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Siamo il comune più indebitato di Italia!

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La CGIA di Mestre, dopo avere analizzato i conti dei 118 Comuni capoluogo di provincia presenti nel nostro Paese, ha etichettato Torino come la città più indebitata di Italia. Due i parametri analizzati:

1) incidenza percentuale del debito sulle entrate correnti: l"analisi di questo primo parametro di riferimento ha come scopo l'identificazione di quanto incidano le passività, accumulate da un Comune, sul totale delle proprie entrate correnti. L'indice mette quindi in relazione il debito accumulato dal comune con la sua capacità di raccogliere risorse. Le entrate correnti Sono costituite dalle fonti di finanziamento utilizzate, di norma, per affrontare le spese di funzionamento del Comune. Sono ricorrenti anno per anno e sono legate alla autonomia impositiva dell'ente (ICI, Tarsu, etc), ai trasferimenti (da parte dello Stato, della Regione e di altri enti) nonché alle entrate correlate ai servizi gestiti ed alla utilizzazione dei beni di proprietà.

2) debito pro-capite: rapporto tra l'indebitamento del comune e il numero di abitanti

Torino ottiene il peggior rating per entrambi i parametri: per quanto concerne il primo, Torino si posiziona con una percentuale di debito sulle entrate correnti pari a 252,2. Anche per quanto concerne il debito pro-capite, il dato non è più confortante: su ogni torinese grava un debito di 3.419 euro.

In effetti i dati sull'andamento del debito del nostro comune, tratti dal bilancio previsionale del 2010, e di seguito riportati non sono confortanti:

2007: 2.986.763 +199.933 nuovi - 96.569 rimborsato = 3.090.127
2008: 3.090.127 + 110.734 nuovi - 93.709 rimborsato = 3.107.152
2009: 3.107.152 + 196.306 nuovi - 103.563 rimborsato = 3.199.895
2010: 3.199.895 + 232.390 nuovi - 109.504 rimborsato = 3.322.781
2011: 3.322.781+ 220.977 nuovi - 108.020 rimborsato = 3.435.738
2012: 3.435.738 + 194.562 nuovi - 113.581 rimborsato = 3.517.619

Aggiungo un ulteriore indice all'analisi svolta dalla CGIA di Mestre, il rapporto tra il debito e le entrate correnti al netto dei trasferimenti, entrate che di fatto dipendono dalle decisioni di altri organi di governo e non sono pertanto "controllate" dal comune. Nel bilancio previsionale 2010 si prevede che questo indice arrivi ad un valore di 4,15 nel 2012. Il valore di questo indice era 3,64 nel 2007.

I derivati negli enti locali: una mossa azzardata

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Si sente parlare spesso di derivati nell'ambito degli enti locali e in particolare di rapporti tormentati, di cui si discute in tribunale, tra banche e pubbliche amministrazioni. Comuni che fanno causa a banche da cui hanno acquistato derivati finanziari ; banche che fanno causa ad enti pubblici : incredibile ma vero. Oggetto della disputa sono i derivati finanziari. I derivati sono contratti che incorporano una promessa di eseguire una prestazione ed il cui valore è basato sull'andamento del prezzo di un altro strumento finanziario (titolo sottostante).

Particolarmente diffuso, in particolare nell'ambito degli enti pubblici, è il cosiddetto "interest rate swop (I.R.S.)", cioè un accordo contrattuale tra due parti per scambiarsi una serie di pagamenti a date prestabilite. L'I.R.S. è utilizzato principalmente dalle parti contraenti per convertire un finanziamento a tasso fisso in un finanziamento a tasso variabile. Per esempio, un comune per coprire la sua emissione obbligazionaria ed il rischio che ne deriva di un eccessivo rialzo dei tassi può decidere di sottoscrivere dei derivati (I.R.S.) con banche che permettono loro di trasformare il tasso fisso delle obbligazioni in tasso variabile. Come si perfeziona il contratto? Ad ogni scadenza prestabilita verranno confrontati i due tassi oggetto del contratto: nel caso in cui il tasso variabile di riferimento scenda al di sotto del tasso fisso il comune si avvantaggia, nel caso in cui il variabile superi il fisso sarà la banca ad ottenere un profitto.

Inutile dire che tra banche emittenti degli strumenti, operatori specializzati nel settore, e i comuni sottoscrittori, enti pubblici non esperti in operazioni finanziarie, nell'orizzonte di medio termine abbia solitamente geenrato profitti dall'operazione la banca. Secondo la Consob nel 2004 il controvalore nozionale delle posizioni in derivati detenute da intermediari finanziari nei confronti di imprese ed enti locali era pari a circa € 146 miliardi di euro di cui circa l'80% risulta in perdita. Alcune comuni, tra cui ad esempio Milano e Rimini, hanno fatto causa alle banche. Nel caso di Rimini contro Unicredit S.p.A e Unicredit Corporate Banking, in data 12/10 è stata emessa la sentenza num. 1523/2010, che accoglie la domanda avanzata dall'ente, dichiarando la nullità dei contratti e l'obbligo da parte delle banche di restituire il saldo negativo dei differenziali pagati nel corso della durata del contratto dal comune alla banca (maggiorato degli interessi legali).

