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Calcio d'inizio per il Filadelfia?

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di Monica Amore, Andrea Russi, Damiano Carretto (M5S circ. 9)

Il giorno 13 novembre il Consiglio della Circoscrizione 9 ha votato all'unanimità un Ordine del Giorno, presentato dalla consigliera a 5 Stelle Monica Amore e cofirmato dai consiglieri di opposizione Berno e Bergoglio, che chiede alla Città una serie di impegni concreti per la ricostruzione dello Stadio Filadelfia.

Chi conosce un minimo sia il territorio della Circoscrizione IX, sia la storia sportiva della Città, sa benissimo che la situazione in cui versa da quasi 20 anni l'ormai ex stadio Filadelfia è una delle ferite aperte del territorio. La sua ricostruzione sarebbe importante soprattutto in funzione del suo valore storico-sportivo e delle ricadute economiche, turistiche e sociali che avrebbe sul quartiere. Basti pensare che, nonostante in quell'area rimangano soltanto dei ruderi a ricordare la storia sportiva della nostra Città, sono moltissimi i bus che ancora arrivano da tutta Italia per contemplare con tristezza ciò che resta di un luogo che mantiene ancora una certa sacralità. E se, ad oggi, quell'area è stata risparmiata da un ulteriore degrado, lo si deve solamente agli encomiabili sforzi dei volontari e dei tifosi.

È indubbio che lo storico tempio del Grande Torino possa ancora rappresentare un'attrattiva per il Borgo Filadelfia, un quartiere che si identifica talmente tanto con quel frammento di storia da averne addirittura preso in prestito il nome.

In una sala consiliare gremita all'inverosimile, alla presenza del CdA della Fondazione Stadio Filadelfia e della Città di Torino, rappresentata dall'assessore allo Sport Stefano Gallo, le quasi 200 persone presenti, equamente distribuite tra tifosi e residenti del quartiere, hanno così avuto l'occasione di visionare il progetto preliminare presentato dagli architetti Bo e Martinetto, ma soprattutto hanno avuto la possibilità, grazie alla formula del consiglio aperto, di sollevare le questioni riguardanti l'attuale situazione del Filadelfia e gli impegni del Toro e delle istituzioni nella vicenda.

Il quadro attuale della situazione si compone di alcuni passaggi salienti, ripresi dettagliatamente dall'ordine del giorno, ma qui di seguito sintetizzati.

La Città di Torino ha promosso, assieme alla Regione Piemonte, al Torino FC e alle associazioni dei tifosi granata, la Fondazione Stadio Filadelfia, a cui ha attribuito l'area dell'ex stadio (oggi ribattezzato "impianto").

Nelle casse della fondazione, almeno virtualmente, dovrebbero confluire 8 milioni di euro, così distribuiti:

- 3,5 milioni, suddivisi in 3 esercizi (2012, 2013, 2014), dovrebbero essere erogati dalla Città di Torino, e sarebbero coperti dalle somme incassate negli anni per le operazioni urbanistiche sull'area (e proprio per questo utilizzabili soltanto sul territorio), come oneri di urbanizzazione;

- 3,5 milioni dovrebbero arrivare dalla Regione Piemonte, che ha approvato un provvedimento per il quale si farà carico di un mutuo quindicennale per coprire la spesa; i soldi, dunque, saranno resi disponibili per la ricostruzione previo accordo con operatore finanziario, che deve ancora essere individuato;

- 1 milione di euro è stato promesso dal Torino FC, ma l'impegno non è ancora stato formalizzato e vi sono diversi argomenti di discussione tra la Società e il Comune (tra questi, per esempio, la questione del pagamento dell'affitto).

Ad oggi, quindi, dato che un progetto preliminare esiste e che gli impegni di spesa sono stati presi, non esistono più ragioni plausibili per non effettuare i versamenti.

