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Lettera di fine anno al Sindaco Fassino

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Caro Signor Sindaco,

il mese di dicembre è da sempre un momento favorevole per tracciare il bilancio dell' anno, il che consente di prendere coscienza degli errori, di correggere le storture e di mettere in risalto gli obiettivi raggiunti. Lei lo ha fatto rilasciando una lunga intervista a LaStampa, io lo faccio oggi scrivendole la mia tradizionale lettera di auguri. A differenza di come lo ha definito Lei, "l'anno della reazione", a me sembra che questo sia stato un anno molto diverso dagli altri e che abbia avuto il suo culmine proprio nel mese di dicembre: nell'arco di pochi giorni abbiamo potuto assistere direttamente, sulla nostra pelle, all'esternazione delle paure dei cittadini, delle loro difficoltà e delle ansie conseguenza di anni di errori e di storture.

Le numerose manifestazioni di protesta, la situazione insostenibile del 9 dicembre, gli studenti, i pensionati, i sindacati, i dipendenti dell'azienda di trasporto pubblico, tutti hanno rappresentato chiaramente che gli errori e le storture non sono solo materiale per riflessioni politiche di aula, ma toccano direttamente la vita di decine di migliaia di persone della nostra città. Persone, caro Signor Sindaco, che hanno bisogno di risposte e di speranza.

Non è un caso, e non sono stati solamente gli ambulanti, che a suo dire protestavano per l'applicazione della Bolkenstein, che Torino sia stato il fulcro delle proteste delle ultime settimane. Non minimizzi quanto la nostra città ha vissuto in quei giorni, non tenti di silenziare quell'urlo che proveniva da moltissime anime diverse. Non basta combattere la violenza, noi, amministratori pubblici, dobbiamo interrogarci per comprendere a fondo le ragioni che, sebbene espresse in alcuni casi in modi riprovevoli, covano come brace sotto la cenere da tempo.

Non dipinga una città che non c'è, questo non fa altro che allontanare i cittadini dalle istituzioni e alimentare quel distacco che c'è tra il palazzo e la cittadinanza. Lei parla di dinamismo e grandi trasformazioni, ma la nostra Torino è ormai entrata in una crisi sistemica: le aziende chiudono, i giovani non trovano lavoro, le attività commerciali quotidianamente lasciano sfitti i negozi, il numero di ore di cassa integrazione è in costante aumento. Molto più che in altre grandi città d'Italia noi stiamo vivendo gli effetti perversi del combinato disposto della crisi mondiale e finanziaria, della bolla oramai scoppiata della Torino olimpica e dell'inerzia, per non parlare di inettitudine, della politica.
In questo preoccupante quadro la struttura amministrativa comunale dovrebbe avere il ruolo di sprono per l'intera società, tanto economicamente quanto moralmente.

Per Lei molte sono state le occasioni per imprimere un nuovo corso morale per la nostra Città e, puntualmente, non le ha colte. Il rimpasto di Giunta, così come già Le abbiamo fatto notare, si è tramutato in un poltronificio che ha premiato non il merito ma le appartenenze politiche o logiche interne alla sua coalizione di governo, ben lungi dunque dall'essere un qualcosa di nuovo nella storia amministrativa di Torino.

Nella sua intervista Lei considera come ormai necessario questo clima di emergenza continuo, questo non poter dare certezze, né economiche né di prospettiva politica, a ciascuno dei soggetti che si relazionano con la Città. Ciò, però, non è vero: per il secondo anno consecutivo stiamo vivendo proprio per il caso di GTT il medesimo film. L'urgenza di vendere gli ultimi gioielli di famiglia si scontra con le procedure e i reali interessi del mercato. L'anno scorso, se ben ricorda, abbiamo dovuto calendarizzare dibattiti in aula per dare il via ad una gara mai andata a buon fine. Ricorda l'offerta stracciata di Trenitalia che avete rifiutato? Ora abbiamo rivissuto le stesse urgenze a seguito della gara per i posteggi andata, nei fatti, deserta e la dismissione della quota di minoranza di GTT. L'emergenza continua è dunque inevitabile e responsabilità sempre e solo di altri oppure è anche figlia di errori della politica?

Pur concordando con Lei che la cultura rappresenti per Torino una importante risorsa, devo però notare che il medesimo clima e la medesima incertezza ne stanno minando le fondamenta. Pagare il 10% di oneri finanziari, come fa notare il Presidente Picchioni, in un momento in cui si cerca l'efficienza è uno spreco. Credo che su questo Lei non possa che concordare. Quale risposta dunque? Conferire degli immobili per tamponare le perdite? È un film già visto che speravamo non si ripetesse perchè, caro Sindaco, gli immobili non sono infiniti, esattamente come le aziende che Lei ha venduto in questi anni. Come ha detto Lei, "vendendo il vendibile" cosa resterà poi alla Città?

Seppur in un quadro fosco sono certa che Torino possa riuscire a risollevarsi, ad invertire la tendenza, ma solamente se metterà in gioco le risorse migliori che ha e tra queste la solidarietà, il merito, il senso di comunità, la trasparenza, la partecipazione e la fiducia nelle istituzioni. Solo questo può essere l'orizzonte del buon politico che conduce una disastrata barca nella quale siamo per necessità obbligati stare.
In molte discussione di aula Lei ha sostenuto che le reiterate questioni relative ad esempio alla Fondazione per la Cultura e alla scelta del suo Segretario fossero attacchi ad personam: non cogliendo il senso generale di queste riflessioni Lei commette un errore. Come può, infatti, pensare che una struttura amministrativa di quasi 10.000 persone che lavorano in Comune possa essere spronata a dare il meglio quando in loro possa sussistere anche solo il dubbio di vedere anche solo una volta privilegiata la vicinanza politica o la fedeltà al "potente di turno" e non il merito e la fedeltà all'Istituzione?
Così è accaduto anche per la discussione di aula relativa alla trasferta a New York: Lei non ha colto che è la trasparenza a costruire col cittadino un legame di fiducia e pensa che la nostra "passione per gli scontrini" sia una moda dettata dall'antipolitica. Al contrario è l'amore per la buona politica che ci spinge a voler spendere il meno possibile, perché i soldi non sono nostri ma dei cittadini, e a voler rendicontare loro ogni singola voce di spesa, anche le sue.
È accaduto anche nei dibattiti relativi al Festival Jazz che Lei ha sempre visto come un attacco strumentale al suo "figlio" prediletto: anche in questo caso era ed è necessaria la partecipazione, il coinvolgimento del territorio e la disponibilità, dinnanzi a dati oggettivi, a ritornare sulle proprie decisioni e comprendere i propri errori.

