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Un passo avanti per il piemontese

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La festa di San Giovanni, patrono di Torino, è da decenni un appuntamento fisso per tutta la città; centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per il corteo storico e per i fuochi. Eppure, non è sempre stato così; l’evento attuale è il frutto di una scelta di oltre quarant’anni fa, quando, in un periodo di grandi cambiamenti sociali, si volle rilanciare il festeggiamento di un appuntamento tradizionale.

Tuttavia, dopo quarant’anni, il corteo storico di domenica scorsa rischia di essere anche l’ultimo. Lo storico organizzatore, l’Associassion Piemonteisa, versa in condizioni economiche difficili, oltre che nella necessità di un rinnovamento generazionale che fatica ad avvenire.

In questi quarant’anni l’atteggiamento verso la lingua e la cultura del Piemonte è molto cambiato: in peggio. Scambiando la perdita di identità per l’arrivo della modernità, è diventato di moda liquidare la storia millenaria del Piemonte come un residuo del passato, un bagaglio culturale da “barotti” e da ignoranti, difeso solo da una manciata di associazioni, pro loco e gruppi folkloristici spesso impegnati a litigare tra di loro. Peggio ancora ha fatto la strumentalizzazione politica che ne ha operato la Lega Nord, confondendo il piano della difesa di una tradizione culturale con quello di insensate rivendicazioni separatiste.

Eppure la diversità culturale, in un mondo di globalizzazione e di massificazioni imposte dall’altro, è un tesoro fondamentale per chi ancora ce l’ha. E’ un tesoro anche economico: pensate a quanti turisti volano in Irlanda affascinati anche dalla cultura celtica e dalla lingua gaelica, la quale peraltro è parlata soltanto da poche decine di migliaia di persone, molte meno di quante parlano piemontese. E’ un carattere distintivo che, nella famosa “competizione tra territori” di cui spesso i politici si riempiono la bocca, può fare la differenza tra Torino e una qualsiasi altra città del mondo.

Basta varcare le Alpi per scoprire come la cultura tradizionale italiana, con i suoi mille campanili, sia considerata affascinante e preziosa. Si trovano rapporti e relazioni dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa che non solo considerano il piemontese una vera e propria lingua, con tanto di sue varianti e dialetti locali in giro per la regione, ma ne segnalano con allarme il rischio di estinzione nel giro di un paio di generazioni: perché noi non lo tramandiamo più ai giovani e lo utilizziamo sempre di meno, e una lingua non usata regolarmente è destinata a morire. E se indubbiamente in questo momento le priorità sono altre, le persone senza lavoro e senza casa, l’orologio comunque va avanti e la tradizione si perde un po’ ogni giorno.

Bisogna dunque entrare in un’ottica europea, in cui la cultura tradizionale di ogni regione va difesa come una ricchezza, senza per questo pretendere inesistenti superiorità. Il piemontese non è meglio o peggio del friulano, del siciliano, dello yoruba parlato in Nigeria o del cantonese e dei suoi 70 milioni di nativi; però è storicamente radicato qui e dunque, se non lo difendiamo noi, non lo difenderà nessuno.

Eppure, a livello politico, siamo ancora fermi al riconoscimento del piemontese tra le lingue minoritarie italiane che necessitano di tutela, inserendolo nella lista della legge 482 del 1999, che al momento, per il Piemonte, contiene il walser, l’occitano, il francoprovenzale e il francese; lo deve fare il Parlamento. L’anno scorso è stata lanciata una campagna denominata Piemont482, che ha visto molti comuni medi e piccoli esprimersi a favore di questo riconoscimento. La Città di Torino, però, nonostante vari tentativi, non si era mai espressa a favore, spesso liquidando superficialmente la proposta come “leghista”.

Ci siamo infine riusciti noi; un paio di mesi fa, dopo un anno di iter, è stato approvato (anche con mia sorpresa) il nostro ordine del giorno con cui la Città prende posizione a favore di questo riconoscimento. E’ un gesto simbolico, ma è anche un passo avanti; sperando che agli auspici possano poi seguire anche i fatti.

La ballata dell'eroe

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Trent’anni fa a Torino veniva assassinato il procuratore Bruno Caccia, magistrato integerrimo che aveva già segnato la storia della giustizia torinese, come pubblico ministero nel processo contro i capi delle Brigate Rosse, e poi indagando sul riciclaggio mafioso di denaro sporco tramite i casinò, sulla corruzione in politica (cadde la giunta Novelli, otto anni prima di Mani Pulite) e su tanti altri affari scomodi.