I derivati finanziari, trattandosi di vere e proprie scommesse, sono operazioni ad elevato rischio e dati gli squilibri finanziari in cui versano i bilanci degli enti pubblici non avrebbero dovuto essere permessi. Invece ha dominato, anche in questo caso come purtroppo avviene sempre più di frequente, la necessità di ottenere liquidità nel breve termine, a discapito degli effetti che dovranno gestire le generazioni e giunte future. Così moltissime amministrazioni hanno aderito alla sottoscrizione di contratti finanziari per ottenere nel breve liquidità spostando avanti le scadenze debitorie e/o rimodulando le esposizioni debitorie, diminuendo le uscite di oggi e prorogando i maggiori rischi e le uscite.

Mi chiedo, ma è davvero necessario che si debba arrivare a cause tra comune e banche sperando di ottenere sentenze a favore degli enti pubblici per recuperare, forse, un giorno, il differenziale perso? E non dovrebbe forse essere sufficiente il senso di responsabilità di chi ci amminstra per compendere quanto siano azzardate e inadeguate queste operazioni per gestire le posizioni debitorie degli enti pubblici?

Evidentemente no e forse questa è la cosa più assurda in assoluto.

Flash mob a Porta Nuova: No al sessismo berlusconiano

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Forse avrete sentito al telegiornale che ieri sera a Porta Nuova c'è stato un "flash mob": un nutrito gruppo di persone vestite di nero, principalmente donne, si è radunato nell'atrio della stazione e, ad un segnale convenuto, ha cominciato a ballare. Poi è stato esposto uno striscione che diceva "L'Italia non è una repubblica basata sulla prostituzione.": l'obiettivo era contestare la cultura apertamente sessista e squalificante verso le donne che è riemersa in questi ultimi tempi, a partire dagli scandali sessuali del Presidente del Consiglio.

Un "flash mob" è una manifestazione aperta a chiunque e organizzata in un luogo pubblico senza preavviso, semplicemente spargendo la voce, e iniziando di colpo, ad un segnale noto solo ai partecipanti, per cogliere di sorpresa tutti quelli che passano di lì; una volta sarebbe stato impossibile farlo, ma oggi c'è Facebook. Peraltro questo "flash mob" ha avuto poco di "flash", visto che tutti erano lì già mezz'ora prima esibendo apertamente cartelli e vestiti, che la manifestazione era stata ampiamente annunciata sui media ufficiali - ne aveva parlato persino La Stampa, con tanto di link - e che c'erano più telecamere che nel caveau di una banca. Se la sorpresa è un po' mancata, l'effetto però è stato ottimo, così come la risonanza della manifestazione stessa.

Il momento migliore, però, è arrivato inatteso: alla fine, quando la musica si è spenta e tutti erano in silenzio non sapendo bene che fare, qualcuno (non so se sincero o provocatorio) ha gridato "Forza Silvio!". Lì la folla ha reagito fischiando, e poi con un minuto di grida, "dimissioni, dimissioni", che ha quasi fatto venir giù i muri della stazione.

La rabbia che una parte del Paese ha verso Silvio è ampiamente giustificata, ma spesso dimentica il fatto che il problema è culturale e non politico, e che le cose non sarebbero molto diverse con altri partiti al governo (per quanto quello dell'approccio alle donne sia uno dei campi dove esiste ancora una diversità). Comunque, l'intensità del sentimento è impressionante; e per domenica 6 febbraio è prevista una grande manifestazione ad Arcore. Vedremo cosa succederà; nel frattempo, avete trovato più sopra il video di ieri sera, mentre su Youtube potete trovare anche una versione integrale senza tagli.

Newsletter n.1

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Partecipa iscrivendoti qui: www.movimentotorino.it/volontari

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Lo staff di BEPPE GRILLO ha certificato la nostra lista a 5 stelle candidata per le comunali di Torino2011.
I nomi dei candidati sono ora elencati nello spazio ufficiale di Torino sul blog beppegrillo.it ed è stato definitivamente confermato Vittorio BERTOLA come candidato sindaco. Da tutte le parti si dice che Torino ha bisogno di "un sindaco giovane e competente" ... [continua a leggere su http://www.beppegrillo.it/2011/01/il_movimento_5_3.html]


Mirafiori: no a Marchionne, sì al futuro

In questi giorni tutta Italia parla di Mirafiori e del referendum sul nuovo accordo di lavoro; e anche noi del Movimento 5 Stelle di Torino vorremmo dire con chiarezza la nostra posizione. Non siamo di sinistra (né di destra o di centro) e non vogliamo certo difendere le sacche di inefficienza, i privilegi, le rigidità, le pastoie legali cervellotiche e l'assenteismo che ancora regnano in grandi parti del mondo del lavoro italiano, né giustificare sindacati che, al di là della loro posizione di questi giorni, tutti insieme per trent'anni non hanno saputo fare molto altro che difendere lo status quo e la propria partecipazione al potere, di cui molti sindacalisti hanno beneficiato personalmente ben oltre il lecito. Tuttavia, troviamo questo accordo scandaloso; è un ricatto con cui Marchionne dice "o lavorate a condizioni sempre peggiori o io chiudo le fabbriche italiane" ... [continua a leggere su http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/torino/2011/01/mirafiori-no-a-marchionne-si-al-futuro.html]