La partecipazione e la trasparenza non sono frasi fatte ma un metodo di lavoro che consente all'Ente di fare una operazione di verità, dire chiaramente ai cittadini e a tutti i soggetti che hanno una relazione col Comune, quante risorse ci sono, per quanto tempo e come possono essere spese. Né si può consentire di emendare un bilancio solamente sull'onda lunga di qualche reazione mediatica ai tagli, prontamente colta dalla politica. Non ci si riduce al 31 dicembre per deliberare ciò che forse potrebbe entrare da eventuali dismissioni, ma si costruiscono dei percorsi nei quali anche i tagli e le razionalizzazioni sono metabolizzate da tutti e condivise dai più.

Torino ha iniziato un periodo complicato della propria storia, forse paradossalmente molto più complesso di quello che nel 1630 aveva attraversato durante la peste, perché il nemico qui è invisibile. Bellezia, il Suo illustre predecessore, aveva avuto il coraggio di restare nel cuore della Torino appestata, di non lasciare il palazzo, di non fuggire in luoghi più sicuri, ma di mettere a rischio addirittura la propria vita pur di preservare l'ordine e infondere speranza nei cittadini. Raccontano gli storici che, pur malato e febbricitante, desse gli ordini dalla sua camera da letto.

Per ripartire abbiamo bisogno di un Sindaco che stia a Torino, che faccia della nostra città la sua dimora per costruire con i torinesi un legame empatico e di esempio, che privilegi il merito e non le appartenenze politiche, che distrugga il sistema che si è incrostato in questi vent'anni per far emergere la creatività, le idee, le risorse e il futuro che Torino si merita. Un Sindaco che faccia di Torino la città della solidarietà, che costruisca un senso di comunità per far sentire ogni torinese parte attiva della nostra città. Forse non è ancora troppo tardi, ha davanti metà del mandato.

A Lei che rappresenta tutta la Città auguro un buon Natale e un 2014 aperto verso la speranza.

Chiara Appendino

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"La politica di diritti ne promette a iosa, perché c'è questa abitudine della politica italiana di promettere diritti a tutti, anche se non siamo in periodo elettorale - anzi, forse ormai siamo in periodo elettorale sempre -, comunque di fare una dichiarazione di principio, condivisibile e giusta fin che si vuole, ma poi di non preoccuparsi della possibilità effettiva di implementare quello che si promette.

E' questo il problema, perché poi il risultato pratico di un approccio di questo genere è che il costo di questa accoglienza, giusta e sacrosanta eccetera, non lo pagherò io, non lo pagherete voi, non lo pagheranno quelli che si incatenavano né quelli che non si incatenavano, perché tutti noi torneremo a casa, mangeremo il nostro panettone, siamo tutte persone che bene o male non hanno problemi ad arrivare a fine mese; lo pagheranno quelli che veramente sono nelle nostre periferie e aspettano l'accoglienza e non riescono ad averla perché lo Stato italiano non ce la fa più ad accogliere le persone che perdono il lavoro, che perdono la casa.

E soltanto la settimana scorsa si è impiccato un signore di cinquant'anni perché ha avuto lo sfratto, in questa città, e io non ho sentito una maledetta parola in questo consiglio comunale per questa persona."

Alla fine, come già vi avevo anticipato, mi sono astenuto a riguardo della concessione della residenza ai profughi, non perché non condivida il principio, ma perché non condivido l'ipocrisia con cui la politica italiana affronta queste cose. Come sempre, io sono un portavoce dei cittadini e credo che il complesso del mio voto astenuto e del voto favorevole di Chiara rispecchi le diverse visioni che il Movimento ha in materia.

Comunque, per questa scelta, anche da persone del Movimento 5 Stelle, sono stato chiamato xenofobo, disumano, "di destra" e così via. Alcuni hanno chiesto le mie dimissioni. Il mio mandato è come sempre a disposizione, ma credo che sia necessaria una riflessione pubblica e profonda sul pluralismo interno al Movimento.

Sulla residenza ai profughi

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Era ottobre 2013 e sui giornali si potevano leggere titoli come "Ecatombe di migranti", "strage disumana" e "tragedia infinita". Bene, siamo a distanza di poco più di un mese non è cambiato nulla. Dopo le passerelle di rito di politici italiani ed europei, dopo solenni promesse e grande pubblica commozione l'emergenza non è passata, è tornata solo in un angolo buio pronta ad essere illuminata all'occorrenza.

Qualche giorno fa il tema è prepotentemente riemerso con le immagini triste e truci che tutti noi abbiamo potuto vedere in televisione e sui giornali. Anche questa volta, ne sono certa, terminato l'effetto mediatico tutto tornerà nel dimenticatoio.

Quando parliamo di integrazione, e più volte se ne è discusso in quest'aula, vogliamo coinvolgere una molteplicità di attori, avviare un processo positivo di inclusione: chi arriva, chi accoglie, le istituzioni, gli attori sociali, i media. Non solo, la collaborazione tra il mondo della politica, la società civile, il privato sociale e la scuola sono fondamentali per creare un ambiente bendisposto nei confronti dei rifugiati.

Oggi noi dobbiamo avere il coraggio di parlare di fallimento. Per questa emergenza il governo ha speso quasi un miliardo e duecento milioni di euro, cari colleghi vi ricordo che è il bilancio dell'intero Comune di Torino di un anno, senza mettere in piedi alcuna azione positiva volta a risolvere il problema e integrare veramente queste persone.

E' mancata tanto una politica europea quanto una nazionale e soprattutto un coordinamento e coinvolgimento dei territori.

Cari colleghi, pagare una diaria a tempo determinato, erogare una buona uscita di 500 Euro e parcheggiare presso qualche albergo queste persone non è stata un'azione positiva di accoglienza ed integrazione, ma solamente un procrastinare il problema e far ricadere le conseguenze su tutti noi.

