando nazionale del MIUR per le startup di innovazione sociale, ben undici venivano da Torino.

L’amministrazione, difatti, ha promosso in tutti i modi Torino come capitale dell’innovazione tecnologica e sociale, con il progetto Torino Social Innovation: e vai di incontri pubblici, audizioni in commissione, comunicati stampa, persino manifesti in giro per la città.

Peccato che poi, un paio di mesi fa, io abbia scoperto che i ragazzi vincitori dei progetti – presentati a luglio 2012 e selezionati a febbraio 2013 – avevano sì speso un sacco di tempo nel farsi portare in giro e raccontare quanto era bella e innovativa Torino grazie alle loro idee, ma ancora non avevano visto una lira dei fondi loro assegnati.

Difatti, il finanziamento nazionale è perso nei meandri del Ministero dell’Istruzione; e così, i vincitori da un anno sono sospesi in un limbo, non possono lavorare ad altro o portare avanti le proprie attività ma non possono nemmeno iniziare quelle per cui hanno vinto il finanziamento.

Noi ci siamo attivati; la nostra deputata Silvia Chimienti, che ringrazio, è stata molto disponibile e ha chiesto lumi al ministero, senza però ottenere risposte risolutive. Io inoltre ho presentato una interpellanza in Comune, per chiedere che la giunta Fassino, così pronta a farsi bella coi progetti di questi ragazzi, facesse anche qualche cosa per sbloccare i fondi a cui hanno diritto: non abbiamo forse un sindaco che si vanta del suo grande peso a Roma? Nel video vedete la risposta; nel frattempo, speriamo che questo po’ di attenzioni che abbiamo cercato di sollevare possano servire a svegliare il Ministero.

(P.S. E siccome uno dei vincitori di cognome fa Bertola, a scanso di malelingue preciso che non siamo parenti…)

Raccomandazioni al museo: sfiducia all'assessore Lavolta

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Abbiamo domandato all'assessore Lavolta (PD), se fosse legittimo che il suo ufficio trasferisse curricula all'associazione che gestisce il museo A come Ambiente e la sua risposta è stata: "io credo di sì, perché così avveniva. Il direttore ci rappresentava e mi rappresentava delle esigenze, io non ho paura a dirlo e problemi a dirlo. Se il direttore dice abbiamo una necessità io concorro alla ricerca del personale segnalando delle persone, molte delle quali non sono mai state chiamate."

Di fatto, l'assessore, ha confermato con aberrante naturalezza, l'orribile e impronunciabile prassi della politica, vecchia quanto è vecchio il mondo, di segnalare, o, in gergo, raccomandare, dei suoi conoscenti.
Questo fatto e' assolutamente inconciliabile con le logiche meritocratiche che dovrebbero contraddistinguere qualsiasi amministrazione pubblica.

L'assessore ci dica se è davvero questa l'immagine che vuole dare di se', dell'amministrazione, e della città che vanta un primato triste come quello della disoccupazione giovanile oltre il 40%.
Possono i torinesi pensare che per ottenere un lavoro sia opportuno passare dall'assessore di turno, anziché essere meritevoli e competenti?
E' questa l'idea di meritocrazia che ha il Sindaco Fassino? è questa l'idea di competenza che ha il PD?
Permettetemi di dire che io ne ho orgogliosamente un'altra, molto più semplice: se si cerca una risorsa, la si deve cercare fra le persone più competenti in materia, in modo trasparente ed accessibile a tutti.

Per questo e altri motivi abbiamo presentato una mozione di sfiducia all'assessore che è stata respinta col voto sfavorevole di PD, Sel e Moderati.
Vedute contrapposte.

Chiara Appendino
Consigliere Comunale M5S Torino
(nel video l'intervento completo in aula)

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Tutto il male dell'urbanistica torinese

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L’urbanistica, si sa, è il bancomat dei sindaci torinesi: sia Fassino che Chiamparino hanno spesso dato via parti di territorio in cambio di entrate straordinarie per milioni di euro (solo il grattacielo Intesa-Sanpaolo ha fruttato quasi 40 milioni di euro). E l’assessore all’Urbanistica diventa così il commerciale della città, in Italia e all’estero, andando a vendere le opportunità di “investimento” in nuove operazioni edilizie in giro per Torino. Nasce così, per dire, il famigerato sito You can bet on Torino, da cui è tratto l’irresistibile video di Fassino che promuove Torino in un inglese improbabile che, scovato da noi sul profilo dell’assessore, ha fatto il giro del Web pochi giorni fa.

Due settimane fa, è arrivata in consiglio comunale una delibera intitolata “Programma delle trasformazioni urbane 2013-2014. Linee di indirizzo”. Finalmente, direte voi, magari un po’ in ritardo (a febbraio 2014 il programma 2013-2014?), ma arriva uno straccio di pianificazione dell’urbanistica cittadina? No, in realtà leggendo il testo si scopre che pure quello è una specie di depliant promozionale, un marchettone pieno di supercazzole che variano tra il tautologico e l’imbarazzante, mescolate a una elencazione di tutte le speculazioni edilizie passate e future.

E allora, per un commento un po’ articolato alle pessime politiche urbanistiche di questa amministrazione, vi rimando al video che contiene il mio intervento in aula.