Un futuro per Torino
Dopo il successo delle elezioni regionali dello scorso anno, il Movimento si accinge a partecipare alle elezioni comunali di Torino. All'inizio di gennaio abbiamo ottenuto la certificazione di Beppe Grillo, e in questi giorni abbiamo iniziato la nostra attività ufficiale. Torino è una città economicamente in crisi: è la città più indebitata d'Italia pro capite (quasi 6000 euro per abitante) e anche l'economia privata sta svanendo - chiudono non solo le fabbriche ma anche gli uffici, e per trovare un lavoro stabile si deve spesso emigrare a Milano o all'estero. Finora questa situazione è stata nascosta sotto il tappeto delle Olimpiadi, dei grandi eventi, dei comunicati trionfali; Chiamparino sta vivacchiando e rimandando i problemi per arrivare a scadenza. Chiunque amministrerà il Comune si troverà di fronte a una situazione drammatica, sia dentro che fuori dalle casse comunali. Crediamo che la città abbia le risorse e i valori per aprire una nuova stagione e uscire dalla crisi, a patto che si verifichi un cambiamento profondo, generazionale. Né il centrosinistra né il centrodestra sono capaci di questo ... [continua a leggere su http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/torino/2011/01/un-futuro-per-torino.html]

lavori-in-corso.jpg IDEE PER TORINO - Laboratorio partecipativo per il programma

- Potenziamento Internet wifi libero nelle aree pubbliche ... [continua a leggere su http://www.movimentotorino.it/blog/2011/01/potenziamento-internet-wifi-libero-nelle-aree-pubbliche/]

- Esenzione dalla tassa R.S.U. per gli esercizi commerciali "a rifiuti zero" ... [continua a leggere su http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/torino/2011/01/esenzione-dalla-tassa-rsu-per-gli-esercizi-commerciali-a-rifiuti-zero.html]

- Impianti di riscaldamento e inquinamento ... [continua a leggere su http://www.movimentotorino.it/blog/2011/01/impianti-di-riscaldamento-e-inquinamento/]

Partecipa anche tu alla costruzione del programma per la città e per la tua circoscrizione scrivendo le tue idee sul forum o sul blog di BeppeGrillo http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/torino/ o scrivendo a info@movimentotorino.it


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MoVimento 5 Stelle TORINO
sito: http://www.movimentotorino.it
forum: http://forum.piemonte5stelle.it/viewforum.php?f=54
facebook: http://www.facebook.com/MoVimentoCinqueStelle.Torino
email: info@movimentotorino.it

Spazi all'economia solidale torinese

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Per Consumo Critico, base del modello di sviluppo alternativo a quello suggerito ogni giorno dai media, s'intende la pratica di organizzare le proprie abitudini di acquisto e di consumo preferendo prodotti con requisiti di qualità, le cui componenti essenziali sono:

  • modalità di produzione

  • sostenibilità ambientale del processo produttivo

  • eticità del trattamento accordato ai lavoratori

Il cittadino comprende la propria posizione di consumatore e persegue fini politici o etici, esercita dunque il diritto di poter scegliere tra diversi prodotti ricercando tutte le informazioni necessarie a compiere una scelta consapevole.gruppi_d_acquisto_solidale.jpg
L'analogia tra consumatore e lavoratore, evidenza la corrispondenza col diritto di sciopero e la sindacalizzazione. Tra consumatore ed elettore invece spiega lo slogan "voti ogni volta che vai a fare la spesa".
Il consumo critico può, oltre agli acquisti di beni materiali, anche riguardare le scelte inerenti al risparmio (finanza etica) e all'uso di servizi come ad esempio i trasporti o le telecomunicazioni.

Queste riflessioni ci fanno scoprire di non essere gli unici ad interrogarsi prima di comprare qualcosa. Gli acquisti sono strumento molto potente per "disincentivare" modelli economici e produttivi non rispettosi di ambiente e persone.

In gruppo poi tutto diventa più facile. La forza sta nella condivisione attraverso la comunità. Non solo si raccolgono e diffondono molte informazioni, ma si possono ottenere prezzi vantaggiosi e conoscere direttamente i produttori.

Ecco quali sono i vantaggi dunque di tutti i gruppi di acquisto (GAS= gruppi d'acquisto solidale, GAC=gruppi d'acquisto collettivo, GAP=gruppi d'acquisto popolare). Le persone che aderiscono a questi gruppi si pongono le stesse domande in merito ai propri consumi, scoprendo che si può migliorare la qualità senza incidere più di tanto sul portafogli. Migliore informazione quindi qualità, possibile tracciabilità, e perchè no, maggiore convivialità e socialità che deriva dal condividere momenti collettivi.

A seguito di alcuni momenti di confronto con gli attivisti del MoVimento5stelle di Torino, è emerso l'annoso problema dell'indisponibilità di spazi "liberi" per le "consegne" dei gas sui vari territori cittadini. La mia proposta è quindi di censire ed organizzare una guida per richiedere la disponibilità degli spazi del Comune gestiti dalle dieci Circoscrizioni di Torino! Gli spazi circoscrizionali disponibili (e sono numerosi) risultano molto spesso inutilizzati ma sono comunque causa di spese che supportiamo noi tutti col bilancio comunale. La loro concessione è normata dal regolamento comunale apposito, mentre sulle rispettive aree web delle circoscrizioni si trovano a fatica perchè in ordine sparso notizie a riguardo.