Personalmente ritengo che l'integrazione si debba basare sull'accoglienza e la parità di diritti e di doveri. Noi, cari consiglieri, indipendentemente dall'idea che possiate avere di uguaglianza, parità di accesso e riconoscimento di diritti e di solidarietà, abbiamo dei doveri dettati dagli accordi internazionali ed in particolare dalla Convenzione di Ginevra. All'articolo 27 dice testualmente:
"Ogni Stato contraente concederà ai rifugiati che si trovano regolarmente sul suo territorio il diritto di eleggervi il luogo di residenza e di circolarvi liberamente, salve le limitazioni che i regolamenti sanciscono per gli stranieri in generale nelle stesse circostanze"

Ricordiamoci che qui stiamo parlando di profughi. Persone che hanno richiesto la protezione internazionale, persone che fuggono dalla guerra, dalla carestia. Persone che rischiano tutto, la vita loro e dei propri figli, pur di scappare da dove sono senza neppure sapere se arriveranno vivi alla meta. Sono persone disperate.

Lo sappiamo bene, non meno disperati sono quegli operai, quegli impiegati, quei pensionati che non riescono a pagare il mutuo o l'affitto e vengono cacciati da casa. Quelle famiglie che non hanno un tetto sicuro per i figli, che non possono costruire quel luogo nel quale coltivare gli affetti e sentirsi famiglia. Sono disperati quei giovani che non trovano lavoro, quei cinquantenni che non riescono ad essere inseriti nel mondo del lavoro e si sentono inutili, oltre che un peso per i loro cari.

Cari colleghi, qui non possiamo, e soprattutto non dobbiamo, fare una classifica della disperazione, mettere in ordine prima qualcuno e poi qualcun altro solo perché vediamo la realtà con la nostra ideologia.

Sarebbe la cosa più sbagliata in assoluto che noi, amministratori pubblici, potremmo fare. Saremmo noi a scatenare la guerra tra poveri. Queste, tutte, sono persone, sono ultimi e vanno aiutati nel miglior modo possibile dalla collettività.

Per questa ragione non posso che votare a favore della delibera, non posso non riconoscere un dato di fatto, che sale come grida di disperazione da questi fino alle orecchie di ciascuno di noi.

Nello stesso tempo devo denunciare che qui esistono delle responsabilità nazionali prima di tutto sulla destinazione dei soldi spesi finora.
Quante politiche di inclusione e integrazione si sarebbero potute fare con più di un miliardo di euro? Si sarebbero potuti supportare i profughi ma anche tanti altri bisognosi che i nostri servizi assistenziali ogni giorno ascoltano ed aiutano.

Caro Signor Sindaco,
proprio per ciò che ho detto finora devo chiedere a Lei di farsi garante di non costruire priorità di disperazione, di non rendere ancora più ultimi coloro che già lo sono nella nostra società.
Questo lo si fa non a parole ma dedicando tutte le risorse che riesce a trovare nel nostro, seppur disastrato, bilancio. Forse, questa è la mia opinione, sarebbe opportuno fare qualche festival di meno, qualche manifestazione di meno e destinare qualche milione di euro in più per le politiche.
La nostra sfida infatti, caro Sindaco e cari colleghi, è includere, non escludere e contrapporre. È poter dire a ciascuna di queste donne, di questi uomini, di questi ragazzi: la Città di Torino vi è vicina e fa tutto ciò che può per alleviare la vostra disperazione.

Questa è la sfida che attende Lei, caro Signor Sindaco, perché è lei a governare questa Città; noi consiglieri possiamo solo evidenziare i principi che poi lei dovrà tradurre in azione pratica.

Questa delibera non si può non votare, così come non si possono abbandonare quelle donne e quegli uomini, italiani, comunitari ed extracomunitari, che ci chiedono aiuto.

Sull'accoglienza dei profughi

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Domani pomeriggio, o al più tardi lunedì, il consiglio comunale dovrà esprimersi su una delibera che istituisce l’indirizzo fittizio “via della Casa Comunale 3″ e lo attribuisce come residenza ai profughi e richiedenti asilo che dimorano abitualmente a Torino, tra cui gli attuali occupanti del MOI (ex mercati generali di via Giordano Bruno). Data la complessità della questione, io vorrei raccontarvela con calma e chiedere un parere al fine di determinare il mio voto personale in consiglio comunale, visto che, trattandosi di materie esterne al programma comunale, non siamo vincolati da una posizione pregressa.

Innanzi tutto, non parliamo di immigrati clandestini, ma di persone che, pur entrate in Italia (spesso coi barconi) senza permesso, sono state riconosciute come profughi o meritevoli di protezione umanitaria, in quanto scappano dalla guerra o dalla fame; oppure sono in attesa di risposta alla loro domanda. L’Italia ha firmato diversi trattati internazionali che la impegnano ad accogliere queste persone, in particolare la Convenzione di Ginevra del 1951 che, al capitolo IV, stabilisce che queste persone hanno diritto a casa, istruzione e assistenza come se fossero cittadini italiani.

A Torino, tuttavia, ci sono centinaia di profughi che non hanno mai ottenuto quanto sopra, arrangiandosi per anni a sopravvivere in qualche modo e spesso stabilendosi in immobili occupati, in condizioni di vita spaventose; i più “anziani” sono passati già dalla Clinica San Paolo di corso Peschiera, poi dalla caserma di via Asti, poi dalla ex sede dei vigili di corso Chieri e adesso dalle palazzine del MOI. Il principale motivo è che la Città si è sempre rifiutata, per anni, di riconoscere queste persone come residenti torinesi, iscrivendole nelle liste anagrafiche; e dato che ogni Comune si occupa del welfare dei propri residenti (italiani o stranieri che siano), se non sei residente in alcun Comune nessuno potrà mai darti assistenza pubblica.

Queste persone sono dunque sopravvissute in un limbo, grazie ad aiuti di benefattori e associazioni varie (es. Banco Alimentare); non avendo la residenza, non hanno nemmeno potuto provare a rendersi autonomi, perché non possono accedere a un lavoro non in nero, iscriversi al collocamento o anche solo mettere un indirizzo su un curriculum. Dare la residenza a queste persone (la Città non sa stimarne il numero, ma solo al MOI risultano vivere circa 450 persone) ha dunque una doppia valenza: da una parte aggiunge alcune centinaia di persone a carico dello stremato welfare comunale, dall’altra però può essere un modo per avviarle all’autosufficienza.