L’inchiesta concluse che ad ucciderlo era stata la ndrangheta, nella persona di Domenico Belfiore, poco più che un ragazzo. Ma quanto è credibile che un giovane esponente della ndrangheta, che non ha mai ucciso magistrati e tantomeno al Nord, prenda da solo una iniziativa del genere, perdipiù proprio la sera delle elezioni politiche, un’ora dopo la chiusura dei seggi?

Emersero storie inquietanti, connessioni con la mafia siciliana e i servizi segreti. Si scoprì che già allora la ndrangheta era ben introdotta a Torino, che almeno cinque magistrati, colleghi di Caccia, intrattenevano rapporti con essa. Tutto questo, però, finì in niente: a parte l’esecutore materiale, non si è mai scoperto chi ha deciso che Caccia doveva morire e perché. E, trent’anni dopo, si riscopre che la situazione è come allora, se non peggio: l’inchiesta Minotauro riporta alla luce i rapporti tra politica e ndrangheta, le telefonate per chiedere voti, interi quartieri costruiti in base all’accordo tra un sindaco e le locali calabresi; la criminalità organizzata che ritiene di avere le spalle coperte dal potere e dallo Stato che dovrebbe combatterla.

Oggi in Sala Rossa Bruno Caccia è stato commemorato con grande partecipazione, ma anche con un vago senso dell’assurdo, a sentire un esperto come il professor Sciarrone dire che non è credibile che i politici che telefonano agli ndranghetisti per chiedere i voti non sappiano con chi stanno parlando, a sentire Caselli ribadire (come stamattina al processo) che la politica fa troppo poco, e poi a sentire la prolusione del sindaco Fassino, cioé proprio un politico che, sicuramente a propria insaputa, è stato oggetto di una di quelle telefonate.

L’Italia è piena di storie così, di persone che “quando gli dissero di andare avanti” si sono spinte troppo lontano a cercare la verità, e per questo sono diventate eroi morti. Per gli eroi morti si celebrano i riti e a Caccia Torino ha dedicato una targa, una piazza e l’intero palazzo di giustizia, nonché la cascina sequestrata ai Belfiore e data in gestione a Libera. Per questo, se non tutti, molti sanno chi era Caccia: un magistrato ucciso dalla ndrangheta. Non sanno, però, su cosa aveva indagato, e che interessi stava toccando, e che quegli interessi non riguardavano solo quelli che nel gioco del potere hanno la parte dei cattivi, ma anche quelli che hanno la parte dei buoni. E’ proprio in questo oblio che la figura di Caccia viene ancora ed ancora privata della verità, e del pericolo che essa costituiva per una parte del potere.

Da trent’anni la famiglia di Bruno Caccia attende di sapere perché è morto; lo chiede ancora oggi, in una lettera aperta. Chiede una riflessione perché Bruno Caccia non resti soltanto un nome su una medaglia, perché si riapra la discussione scomoda su quale sia oggi il vero ruolo e il vero potere della criminalità organizzata rispetto allo Stato. Senza questa discussione, saremo condannati a vivere una bugia: quella per cui davvero, in Italia, le mafie e lo Stato siano sempre acerrimi nemici.

Piccola grande vittoria sulla "Superfondazione"

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Essere un buon Consigliere Comunale molto spesso vuol dire non tanto entrare in grandi scelte generali o abbracciare posizioni ideologiche, ciò che di norma è considerata l' "alta politica", ma soprattutto discutere nel merito questioni prettamente operative che hanno tuttavia un impatto quotidiano, di medio e lungo termine, sulla vita dei cittadini.
Per questa ragione noi consiglieri comunali siamo definiti "amministratori pubblici": come bravi amministratori siamo incaricati di far si che ciò che non è nostro, ma della comunità, funzioni nel miglior modo possibile.

In questo modo, dunque, spendiamo gran parte del nostro tempo dedito alla Città: studiamo le delibere per capirle e cercare di migliorarle, ove possibile, anche in base al confronto di idee e giudizi che emergono nelle commissioni tematiche.

Così è più di un anno che in commissione cultura, ma anche sui principali quotidiani cittadini, si discute della oramai nota "Superfondazione", un nuovo ente che dovrebbe nascere accorpando la Fondazione Torino Musei (che al suo interno ricomprende GAM - Palazzo Madama - Borgo Medioevale - MAO), il Castello di Rivoli e l'Associazione Torino Città Capitale Europea (quella che fornisce ad esempio l'abbonamento ai musei).