La modulistica per la richiesta della loro concessione temporanea (che può essere anche patrocinata quindi concessa gratuitamente) è molto simile, alcune circoscrizioni pubblicano addirittura alcune foto dei locali.

Molto importante è sottolineare che un gruppo d'acquisto funziona bene se è costituito da persone che vivono in prossimità quindi, se consideriamo Torino, preferibilmente nella stessa circoscrizione. Ed appunto le Circoscrizioni offrono la disponibilità ad iniziative preferibilmente locali.

Attualmente esiste sostanzialmente un sistema di gestione dei Gruppi d'acquisto basato sui contatti "elettronici" fra gli aderenti. Vale a dire comunicazioni mail ed ordini gestiti con fogli di calcolo elettronico, col supporto nei casi più strutturati di veri e propri siti. Solo alcuni gruppi d'acquisto hanno spazi per il ritiro consolidati. Con l"utilizzo degli spazi circoscrizionali si risolverebbero diversi problemi logistici ma soprattutto la Circoscrizione potrebbe giocare un ruolo di supporto alle esperienze partecipate offrendo oltre ai locali anche un luogo informativo stabile per sostenere queste iniziative di consumo consapevole e solidale.

Spesso il gruppo è nato da un gruppo di amici (pochi) che hanno a cuore l'idea di consumo critico. Esistono numerosi altri GAS sul territorio con i quali si possono creare sinergie e scambi di riferimenti e contatti (i GAS a Torino sul sito ReteGas).

Il maggior gruppo è il GASTORINO, che si occupa di promozione e sostegno ai Gas e più in generale al consumo critico e all'economia solidale attraverso lo scambio di informazioni, il sostegno reciproco ed attività culturali.

Altre importanti realtà sono il Turin -Gas, il Gas La Cavagnetta, etc.

Commentate e contribuite alla proposta!

Il Teleriscaldamento questo sconosciuto

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Torino è definita una delle città d'italia più teleriscaldate ma tutto ciò può essere considerato un vanto oppure no?. Dipende da cosa si intende per teleriscaldamento.
Se con tale termine si intende produrre solo acqua calda in un polo di produzione che utilizza volgari caldaie allora si producono danni incalcolabili all'ambiente e all'utente finale (di norma tali impianti sono alimentati a metano o olio combustibile e solo in rari casi a biomassa o con combustibili derivati dalla distillazione di vegetali). All'ambiente poichè la resa di tale impianto (caldaie di bassa qualità e chilometri di rete disperdente) è di gran lunga peggiore della peggior caldaia condominiale o caldaietta autonoma e all'utente finale perchè si ritroverà costretto a servirsi di tale impianto subendone i costi del gestore, non ultimo la popolazione intera dovrà sopportare lavori stradali sia per la posa in opera iniziale delle conduttura e sia per le inevitabili manutenzioni che si renderanno necessarie negli anni. In sintesi quello di cui sopra non si chiama teleriscaldamento ma danno ambientale con il fine di lucro.
Per dovere di cronaca la Regione Piemonte ha deliberato che in caso di nuovo edificio che si allacci ad un impianto di teleriscaldamento come quello sopra descritto viene abbuonato l'obbligo di installare pannelli solari termici per la produzione di acqua calda sanitaria che copra non meno del 60% di fabbisogno di energia. Su questo ultimo punto occorre fare un ragionamento molto semplice. L'energia solare per il solo per il fatto di esistere permette di produrre acqua calda sanitaria con rese annue facilmente comprese tra il 60% ed il 70%. Ci si chiede per quale ragione si possa fare a meno di utilizzare questa fonte e bruciare comunque qualcosa a grande distanza e dire tramite una legge che le situazioni sono equivalenti ai fini energetici ed ambientali. E' come dire che non fumare fa bene ma se fumi e poi dopo inspiri un po' di ossigeno puro è la stessa cosa. Siamo arrivati al capolinea della fisica tecnica. I tecnici regionali hanno scritto le nuove regole dell'energia.
Abbiamo poi quello che viene definito il teleriscaldamento cogenerativo ovvero la produzione combinata di energia elettrica e calore. Da un punto di vista concettuale tale tipologia di impianto sembrerebbe l'ideale per aumentare quello che viene definito il rendimento energetico nazionale che ad oggi è pari al 46% (brucio 100 e butto via 54 tanto per capirci). Infatti un buon impianto cogenerativo idealmente potrebbe arrivare a rendimenti del 90%. Uso il condizionale per una ragione semplice:
La necessità di acqua calda è grande nei mesi invernali (riscaldamento) e non è costante neanche in tale periodo in quanto nei mesi di ottotre, novembre, marzo e aprile basta pochissimo calore per riscaldare le case. Nei mesi estivi l'acqua calda serve per farsi qualche doccia ma sarebbe pura follia pensare di vettoriare acqua calda in reti chilometriche solo per lavarsi la jolanda o il valter (termini cari alla nostra concittadina Lucianona). Appare quindi chiaro anche ad uno sprovveduto che la produzione combinata di energia elettrica e acqua calda alla massima efficienza non può avvenire per 365 gg all'anno. E qui cade tutto l'arazio che sta dietro a tutti gl impianti cogenerativi. Sovente, anzi spesso, per poter ammortizzare i costosi motori utilizzati per far girare gli alternatori (motori alternativi o turbine qual si voglia) si dissapa in atmosfera il calore prodotto dal liquido di raffredamento e dei gas di scarico inoltre sovente l'energia termica prodotta nel ciclo combinato non è sufficiente a coprire i fabbisogni di picco e quindi bisogna ricorrere alle caldaia di pessima qualità di cui accennavo sopra.
Per farla breve il legislatore ha definito un parametro per comprendere se un impianto di teleriscaldamento cogenerativo è buono oppure no obbligando i gestori a dichiarare un numero che si chiama "FATTORE DI CONVERSIONE". Se questo numero è prossimo o superiore ad 1 tanto vale evitare tali tipi di impianti in quanto i costi di investimento iniziali, i costi di esercizio ed i costi di manutenzione potrebbero essere spesi in altro modo. Se tale numero è minore ad 1 (ma direi minore di 0,7) allora effettivamente qualche vantaggio si può ottenere.
La morale di quanto sopra è che il Teleriscaldamento di Torino ha fattore di conversione prossimo ad 1 e pertanto ci sono migliaia di cittadini vessati e presi in giro dall'amministrazione comunale la quale sponsorizza tale iniziativa obbligando i costruttori edili a predisporre gli allacciamenti al teleriscaldamento ritrovandosi poi a dover pagare cost spropositati di energia e nel contempo NON C'E' ALCUN VANTAGGIO PER L'AMBIENTE. Se tutto il denaro speso (si stima 10 milioni di euro a MW in 30 anni di esercizio) per scavare, costruire mostri in cemento armato (guardate la nuova centrale da 450 MW), gestire la bollettazione, manutenzioni e chi più ne ha e più ne metta si fossero utilizzati per riqualificare il parco edilizio esistente oggi avremmo il 40% in meno di fabbisogno di energia e ovviamente il 40% in meno di emissioni in atmosfera.
Ma è chiaro che l'interesse comune è che si consumi di più. A quale gestore di energia interessa che un edificio consumi il 40% in meno, se un edificio che è inefficiente energeticamente si allaccia al teleriscaldamento per il gestore significa lauti guadagni e si guarderà bene dal mettere in atto azioni volte alla riduzione dei consumi.