Difatti, la situazione attuale comunque non è sostenibile, per loro e per la città, che vede spuntare ogni tanto un nuovo ricovero di centinaia di sconosciuti disperati, con gli inevitabili problemi di convivenza con chi ci abita vicino, e con la totale incapacità di controllare chi ci vive e cosa succede all’interno, nel bene e nel male; il Comune deve affrontare il problema, e su questo in passato abbiamo presentato più di una interpellanza.

Il motivo esposto dalla Città per non concedere la residenza è sempre stato proprio quello che non la si può dare in stabili occupati illegalmente; punto ribadito per iscritto non più di due mesi fa, in risposta a una nostra interrogazione in circoscrizione 3. Adesso, improvvisamente, l’amministrazione comunale ha invertito completamente la rotta; in commissione ci è stato detto che la Città è obbligata per legge a dare la residenza a chiunque dimori abitualmente sul suo territorio, anche in luoghi occupati, e addirittura che i profughi, tramite avvocati benevolenti, sono pronti a denunciare il Comune per questa inadempienza.

L’urgenza da parte della maggioranza nel far approvare questa delibera starebbe comunque nel fatto che a fine anno scade il permesso di soggiorno umanitario ai profughi della cosiddetta “Emergenza Nordafrica”, ovvero quelli che sbarcarono in Italia nei primi mesi del 2011 allo scoppio della guerra civile in Libia. Queste persone sono state accolte e mantenute per un anno e mezzo, con una spesa complessiva da parte dello Stato (a livello nazionale) stimata in un miliardo e mezzo di euro, che oltre a vitto e alloggio avrebbero dovuto coprire percorsi di integrazione e avviamento all’autosufficienza.

In realtà, è stata una grande abbuffata di fondi pubblici (vedi ad esempio questo articolo o quest’altro), di cui hanno goduto tutti tranne i profughi, ai quali, “finita l’emergenza” lo scorso 28 febbraio, sono stati dati in mano 500 euro a testa per “tornare a casa”. Ovviamente a casa non ci è tornato nessuno, e ora sono tutti accampati qui; se non gli si dà la residenza, a quanto ci è stato detto, non possono lavorare regolarmente né rinnovare il permesso di soggiorno e dunque diventeranno clandestini a tutti gli effetti, da espellere a partire dal primo gennaio.

La concessione della residenza pone problemi non indifferenti, in primis perché va comunque legata alla presenza sul territorio. Persino per i senzatetto, a cui da anni viene data la residenza in “via della Casa Comunale 1″, viene richiesto di fornire l’indicazione di una panchina o di una macchina in cui dimorano abitualmente; se per un po’ di volte i vigili non li trovano, vengono depennati dalle liste.

Pertanto, i vigili dovrebbero poi andare al MOI a controllare se i profughi abitano veramente lì; e ovviamente chi si oppone alla delibera sostiene che i vigili non entreranno certo in un posto occupato da centinaia di persone, magari spalleggiate dal centro sociale di turno, a chiedere i documenti, e quindi che il Comune darà la residenza a chiunque la chieda, compresi profughi pronti a spostarsi a Torino per il tempo necessario da altre città meno disponibili. Va però anche detto che diverse altre città italiane hanno iniziato a dare la residenza ai profughi, magari presso la sede delle associazioni umanitarie.

L’altra preoccupazione di chi si oppone alla delibera è la sostanziale mancanza di fondi per affrontare un nuovo carico di persone sul welfare comunale: la delibera difatti riconosce la residenza, ma non prevede alcun tipo di finanziamento aggiuntivo al welfare. Il problema maggiore è legato alle case popolari: la legge regionale (proposta da Bresso e votata da Cota) attribuisce cinque punti aggiuntivi ai profughi in virtù del loro status, il che, sui 12 che servono per avere la casa, vuol dire che i profughi finiranno in massa davanti a tutti, una volta maturati i tre anni di residenza torinese richiesti dalla legge, e che – visto che ogni anno si rendono disponibili al massimo alcune centinaia di alloggi – per un periodo di uno o due anni nessun altro riuscirà ad avere una casa popolare. E poi naturalmente queste persone entreranno in lista per tutto: collocamento, sussidi, asili e così via.

La prospettiva, in sostanza, è che si scateni una guerra tra poveri, e che il costo pratico e sociale dell’accoglienza dei profughi non venga scaricato, come dovrebbe essere, sulla fiscalità generale e sulle tasche di tutti a partire dai più ricchi, ma vada a pesare solo su quelli che si troveranno scavalcati nelle liste per l’accesso all’assistenza. Non saremo certo noi consiglieri comunali che dobbiamo esprimerci sulla delibera a pagarne le conseguenze, ma saranno i poveri delle nostre periferie (italiani e stranieri) già provati dalla crisi; poveri che, molto spesso, non sono stati mantenuti dalle casse pubbliche per un anno e mezzo e non hanno mai ricevuto 500 euro in mano dallo Stato per fare alcunché.

Per questo, pur condividendo il principio, a me questa delibera sembra inaccettabile perché incompleta; perché un modo serio di affrontare il problema sarebbe quello di avere dei dati su quante sono queste persone, su quale sarà il loro impatto (magari meno di quanto si pensa, chissà), su quali servizi andranno potenziati, su dove reperire nuove case, su come finanziare tutto questo e su come evitare che vada a discapito di chi c’è già (quando ho chiesto se i nostri servizi erano in grado di sostenere l’afflusso, la risposta dei dirigenti è stata che all’anagrafe ci sono tanti sportelli; non commento per decenza).

Eppure, la delibera è stata presentata per la prima volta martedì pomeriggio, discussa frettolosamente e portata a forza in aula per votarla domani; non c’è stata nessuna disponibilità della maggioranza ad esaminare concretamente il problema. Questo, onestamente, sembra più che altro uno spot natalizio per permettere al sindaco e ai suoi consiglieri di complimentarsi sotto l’albero su quanto sono stati buoni, umani e accoglienti coi poveri profughi.