Chi, tra i cittadini presenti (compreso il capogruppo del MoVimento 5 Stelle in Comune, Vittorio Bertola, autore di un intervento in cui si richiedevano a gran voce tempi certi e cifre sicure da parte dell'Assessore Gallo), si aspettava a questo punto alcune risposte concrete, soprattutto riguardo alle domande sulle tempistiche, sulla data del primo versamento e sull'effettiva fattibilità della ricostruzione, non può certo ritenersi soddisfatto dall'esito del Consiglio.

Il Comune, tramite la voce dell'Assessore Gallo, assicura di avere "messo a bilancio" il primo milione di euro. In pratica si parla di una previsione di spesa, ma per il momento, però "non può esserci una data di erogazione". "Questo perché", afferma l'assessore, "prima di andare avanti, bisognerà attendere anche gli altri enti. Una volta che il progetto sportivo verrà approvato allora si potrà procedere".

La sensazione, in realtà, è che tutte le parti in causa stiano cercando di prendere del tempo, "palleggiandosi", per utilizzare un termine del gergo calcistico, l'avvio della fase dell'effettivo conferimento di fondi alla Fondazione, che è la più importante: senza quei soldi non sarà possibile realizzare il progetto definitivo e di conseguenza lanciare il bando, finalizzato all'assegnazione dell'appalto.

La speranza è quella di essere smentiti, ma resta il fatto che, senza i soldi in cassa, si dovrà aspettare ancora prima di vedere posata la prima pietra.

Solo pochi giorni fa è stata votata all'unanimità, in Consiglio Comunale, una mozione che impegna il Comune a erogare entro il 31 dicembre il primo, agognato, milione di euro nelle casse della Fondazione.

Adesso c'è anche questo Ordine del Giorno, di cui il MoVimento 5 Stelle è primo firmatario, che impegna in maniera ufficiale il Presidente della Circoscrizione 9 a farsi carico, presso il Sindaco e la Giunta, di "sbloccare" finalmente questa situazione di stallo e permettere definitivamente l'avvio dei lavori."

Una visita al CIE

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Ieri ho avuto la possibilità di visitare il CIE (Centro Identificazione ed Espulsione) di corso Brunelleschi a Torino. Credo che sia quindi utile portarvi con me in un rapido giro e raccontarvi le cose che ho appreso, di modo che ognuno possa formarsi una opinione più informata sul senso di questi centri.

Il CIE nasce nel 1998, a seguito di una direttiva europea; al quartiere fu promesso che sarebbe stato lì solo un paio d’anni, ma quindici anni dopo è ancora lì. A un costo iniziale di 18 milioni di euro si è aggiunta una ristrutturazione, completata tre anni fa, per altri 14 milioni di euro, che lo portò ad essere il più grande d’Italia. Il CIE non è un carcere, e non è costruito coi criteri di sicurezza di un carcere, ma è comunque un luogo in cui risiedono dei “trattenuti”, persone straniere clandestine e/o dall’identità sconosciuta in attesa di essere identificate ed espulse: per questo ci sono gabbie e barriere.

L’identificazione non consiste solo nel dare un nome alle persone, ma soprattutto nell’ottenere che il loro Paese se li riprenda, emettendo un lasciapassare che gli permetta di affrontare il rimpatrio (il 95% delle persone difatti arriva al CIE senza documenti, dunque anche senza un passaporto per poter passare la frontiera). In diversi Paesi europei non vi è limite al tempo di trattenimento delle persone nei CIE, ma in Italia il limite è di 18 mesi; di norma, comunque, se lo Stato non riesce a rimpatriare qualcuno entro sei mesi lo lascia libero, perché a quel punto si presume che non esista la possibilità concreta di rimpatriarlo. Esistono diversi altri motivi per cui non si può essere trattenuti nel CIE; se si è minore o donna incinta, se si è diabetici, persino se si hanno fratture che richiedono l’ingessamento (ci si può far male da soli per uscire). Alla fine, mediamente solo il 50% delle persone che entrano nel CIE viene effettivamente espulso e rimpatriato; gli altri tornano liberi con un foglio che gli ordina di andarsene dall’Italia, cosa che ovviamente non fanno, a meno di non riuscire ad andare a nord.