Sul CIE di Torino

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Ecco l'intervento che avrei fatto in Consiglio se non fossi stata a casa malata.
L' avevo preparato qualche settimana fa quando era prevista per la prima volta la discussione dell'atto ed essendo il frutto di lavoro non solo mio mi sembrava comunque giusto condividerlo.


"Il tema dell'immigrazione e dell'accoglienza è molto delicato,facilmente strumentalizzabile e difficile da fronteggiare, sovente perché a priori, forse anche solo per paura, l'immigrato viene visto come una minaccia sociale.
E' un tema però che non può però essere, evidentemente, considerato solo nelle politiche locali, ma deve essere sopratutto inserito in quelle nazionali ed europee.
Sul fatto che le leggi Bossi-Fini e Turco-Napolitano debbano essere superate credo non ci siano dubbi. Sulla Bossi-Fini è stato fatto finalmente un piccolo passo in avanti settimane fa, come tutti saprete: con il voto al Senato è stato abolito il reato di clandestinità che verrà trasformato da reato penale a illecito amministrativo.
Ma è solo un primo passo.
Quello di cui parliamo oggi in aula, appunto i CIE, penso rappresentino l'incarnazione forse più visibile delle politiche migratorie italiane, dalla legge Turco-Napolitano ai successivi inasprimenti e cambiamenti di nome ad opera della Bossi-Fini e di altri provvedimenti come il pacchetto sicurezza del 2008.
Che anche i CIE debbano essere superati credo sia indiscutibile. E che debbano essere superati con politiche nazionali ed europee - e non solo con una mozione comunale - credo sia altrettanto scontato. E non lo dico io, ma lo dicono i fatti.

I medici senza frontiere in una relazione del 2010 denunciano apertamente che nei centri convivono le situazioni più disparate. Nello stesso ambiente vi sono vittime di tratta, di sfruttamento e di tortura, casi di tossico dipendenze; vi sono stranieri che vantano anni di soggiorno in Italia, con un lavoro non regolare, vi si intrecciano storie di fragilità estremamente eterogenee tra loro dal punto di vista sanitario o giuridico passando per quello sociale e umano, evidenziando evidentemente esigenze che non possono che essere molto diversificate tra loro (Al di là del muro, abstract, Medici senza frontiere -Missione Italia, 2010).

Non solo. Secondo l'indagine realizzata tra febbraio 2012 e febbraio 2013 da Medici per i diritti umani (Medu), la struttura dei centri di identificazione ed espulsione è simile a quella dei centri di internamento. Nel loro documento di sintesi evidenziano come i dispositivi di contenimento dei settori in cui si trovano effettivamente ristretti i migranti risultano poi essere dei recinti - assimilabili a grandi gabbie - che racchiudono spazi di dimensioni inadeguate ed eccessivamente oppressivi. (Arcipelago CIE - Sintesi - MEDU, maggio 2013).

E poi ci sono anche le criticità da un punto di vista prettamente sanitario. Le indagini dei Medici per i diritti umani evidenziano che tra le criticità più diffuse vi sono la poca accessibilità alle cure e più in generaleai servizi delle strutture ospedaliere, ai servizi sanitari presenti sul territorio alle visite specialistiche anche a causa della carenza di personale medico specialistico (ad esempio psichiatrico e ginecologico) che sarebbe particolarmente necessario dato il contesto dei centri.

Ed è proprio in questo contesto, sembra assurdo ma è vero, che nell'agosto 2011 la durata massima del trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione è stata ulteriormente prorogata fino ad un massimo di 18 mesi. Ovviamente l'allungamento dei tempi del trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione non ha fatto altro che peggiorare le condizioni dei migranti ed il loro malessere. Ciò risulterebbe anche da un sensibile incremento degli episodi di fuga nell'anno 2012 rispetto all'anno precedente.

Mi ha particolarmente colpito leggere , come riportato nel documento dell'Unione delle Camere Penali Italiane del 15 gennaio 2013 una sentenza del giudice di Crotone con cui ha ha assolto tre cittadini extracomunitari che avevano indetto una protesta all'interno del Cie Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto dal 9 al 13 ottobre, scardinando grate, finestre, ringhiere e rubinetterie, lampade e staccando intonaci, salendo sui tetti e lanciando i materiali indicati. La motivazione dell'assoluzione? Il Giudice monocratico ritiene giustificata la condotta dei trattenuti,stabilendo che essi abbiano agito per difendere i loro diritti fondamentali (alla libertà personale e alla dignità umana) da una iniqua ed ingiusta aggressione posta in essere". Direi piuttosto significativa come motivazione per l'assoluzione.

E' questo è il quadro drammatico in cui si trovano i detenuti per il quale che non credo ci sia molto da aggiungere. Ma quali sono i risultati?

Secondo il monitoraggio di Lunaria, associazione di promozione sociale, per i centri di identificazione ed espulsione lo Stato affronta una spesa di 55 milioni di euro l'anno, e ciò a fronte di risultati evidentemente scarsi, visto che «su 169.126 persone transitate nei centri tra il 1998 e il 2012, sono state soltanto 78.081 (il 46,2 per cento del totale) quelle effettivamente rimpatriate».
L'identificazione infatti è spesso difficoltosa, dall'altra Paesi d'origine, consolati e ambasciate impiegano mesi a rispondere, se rispondono, su generalità e destinazione. Conclusione: i rimpatri, spesso costosi e oggetto di indagini , sono per l'appunto pochi. Circa il 50% lascia effettivamente l'Italia. Nel frattempo queste persone vengono di fatto private della libertà personale senza sapere cosa ne sarà di loro in condizioni igienico-sanitarie e psicologiche devastanti.