Io sono favorevole al riconoscimento di un principio di accoglienza per chi fugge dal disastro, a cui comunque siamo tenuti dall’umanità prima ancora che dalle leggi, e all’inizio di un percorso che possa portare queste persone dal degrado all’integrazione, in cui con il loro lavoro e le loro capacità possano ricambiare l’accoglienza, ma sono contrario alle buone intenzioni portate avanti in modo astratto e ideologico, col solo risultato pratico di scaricare i costi dell’accoglienza sui più deboli e di fomentare la rabbia nelle piazze; per questo motivo la mia intenzione è quella di astenermi, presentando inoltre delle proposte per potenziare il welfare in modo che ce ne sia per tutti (ricorderete la nostra mozione sulla casa). Tuttavia, da buon portavoce, ci tengo a dare a tutti voi fino a domani pomeriggio per concordare con me o per convincermi con i vostri commenti a cambiare orientamento.

Aggiornamento: a causa del rinvio del punto in consiglio comunale, avete tempo per esprimere le vostre opinioni fino a lunedì alle 9:30.

Basta botti a Capodanno

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Sappiamo che sono molti gli italiani che amano festeggiare il Capodanno facendo rumore, e in particolare lanciando botti e petardi. Tuttavia, si tratta di una tradizione che va abbandonata; intanto perché è pericolosa per le persone, specialmente per i bambini e per i ragazzi, che non sanno come maneggiare i botti e che spesso li raccolgono per strada rimanendo feriti, anche qui a Torino; ancora l’anno scorso un ragazzino è stato gravemente ferito alle mani.

Inoltre, i botti di Capodanno sono terribili, alle volte mortali, per gli animali, sia quelli domestici che quelli che vivono liberi in città; gli animali ne sono terrorizzati e possono morire di spavento.

A Torino, già dal marzo 2011, è vietato utilizzare qualsiasi tipo di fuoco d’artificio sempre e per tutto l’anno, fatta salva una specifica deroga che deve venire concessa dal Comune e che viene data solo per la festa di San Giovanni (anche se, pure lì, ormai esistono fuochi d’artificio silenziosi che si sposerebbero persino meglio con l’accompagnamento musicale). Tuttavia, il Comune non ha mai mostrato grande attivismo nel far rispettare questa regola; l’impressione è che la si sia messa in periodo pre-elettorale, per far contenti gli animalisti, ma poi nei fatti si lasci perdere.

Noi portiamo avanti la battaglia per il rispetto di questa regola sin da quando siamo entrati in consiglio comunale; abbiamo presentato una interpellanza per il Capodanno 2012, una per il 2013 (di cui vedete la discussione nel video) e adesso una per il 2014, preventiva, per chiedere di organizzarsi per tempo. La risposta dell’amministrazione comunale in aula è prevista per mercoledì prossimo; e noi speriamo che quest’anno per davvero ci sarà un impegno a fermare il più possibile questo fenomeno.

Nel frattempo, però, bisogna che siano anche i cittadini a capire che è ora di smetterla coi botti; i vigili non possono essere ovunque. Speriamo dunque che il nostro appello, che vi invitiamo a diffondere, convinca le persone a passare un Capodanno di festa ma senza rischi, lasciando in pace gli umani e gli altri animali.

Soldi pubblici e spazi privati.

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Mercoledì scorso è passata in Consiglio la variante urbanistica 287 che prevede il cambiamento di destinazione d'uso dell'ultimo piano di Palazzo Bricherasio già sede del Museo Palazzo Bricherasio ora di proprietà della Banca Sella, da civile abitazione ad uffici.

Premettendo che trovo sensato che tutto lo stabile sia trasformato ad uffici, ritengo però doveroso utilizzare la variante per ripensare e sanare la situazione ibrida del Diamante .

Infatti la costruzione in vetro e acciaio realizzata in parte su suolo pubblico, per la quale la Città ha anche spostato una rampa di accesso ai garage sottostanti è ora affittata alla Costa d'Oro Caffè come bar gelateria e il relativo canone di affitto versato alla Banca Sella attuale propietario.

Una parte di questa costruzione è infatti di uso pubblico ma non si capisce come possa essere utilizzato se già affittato a gestori privati.

Sarebbe questa la situazione per monetizzare per il Comune gli spazi dati in uso gratuito in modo "inconsapevole".

A questo proposito varrebbe la pena di approfondire il problema avendo sia in mano la convenzione tra Fondazione Palazzo Bricherasio -Comune e tra Banca Sella e Comune oltre al piano d'ambito di via Lagrange che in Circoscrizione 1 è solo stata solo presentata senza parere e alla scorsa consigliatura.

Anche perchè l'area giochi in via Teofilo Rossi , praticamente di fronte a Palazzo Bricherasio e alla Rinascente,è costata 22.000 euro ( fonte La Stampa)ed è una bruttura estetica e un ingombro pratico, e si parla di smontarla al più presto e anche qui sarebbe da chiarire chi la smonterà e con che soldi.

In tempi di vacche magre e coperte corte ci si chiede come sia possibile ancora spendere così malamente dei soldi pubblici per realizzare un parco giochi composto da 4 attrezzi e un tappeto antiurto che è durato meno di sei mesi.

Intervento in aula sulle manifestazioni di Torino

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Cari Colleghi,
confesso che i fatti che si sono susseguiti in questi giorni mi hanno fortemente colpita e turbata.

Girando per i quartieri tutti noi potevamo respirare un clima di tensione e preoccupazione.
Nella mia vita ho solo sentito raccontare di questi episodi, mi è capitato di leggere sui libri o di vedere dei film dai quali si poteva comprendere cosa volesse dire questo clima ma di persona io non l'avevo mai visto; nessuno di noi, forse, lo ha mai potuto provare sulla propria pelle.
Molti commercianti avevano paura dei gruppetti organizzati che battevano la zona per obbligarli a chiudere i negozi; gli anziani avevano paura di uscire a prendere il tram; i clienti di negozi venivano costretti ad uscirne con minacce di chiusura.