I “trattenuti” hanno a disposizione degli avvocati, che spesso vengono ringraziati con disegni, lettere e in un caso addirittura con un murale dipinto nella loro stanza; e dei medici, che ne controllano lo stato di salute. Spesso partono scioperi della fame con implorazione “fatemi uscire sto morendo” che poi risultano finti, perché le persone rifiutano il cibo ma poi trovano il modo di mangiare altra roba giunta dall’esterno; anche noi siamo stati fermati da un detenuto che lamentava di avere l’epatite, con immediata mobilitazione di alcune consigliere, a cui il medico ha risposto che non era il caso.

La cosa che colpisce in realtà è quanto è piccolo il CIE, pur essendo il più grande d’Italia. Tre anni fa aveva 210 posti, divisi in sei aree separate di cui una femminile, ma adesso ne ha soltanto 98, di cui soltanto 85 sono occupati (il 60% da persone fermate a Torino e provincia, il resto da fuori). In ogni area potrebbero vivere 35 persone, divise in cinque camerate da sette, ma di solito ce ne sono al massimo una ventina.

Ogni camerata è dotata dei letti, di alcune caselle di legno, di un bagno e di un televisore; non ci sono armadi, perché, ci hanno spiegato, venivano spaccati e usati come armi. Il risultato è ovviamente quello di una scarsa intimità, a cui i “trattenuti” rimediano come possono.

Ogni area ha poi una casetta separata utilizzata come mensa e luogo di ritrovo, nella quale vi sono anche un lavandino (studiato per non poter essere divelto) e un telefono.

L’intero centro, pur sorvegliato da ragazzi dell’esercito in tuta mimetica, è gestito dalla Croce Rossa, che ha vinto il relativo appalto. Tra le cose che fanno c’è la gestione dei pasti, che vengono preparati e distribuiti caldi ma impacchettati (non ci sono fuochi, gas o attrezzi per scaldare dentro le gabbie).

Loro cercano di soddisfare i “trattenuti” almeno in questo, per cui ognuno può indicare le proprie preferenze (su 85 ospiti vi sono 81 menu diversi) e il numero di pasti è sovrabbondante, per cui chi vuole può fare il bis e anche essere un po’ schizzinoso: ad esempio abbiamo visto un ospite prendere il riso attraverso l’apposita feritoia, non gradirlo, scaraventare fuori tutto il pacchetto e chiedere un’altra cosa.

Ogni “trattenuto” riceve dalla Croce Rossa 3,50 euro al giorno, che può utilizzare per ricariche telefoniche, per comprare le sigarette o per poco altro; comunque, spesso parenti e amici inviano vaglia postali, oltre ai soldi (spesso non pochi) che ognuno di loro aveva in tasca quando è stato fermato. Oltre alla televisione, sono disponibili un campo da calcio e dei canestri da basket: non c’è molto con cui ingannare il tempo.

Forse vi starete chiedendo come mai, su 210 posti originari, ce ne sono ora soltanto 98. Il motivo è che gli altri posti sono stati devastati nelle periodiche rivolte, e così molte delle camerate – e anche una intera area – sono chiuse, mentre gli altri vivono tra le tracce degli incendi passati: qui, ad esempio, sono in uso solo due camerate su cinque.

Vi sono diversi motivi per cui le rivolte sono così frequenti. Innanzi tutto, a differenza di ciò che avveniva molti anni fa, oggi quasi mai chi entra in un CIE è un clandestino appena sbarcato; la popolazione è “paracarceraria”, ovvero quasi tutti sono in Italia da molto tempo e sono già stati per molti anni in carcere, uscendone senza permesso di soggiorno e quindi venendo poi ri-fermati e inviati al CIE. L’assurdità, difatti, è che per legge non possono essere avviate le procedure di identificazione e rimpatrio mentre sono in carcere, dunque devono scontare la pena, uscire, finire in un CIE e poi aspettare mesi lì dentro per lo svolgimento delle procedure. E loro stessi dicono: almeno in carcere sapevo perché ero dentro, ma qui? E perché non avete svolto le procedure mentre ero in carcere? Aggiungete che il livello di sicurezza è molto più basso e che fuggire è possibile – qui sotto vedete l’angolo da cui, arrampicandosi, tutti provano a scappare, e che non si può bloccare meglio per evitare il rischio che si ammazzino scappando, con conseguenti responsabilità penali e polemiche politiche – e capirete perché due volte al mese c’è una rivolta.