Il superamento è quindi necessario, e forse come primo provvedimento si potrebbe riportare dai 18 mesi ad un massimo di 60 giorni il periodo di detenzione. Una misura tampone, in attesa di rivedere l'architettura legislativa sull'immigrazione e arrivare al superamento di queste strutture nate 15 anni fa.

Ma permettetemi di dire, questa è una questione che non riguarda solo Torino, bensì le politiche nazionali. Pensare di superare il CIE di corso Brunelleschi senza rivedere l'impianto generale delle procedure e normative in essere è guardare il dito senza vedere la luna. Pensare che una nostra mozione, spesso non vediamo neppure implementate quelle di sola pertinenza locale, risolva la questione è surreale, spero che ne siamo tutti consapevoli.

Nonostante ciò io voterò a favore della proposta nella speranza che in particolare il secondo e terzo punto del documento possano essere da reale stimolo per superare davvero questi CIE e sopratutto rivedere quella che si è mostrata, non solo per le tragedie ultime, chiaramente una politica dell'immigrazione fallimentare."

La mozione è stata approvata oggi dal Consiglio.

(L'intervento nella parte dei dati riprende parti della dalla mozione presentata dal M5S a livello nazionale che non prendeva posizione specifica sul superamento dei CIE - che ad oggi continua a non esserci- bensì denunciava le condizioni di malessere)

CIE, chiudiamo la demagogia

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Il mio voto negativo alla mozione di SEL e PD sui CIE ha fatto molto discutere, e dunque ci torno sopra, anche se la mia posizione era precisa e già discussa in rete tre settimane fa; ma evidentemente ancora non è chiara.

Potete vedere nel video quello che ho veramente detto in aula. In breve, io condivido l’idea di chiudere i CIE, sia perché disumani che perché inefficienti, ma credo che i flussi migratori vadano regolati e dunque che ci sia bisogno di garantire che chi non è in regola vada espulso: è inutile darsi delle regole per entrare in Italia se poi non le si fa rispettare. Ho detto che avrei votato favorevolmente se i proponenti della mozione avessero accolto questa precisazione, che ho presentato come emendamento, ma loro hanno rifiutato e dunque ho votato contro, come avrei votato contro a una mozione altrettanto ideologica presentata dal centrodestra.

La mozione di ieri, peraltro, non decideva nulla, semplicemente perché non è il Comune a decidere se chiudere o meno i CIE. Vedrete che tra sei mesi il CIE di corso Brunelleschi sarà ancora lì (la prefettura ha pubblicato da poco la gara d’appalto per la gestione per il prossimo triennio…); se non lo sarà, sarà perché il governo ha deciso di fare qualche manovra ad effetto, salvo poi rifare una cosa simile con un altro nome da qualche altra parte.

Difatti, non esiste alcun Paese che sia privo di un modo per allontanare forzatamente chi non è in regola, e se questo modo non ci fosse il risultato sarebbe uno solo, ovvero le frontiere aperte per tutti; giacché non esiste un immigrato che se ne vada semplicemente perché riceve un foglio che gli dice di andarsene. E io credo che le frontiere aperte per tutti, tanto più in un momento di crisi, portino solo guerra tra poveri, sfruttamento e ulteriore razzismo.

E’ decisamente scorretto, come ha fatto Repubblica in questo articolo, scrivere che il M5S si schiera contro la chiusura dei CIE e basta, senza riportare che io – come vedete nel video – ho detto chiaramente di volerne la chiusura. Il Fatto Quotidiano spiega meglio, almeno nell’occhiello, che io sono favorevole alla chiusura ma contrario a una mozione che non presenta prospettive per gestire l’immigrazione, se non quella di rinunciare a porre qualsiasi regola all’immigrazione. Repubblica fa disinformazione contro il M5S, ma questa non è nemmeno una notizia.

Questa mozione è pura demagogia, come lo è praticamente tutto quello che i partiti, di destra e di sinistra, hanno detto e fatto in vent’anni sull’immigrazione, portandoci alla situazione che vediamo, e che danneggia in primo luogo gli immigrati regolari. Lo prova l’unico confronto che ho potuto avere con i proponenti, in particolare col capogruppo Curto di SEL, tra ieri e stamattina sulla sua bacheca Facebook (difatti non hanno nemmeno voluto discutere la mozione in commissione, portandola direttamente al voto in aula).

Alla fine, gli ho chiesto quali sono i Paesi che per loro sono il modello di politiche sull’immigrazione, quelli che puntano sugli immigrati per la crescita economica aprendogli le porte. La risposta è stata “i paesi sudamericani” e “la Francia e il centro Europa”, seguita da altri che dicevano “gli Stati Uniti”, “l’Inghilterra”, “la Spagna”.