E la città? Torino era inerme, come paralizzata di fronte a questi fatti. Una città abbandonata alle scorribande, lasciata in mano a poche migliaia di persone per troppo tempo.
Per quasi due giorni gli interventi per riportare l'ordine e la sicurezza sono stati poco tempestivi o inspiegabilmente passivi. Conosciamo bene la sollecitudine con cui solitamente le forze dell'ordine intervengono in val di Susa o con gli studenti. Perché però non è accaduto in questi giorni a Torino? Perché non c'è stata una pronta reazione dello Stato dinnanzi a tali episodi?
Cari colleghi, vi posso dire che a me tutto ciò non piace, non è piaciuto e soprattutto non piace non comprenderne le ragioni.
Questa non è la nostra Città.

Il Movimento 5 Stelle di Torino, tramite un comunicato stampa, ha già affermato pubblicamente il proprio pensiero: non abbiamo mai aderito alla manifestazione. Il diritto a manifestare è di tutti e deve essere sempre tutelato. Ma a tale diritto deve corrispondere anche il dovere di rispettare il diritto altrui di decidere liberamente di non manifestare e di esercitare la propria attività commerciale. Le adesioni forzate tramite lo strumento della paura sono una cosa inaccettabile e a Torino la protesta ha avuto anche questi sviluppi.

Tutto ciò però non basta. Non basta combattere la violenza, noi, amministratori pubblici, dobbiamo interrogarci per comprendere a fondo le ragioni che, sebbene espresse in alcuni casi in modi riprovevoli, covano come brace sotto la cenere da tempo.
Guardiamo avanti. Ci vuole una presa di coscienza, in particolare da parte nostra, amministratori Torinesi perché, e credo di non dire nulla di nuovo, non credo che sia stato un caso che i fatti più rilevanti siano avvenuti proprio qui da noi, nella nostra Torino.
L'Italia è un paese in grandi difficoltà economiche e sociali e a Torino la situazione ben più grave che nel resto del nord. Siamo una delle città più colpite dalla crisi.
Sindaco, la parola povertà non ci deve fare paura. Non si può continuare a buttarla sotto al tappeto. Così come la parola crisi, non va nascosta. Non ci deve far paura il prendere atto del fatto che negli ultimi 20 anni la politica ha allontanato i cittadini dalle istituzioni. Non ci deve far paura ammettere gli errori commessi, le promesse non mantenute con le relative speranze non realizzate, le riforme mai fatte, le aspettative tradite, il distacco evidente tra i palazzi e le piazze, tra i ricchi (spesso dentro gli stessi palazzi) e i poveri che fanno fatica ad arrivare alla seconda settimana del mese.
L'onestà, la trasparenza, l'ascolto, la partecipazione, la solidarietà, il senso di comunità devono essere parole chiave ed essere tramutate in fatti.
Bisogna ricostruire il senso di fiducia nelle istituzioni con particolare attenzione a chi è giovane e si vede senza speranze e abbandonato. Non si può più aspettare.

Nonostante Calvani, leader del movimento dei Forconi, in un'intervista, chieda "che venga fatto un governo istituzionale presieduto dalle forze dell'ordine" o che inciti a marciare su Roma, quanto sta accadendo nelle piazze, il sentimento di smarrimento e di rabbia che emerge da tante anime di popolo - diverse da questa- non può e non deve restare inascoltato.

Concludo con un passaggio di Gramsci che, per caso, In questi giorni mi è capitato di rileggere e che spero possa farci riflettere.

"Trascurare e, peggio, disprezzare i movimenti così detti «spontanei», cioè rinunziare a dar loro una direzione consapevole, ad elevarli ad un piano superiore inserendoli nella politica, può avere spesso conseguenze molto serie e gravi. Avviene quasi sempre che a un movimento «spontaneo» delle classi subalterne si accompagna un movimento reazionario della destra della classe dominante, per motivi concomitanti: una crisi economica, per esempio, determina malcontento nelle classi subalterne e movimenti spontanei di massa da una parte, e dall'altra determina complotti dei gruppi reazionari che approfittano dell'indebolimento obbiettivo del governo per tentare dei colpi di Stato."
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Le liste dei giornalisti

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Le liste di proscrizione dei giornalisti sono sbagliate e pericolose, e io già in passato – ad esempio nei miei famosi quindici punti – ho avuto modo di dire che non sempre quando un giornalista ti critica è un venduto, e che bisogna saper dialogare con tutti, anche con chi ti disprezza.

Tuttavia, ho trovato piuttosto insostenibile l’apparente indignazione con cui il “giornalismo” italiano ha puntato il dito contro Grillo per avere segnalato gli articoli faziosi di tal Maria Novella Oppo e invitato a segnalarne altri con nome e cognome dell’autore. Perché se l’Italia, stando alle statistiche internazionali, compete per libertà di informazione con l’Africa ci sarà un motivo; e difatti, i giornalisti possono prenderti di mira per mesi e mesi, distorcendo e manipolando la realtà, ma basta parlar male di un giornalista per suscitare una reazione collettiva e corporativa quasi da lesa maestà.

Anche a me è successo, mesi fa, di venire preso di mira dal “giornalismo” italiano, aizzato da alcuni politici dei partiti di governo, stravolgendo completamente la lettera e il senso di alcune parole che avevo scritto su Facebook. Anche a me all’epoca arrivarono insulti minacciosi in abbondanza (ecco un piccolo estratto):

Notoriamente la rete è piena anche di frustrati, che non aspettano altro che qualcuno da insultare per un motivo qualsiasi; dopo un po’ non ci si fa più caso. Eppure, nel mio caso non si è scatenata nessuna solidarietà, nessun allarme, nessun grido allo squadrismo e al fascismo incombente. E addirittura, qualche giorno fa, un nostro attivista senza alcun ruolo pubblico è stato preso di mira per una sua (orrenda) battuta calcistica, venendo attaccato con nome e cognome dai blog calcistici e non di mezza Italia, solo per mettere in cattiva luce il Movimento 5 Stelle.

La verità è che, se per i giornalisti innovativi si aprono nuove possibilità, i “giornalisti” all’italiana sono sempre più nervosi; la loro presa diminuisce e sempre più persone usano la televisione come soprammobile e i giornali solo per incartare il pesce, tanto che le entrate crollano, le perdite aumentano e persino la Busiarda si appresta a diventare nient’altro che il supplemento torinese del Corriere della Sera, che peraltro per sopravvivere sta vendendo la sua storica sede di via Solferino a Milano.