A velocità normale

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Trenitalia insiste: la bassa velocità non è possibile. Se, come me, dovete ritornare da Ferrara a Torino di giovedì pomeriggio, e chiedete al sito di Trenitalia le opzioni disponibili, ottenete soltanto soluzioni via treni alta velocità, e al massimo il passaggio sull’unico e solitario intercity rimasto dall’Adriatico per Torino. Ovviamente i prezzi sono sostanzialmente casuali ma comunque cari; la soluzione più veloce (3h 17′) costa 64 euro e parte alle 16:48, ma se volete partire due ore prima dovrete spendere 79 euro pur mettendoci venti minuti in più, per la teoria demenziale per cui Trenitalia vende spezzoni di treno e non un viaggio completo, per cui l’alta velocità costa carissima anche se poi gli orari vi costringono ad attendere a lungo in stazione il treno successivo. L’intercity ci mette quasi cinque ore e costa 35 euro; e se volete arrivare per le 17 dovete prendere una soluzione AV che costa 55 euro e ci mette praticamente quanto l’intercity.

Supponete però di essere, come me, in viaggio di piacere in una giornata senza impegni, e dunque che preferiate viaggiare più lentamente ma evitare di dover aprire un mutuo per pagare i treni AV. Si può; è solo che Trenitalia cerca di evitare in ogni modo che lo facciate, spingendovi sull’alta velocità. Cliccando su “tutte le soluzioni” cominciate a scoprire qualcosa; per esempio che esiste la possibilità di andare da Ferrara a Torino con tre treni regionali in catena, impiegandoci solo un quarto d’ora in più che con l’intercity, e spendendo 21,30 euro: un terzo o un quarto che con l’alta velocità, e in certi orari l’incremento di durata del viaggio rispetto alla soluzione AV è soltanto di mezz’ora.

I treni regionali hanno altri vantaggi: per esempio, se ne perdi uno ce n’è generalmente un altro un’ora dopo (anche se purtroppo questo non è vero sulla Piacenza-Torino). Puoi anche inserire delle pause: e infatti io ho scelto di partire da Ferrara un’ora prima e avere un’ora di pausa a Bologna, nella quale fare pranzo con calma, una passeggiata e un po’ di foto. Non c’è bisogno di prenotazione, sali e scendi quando vuoi, e anche se alle volte c’è l’assalto, alle volte hai tutta la carrozza per te o quasi. Non ci sono manager coi telefonini, turisti americani coi valigioni, annunci pubblicitari all’altoparlante sulla qualità dello spumante offerto in prima (sì, sui Frecciarotta li fanno). E la velocità ti permette - oltre che di connetterti con il telefonino senza che la connessione cada ogni minuto per via del cambio di cella - di vedere meglio il paesaggio.