La delibera che avviava questa procedura di "fusione", con l'approvazione delle relative linee di indirizzo che definiscono il percorso che gli enti coinvolti dovranno seguire, è approdata martedì in aula.

Un'operazione del genere, come sosteniamo oramai da tempo e abbiamo ribadito più volte in commissione, richiede, ancora prima di poter fare valutazioni di politica culturale, che siano compiute delle analisi approfondite dal punto di vista sia della progettualità culturale sia della sostenibilità economico-finanziaria.

Vi sembrerà incredibile ma la delibera è arrivata in aula senza alcuna risposta precisa a questi fondamentali quesiti, necessari per poter dare una reale valutazione ad un progetto tanto importante:

1. un business plan con il dettaglio dei costi, degli interventi di razionalizzazione e degli impegni finanziari nel medio-lungo termine di tutti gli enti coinvolti;
2. uno studio di fattibilità che analizzi rischi e oppportunità, costi e benefici;
Ebbene, non c'era nulla di tutto ciò.

Ma come si fa a gestire con tanta superficialità la cosa pubblica?
Come è possibile che gli stessi assessori proponenti (Braccialarghe in Comune e Coppola in Regione), non sentano la necessità di avere qualche certezza prima di intraprendere una strada politica tanto importante?
Sulla mera speranza non ci si può e non ci si deve muovere!

La costituzione di nuovi enti non può essere un salto nel buio, in particolare quando si parla di fondazioni. Quegli stessi enti per i quali la Corte dei Conti nel 2010, nella sua pronuncia sul consuntivo dell'anno, evidenziava "un'elevata spesa dell'ente a favore delle fondazioni, alcune delle quali con rilevanti perdite".

Cosa fare, allora? In qualità di consiglieri ci siamo così trovati ad usare le uniche carte che avevamo a disposizione in base al regolamento: l'ostruzionismo da un lato e le proposte di merito dall'altro.

Abbiamo così presentato 400 emendamenti che, di fatto, bloccavano la votazione della delibera nella giornata prevista e, contestualmente, 3 proposte di merito in cui chiedevamo di produrre la documentazione sopra richiesta nel breve periodo.

Un ricatto? No, dinamiche d'aula per usare al meglio i mezzi a nostra disposizione. Possiamo definirla una tattica grazie alla quale, in seguito ad una negoziazione, in cambio del ritiro degli emendamenti ostruzionistici, siamo riusciti a ottenere l'approvazione degli emendamenti di merito presentati!

Ora dovranno, per proseguire nel percorso di creazione di questa "super fondazione" produrre quegli studi per noi fondamentali.

Non so se si possa procedere sempre così e per fortuna non siamo sempre costretti a farlo, ma questa volta mi sento di poter dire di aver fatto quanto in mio potere di fare per adempiere al meglio al mio ruolo di amministratore.

Aspettiamo quindi con ansia la documentazione richiesta per poter finalmente studiare il progetto a fondo e capire che impatto avrà sul mondo della cultura.

Rimane l'amarezza di dover constatare che quella che dovrebbe essere la normalità, è stata, purtroppo, in questo caso un'eccezione.

foto post.jpg

referente del gruppo Ivan Lagrasta

Il neonato gruppo di lavoro denominato Urban ha voluto per prima cosa mappare
le situazioni di forte criticità con problematiche urbanistiche come consumo di
suolo, eccessiva cementificazione, necessarie bonifiche ecc.presenti sul
territorio torinese con l'intento di arrivare ad una definizione grafica,
realizzata grazie ad una mappa e diverse bandierine di identificazione, che
permetta ai cittadini di visualizzare le aree già oggetto di indagine e
segnalare quelle ancora in pericolo.

Innanzitutto la previsione del piano regolatore di una popolazione cittadina
di ben 1.136.000 abitanti è assolutamente errata in quanto ci attestiamo sulle
900.000 unità con tendenza alla decrescita e la speculazione edilizia è sotto
tutti i punti di vista un suicidio collettivo, sia per i cittadini che per i
costruttori.

Infatti continuare ad avere troppa offerta di immobili civili rispetto alla
richiesta non farà che svalutare gli immobili esistenti. Inoltre un numero
sempre maggiore di immobili vuoti porterà a sempre maggiori occupazioni e a
problemi di ordine pubblico.