Peccato che questi siano tutti Paesi in cui se ti azzardi a entrare senza visto vieni buttato fuori senza tanti complimenti; in Francia e in Spagna vige la stessa direttiva europea che la mozione definiva “una violazione inqualificabile dei diritti umani” e ci sono i CIE, anche più grossi dei nostri, mentre in Germania c’è direttamente la prigione; e negli Stati Uniti basta il sospetto che tu voglia lavorare illegalmente per farti finire in prigione e poi su un volo di ritorno. Non so quali siano i Paesi sudamericani che sogna Curto, ma pure lì devi avere un visto che dipende da chi sei e da cosa vuoi fare, e se non ce l’hai e ti beccano ti allontanano a forza.

Insomma, alla fine questa società fantastica in cui tutti i poveri del mondo entrano senza limiti e prosperano senza confini nella soddisfazione generale – una società per cui tutti potremmo fare la firma – non esiste se non nella loro testa, e come strumento di campagna elettorale demagogica. E io, mi spiace, non sono disposto ad unirmi al coro della demagogia sull’immigrazione, né in una direzione né nell’altra; e sarebbe davvero ora che così facessimo tutti.

Addio 13, addio Hermada

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Da un paio di mesi, la vita degli utenti dei mezzi pubblici della Circoscrizione 4 è stata radicalmente stravolta: il tram, che attraversava il quartiere praticamente dall’inizio della sua esistenza, è stato eliminato e sostituito con autobus.

Naturalmente, il passaggio della linea 13 da tram a bus è stato secondo l’amministrazione comunale un gran passo avanti, perché finalmente i disabili e gli anziani che erano impossibilitati a salire sui vecchi tram arancioni della serie 2800 possono ora usufruire di comodi pullman a pianale ribassato. Hanno provato a sostenere questa linea per qualche giorno, poi la gente si è accorta della presa in giro e ha cominciato a protestare. Perché?

Beh, innanzi tutto la millantata accessibilità non esiste, perché il 13 fermava e continua a fermare su isole spartitraffico di mezzo metro in mezzo alla strada, sempre piene di gente, o in posti dove il bus non riesce comunque ad accostare; c’è addirittura un dettagliato reportage di un sito specializzato. E come abbiamo appurato, non esiste alcun piano per adeguare le fermate.

In compenso, il passaggio da tram a bus è coinciso con un vero dimezzamento dei passaggi: su una delle linee di forza, un tempo “lineapiù” talmente era frequentata, dove prima c’era un tram ogni 7 minuti ora c’è un bus ogni 14. Lo dimostrano le foto scattate direttamente dagli abitanti del quartiere:

E il bello è che si sono pure vantati di avere “intensificato” i passaggi nel tratto centrale, da piazza Statuto alla Gran Madre, istituendo la linea tranviara 13 barrato, cosa che avevamo già suggerito noi un anno fa con una interpellanza. Ma noi suggerivamo di aggiungere dei mezzi nel tratto centrale, non di toglierli nel tratto periferico… Oltretutto non riescono nemmeno a gestirne con regolarità i passaggi, per cui capita regolarmente anche in centro di aspettare a lungo per poi salire su un 13 strapieno e vedere poi passare un 13 barrato completamente vuoto subito dietro.

Il risultato sono tram vuoti e bus sempre strapieni, anche in ore non di picco; e visto che oltretutto usano mezzi da 18 metri, che oltre a fare fatica a ogni svolta e pure ad andare diritto nel budello di via Nicola Fabrizi hanno spazi interni ridottissimi in cui non ci si muove, alle fermate più frequentate partono gli spintoni tra chi cerca di salire e chi cerca di scendere.

In aggiunta, vi sono poi stati altri tagli; il 65 è stato reso inutile troncandolo in piazza Bernini, dirottando altra gente sul 13; il 40 non collega più l’Alta Parella con la metropolitana e il mercato di corso Brunelleschi, e da via Servais si può solo più andare in centro col bus; e dall’altra parte della città è stato tagliato anche il capolinea del 3 in piazza Hermada, costringendo chi abita in quella zona ad aspettare il 75 per fare due fermate e poi prendere il tram.

L’intera operazione è stata dunque gestita in modo approssimativo, badando soltanto a minimizzare i danni di immagine, ma di fatto segnando l’abbandono di un mezzo ecologico, comodo e durevole come il tram, tra l’altro su binari in parte rifatti da pochissimi anni con grande spesa (che non si riesce a sapere), e rendendo notevolmente meno allettante il servizio pubblico in zone di Torino molto popolate.

Noi abbiamo presentato la nostra brava ed ennesima interpellanza e abbiamo perlomeno costretto l’assessore a una lunga spiegazione in consiglio comunale, che vedete nel video (il nostro intervento inizia al quindicesimo minuto). Alla fine sono venuti fuori i veri problemi: non ci sono più tram, perché i tram serie 7000 comprati trent’anni fa da Novelli per il 3 sono inutilizzabili (i tram normalmente ne durano almeno cinquanta), e non si è mai provveduto a mettere da parte i soldi per comprarne di nuovi; e adesso non ci sono più soldi.