Sono dunque arrivato alla stazione di Ferrara all’una e un quarto; ho cercato di fare il biglietto alla macchinetta (una di quelle nuovissimo stile), che però, a differenza del sito, non mi mostrava la soluzione via treni regionali nemmeno selezionando “tutte le soluzioni”, e insisteva a farmi prendere l’alta velocità. Non è un caso: è una nuova “scelta commerciale” di Trenitalia, per cui sui percorsi lunghi le emettitrici self service sono riservate ai percorsi via treno veloce o almeno via intercity. Tanto si sa che le ferrovie non sono un servizio, ma una società a scopo di lucro…

Comunque sono andato alla biglietteria, dove mi hanno fatto il mio biglietto regionale senza fiatare, chiedendomi solo conferma del percorso. Già, perché avessi avuto più voglia e più tempo avrei anche potuto esplorare, prendere qualche linea secondaria come la Ferrara-Suzzara e poi la Suzzara-Parma, anche se ci avrei messo un’ora in più.

Alle 13:32 ho preso a Ferrara il treno RV (“regionale veloce” - sono gli ex interregionali, che per un po’ sono stati rinominati “regionale” come gli altri, e ora hanno di nuovo un nome diverso, anche se la tariffa è la stessa dei locali) che arrivava da Venezia: assalto di studenti ma carrozza poco affollata. Alle 14:06, puntuali, siamo arrivati a Bologna e io ne ho approfittato per mangiare al solito self service di via Indipendenza e dare uno sguardo al devastante cantiere della stazione TAV.

Alle 15:26 si riparte per Piacenza; qui l’unico inconveniente, il treno arriva da Rimini e non solo si ferma a metà stazione, prima ancora del secondo sottopassaggio, ma ha le prime due carrozze sbarrate e fuori servizio. Davanti alle porte della terza carrozza si forma un grumo disumano di almeno cento persone a porta… io corro un po’ più in giù e riesco a salire e sedermi, ma questo treno viaggia effettivamente bello pieno per tutta l’Emilia; forse dovrebbero metterne uno ogni mezz’ora.

Il treno arriva però puntuale alle 17:02 a Piacenza, dove io ho il tempo addirittura di andare in bagno, proprio davanti al mio treno successivo fermo sul binario 1. Alle 17:17 si riparte, e stavolta in tutta la carrozza siamo in due: capisco perché la Piacenza-Torino RV ha pochi treni (6:38, 11:17, 17:17 e 19:17). Esistono comunque soluzioni che Trenitalia non vi dirà mai - ad esempio alle 14:17 parte un RV per Genova, da cui a Voghera si può prendere una coincidenza per Asti e poi un altro regionale locale fino a Torino. Il viaggio è tranquillissimo e posso godermi un magnifico tramonto sull’Oltrepò Pavese. Anche qui, arrivo in perfetto orario.

Sarò anche stato fortunato, ma continuo a pensare come potrebbero essere utili le ferrovie se si prestasse attenzione anche a un servizio capillare a velocità normale, invece di concentrare tutti gli sforzi su un servizio ad alta velocità costosissimo che poi, a meno che tu non ti stia spostando direttamente tra due delle sei città coperte dal servizio, a forza di coincidenze nel nulla ci mette quasi lo stesso tempo di prima.

Spesso è la mancanza di servizio che elimina l’utenza: se io so che ogni due ore posso prendere un treno economico e diretto da Voghera per Torino o da Asti per Piacenza ci faccio un pensiero, mentre se devo stare dietro a orari imprevedibili, prenotazioni obbligatorie e prezzi sempre diversi mi rompo e prendo l’auto. Gli ex interregionali sono stati volutamente ammazzati da Trenitalia per spingere le persone a prendere i treni più costosi, col risultato di spingerli invece sempre più spesso sull’auto.

Cauzione per i bicchieri ai concerti ed eventi pubblici

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Qualche anno fa durante un periodo di permanenza in germania, a Karlsruhe, nella regione del baden wurttemberg decisi di farmi un bel giretto in uno dei locali della città per assistere ad un concerto. Arrivato nel locale mi sembrò già strano vedere gente di tutte le età condividere la passione per i concerti, ma ancora più strano mi sembrò veder distribuiti per il locale dei bicchieroni da cocktail di plastica molto spessi.

Presi una birra alla spina che la barista mi servì in questo bicchierone facendomela pagare circa 5 euro, ma prima di darmi la birra mi chiese una volta finito il concerto, di riportarle il bicchiere.
Mi gustai il concerto e Alla fine, molto diligentemente decisi di riportarle il bicchiere, E OTTENNI IN CAMBIO UN FANTASTICO EURO !!!

Dal momento che in germania le leggi per chi guida in stato di ebrezza sono molto molto severe, decisi che bastava così, ma se avessi deciso di prendere un'altra birra avrei potuto far riempire nuovamente lo stesso bicchiere.

Oggi che mi sono candidato per il consiglio comunale di Torino, ho pensato a questa piccola proposta da inserire nel programma, cose concrete che possono permetterci di introdurre l'argomento tra i giovani della città che sono i più aperti ai cambiamenti.

Una volta introdotto, "il reso", potrebbe essere utilizzato nei grandi concerti con effetti positivi anche per gli organizzatori (nessun bicchiere in giro nelle arene e risparmio sui costi di pulizia e niente problemi in caso di rissa, questi bicchieri sono infrangibili) e per l'ambiente (nessuna plastica in giro e risparmio anche sull'energia per produrre i bicchieri usa e getta).