Inoltre, nel CIE di Torino (non dappertutto è così) ai “trattenuti” viene lasciato un telefonino, purché privo di fotocamera (se no gli chiedono di spaccarsela). Molti di loro sono in diretto contatto con l’esterno, dove sia i parenti che i centri sociali li aiutano a ribellarsi. Tempo fa, per esempio, fu lanciato dall’esterno un seghetto col quale furono tagliate le gabbie per poi cercare di uscire (qui vedete la riparazione).

In più, grazie al telefonino e alla televisione, loro sono informati di ciò che succede negli altri CIE e in Italia, e dunque a ogni episodio di razzismo che finisce sui giornali o che gli viene raccontato (vero o falso che sia, spesso vengono messe in giro voci ad hoc) o a ogni rivolta in altri CIE parte una rivolta anche a Torino.

Qual è la conclusione? Sicuramente questo è un luogo spiacevole; vedere delle persone dentro delle gabbie non fa piacere a nessuno, e il luogo – pur con tutto l’impegno della Croce Rossa – è comunque grigio, piuttosto sporco, degradato, con l’aspetto da campo profughi e in più le gabbie. L’impressione però è che il problema di fondo sia l’inconcludenza italica, per cui si decide di espellere delle persone “ma non troppo”, e dunque poi metà non vengono espulse e l’altra metà si perde in mesi di burocrazia che forse si potrebbe evitare, e tutte le due metà stanno per troppo tempo in condizioni comunque poco umane. Chi ha in gestione il CIE fa quello che può, ma è il modo in cui si approccia l’immigrazione in Italia che non funziona.

Anche le buone idee in Circoscrizione volano basse...

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Seguo con molta attenzione una IV Commissione Pemanente di Lavoro dove viene presentato un progetto chiamato :" Spazio sicuro"che prevede la ricostruzione di una cucina, dell'allestimento di un bagno, per poter realisticamente rappresentare agli anziani quali siano i pericoli che troviamo nelle nostre case.

Il progetto vuole mostrare come mettere in sicurezza l'ambiente domestico, quali siano le buone pratiche da utilizzare per poter ridurre la pericolosità di alcuni modi di abitare poichè in Italia ci sono ogni anno circa tre milioni di incidenti domestici .

Un dato che senza dubbio fa riflettere e che investe, secondo me, non solo la vita delle persone anziane ma anche di tutti i membri della famiglia, soprattutto i bambini e le donne che la casa la abitano maggiormente.

Sotto questo punto di vista sicuramente gli anziani cadono di più ma cambiano anche più difficilmente le loro abitudini.

Trovo nella spiegazione del progetto e nell'intenzione di prevenire questi atteggiamenti sbagliati nell'uso degli spazi, come ad esempio tenere tappeti vicino al letto, pensili troppo alti o ancora mancanza di ripiani vicino al lavandino che permettano di appoggiare gli apparecchi collegati all'elettricità, l'utilità anche di visualizzare le cattive abitudini attraverso una vera e propria rappresentazione di quello che potrebbe succedere e che si potrebbe prevenire anche con facilità.

Il progetto però prevede a fronte delle 100 ore di preparazione solo 4 ore di esposizione e io e molti Consiglieri suggeriamo al Coordinatore di far ripresentare il progetto con l'aggiunta di un filmato che possa essere poi conservato su supporto digitale e ritrasmesso in varie occasioni, o ancora che l'ambientazione così come presentata fatta di specifiche sceneggiature con mobili , ripiani e sanitari possa essere utilizzata anche in altre occasioni o da altre Circoscrizioni.