E qui parte lo scaricabarile: il Comune dice che è colpa della Regione, la Regione dice che è colpa dello Stato, lo Stato dice che è colpa degli italiani che non pagano le tasse e non lavorano perché sono “choosy” e giù di lì. Nessuno pretende la bacchetta magica, però GTT resta una società che ha un dirigente o quadro ogni quattro o cinque lavoratori operativi, offre 5500 giornate l’anno di permesso sindacale ai sindacalisti della triplice, assume un sacco di parenti e sospende il servizio per far andare i dipendenti a sorvegliare i seggi per i partiti (essenzialmente) del centrosinistra.

Già solo cambiando l’andazzo qualche risorsa si potrebbe recuperare, e invece qual è la soluzione di Fassino? Venderla all’amico Moretti perché nulla cambi…

E' un evento organizzato dal gruppo di lavoro Istruzione del Movimento 5 Stelle di Torino allo scopo di condividere le proposte formulate ed arricchirle con le idee provenienti da operatori del settore e cittadini interessati ad affrontare l'argomento. L'obiettivo è dare inizio ad un percorso ampio e condiviso che permetta di rilanciare il tema dell'istruzione nella società. Si tratta pertanto di un punto di partenza, un cantiere aperto dal basso per la costruzione di un programma organico ed innovativo sull'istruzione a tutti i
livelli. Le idee sviluppate saranno discusse in rete con tutti coloro che vorranno partecipare al dibattito. I cittadini si riuniscono per condividere nuove idee sull'istruzione con tavoli di lavoro tematici e conferenze. Saranno prodotti documenti tecnici che confluiranno nel futuro programma del movimento 5 stelle a livello locale, regionale, nazionale e non solo.
L'evento si terrà a Torino presso l'Hotel Royal Mercure di Corso Regina Margherita 249, a partire dalle ore 15:00 fino alle 19:00 di sabato 15 febbraio, per poi proseguire dalle 9:00 alle 17:00 di domenica 16 febbraio.
Sabato e Domenica, collegandosi al seguente link: http://www.youtube.com/user/movimento5stellepiem, sarà possibile seguire la diretta streaming degli interventi:

Sabato ore 15, Adriana Saja: Il disagio scolastico
domenica Ore 12, Pietro Boccia, Dalla scuola-azienda ad un'ipotesi di riforma degli ordinamenti per una scuola pubblica laica e democratica.
Ore 16, Marina Boscaino: Storia della valutazione in Italia

Tavoli di lavoro
Valutazione del sistema scolastico
Formazione e reclutamento
Scuola nel contesto socioeconomico e valore legale del titolo di studio
Edilizia scolastica e sicurezza nelle scuole
Pedagogia e didattica
Inclusione, integrazione, dispersione e bisogni educativi
Contrattazione scolastica e ITS
Scuola ed enti locali

Tares, disorganizzazione sulla pelle dei cittadini

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A dicembre più o meno tutti i torinesi furono investiti dal ciclone Tares. Entro il 16 dicembre bisognava pagare una tassa costosa e complicatissima da calcolare (come avevamo già denunciato) e obbligatoriamente da versare col modello F24 indicando un numero di atto fornito dal Comune sui bollettini, ma i bollettini a centinaia di migliaia di persone il giorno della scadenza non erano ancora arrivati. Il Comune disse che la tassa si poteva pagare “nei giorni immediatamente successivi” senza dire quanti, ma una parte della tassa era diretta allo Stato e il Comune non aveva il potere di rimandarla.

Bisogna dire che il caos fu tale (e distribuito un po’ in tutta Italia) che poi lo Stato spostò d’autorità la scadenza al 24 gennaio, per cui multe per il ritardo non dovrebbero arrivare a nessuno. Tuttavia, in quei giorni gli uffici comunali preposti, in corso Racconigi, furono presi d’assalto in ogni modo (di persona, al telefono, per e-mail), e nonostante l’impegno di chi ci lavora furono sommersi, con code che uscivano dal portone d’ingresso.

In più, si verificò ogni genere di problema: in particolare, la tassa dipende pesantemente dal numero di persone che abitano nell’appartamento, ma sul bollettino non era indicato il numero di occupanti risultante al Comune, per cui era molto difficile verificarne la correttezza (il mio ad esempio era sbagliato, ma me ne sono accorto solo facendo le prove con le formule riportate sui bollettini e vedendo se il totale corrispondeva). Per gli appartamenti sfitti o tenuti a disposizione, bisognava comunicare al Comune il numero di occupanti altrimenti ne sarebbero stati attribuiti due, anche per case sostanzialmente inutilizzate e che non producono immondizia; ma quasi nessuno lo sapeva.

Noi abbiamo presentato una interpellanza per chiedere spiegazioni sull’accaduto; nel video trovate la risposta dell’assessore Passoni (per lui inviare i bollettini lunedì 9 dicembre per la scadenza del 16 non è tardi…). Abbiamo voluto fare anche delle proposte: per esempio, perché il numero di occupanti attribuito all’appartamento non viene esplicitamente indicato sui bollettini, in modo da permettere un facile controllo? E perché i bollettini – che il sistema informatico del Comune già genera in formato PDF, per poi mandarli alla stampa e imbustamento – non vengono inviati per posta elettronica certificata a chi lo chiede? Così risparmieremmo tutti tempo e denaro e ci sarebbe anche la prova dell’avvenuto invio.