Un futuro per Torino

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Dopo il successo delle elezioni regionali dello scorso anno, il Movimento si accinge a partecipare alle elezioni comunali di Torino. All'inizio di gennaio abbiamo ottenuto la certificazione di Beppe Grillo, e in questi giorni abbiamo iniziato la nostra attività ufficiale.

Torino è una città economicamente in crisi: è la città più indebitata d'Italia pro capite (quasi 6000 euro per abitante) e anche l'economia privata sta svanendo - chiudono non solo le fabbriche ma anche gli uffici, e per trovare un lavoro stabile si deve spesso emigrare a Milano o all'estero. Finora questa situazione è stata nascosta sotto il tappeto delle Olimpiadi, dei grandi eventi, dei comunicati trionfali; Chiamparino sta vivacchiando e rimandando i problemi per arrivare a scadenza. Chiunque amministrerà il Comune si troverà di fronte a una situazione drammatica, sia dentro che fuori dalle casse comunali.

Crediamo che la città abbia le risorse e i valori per aprire una nuova stagione e uscire dalla crisi, a patto che si verifichi un cambiamento profondo, generazionale. Né il centrosinistra né il centrodestra sono capaci di questo; sono privi di idee, legati alle clientele e ai salotti, e ragionano con modelli di sviluppo ottocenteschi - la grande fabbrica, la grande infrastruttura. Ma nel ventunesimo secolo, nell'Occidente sviluppato, la ricchezza può derivare solo dalle idee, dai servizi, dalle produzioni immateriali e sociali. E dunque a Torino servono due cose: innovazione e meritocrazia.

L'innovazione è necessaria sul piano economico, perché le nostre aziende offrano prodotti che a qualcuno interessa comprare, ma anche sul piano organizzativo, per ridurre i costi della macchina comunale e migliorare i servizi, e sul piano culturale, perché l’amministrazione della città punti alla qualità della vita dei cittadini e non ai grandi affari e ai grandi appalti, e perché la città affronti i tempi durissimi della crisi con coesione e solidarietà, e non con un "si salvi chi può" in cui tutti alla fine sono soli e perdenti.

La meritocrazia, attraendo a Torino i migliori giovani cervelli d'Italia e del mondo e affidando la città a persone capaci anziché a "figli di" e raccomandati, permette alle idee intelligenti di emergere e venire realizzate; ed è la base della giustizia sociale, dando anche a chi viene da condizioni meno privilegiate quella possibilità di emergere che in Italia oggi non ha.

In questo modo si può riportare a Torino lo sviluppo; ma uno sviluppo nuovo, che non miri all'incremento della produzione di beni materiali, ma alla solidarietà, alla qualità della vita, a un nuovo senso di comunità, a un benessere durevole per tutti; uno sviluppo in armonia con l’ambiente e la natura, nell’ambito di una vera transizione verso la società del "dopo petrolio", dell’integrazione globale e sperabilmente dell’orizzontalità e della rete, senza più piramidi di potere.

L'obiettivo della politica non deve essere l'arricchimento di pochi, ma la felicità di tutti. Noi saremmo contenti se potessimo amministrare questa città con questo obiettivo: quello di rendere ogni torinese innanzi tutto un po' più felice.

Per fare questo, però, abbiamo bisogno dell’apporto di tutti i torinesi. Il gruppo di interesse che controlla questa città riproporrà i suoi candidati nel solito teatrino: un vecchio politicante o un finto giovane del centrosinistra, e un candidato qualsiasi del centrodestra, destinato a perdere in partenza. Noi vogliamo scardinare questa logica: abbiamo le capacità per governare Torino, e ci presentiamo per offrirvi una vera, storica alternativa.

Noi vogliamo essere i vostri "dipendenti" in Comune, abbiamo tante idee e proposte concrete, ma non possiamo cambiare il mondo da soli. Abbiamo bisogno del vostro aiuto per farci conoscere, del vostro contributo sugli argomenti che vi stanno a cuore. Contattateci, lasciateci la vostra e-mail o agganciateci su Facebook, partecipate anche solo per un minuto al giorno, ma attivatevi con noi. Grazie!

Mirafiori: No a Marchionne, sì al futuro

| 1 commento

13 gennaio 2011

In questi giorni tutta Italia parla di Mirafiori e del referendum sul nuovo accordo di lavoro; e anche noi del Movimento 5 Stelle di Torino vorremmo dire con chiarezza la nostra posizione.

Non siamo di sinistra (né di destra o di centro) e non vogliamo certo difendere le sacche di inefficienza, i privilegi, le rigidità, le pastoie legali cervellotiche e l'assenteismo che ancora regnano in grandi parti del mondo del lavoro italiano, né giustificare sindacati che, al di là della loro posizione di questi giorni, tutti insieme per trent'anni non hanno saputo fare molto altro che difendere lo status quo e la propria partecipazione al potere, di cui molti sindacalisti hanno beneficiato personalmente ben oltre il lecito.

Tuttavia, troviamo questo accordo scandaloso; è un ricatto con cui Marchionne dice “o lavorate a condizioni sempre peggiori o io chiudo le fabbriche italiane”. Scandaloso, più ancora il fatto che Marchionne “ci provi”, è il fatto che il Paese si disponga a novanta gradi; che non ci sia una controparte seria in grado di giocare non in difesa, ma in attacco.