Puntualmente al Consiglio il progetto arriva tale e quale ma la Giunta in più decide di concedere come contributo solo 2900 euro a fronte dei 5 325 euro del costo complessivo .

Quindi, invece di dare una somma più alta per un progetto di più ampio respiro, si preferisce dimezzare la somma per raggiungere circa 30 anziani che forse parteciperanno a questa giornata laboratorio, se quel giorno per assurdo vorranno uscire di casa, se non pioverà e se le loro condizioni di salute lo permetteranno.

La mancanza di risorse e ancor più la mancanza di replicabilità di questo interessantissimo progetto di fatto affonda un percorso che aveva tutte le caratteristiche per essere davvero un ottimo progetto ma che di fatto si riduce al minimo intervento.
Così la Circoscrizione esprime più un gesto caritativo che un vero e proprio supporto , fatto di idee e di contributo sostanziale, che un ente pubblico dovrebbe sostenere.

Tutti a Genova in autobus per il V3-Day!

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Stiamo organizzando il viaggio in autobus con partenze da Torino Nord e Torino Sud e relative cinture. Il costo sarà di € 15,00 A/R.

Prenota il tuo posto contattando:

PER ZONA TO-NORD E RELATIVA CINTURA
DEBORAH tel. 3664178267

1° autobus PARTENZA CIRIE' PIAZZA STAZIONE ORE 8,30
tappa a Caselle per caricare i partecipanti di borgaro ore 8,45

2° autobus PARTENZA DA CASELLE rotonda ceccotti (rotonda dell'aereo) parcheggio Penny market ORE 8,30

3° autobus PARTENZA DA TORINO PIAZZA STAMPALIA angolo strada Venaria parcheggio fronte pizzeria ORE 8.30

PER ZONA TO-SUD E RELATIVA CINTURA
MASSIMO email: massimoternullo70@gmail.com

Partenza presumibilmente piazza Santa Rita (ancora da definire) ore 8,45 circa.

RITORNO PREVISTO ORE 23.00 PER TUTTI ai punti di partenza.
Per tutti i pullman prima sosta a Villanova sud autogrill.

Abbiamo valutato anche la possibilità di andare in treno, peraltro condivisa dai più (se non altro per motivi ecologici), ma sono sorti alcuni problemi:

Trenitalia non riserva nè carrozze nè treni speciali per l'occasione e quindi avremmo dovuto o fare un biglietto cumulativo su un treno regionale con lo sconto del 10% ma senza garanzia del posto (e già la spesa si sarebbe aggirata intorno ai 20 euro) oppure prenotare l'Intercity ma con costi decisamente più elevati.

Secondo problema sarebbe il ritorno, poichè ci sarebbe un solo treno ed il rischio sarebbe il sovraffollamento.

Naturalmente è possibile organizzarsi in gruppi di almeno 10 persone per ottenere lo sconto.

Affrettatevi quindi a prenotare il posto in autobus, avete tempo fino a domenica compresa. Ci scusiamo per lo scarso tempo a disposizione, valuteremo man mano che riempiremo gli autobus la possibilità di prorogare il termine.

QUI l'evento facebook.

Ci vediamo a Genova! In alto i cuori!

Vittorie e battaglie sui rifiuti

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Nelle scorse settimane sono state approvate definitivamente le tariffe Tares, di cui vi avevo già parlato. Sono state approvate senza modifiche, e anzi alle opposizioni non sono nemmeno stati forniti i dati minimi necessari per fare proposte di modifica. Sono tariffe che concederanno anche qualche sconto ad alcuni, ma che su alcune categorie, dalle famiglie numerose ai ristoranti e ai banchi di alimentari del mercato, peseranno come un macigno.