La tassa sui rifiuti è un tema complesso, su cui noi abbiamo anche proposto e ottenuto diversi miglioramenti; dopo cinque anni di pausa e dopo tre anni di nostre pressioni, in queste settimane è finalmente ricominciata l’estensione della raccolta differenziata porta a porta, abbracciando 35.000 abitanti della Crocetta. Tuttavia, il costo dello smaltimento dei rifiuti che paghiamo a Torino è tra i più alti d'Italia e, a causa della scelta scellerata di bruciare i rifiuti invece di recuperarli, lo resterà per anni. Se perlomeno l'amministrazione riuscisse a farlo pagare senza complicare troppo la vita alle persone, sarebbe già un passo avanti.

La città di Sochi, che ospita le Olimpiadi Invernali 2014, sta compiendo una strage di cani randagi così come è avvenuto in Ucraina per gli Europei di calcio 2012. Inoltre sono state catturate sette orche di cui due pare che diventeranno oggetti dello "show" olimpico. Allo scandalo sulle discriminazioni verso gay e lesbiche, ampiamente dibattuto nei giorni scorsi, se ne aggiunge, quindi, un'altro altrettanto allarmante ma poco conosciuto. Il Movimento 5 Stelle di Torino, da sempre impegnato per i diritti degli animali, esprime sdegno e sconcerto per tale barbarie. Vi chiediamo pertanto di inviare una e-mail all'Ambasciatore russo in Italia, Sergey Razov, (e per conoscenza al C.O.N.I.) per chiedere di sospendere lo sterminio dei cani e di liberare i cetacei. Abbiamo impostato un testo base (che trovate in basso) che potete personalizzare e vi chiediamo cortesemente di usare un linguaggio e dei toni civili.

Indirizzo Ambasciata:
rusembassy@libero.it

e per conoscenza al C.O.N.I.
info@coni.it

Testo:
Egregio Ambasciatore,
Le chiedo di farsi portavoce dell'istanza di sospensione delle uccisioni di cani randagi a Sochi e della liberazione delle sette orche (di cui due pare che verranno utilizzate come attrazione durante le olimpiadi). I Giochi Olimpici dovrebbero trasmettere un messaggio di Pace e Fratellanza e non di violenza e prevaricazione. Per risolvere la problematica dei cani randagi l'unica soluzione è quella di sterilizzarli e di predisporre rifugi sicuri dove poter essere curati e successivamente adottati, così come prevede ad esempio la legislazione italiana.

Distinti Saluti
Cognome Nome

Gdl Tutela Animali

Tanti saluti dalla FCA

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Lunedì, il consiglio comunale di Torino ha dimostrato tutta la sua inutilità prodigandosi in un lungo dibattito a posteriori sulla partenza della Fiat, che diventa FCA e sposta la sede legale e fiscale all’estero; dibattito inutile perché molto pochi in quell’aula hanno qualche competenza a proposito della gestione di un’azienda, e perché è una pia illusione che la politica cittadina possa avere un vero potere contrattuale verso una azienda di quelle dimensioni.

Tuttavia, come ho detto nel mio intervento, c’è una cosa che i cittadini possono e devono chiedere ai loro politici: quella di preservare la dignità. E invece, il discorso in aula di Fassino, come quello sui giornali, è stato imbarazzante; sembrava il responsabile delle relazioni pubbliche della Fiat, al punto di arrivare a scaricare lui sulla politica nazionale la responsabilità di non aver creato un ambiente propizio al mantenimento a Torino della sede, come se non fosse lui da una vita uno di quei politici nazionali che la portano sulle spalle.

Io sono stato l’unico, in quell’aula, a constatare un elemento importante: che nel rapporto simbiotico di favori reciproci tra l’azienda e la politica torinese, durato per decenni, i primi a prostrarsi e a promettere favori erano i politici. In cambio, loro hanno avuto la compiacenza del giornale e del sistema economico della città, che gli ha molto facilitato il mantenimento del potere; e talvolta (e anche qui sono stato l’unico a ricordarlo) hanno avuto anche altro, come si svelò ai tempi di Mani Pulite.

Nessun sindaco può impedire alla Fiat di spostare la sede all’estero; ma un sindaco degno di questo nome, invece di dire sempre di sì, di avallare i continui tagli all’occupazione e ai diritti, e poi di difendere ancora l’azienda una volta giunti alla sua partenza, si sarebbe dato da fare per creare condizioni adatte a farla rimanere in positivo, come succede altrove per altre case automobilistiche; puntando sulla qualificazione dei lavoratori e dei prodotti, e non sui tagli, e spingendo per affrontare a livello nazionale i problemi di fondo dell’economia italiana.

Forse non sarebbe cambiato niente, se non una cosa: la dignità dell’amministrazione comunale e di tutta la città.

Sindaco, come fa ad essere fiero di questa Fiat?

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In aula si dibatte del trasferimento della sede legale di FIAT.
Ecco l'intervento in aula

Sono anni che la Fiat, come in un film a puntate, ci racconta una bella storia, dipinge un mondo inventato nel quale la politica è un attivo protagonista e generoso finanziatore.

