Il mio fuori onda: riflessioni sul futuro del Movimento

(di Vittorio Bertola) 09.09.12 10:14

La sparata televisiva di Favia ha provocato un’ondata di reazioni articolate da tutti i consiglieri a cinque stelle d’Italia; dunque mi permetto di aggiungere la mia e di parlare per una volta, in modo più costruttivo, dell’organizzazione del Movimento. Se a me un giornalista avesse chiesto (fuori onda o no cambia poco, io dico le stesse cose) quali sono le questioni interne aperte per il Movimento, cosa avrei risposto?

Favia ha detto o insinuato diverse falsità di cui non poteva non sapere la falsità: che ci sono gli infiltrati, che Casaleggio sceglie i candidati, che chi non la pensa così è un burattino di Casaleggio (magari è soltanto qualcuno che i suggerimenti e le critiche li fa, ma non davanti alle telecamere di regime e non con toni esasperati). Casualmente noi giovedì sera avevamo la riunione cittadina: il Movimento è quello, sono stanze con dozzine di persone che discutono, non è l’immagine che viene dipinta in televisione, e se qualcuno non è convinto farebbe bene a venire a vedere con i propri occhi e solo dopo giudicare.

Il punto difatti è che il Movimento, con tutti i suoi difetti, è l’unica forza politica che non viene da un sistema ventennale e marcio in cui tutti hanno scheletri nell’armadio e convenienze da difendere, e che presenta progetti e usanze che possono essere più o meno condivisibili, ma che sono certo molto più moderni degli altri. L’obiettivo dei media è nascondere questa differenza e portare gli italiani a discutere invece, e a prendere come base per decidere del proprio futuro, stupidaggini: non i piani per il futuro del Paese, ma il taglio di capelli di Casaleggio (il nuovo calzino azzurro del momento). C’è chi lo fa perché è pagato, e chi lo fa perché purtroppo il taglio di capelli di Casaleggio, vista l’attitudine degli italiani televedenti, fa molta più audience della riforma del lavoro.

L’obiettivo della manovra mediatica è stato raggiunto. Non solo quello di screditarci, ma anche un obiettivo ancora più facile da raggiungere: quello di costringerci sulla difensiva. Da settimane, se uno apre il blog di Grillo non trova quasi più discussioni di sostanza e informazioni poco note, trova solo risposte obbligate ad attacchi pretestuosi, smentite e sfuriate sull’informazione venduta. Questo ci costringe a dare l’impressione di non avere niente da proporre e rafforza l’immagine artefatta di vaffanculi e basta. Il programma c’è, ma non riusciamo a tirarlo fuori e la prima domanda è: cosa possiamo fare per comunicarlo meglio? E come possiamo rovesciare la situazione e, mediaticamente parlando, passare all’attacco?

Poi: Favia era complice, Favia era ingenuo? Alla fine lo scopriremo solo vivendo, ma cambia poco. La vicenda di Favia, se mai, spinge a una riflessione che nel Movimento non si è quasi mai fatta: come selezioniamo le nostre persone, specie quelle da mandare agli incarichi più importanti? Che caratteristiche devono avere? E la nostra idea di politica come servizio civile a tempo determinato, in pratica, può funzionare? Richiede degli aggiustamenti? L’esperienza di questi primi anni di presenza nelle istituzioni cosa ci insegna?

La prima parte della discussione è il punto veramente cruciale se vogliamo partecipare con successo alle elezioni nazionali. Se ci vogliamo partecipare per sport, per piazzare venti persone che vadano a gridare vaffanculo, allora possiamo anche non preoccuparcene. Ma io vorrei che partecipassimo alle elezioni nazionali per provare a vincerle, ma non per il potere, ma perché è l’unico modo per riuscire a cambiare l’Italia, e altri anni di pastone Monti - Passera - CasiniItalia - Bersani - Vendola - Berlusconi non li posso reggere.

Ma se vogliamo anche solo essere considerabili come alternativa di governo, dobbiamo smentire coi fatti e con la comunicazione l’immagine che ci vogliono appiccicare, quella di ragazzini dietro un comico urlante, ben disposti ma inesperti, e presentare al Paese la proposta di una nuova classe dirigente. E no, non giovanotti simpatici e non casalinghe di Voghera, ma persone che nel loro settore abbiano un curriculum così, la competenza per realizzare il programma e la capacità di esporlo in pubblico; che siano credibili per mettere mano al casino che è l’Italia di oggi, nel disastro in cui si trova. Non basta scrivere una riga in un PDF con “abolizione del precariato” per abolire il precariato, e la vera sfida del Movimento è, nel momento in cui gli italiani ci danno la chance di provarci, passare dalle buone intenzioni ai risultati concreti. Ma come troviamo queste persone, come le selezioniamo?