Per discutere di questi temi, abbiamo organizzato un dibattito pubblico stasera (martedì 10 dicembre) alle 21, presso il centro civico di via De Sanctis 12, invitando diversi giornalisti del web, dei giornali e delle televisioni torinesi. Avremmo voluto sentire anche il parere dell’ordine dei giornalisti, nella persona di Giorgio Levi (tesoriere dell’ordine piemontese), che però ha rifiutato pubblicamente l’invito. Non importa: noi vi aspettiamo lo stesso, per darvi l’opportunità di ascoltare un nutrito elenco di professionisti – Vittorio Pasteris, Cosimo Caridi, Maurizio Pagliassotti, Cristiano Tassinari, Alessandro Valabrega – e di discutere tranquillamente con loro sullo stato dell’informazione torinese. Ci vediamo!

PARCHEGGI INTERRATI: CHI LI VUOLE?

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Non è un segreto per nessuno che il Comune di Torino sia in una situazione finanziaria a dir poco catastrofica.
Dopo anni di gestione fallimentare della città, l'attuale Amministrazione si trova a fronteggiare una crisi che pare non avere fine. Non sembra, tuttavia, che i vertici cittadini siano in grado di trovare risorse che permettano di guardare al futuro con una qualche speranza.
Senza riuscire a trovare la forza di guardare oltre, cercando uno sviluppo della città che vada verso un'altra dimensione urbana, staccandosi dal passato industriale (senza dimenticarlo, né rinnegarlo), l'amministrazione non trova di meglio che tirare a campare. L'obiettivo, quindi, diventa quello di salvare il salvabile, incamerando entrate che permettano la sopravvivenza della città stessa, ormai oppressa dai debiti con le banche. L'imperativo, quindi, è trovare risorse sicure e a breve termine.
Quindi nessuna programmazione sul lungo periodo? Tutto fa supporre che la risposta sia no.
Di fronte a questo scenario e a queste necessità è stata trovata l'unica soluzione possibile: vendere la città. In alcuni casi il termine corretto sarebbe svendere la città. Oltre che gli immobili la svendita sta riguardando due beni comuni della collettività: suolo e sottosuolo. Obbiettivo: incassare gli oneri di urbanizzazione.
Come alcuni sapranno il Comune ha in programma la realizzazione di 23 parcheggi interrati sul territorio comunale: Porta Nuova (lato Via Nizza), Gran Madre, Corso Marconi, Piazzetta Lagrange e Piazza Paleocapa e via dicendo. A onor del vero Piazza Gran Madre e Porta Nuova (lato Via Nizza) saranno parcheggi misti: pubblici (a rotazione) e pertinenziali. Chi se li aggiudicherà (ma per Gran Madre non è mai stata approvata la delibera) dovrà gestire anche la sosta a pagamento benchè vengano realizzati con una concessione di lavori pubblici.
Gli altri, in numero di 21, saranno tutti parcheggi privati pertinenziali; sono stati approvati dal Consiglio Comunale nell'ottobre 2012, con il Movimento 5 Stelle unico contrario.
Resta il fatto che la Città non ha veramente un Piano Parcheggi, ma naviga a vista secondo le convenienze del momento.
La realizzazione di questi parcheggi comporta delle problematiche notevoli (e spesso ignorate): la stabilità strutturale della Gran Madre, l'alberata storica di Corso Marconi, la tutela da parte delle sovrintendenze e le ripercussioni sulle attività commerciali di Piazzetta Lagrange e Piazza Paleocapa. Di fatto i parcheggi, in larga parte, sono previsti sotto aree verdi, viali alberati o piazze alberate con tutte le conseguenze che ciò comporta.
La scelta stessa di svendere il sottosuolo (con la cessione dei diritti di superficie in sottosuolo per 90 anni) per realizzare parcheggi, oltretutto, è in contrasto con quanto da sempre sbandierato dall'Amministrazione (soprattutto in campagna elettorale): eliminare le auto dal centro città. Realizzare parcheggi sembra, invece, un aperto invito a raggiungere il centro in automobile.
La partecipazione dei cittadini? Assente. Queste operazioni vengono messe in atto senza nessuna attenzione verso la volontà della cittadinanza.
A questo proposito sono nati diversi comitati di cittadini come "Salviamo Corso Marconi" o il "Comitato Borgo Po" che si oppongono ai progetti presentati dal Comune , inoltre in più di un'occasione associazioni ambientaliste (Italia Nostra Piemonte e Valle d'Aosta, Legambiente Ecopolis, Pro Natura Torino) si sono espresse in maniera molto critica sull'operato della Amministrazione.
Non ultima la petizione popolare, presentata col "diritto di tribuna" l'8 ottobre scorso, riguardante la Piazzetta Lagrange e Piazza Paleocapa (i parcheggi previsti, tra l'altro, sono a pochi passi dal vasto parcheggio interrato di via Roma e rimangono parecchi dubbi sul legame tra il progetto di Piazza Lagrange e la riconversione dell'Hotel Ligure situato a pochi metri) supportata da centinaia di firme, a testimonianza del fatto che la realizzazione dei parcheggi non è condivisa dalla cittadinanza.
Durante l'audizione in commissione, inoltre, i commercianti di piazza Lagrange hanno rivolto un accorato appello all'amministrazione comunale affinché bloccasse il parcheggio, in quanto le loro attività non sarebbero in grado di reggere l'impatto di anni di cantieri; hanno valutato in ben duecento i posti di lavoro a rischio.
In merito a questo caso il Movimento 5 Stelle ha combattuto fino all'ultimo, presentando una mozione d'urgenza per cancellare definitivamente il parcheggio di piazza Paleocapa e per sospendere la realizzazione del parcheggio di piazza Lagrange. A parole quasi tutti i partiti - che pure a tempo debito avevano votato compattamente a favore del parcheggio - si sono detti d'accordo o perlomeno comprensivi verso le richieste di centinaia di cittadini; eppure, come vedete nel video, la mozione discussa il 12 di novembre è stata respinta.
Il Movimento 5 Stelle Torino è profondamente critico nei confronti di un'amministrazione che non trova di meglio che svendere il sottosuolo della città per incamerare euro al fine di dare ossigeno a un bilancio moribondo.
Le nostre critiche vanno sia nel merito (non servono altri parcheggi nel centro), sia nel metodo (vengono assolutamente ignorati i cittadini).
Di conseguenza il Movimento supporterà le iniziative volte a contrastare l'uso indiscriminato che viene fatto dei beni comuni della collettività nel nome del denaro e per coprire una mancanza di pianificazione dello sviluppo della città.