Le varianti sino ad ora analizzate sono la 101 area Borsetto alla Falchera
con una previsione di circa 350 nuovi appartamenti in un'area che vorremmo
rimanesse il polmone verde per i condomini esistenti.

La variante 221 dell'area Thyssenkrupp
, anche qui oggetto di un grosso
insediamento abitativo.

L'area Westing house dove doveva nascere la biblioteca progettata
dall'architetto Bellini con un progetto costato ai cittadini ben 16 milioni di
euro, mai realizzato.

Degno di nota il paliazzo della regione progettato da Fuksas prima un
progetto da realizzarsi nell'area dell'ex Materferro,poi con il cambio di
giunta da Ghigo a Bresso fu deciso di riqualificare l'area ex industriale di
Nizza Millefonti (che comprende anche il Lingotto), con un investimento per il
solo progetto di 20 milioni di euro.
Ancora Palazzo del Lavoro che diventerà un supermercato di cui non abbiamo certo bisogno.


Il gruppo Urban ha deciso di occuparsi anche di temi cosiddetti minori, ma che
non lo sono affatto nell'ottica di preservare il patrimonio artistico torinese
come, solo per fare un esempio,la prossima demolizione di parte dello scalone
ottocentesco del Museo Egizio, una notizia che nessuno sta diffondendo e che
vorremmo invece porre all'attenzione delle istituzioni e dell'opinione
pubblica.

Forse perchè in questa città è arrivato il momento in cui i cittadini vengano
finalmente informati e possano, attraverso la conoscenza di causa, poter
esprimere un' opinione e quando occorre il proprio dissenso.

Piedi preziosi

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Ha fatto piuttosto scalpore la notizia, riportata ieri con evidenza dal quotidiano cittadino, di uno spiacevole inciampo: quello della vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, senatrice del PD, che domenica mattina alle nove in piazza Carignano è inciampata in una buca dovuta ai sampietrini mancanti, cadendo e ferendosi al viso.

Bene, persino La Stampa, normalmente allineatissima all’amministrazione comunale, non può nascondere lo stupore: nella città delle buche eterne e selvagge, un’ora dopo, alle 10 di domenica mattina, c’era già una squadra di operai a riparare il selciato.

C’è però un retroscena che vorrei svelare. Tra le tante cose che sottotraccia faccio il più possibile in consiglio comunale, c’è anche quella di prendermi cura delle vostre segnalazioni e delle mie osservazioni sulle piccole cose che non vanno – e tra queste ci sono le buche.

Per questo, in data 19 dicembre 2011 (un anno e mezzo fa), ho protocollato una interrogazione avente ad oggetto “Pavimentazione dissestata in piazza Carignano”, che segnalava proprio quelle buche, chiedeva conto dell’esecuzione dei lavori e sollecitava una sistemazione.

Il 30 gennaio 2012 l’assessore Lubatti rispose così: i lavori sono stati eseguiti bene ed è normale che ogni tanto alcuni sampietrini si stacchino, ma purtroppo “nell’ultimo periodo, la riduzione delle risorse economiche, in particolare per la manutenzione ordinaria, non permette la necessaria azione preventiva di mantenimento”.

Naturalmente, ci si chiede perché riempire il centro cittadino di porfido, un materiale costoso che crea problemi a diversi utenti della città, dai disabili alle biciclette, se poi non si hanno i soldi per mantenerlo: ma nella logica della politica l’importante è avere i soldi per una magnifica “piccola grande opera” da inaugurare davanti ai media, e non importa se poi chi arriverà dopo non saprà come mantenerla…

Da allora, ogni volta che passavo in piazza Carignano, buttavo un occhio e notavo come ci fossero sempre diverse buche; non so se siano le stesse o se ogni tanto chiudano le vecchie e se ne aprano di nuove, ma il giornale cittadino ha contato 35 rattoppi; anche se nella didascalia alla foto tentano di salvare la faccia al Comune dicendo che “quasi sicuramente il problema è frutto delle ultime piogge ma non era ancora stato affrontato”, mi sembra probabile che, nonostante la mia segnalazione di un anno e mezzo prima, nulla fosse mai stato rattoppato… fino a quando a inciampare non sono stati i comuni piedi di un torinese qualsiasi, ma i piedi preziosi della vicepresidente del Senato, nonché compagna di partito del sindaco.