Fine aprile 2010: Fiat annuncia in pompa magna "Fabbrica Italia", un grosso piano industriale previsto per il quinquennio 2010-2014. Vi ricordate le campagne pubblicitarie, i trailer, che nella parola "Italia" concentravano tutto lo sforzo simbolico e comunicativo? Il "gruppo" desiderava stare in Italia, desiderava valorizzare il lavoro e le specificità produttive del paese. La Fiat avrebbe investito 30 miliardi in cinque anni, di cui venti solo negli impianti italiani. Valorizzazioni e investimenti avrebbero dovuto triplicare la produzione di auto Fiat. Ovviamente per realizzare questo ambizioso programma era necessario che venissero applicate delle misure di "razionalizzazione" come ad esempio la chiusura di Termini Imerese, o il sistema di produzione a ciclo continuo che portò al famoso referendum nello stabilimento di Pomigliano e poi quello di Mirafiori. Non era un "ricatto", investimenti - cioè presunte garanzie di posti di lavoro - a fronte di tagli di diritti, ma solamente una nuova impostazione aziendale; no? Ecco quindi il coro dei politici, intonare un canto di approvazione. Ci fu anche qualche solista come ad esempio Lei, Signor Sindaco che recitò il testo "se lavorassi alla Fiat voterei sì al referendum su Mirafiori." O Chiamparino: "Marchionne merita un tappeto rosso". A questa sequela non poteva sottrarsi il vostro ultimo acquisto, Renzi: "sto dalla parte di Marchionne senza se e senza ma". Perfetta esecuzione!

Il copione di "Fabbrica Italia" solo qualche mese più tardi iniziò a mostrarsi poco credibile e a Settembre 2012 fu ufficialmente ritirato dalle scene: un "ripensamento". Gli investimenti non ci sono più ma il taglio dei diritti sì. Pazienza, evidentemente importava poco a chi continua a voler recitare il copione dei grandi imprenditori, o, come dicono alcuni, dei "poteri forti".

Nel 2013 va in scena la fusione di Chrylser e Fiat e qui, dopo l'incontro Landini-Marchione, Lei, Signor Sindaco, si esibisce in alcune memorabili arie: "I successi di Marchionne sono sottovalutati", "dobbiamo fidarci di Fiat". Poco importava che già a partire da gennaio 2012 Marchionne fosse uscito da Confindustria, dicendo implicitamente che il resto dell'imprenditoria di questo Paese non è all'altezza. Perché il messaggio era questo.

E così arriviamo al gran finale: la fusione Fiat-Chrysler! Un cast d'eccezione: tutte le istituzioni, in particolare Lei e il Presidente Cota ad una sola voce "La fusione Fiat-Chrysler grande opportunità per Torino". Avete dovuto cantare ancora più forte delle volte precedenti per coprire, ad esempio, il fatto che in questi anni la Fiat abbia rinunciato al lancio di nuovi modelli strategici e abbia deciso di ritardare l'uscita di altri già progettati. Il vostro coretto è riuscito a non fare sentire le domande per le quali sì - caro Signor Sindaco - è vero, come dicevano alcuni, che sul piano finanziario gli azionisti della Fiat hanno acquisito il controllo dell'azionariato di Detroit ma è altrettanto vero che sul piano industriale, come dicevano altri, il cuore della Fiat è stato acquisito dalla Chrysler.

Il cambio della sede legale è il vero colpo di teatro finale di questa tragedia lirica.
Non raccontateci che non cambia nulla per Torino, non ci riporti solo quanto dichiara la Fiat in merito al fatto che il polo del lusso rimarrà qui, un mercato redditizio, se vende. E sottolineo "se vende" cercando di rassicurarci. Probabilmente dimentica che gli impianti italiani sono in larga misura inutilizzati, a cominciare dalla vasta area di Mirafiori, e che sul loro futuro Marchionne non è andato al di là di un generico impegno. Finge di non vedere che per anni alle parole e alle promesse di questa azienda non sono seguiti i fatti. Fa finta di non cogliere il significato di fondo che è inequivocabile: il cambiamento della sede rappresenta un pezzo di economia italiana che si distacca, recando giovamento di certo ai suoi azionisti ma lasciando più povero un paese e una città che ha sostenuto l'azienda degli Agnelli.

Signor sindaco, i cittadini non vogliono rassicurazioni finte. Lei ha il dovere di conoscere fino in fondo non solo le intenzione di FIAT ma, soprattutto, i piani e gli strumenti che devono essere attivati per realizzare gli obiettivi prefissati. Cosa sarà di Mirafiori? Quale futuro spetta a questa città? Fiat ha il dovere di dirLe, di dirci, quando partiranno le produzioni. Analizzi quanto le viene riportato con occhio critico, la smetta di riportare alla città dichiarazioni rassicuranti.

Lei ha dichiarato di essere fiero di una Fiat mondiale, addirittura che come cittadino torinese non prova - testuale - "né nostalgia né sofferenza"; bene: io le consiglio di frequentare un po' meno i palazzi romani e un po' di più le vie Torinesi per capire che quello che lei dice non è accettabile e non è rispettoso di quello che i nostri concittadini stanno provando vedendo un pezzo della nostra storia che se ne va.
Forse è il primo esodo di una grande azienda che non avviene per cambio di proprietà, ma sotto la guida degli stessi azionisti che hanno deciso di vivere, pagare tasse, incassare dividendi, crescere altrove.
Io, a differenza sua signor Sindaco, sarei fiera di un'azienda che riconoscesse la necessità di essere produttiva ricercando la competitività senza ricorrere all'alienazione bensì alla partecipazione, al coinvolgimento, alla crescita sociale. Una realtà in cui l'efficienza del lavoratore non sia imposta ricorrendo al suo iper-utilizzo, ma migliorando le condizioni di lavoro, ponendo come cardine un'idea di sviluppo industriale sociale e sostenibile. Una realtà radicata nel suo territorio, in cui le promesse fatte pubblicamente, ancora di più se a fronte di sacrifici chiesti ai suoi dipendenti o più in generale ai contribuenti, fossero mantenute.