In uno scenario del genere, noi abbiamo comunque studiato approfonditamente il tema e presentato numerose proposte concrete, strappando anche alcune vittorie. Queste sono le cose che abbiamo proposto e che il consiglio comunale ha approvato:

  1. L’impegno a stanziare ogni anno i soldi necessari per far crescere la raccolta differenziata in città dell’1,5%, mediante l’estensione della raccolta porta a porta (mozione 1, punto 1).
  2. L’impegno a studiare modi per migliorare la raccolta e aumentare il ricavo dalla vendita dei rifiuti differenziati, abbassando così le tariffe (mozione 1, punto 2).
  3. L’impegno a valutare metodi per misurare quanta immondizia produce ciascun utente e a farlo pagare in proporzione (mozione 1, punto 3; la maggioranza tuttavia non è del tutto convinta e ha reso il testo più vago parlando anche di “aree omogenee”).
  4. L’impegno a chiedere ad Amiat una “spending review” che faccia ridurre i costi e di conseguenza le tariffe (mozione 2; noi avevamo chiesto il 10% di taglio in tre anni, ma il sindaco ha risposto “così poi devono licenziare qualcuno”; l’impegno è a ridurre anche solo di un euro, ma se già per tre anni i costi non aumentassero ancora sarebbe una grande vittoria).
  5. L’impegno a rivedere gli studi, vecchi di un decennio, che determinano le tariffe delle varie categorie commerciali (mozione 3, punto 1).
  6. L’impegno a promuovere forme di autogestione della raccolta rifiuti nei mercati, per abbassarne il costo e permetterne il controllo diretto agli operatori (mozione 3, punto 2).
  7. L’impegno a prevedere sgravi sulla Tares per i “negozi leggeri” che vendono solo prodotti senza imballaggi (nostro emendamento accolto nella mozione 4).

Insomma, ci siamo dati da fare seriamente e costruttivamente, come potete sentire anche nel lungo intervento contenuto nel video. Peccato che, come vedete alla fine, poi arrivino altri gruppi politici che si mettono semplicemente a tirare fuori un bidone ed agitarlo in aula, attirando i fotografi come le mosche; noi siamo comunque convinti che il nostro approccio sia quello che alla fine produce più risultati per i cittadini.

Comunque, il problema della Tares resta ed è grave, e sicuramente avete saputo della manifestazione dei mercatali che martedì ha bloccato Porta Susa. Ognuno si può fare l’opinione che crede, ma queste sono famiglie che rischiano il posto di lavoro, a fronte dell’aumento delle tasse e della contemporanea politica di continua apertura di nuovi supermercati adottata da Fassino; martedì noi siamo gli unici che sono andati ad ascoltarli, e ora vi lasciamo con un testo che uno di loro ci ha mandato, con preghiera di pubblicazione, per far sapere che le cose non sono proprio come le raccontano i giornali.

“Per dare una risposta a Passoni, assessore al Bilancio, e al sindaco Fassino è doveroso chiarire alcuni punti: a Torino la situazione del commercio e quindi degli ambulanti sta precipitando per due principali motivi, oltre che per la solita storia della crisi:

  • una politica favorevole ai centri commerciali e di disinteresse e ostacolo verso i mercati.
  • una pressione fiscale da parte del Comune che non ha nulla a che vedere con gli scontrini ma che colpisce l’ambulante soltanto perché “esiste”.

Stiamo parlando di circa 3000 euro per 10 mq (nel 2004 si pagava euro 1320) per gli alimentari e 800 euro per non alimentari che fanno 1-2 kg di carta al giorno. Ed è riconosciuto che facciamo molti meno rifiuti di alcuni anni addietro. Strano: meno rifiuti si fanno negli anni, più si paga… Torino – Amiat (azienda raccolta e smaltimento) è proprio strana.

Chi ha superfici maggiori paga proporzionalmente, quindi ci sono ambulanti che pagano anche 5000-6000 euro/anno e anche più. La tassa dei rifiuti per gli ambulanti torinesi è la più alta d’Italia, più del doppio di Milano e il triplo di Bologna, e gli aumenti proseguiranno. Non è più sostenibile: e il motivo che adduce Passoni che circa il 40% non paga la tassa non giustifica che bisogna caricare tutto su chi paga: è una risposta ben misera.