E allora non so se essere contento e chiedere all’onorevole Fedeli di venire a inciamparsi più spesso a Torino, o se sentirmi indignato come consigliere comunale, che svolge il proprio ruolo di segnalazione senza venire degnato di attenzione fino a quando non ci scappa il morto o il coinvolgimento di un potente (vedi anche la storia degli attraversamenti pedonali); o direttamente come cittadino, il cui eventuale incidente per il Comune vale meno di quello di una senatrice in visita.

Anche la casta inciampa nelle buche...

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Due settimane fa sono caduta in via dei Mille inciampando in una

buca, appesantita dai 5 kg di farina di farro che mi ero appena

comprata.
Risultato un ginocchio gonfio e un piede girato che è

rimasto livido per dieci giorni. Ironia della sorte avevo scritto una

mozione di impegno in cui chiedevo di inserire la via nel ciclo di

manutenzioni straordinarie, perchè la base in acciottolato non riesce a

trattenere l'asfalto a freddo e gli sprofondi continuano a sprofondare
.

Ho tra l'altro prontamente segnalati i nuovi crateri al

Coordinatore e credo che la segnalazione sia già un ottimo strumento,

almeno per mappare la situazione.

Ora nella vicenda di ieri in cui la Senatrice si inciampa e batte la

testa, pur rinnovando il mio rincrescimento per l'accaduto , appare

chiaro come ci siano inciampi e inciampi e che dobbiamo sempre avere il

"vip" per focalizzare un problema che è sotto gli occhi, ops ...piedi, di

tutti.

Infatti la caduta andrebbe valutata anche sotto il

profilo economico del risarcimento che i cittadini che cadono possono

chiedere al Comune.
La solita storia di conti e di una

programmazione che non viene fatta, conto della serva, quanto il Comune

di Torino risparmia con la mancanza di manutenzione?
E quanto spende per risarcire i cittadini che cadono o per far fronte ai contenziosi sulle cadute?

Il fatto che poi si siano fatte intervenire squadre di manutentori

addirittura la domenica, la dice lunga sul peso che ha un cittadino e un

suo semplice rappresentante...
Speriamo che la Senatrice almeno non chieda i danni al Comune di Torino, perchè in questo caso ci sarebbe oltre al danno, anche la beffa...

C'era un movimento, che cosa ci sarà?

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Quando, più di cinque anni fa, andai per la prima volta – per vedere com’era – a una riunione del futuro Movimento 5 Stelle, furono molte le cose che mi colpirono positivamente e mi convinsero a crederci.

C’era un movimento pieno di idee e di visioni positive, che sognava apertamente un mondo migliore e sapeva anche spiegarlo, che dava speranza a chiunque vi si avvicinasse, che magari mandava affanculo l’establishment, ma non parlava solo di aggressioni e guerre e cattiverie altrui.

C’era un movimento che aveva per obiettivo non i voti ma il miglioramento culturale delle persone e della società, che è stato fondamentale per la mia crescita, e da cui ho imparato molto.

C’era un movimento che puntava a informare ed educare le persone per renderle cittadini consapevoli, basando la propria azione sul coinvolgimento di tutti.

C’era un movimento che manteneva attiva una discussione costante, tramite la rete e tramite i meetup, in cui tutto veniva raccontato e tutte le opinioni potevano esprimersi, magari in modo dispersivo e talvolta distruttivo, ma comunque aperto – e ogni tanto ci si incontrava a livello regionale e nazionale, e si diventava anche amici, e l’idea di buttarsi fuori a vicenda era sconosciuta.

C’era un movimento in cui la trasparenza era totale, in cui gli eletti erano i più capaci e attivi del gruppo, con anni di sbattimento alle spalle, eppure erano solo portavoce e tutti gli facevano continuamente le pulci in maniera quasi ossessiva, e non si sarebbero mai offesi per questo, né avrebbero pensato di scaricare Grillo in TV o di sentirsi più importanti degli altri.

Di tutto questo, ormai alla prova dei fatti resta sempre di meno: perché? In parte, il cambiamento è inevitabile: quando si passa dal progetto alla sua realizzazione si scopre che le cose sono un po’ diverse da come sono state immaginate, sicuramente più difficili, e le idee vengono riviste o adattate alla realtà. Tuttavia, lo status quo ha una forza immensa, ed è molto molto difficile (lo provo io sulla mia pelle) riuscire a conservare la diversità, non tanto nelle proposte ma nei metodi, che sono la nostra vera novità.