Mi chiedo quindi davvero come lei possa essere fiero di questa FIAT mondiale come cittadino torinese ancora prima che come sindaco di questa nostra città.

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Lo Stato siamo tutti

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Da tempo racconto con preoccupazione il clima di tensione e di rabbia che cresce nel Paese. La scorsa settimana, tuttavia, è avvenuto un salto di qualità in questo clima; lo percepisco ogni giorno per strada e su Internet.

In molti, a quanto pare, hanno perso la calma e si sono avviati a una specie di guerra civile a parole. Persone che conosco da anni, ex colleghi, amici, improvvisamente mi tolgono il saluto e cominciano a postare a ripetizione su Facebook link che denunciano il pericolo posto dal M5S alla democrazia, come se il M5S fosse la radice di tutti i loro problemi. Una signora con cui discutevo di tutt’altro argomento a un certo punto mi fa “e allora pensi che solo perché sono una donna sono una pom… come dite voi?”; un amico di vecchia data che non sentivo da un po’, invece di salutarmi e chiedermi come stavo, mi ha approcciato con “Vergognati, voi grillini fascisti siete la rovina dell’Italia!”. Tale è l’effetto della propaganda di massa, al punto da trasformare la tua persona anche agli occhi di chi ti dovrebbe conoscere bene.

Tutto questo, naturalmente, accade anche in senso opposto; Facebook è pieno di miei contatti che promettono battaglia senza quartiere a chiunque sostenga i partiti, e non abbiamo mai avuto tante richieste di partecipazione al Movimento 5 Stelle come in questi ultimi giorni. Molti hanno apprezzato la nostra lotta senza compromessi, senza farci annacquare dal sistema e allettare dalle poltrone, e questo è ottimo. Tuttavia, è come se fosse in corso una specie di arruolamento, una divisione profonda dell’Italia in eserciti contrapposti, una scelta obbligata, o da una parte o dall’altra; e questo mette paura.

Per questo ci sono alcune cose che vorrei dire. La prima è che si può, anzi si deve, fare opposizione dura e inflessibile, anche manifestando in modo clamoroso come nei giorni scorsi, senza per questo insultare gli altri. La maleducazione, il sessismo, la violenza verbale squalificano chi li usa; se gli altri lo fanno, lasciamoglielo fare; saranno loro a doversene vergognare. Capisco benissimo che assistere in prima persona allo schifo e alla farraginosità della politica nazionale faccia perdere la pazienza, e umanamente succede (è successo anche a me) di sbottare o perdere la calma o rispondere pubblicamente in modo inopportuno, ma questo va evitato il più possibile perché permette agli altri di attaccarci strumentalmente, sfruttando i media al loro servizio.

La seconda è che io voglio cacciare i politici incapaci e corrotti che ci hanno governato; li voglio processare per i reati che possono avere commesso e, se giudicati colpevoli, punire come previsto dalla legge; gli voglio chiedere indietro i soldi che hanno sprecato o rubato. Non voglio mescolarmi a loro, ma non li voglio insultare, non li voglio picchiare, non li voglio uccidere; non mi piacciono gli eserciti e non voglio nessuna guerra né reale né metaforica.

La terza è che lo Stato non è un campo di battaglia che il proprio esercito deve conquistare annientando quello degli altri. Quello succedeva nell’epoca tribale o in quella feudale, non in democrazia. Lo Stato democratico siamo tutti, siamo i nove milioni che sostengono il M5S come i nove milioni che sostengono il PD, come quelli che hanno votato altri partiti e come la fetta maggiore, i tredici milioni di elettori che non hanno votato per nessuno. Lo Stato ideale abbraccia tutti i cittadini e considera con uguale attenzione le esigenze di ciascuno di loro, cercando di mediarle.

La stessa parola “Parlamento” nasce da un verbo preciso: parlare. Sorial e Boldrini, Dambruoso e Lupo, Moretti e De Rosa non sono pagati da tutti noi per andare lì a litigare, e nemmeno per portare avanti una battaglia tra di loro per chi ha più ragione; sono scelti e pagati per discutere e per prendere tutti insieme la scelta migliore nell’interesse complessivo degli italiani. Se chi governa attualmente agisce in maniera scorretta e per interessi privati, se non è disponibile ad accogliere le proposte che facciamo nell’interesse comune, noi dobbiamo continuare a denunciarlo e smascherarlo; ma dobbiamo sempre tenere presente che siamo lì per risolvere i problemi facendo il bene di tutti, rispettando anche i cittadini che la pensano diversamente da noi, e se mai cercando di convincerli con le idee e con i fatti.

Questo, in una democrazia, è il principio della politica; perché per affrontare i problemi solo con la rabbia, pur comprensibile e giustificata, non servirebbe un Parlamento.

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