Questo fuoco che sta divampando tra i commercianti, anche i negozianti, è da circa un anno che lo facciamo presente. Ma lo stesso Fassino non ci ha mai incontrato, e tutte le volte che lo abbiamo cercato lui non c’era mai. Un sindaco che di fronte al grido di grande disagio di molti suoi cittadini non c’è mai. Probabilmente pensa che sono tutte storie, che i commercianti sono pieni di soldi… e via così. A Torino in gennaio e febbraio hanno chiuso circa 240 negozi, 6400 in tutta Italia in due mesi. Quindi sono tutte storie? Stiamo andando sempre peggio.

Molti mercati torinesi si sono desertificati perché gli ambulanti non li frequentano più, non rendono più niente e le licenze si stanno restituendo al Comune perché non si riescono a vendere da diversi anni. Ci sono un mucchio di ambulanti che incassano meno di 100 euro al giorno e devono decidere se mangiare o pagare le tasse comunali, compresa l’occupazione del suolo pubblico, minimo 1250 euro per 10 mq. Le organizzazioni sindacali Anva – Fiva – Confcommercio latitano e portano avanti il loro compito principale: fare da commercialisti agli ambulanti e negozianti.

Invece di ridurci queste tasse il Comune non interviene su Amiat, il cui amministratore delegato ha pensato bene di creare l’incarico di direttore commerciale e di farsene carico con il relativo stipendio. 2 incarichi = 2 stipendi.

Un fuoco probabilmente destinato a divampare!”

Aggiungo un’ultima cosa talmente assurda che non me ne capacito: nella tabella delle tariffe voi trovate dei valori a metro quadro e anno da cui apparentemente quella dei mercati sembra ragionevole: per esempio i ristoranti e simili pagano 41 €/mq/anno mentre gli ambulanti alimentari ne pagano 52. Il problema è che il Comune di Torino, unico in Italia, ha adottato questo metodo di calcolo: mentre un pizza al taglio di 20 mq aperto sei giorni a settimana paga 41 * 20 = 820 €/anno, un banco del mercato di 20 mq che fa ogni settimana sei mercati in sei giorni diversi paga sei volte, ovvero paga 52 * 20 * 6 = 6240 €/anno. Ma che senso ha, a parte quello di nascondere al cittadino medio l’esosità delle tariffe applicate ai mercati?

Traccia dell' intervento in aula che riporta la mia posizone personale sulla vicenda Faa Di Bruno

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali sociali..."

Pleonastico? Credo e temo di no. E lo dico con tristezza, con rammarico, con amarezza e senso di impotenza verso un Paese che ad oggi è ancora non indietro, ma indietrissimo - culturalmente e politicamente - su un tema tanto importante.

Sappiamo bene che l'omofobia non è solamente un episodio di violenza fisica nei confronti di qualcuno, ma è anche la costruzione sociale di pregiudizi pseudoscientifici che portano a considerare l'omosessualità una "patologia", medica o sociale, poco importa. Da questi ragionamenti ne discende che possa essere "curata" e, in ogni caso, che vi siano coppie e amori di serie A, quello delle coppie eterosessuali, e di serie B, gli altri... che al massimo possiamo "tollerare".

Colleghi, quanto avvenuto non è censura preventiva, non è in discussione la libera espressione del pensiero, ma è il manifestarsi degli anticorpi di una società viva che combatte tutte le discriminazioni, in qualsiasi forma esse si mostrino.

Detto tutto ciò mi piacerebbe però poter fare con voi, cari colleghi, uno sforzo di fantasia e provare a collocare questo episodio in anticipo di un mese.

Cari consiglieri, se tutto ciò fosse accaduto qualche settimana fa, pensate davvero che anche in quel caso sarebbe apparso quasi dal nulla quel milione e mezzo di euro di integrazione per il fondo delle scuole private convenzionate?

Nessuno di voi si sarebbe posto il problema per il fatto che si andasse a finanziare un sistema che in parte difende una posizione né laica né di accoglienza?