Il rischio, dunque, è che invece di dare forza alle nostre idee originali, adattandole solo per quanto necessario a realizzarle davvero, esse diventino un dogma da ripetere a parole, per poi agire in maniera ben diversa.

Per questo, è inutile disperarci, o dare la colpa a Grillo o a chi altro. L’importante è capire che c’è qualcosa da correggere e che bisogna ritrovare ciò che ci distingue dagli altri, perché è proprio la sua progressiva sparizione che ci svuota di significato e quindi di consenso. Tutto quello che c’era c’è ancora, sepolto sotto le difficoltà e le pressioni, ma serve uno sforzo consapevole per ritirarlo fuori, e una grande forza per mantenerlo al centro dell’azione, senza lasciarci spingere via.

E’ in questi momenti che serve il carisma delle persone di valore. Serve, però, per unire e non per cacciare, per affrontare i problemi e non per negarli. Serve per smettere di girare in tondo, di farsi catturare e rinchiudere in un gran lavoro istituzionale spesso completamente inutile, di perdere le priorità e i valori; serve per organizzare la sterzata che rimetta la barca sulla rotta giusta.

Serve, innanzi tutto, parlarci a quattr’occhi, trovare le soluzioni, motivarci a vicenda. Bisogna saper immaginare il Movimento dei prossimi anni: il suo ruolo politico, la sua strategia, la sua organizzazione. Serve pensarli con forza e perseguirli con attenzione, perché se non lo faremo verremo sbriciolati e mangiati, diventando un partitino stanco senza nemmeno accorgercene; non basta non voler essere un partito per non diventarlo, serve trovare esplicitamente una via nuova.

Il mio post sui quindici punti ha raccolto molti consensi da consiglieri comunali, da attivisti, da elettori. Ai livelli più alti del Movimento, però, paiono troppo impegnati per ascoltare, perché la priorità è cosa scriverà il giornale domani, non che movimento sarà tra cinque anni, e come fare perché esista ancora. Per chi è in prima linea è giusto che sia così, ma serve che, da qualche altra parte, si possa discutere e lavorare anche sulle questioni di lungo periodo, almeno tra le persone che hanno l’esperienza e la visione per farlo. Io però, oltre a dirlo, non posso farlo da solo.

CHIEDIAMO AIUTO!!!

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Ormai siamo alla frutta, la circoscrizione 7 è allo sbando... Il Presidente Durante si sente un monarca, ormai ha trovato il metodo per zittire l'opposizione, basta ignorarla... basta no rispondere alle interrogazioni che vengono poste, basta non convocare le commissioni per tempo che vengono richieste oppure convocarle con 1 anno di ritardo...

Chiediamo aiuto a tutti, anche ai componenti del suo partito, noi le abbiamo provate tutte, con lettere spedite al Sindaco, Assessori, capigruppo e funzionari del Comune.

Ma la colpa non può essere solo sua, è di chi gli permette tutto questo, forse e ora di fare i nomi,perchè è impossibile che una persona possa fare tutto questo da solo... vi faccio l'elenco dei colpevoli di questa situazione:

Cassetta Fabio (capogruppo PD)

Cremonini Valentina (coordinatrice III com. PD)

Pastore Michele (coordinatore II com. PD)

Ernesto Ausilio (coordinatore IV com. PD)

Deri Luca (coordinatore V com. PD)

Pomero Encrico (PD)

Crispo Michele (PD)

Cammaratta Giuseppe (PD)

Demaria Francesco (PD)

Gianluca Bosotto (capogruppo Moderati)

Fiorito Caterina (coordinatrice I com. Moderati)

Berghelli Michele (coordinatore VI com. e Vicepresidente SEL)

Lapolla Massimo (SEL)

Berardinelli Diletta (capogruppo IDV)

ps: ho delle interrogazione che aspettano risposta ormai da più di 1 mese... a chi mi devo rivolgere?!

Fabio Versaci
Consigliere circoscrizione VII

Pensare a una Movida Sostenibile - di Viviana Ferrero

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Partiamo con l'idea che la Movida sia un fenomeno in aumento esponenziale e vada almeno gestita se non organizzata, con una attiva regia politica.Innanzitutto non gravando solo sul territorio centrale ma decentrando, investendo cioè anche in zone depresse ma con caratteristiche architettoniche e artistiche interessanti.