GDL URBAN
MOVIMENTO 5 STELLE TORINO

Contro la privatizzazione di GTT

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Se vi arrivasse a casa senza preavviso una multa da cinquecento euro, probabilmente sareste arrabbiati e preoccupati. Ma se vi arrivasse una multa da ottocento euro, e poi dopo le vostre obiezioni e le vostre lamentele venisse ridotta a cinquecento, probabilmente non sareste così arrabbiati, anzi alla fine sareste persino un po’ sollevati: ve la cavate con “solo” cinquecento euro.

Questa è la tattica che l’amministrazione torinese ha usato per riuscire a privatizzare, dopo i rifiuti e l’aeroporto, anche il trasporto pubblico: nei prossimi giorni, la Sala Rossa approverà la vendita del 49% di GTT a un socio privato, che avrà anche il diritto di nominare l’amministratore delegato, acquistando di fatto il controllo della società. Eppure, per mesi Fassino ha agitato la prospettiva di vendere l’80%, e questo permetterà ai consiglieri della maggioranza che tanto parlano di beni comuni di cantare vittoria: “grazie a noi abbiamo venduto ‘solo’ il 49%”!

Certamente, per chi come noi crede che il trasporto locale dovrebbe essere interamente pubblico e possibilmente anche gratuito (del resto la fiscalità generale già paga due terzi dei costi, alla fine mancano cento euro a testa o giù di lì), per alcuni versi è meglio che vendano solo il 49%: sarà più facile ricomprarlo in futuro. Tuttavia, per altri versi è fin peggio, perché di fatto il privato acquisterà il controllo della società pagando soltanto 49 invece di 80, lasciando in mano al Comune una partecipazione di fatto invendibile a terzi; e le possibilità di controllo lasciate alla politica dal 51% saranno probabilmente usate non per difendere il servizio, ma per difendere i dirigenti politicizzati e i meccanismi clientelari.

GTT, difatti, è uno dei maggiori serbatoi di voti del PD, gestito a forza di collusioni coi sindacati confederali (ricordiamo la nostra interpellanza sulle migliaia di giornate di permesso in più rispetto alla legge unilateralmente regalate da GTT ai sindacalisti di CGIL-CISL-UIL, mentre poi i lavoratori in sciopero vengono ripresi disciplinarmente) e di prese per i fondelli. Basta che ci siano un paio di esponenti della maggioranza che sollevano con durissime parole i problemi dei lavoratori GTT e denunciano le pastette interne; poi, finito lo show, gli esponenti della maggioranza votano lo stesso le delibere, le vendite avanzano e le pastette continuano, mentre ai lavoratori si dice “sì però c’è uno del centrosinistra che è dalla vostra parte, dunque continuate a votarli”.

Va sottolineato inoltre che, almeno secondo quanto affermato dall’assessore Tedesco ieri in commissione, non si tratta di una vendita obbligata per fare cassa, dato che il Comune ha già appianato il buco di quest’anno e in parte quello dell’anno prossimo con l’ennesima ondata di speculazioni immobiliari, da quella sull’area Westinghouse a quella sull’area ThyssenKrupp (ve ne parleremo presto in dettaglio).

Ci sono effettivamente città che sono costrette a vendere dai perversi effetti del patto di stabilità, per cui i lavoratori del trasporto pubblico gestito in casa contano come dipendenti comunali e fanno sforare le soglie di “dimagrimento” della pubblica amministrazione: succede così persino a Parma, dove Pizzarotti per aggirare questo vincolo assurdo sta cercando una azienda esterna (meglio se pubblica) che compri il 49% del trasporto pubblico, mettendo la clausola di poterselo ricomprare tra qualche anno. Ma Torino no, vende perché ci crede: vende definitivamente e per “scelta industriale”, perché a Torino privato è bello (meglio però se controllato dai partiti e/o finanziato con soldi pubblici, come Iren o la Cassa Depositi e Prestiti).

Eppure le “scelte industriali” sono chiare a tutti: mercoledì scorso è terminato definitivamente il servizio tramviario sulla storica linea di via Cibrario (attiva da oltre cent’anni) e via Nicola Fabrizi. Forse a gennaio comparirà un “13 barrato” tram per rinforzare il tratto centrale, una richiesta che peraltro avevamo fatto anche noi in una interpellanza, ma intanto il 13 è stato sostituito con autobus, ufficialmente per l’accessibilità… ma – a parte che voglio vedere quale carrozzina si può infilare sul mezzo metro di marciapiede in mezzo alla strada dove ferma il 13 – sarebbe bastato investire per tempo sui tram; un tram dura cinquant’anni, mentre gli splendidi bus nuovi di oggi tra cinque anni saranno già scomodi e scassati, e necessiteranno di grandi spese in manutenzione che saranno appaltate con logiche immaginabili.

Nella delibera di vendita non c’è traccia di scelte industriali sulla mobilità; ci sono dei punti su un piano industriale da valutare in termini essenzialmente economici. Nel frattempo si prospettano altri tagli dei fondi nazionali e regionali; si parla di un ulteriore 24% di taglio, il che vorrebbe dire chiudere molte linee e viaggiare con i mezzi strapieni su tutte le altre. Eppure – come dicevo in aula l’altro giorno (nel video) – ci sarebbero soluzioni per risparmiare dentro GTT, tagliando gli sprechi; i sindacati le hanno presentate da mesi, ma non si fanno.

Per questo noi siamo contrari, e lo siamo da sempre e con chiarezza, e già due anni fa denunciavamo in aula la svendita del bene comune e le logiche perverse che le stanno dietro. Eppure, Fassino preferisce vendere, magari a un partner amico come Trenitalia, e per il resto vivere alla giornata, abbandonando un servizio vitale per la stessa sopravvivenza della nostra città; tanto, il sindaco certo non viaggia in pullman.

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