=> Davvero l'emendamento sarebbe passato in questo modo, quasi all' unanimità e con la sola obiezione nonchè astensione del Movimento 5 Stelle?

E qui non si parla di Faa di Bruno, ma genericamente del modello educativo pubblico o misto a cui vogliamo tendere. E la discussione va fatta signori, non qui, non oggi, ma va fatta.

Quanto accaduto, dunque, sembra quasi una nemesi per i medesimi colleghi che hanno votato quell'emendamento.

Spero che questo episodio insegni a tutti noi che il ruolo dell'Ente Pubblico non è solamente quello di finanziare chi fa la voce più grossa, ma di perseguire interessi e valori generali, tra i quali l'omofobia non è compresa.

È invece fondamentale che le Istituzioni prevengano e contrastino la discriminazione, ad ogni livello e con ogni mezzo, anche attraverso la concessione di contributi economici.

Facciamo tesoro dell'accaduto e attiviamoci tutti perché non solo sia combattuta l'emergenza ma sia edificata una società migliore ed un futuro più giusto per tutti.

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La politica a macchia di leopardo non paga.

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E' chiaro fin dall'inizio quando entri nelle istituzioni che manca qualcosa che ti permetta di capire dove stai indirizzando la tua azione politica.

Succede nelle Circoscrizioni dove i contributi presentati nel tempo e non raggruppati per argomenti simili li voti a buon senso ma difficilmente riesci a capire cosa hai privilegiato con il tuo voto, cioè a quale area di interesse hai dato più denaro o quante associazioni sullo stesso tema hai favorito.

Succede ancor più in Comune dove il susseguirsi di azioni è veloce e gli argomenti trattati sono tantissimi.

Ma in questi ultimi sei mesi sono nati a Torino i gruppi di lavoro detti GDL che approfondendo determinati argomenti, cito ad esempio l'urbanistica, dove abbiamo addirittura due gruppi che lavorano uno sulle grandi varianti , l'altro su richieste specifiche dei cittadini possono supportare noi consiglieri sia di Circoscrizione sia comunali.

I gruppi di lavoro si erano già formati in occasione delle elezioni politiche per scrivere il programma , poi con l'ingresso nelle istituzioni e la necessità di dividerci nelle dieci Circoscrizioni e radicalizzarci sul territorio non era stato più possible convocarli.

Eppure, ora più che mai, appare evidente la necessità di avere gruppi di tecnici esperti per le varie commissioni, gruppi che lavorino ad ampio spettro come ad esempio i GDL Cultura e Istruzione che possono essere un trait-d'union tra la politica cittadina e politica nazionale grazie all'attento lavoro dei parlamentari di riferimento.

E se alla barca, l'amministrazione del bene comune, abbiamo messo un rappezzo iniziando a modificare comunque un modo di lavorare all'interno delle istituzioni così consolidato nelle sue storture, ora la barca va comunque guidata e la possiamo solo guidare con delle linee guida ben precise e con una visione d'insieme perchè la politica a macchia di leopardo è stato il peggior modo di amministrare.

Ritornando all'urbanistica l'esempio più evidente sono le 280 varianti ad un piano regolatore che stravolgono la visione d'insieme che deve necessariamente avere la città nello sviluppo del suo territorio

. Sta quindi ai gruppi di lavoro chiarire e poi condividere con i cittadini e i consiglieri la città che vorremmo , al GDL trasporti la mobilità che ci serve o ancora al GDL Legalità individuare il malaffare che "non vorremmo" più vedere a Torino, al GDL animali la difesa degli amati quadruperdi, al GDL sociale e lavoro le giuste politiche per lavoro e welfare.


Ringrazio tutte le persone he si stanno impegnando in questi gruppi GDL perchè si tratta di tempo che ognuno sottrae alla famiglia, al lavoro, al tempo libero ma che ha un'utilità notevolissima per quello che sarà il futuro del Movimento per quella fase di ricostruzione del paese che auspichiamo di poter fare e arrivare a fare in tempi brevi.

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