Il cardine del decentramento sarebbe l'utilizzo di determinati spazi da riqualificare offerti a prezzi stracciati e con agevolazioni fiscali.

I nightbus, i pulman che trasportano i ragazzi di notte in centro andrebbero quindi solo dirottati su nuovi luoghi che, con il contributo dell'afflusso dei clienti paganti, diventerebbero sempre più belli e riqualificherebbero un territorio.

La spinta a spostare fuori dal Centro la almeno una parte di Movida la potrebbe
dare facilmente il decentramento dei grandi eventi cittadini che hanno già il loro pubblico consolidato che li segue in qualsiasi location. In zone non residenziali infatti non si porrebbe più il problema del volume o dell'apertura posticipata.

La creazione di luoghi però è un passo importante perchè il passaggio da non-
luogo a luogo comporta degli investimenti culturali importanti.
C'è da dire che tutto il discorso dell'archeologia industriale, dei vecchi opifici abbandonati, di cascine in disuso, potrebbe essere rivisto in una riqualificazione graduale e non costosa per il Comune, della quale si fanno carico i gestori che sono stati aiutati economicamente dal Comune, solo con agevolazioni fiscali e canoni di affitto bassi.

Gli stessi gestori poi, nel volere aumentare i propri incassi, continuerebbero a migliorare gli edifici, a restaurarli in modo da conservarne le caratteristiche originarie.

La riqualificazione di edifici abbandonati sarebbe così il primo passo per evitare che continuino a degradarsi e siano ricettacolo di delinquenza comune oltre al fatto che la loro nuova fruibilità sarebbe di giovamento e di rilancio, anche per tutto il quartiere.

Non chiudete la scuola "Calvino"! - di Daniela Albano

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Lunedi pomeriggio si è svolta per le vie del quartiere Parella, una festosa e determinata manifestazione di genitori, bambini ed insegnanti della scuola primaria Italo Calvino.
L'obiettivo era quello di attirare l'attenzione sulla proposta dell'amministrazione di chiudere la scuola, perchè l'edificio sarebbe destinato ad ospitare uffici e laboratori del progetto Iter della Città di Torino.

Al di là delle considerazioni di merito sull'opportunità di dislocare 200 bambini in altre scuole con conseguente disagio per le famiglie, per le strutture scolastiche accoglienti e non ultimo per gli allievi stessi (bambini e bambine le cui esigenze troppo spesso vengono trascurate nei progetti degli adulti), è necessario sollevare alcune osservazioni sul metodo decisionale.

"E' stata una manifestazione allegra e grintosa che aveva l'evidente intento di voler capire e farsi sentire da chi evidentemente, fino ad oggi non ha voluto ascoltare..." le parole di uno dei genitori partecipanti alla manifestazione sottolineano l'indifferenza percepita dai cittadini di fronte alle richieste mosse verso l'amministrazione comunale.

Come troppo spesso accade i cittadini non sono stati coinvolti affatto nelle scelte dell'amministrazione, vengono anzi informati in scadenza di anno scolastico su quella che sarà la sorte della loro scuola. Il progetto proposto dal comune sul ricollocamento dei laboratori di Iter nella nuova struttura appare poco chiaro persino nella relazione degli stessi proponenti. La risposta all'interpellanza da noi presentata in V commissione non ha dato risposte certe nè sui fondi destinati alla ristrutturazione dell'edificio che attualmente ospita la scuola, nè sul tipo di attività che vi si intende svolgere. Il disagio segnalato dai genitori dovuto alla lontananza delle nuove sedi proposte viene negato, nostante le testimonianze dirette e nessuna certezza viene fornita relativamente alla scuola che ospiterà i bambini dopo la chiusura della Calvino.

Forse sarebbe stato possibile un dialogo tra amministrazione e cittadini, forse il progetto si poteva presentare per tempo e con maggior chiarezza, forse ascoltando le istanze dei cittadini interessati la proposta poteva essere migliorata e si potevano eliminare o ridurre i disagi alle famiglie portando avanti una progettazione condivisa e partecipata.

I genitori comunque non si arrendono: hanno richiesto un incontro con l'assessore in presenza di tutte le realtà interessate e stanno preparando una raccolta firme per una petizione popolare. Ci auguriamo che si riesca ad aprire un dialogo che porti ad una soluzione condivisa, facendo comprendere in maniera chiara ai cittadini quali sono le esigenze dell'amministrazione e venendo incontro alle loro istanze.

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