Ma non servono solo questi; serve un organismo di migliaia di persone coese e motivate che lavorino insieme verso lo stesso obiettivo, dall’attivista di quartiere fino al candidato premier. Siamo sicuri di esserlo? In qualsiasi organizzazione umana, dalle aziende al volontariato, motivare le persone e farle sentire parte di un progetto è la chiave del successo. Ma da noi? Bene hanno fatto in molti a rimarcare che tipicamente il problema dei consiglieri del Movimento è l’opposto di quanto dice Favia: altro che ingerenze di Casaleggio, la realtà è che rimani spesso solo con le tue responsabilità e i problemi della tua città, con appena qualche attivista di buon cuore a darti una mano; e che ogni gruppo generalmente non sa cosa fa il vicino e reinventa la ruota ogni volta.

Da noi il consigliere-dipendente dei cittadini, a parte i regionali, è pagato poco o nulla rispetto alla mole di lavoro, è precario con contratto di sei mesi in sei mesi, sacrifica il lavoro e la famiglia, si mette contro il potere di tutta la città, che spesso gli fa terra bruciata attorno; in alternativa, con la scusa di una battuta, cercano di capire se sei il tipo che prima o poi cede alle lusinghe (a noi hanno già offerto di tutto, dall’assessorato alla candidatura al Parlamento… sempre per “scherzo” s’intende). Dal lato del Movimento c’è tanto lavoro, parecchi vincoli e doveri aggiuntivi, tanta gente che ti fa ossessivamente le pulci, nessuna prospettiva di promozione (anzi: è esplicitamente vietato essere promossi), una presunzione di colpevolezza (dal momento in cui vieni eletto sei considerato per principio un carrierista che aspetta solo l’occasione per vendersi) e un atteggiamento stile “non ce ne frega niente di te, se non ti piace vattene” (così poi confermi la presunzione precedente).

Ora, nel mondo ideale il Movimento potrebbe contare su una abbondante scorta di santi votati al martirio, ma, scendendo nel mondo delle persone reali, quanto può essere psicologicamente (de)motivante questo modo di impostare il lavoro dei consiglieri? C’è da stupirsi se poi qualcuno se la prende con Casaleggio, qualcuno contesta le regole, qualcun altro comincia a lavorare per se stesso, e più semplicemente nel giro di qualche tempo nessuno si offrirà più di fare il consigliere comunale e ci sarà la fila solo per il Parlamento?

E quanti degli scazzi pubblici che tanto ci danneggiano si potrebbero evitare semplicemente costruendo gli spazi per parlarsi e chiarirsi, invece di mandarsele a dire da una città all’altra a mezzo stampa e rete, prima che i rapporti personali si deteriorino e incancreniscano? Ma spazi per parlarsi tra compagni di avventura, non congressi con alzate di mano, votazioni e spaccature in maggioranze e minoranze; e persone il cui ruolo (informale) non sia quello di coordinare o dirigere, ma di ascoltare, consigliare e aiutare a far funzionare la rete di collaborazioni in orizzontale, e non per l’autorità concessagli da una regola ma per l’autorevolezza dei singoli ottenuta con il lavoro.

E poi, nel lungo termine, quanto può essere attraente la nostra “offerta di lavoro” nelle istituzioni e per chi? Perché non è affatto vero che eleggere Tizio o eleggere Caio è la stessa cosa perché sono solo terminali di una rete; nella realtà, la capacità, l’onestà, l’altruismo, la voglia di fare della persona che mettiamo nelle istituzioni sono vitali per un risultato positivo o negativo. Nessuno di noi è insostituibile, ma non tutti sono in grado di svolgere in modo soddisfacente determinati ruoli, come dimostra la moltiplicazione dei “PS” o la variabilità del lavoro fatto, per qualità e quantità, nelle diverse istituzioni (di cui peraltro il Movimento non ha alcuno strumento sistematico di misurazione, e anche su questo bisogna lavorare). E non di rado, più uno sgomita per venire eletto e meno è adatto al ruolo; mentre quelli adatti sono proprio quelli che hanno meno possibilità, o meno incentivi, per accettare il difficile ruolo di cui dicevamo sopra.

La prospettiva delle elezioni nazionali, poi, ha fatto letteralmente impazzire una parte del Movimento. Onesti attivisti si improvvisano concionatori, cominciano ad aprirsi siti personali e a pubblicare arringhe improponibili in un italiano stentato. Nascono gruppetti dai nomi equivoci che organizzano eventi a colpi di slogan populisti semplicemente per arruolare futuri cliccatori alle primarie. Il messaggio che è passato è che l’unica cosa che conterà per andare in Parlamento è la popolarità in rete. Ma siamo sicuri che sia il criterio giusto? E prima di pensare ai candidati, non dovremmo pensare a tutte le cose che ho elencato più sopra? (A parte che non ha senso pensare ai candidati prima di conoscere la legge elettorale…)

Ecco, queste sarebbero le osservazioni costruttive che avrei voluto sentir sollevare da Favia – non le paranoie su Casaleggio dittatore o sulla “democrazia interna” (slogan che vuol dire tutto e niente). Queste, e altre, sono le questioni che spero di vedere affrontate da Grillo e da Casaleggio, meglio se prima ascoltando e chiedendo alla rete suggerimenti e proposte, e solo dopo prendendo le decisioni. Entro sei mesi capiremo se il Movimento sarà riuscito a fare il salto di qualità: io confido di sì, perché è vitale per il futuro del Paese.

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