Il famoso progetto Fabbrica Italia, almeno per quanto riguarda Mirafiori, non convince proprio: che futuro può avere uno stabilimento che dovrebbe produrre SUV americani su licenza? E’ questo, secondo Marchionne, il veicolo del futuro, o è un modo per trascinare Mirafiori ancora per qualche anno in condizioni sempre peggiori, stile ThyssenKrupp, in attesa di poter chiudere la fabbrica per sfinimento?

La Fiat chiede agli operai più produttività, ma poi in molti reparti di Mirafiori i macchinari più recenti hanno almeno vent’anni e molti ne hanno quaranta; per cui, se in Volkswagen cambiano stampo in dieci minuti, in Fiat ci mettono tre ore, periodo in cui la produzione resta ferma. Questo è un piccolo esempio di come l'eventuale improduttività della produzione italiana non derivi dalle “pause pipì” dei lavoratori, ma dalla mancanza di investimenti da parte dell'azienda. Altrimenti, come è possibile che in Germania gli operai guadagnino il 30% in più, lavorino 35 ore invece di 40, e le fabbriche siano competitive?

Inoltre, la crisi commerciale di Fiat deriva dall'incapacità dei manager e dei sindacati di concepire un piano industriale adeguato alla mobilità del “post petrolio”, basata su veicoli energeticamente efficienti e non inquinanti, su una diversificazione verso settori attigui (come la cogenerazione di energia già abbracciata da Volkswagen) e su uno spostamento verso il trasporto pubblico e collettivo. La Fiat è gestita come un conglomerato finanziario e borsistico, non come una grande industria; è incredibile come così poca attenzione sia stata prestata a questo tema.

Troviamo assurde le argomentazioni di chi auspica la firma del nuovo contratto. Il sindaco Chiamparino, come un piazzista televisivo, invita a firmare ora promettendo che poi si aggiusterà il contratto in futuro, prendendo per scemi gli operai. La storia insegna che chi cede ai ricatti una volta poi potrà soltanto cedere ancora, e ancora. Sarà anche vero che la competizione globale è feroce e che il futuro di un paese sviluppato non è nell'industria pesante, ma qual è la risposta disegnata dalla classe politica e industriale italiana: la trasformazione degli operai in schiavi? La loro eliminazione fisica?

A tutto questo si aggiunge però un altro scandalo, quello dell’ingiustizia sociale. Se l’Italia deve accettare sacrifici per recuperare competitività, li devono fare tutti, compresi i dirigenti e gli azionisti. Non è accettabile che si peggiorino le condizioni di vita e di salute degli operai mentre Marchionne guadagna 120 milioni di euro con le sue stock option, tassate perdipiù al 12,5%. I manager miliardari che impongono sacrifici solo agli altri sono figure moralmente indegne.

Ci piacerebbe fare il conto di quanti soldi ha dato alla Fiat la collettività con la cassa integrazione, con gli incentivi alla rottamazione, con le regalie degli enti locali come l’acquisto delle aree TNE (60 milioni di euro) o la svendita dello Stadio delle Alpi a scopo di centro commerciale. Facendo i conti, potremmo scoprire che Mirafiori in realtà dovrebbe già essere nostra.

Proprio perché gli operai sono sotto il ricatto della perdita del posto di lavoro, sta al resto del Paese difenderli. Una classe politica degna di questo nome avrebbe negoziato con la Fiat un piano industriale ben diverso, e avrebbe preteso il rispetto dei diritti dei lavoratori. Di fronte alla minaccia di chiudere gli stabilimenti, una classe politica degna di questo nome avrebbe chiesto la restituzione degli aiuti di Stato percepiti in questi anni, come peraltro hanno fatto molti governi stranieri; verificato la possibilità di introdurre dazi sulle produzioni effettuate in Serbia, che piacciano a Bruxelles o no; imposto una tassazione non del 12,5%, ma dell'80% sulle plusvalenze da stock option oltre il milione di euro. Avrebbe, insomma, fatto il possibile e l'impossibile per arrivare a un accordo equilibrato e dignitoso per tutti, esercitando il potere che i lavoratori oggi non hanno.

Quello che è in ballo oggi è molto più che qualche pausa in meno; è il diritto dei lavoratori a venire rispettati, a scegliersi i propri rappresentanti, a sperare in un futuro migliore e non progressivamente peggiore. Per questo motivo, invitiamo a votare NO al referendum per l'approvazione del contratto; inoltre, capendo che molti lavoratori, lasciati soli dall'Italia, non potranno che cedere al ricatto di Marchionne, promettiamo loro solidarietà e sostegno per le future battaglie, qualsiasi sia l'esito del referendum.

Esentare dalla tassa Rifiuti Solidi Urbani gli esercizi commerciali come bar, tavola calda, ristoranti che vendono prodotti sfusi e usano stoviglie riutilizzabili, sarebbe un ottimo incentivo per indirizzare anche i torinesi verso la "Strategia Rifiuti Zero".
Oggi un bar di 100 mq. che usa stoviglie in plastica e vende acqua in bottiglie di plastica paga la stessa tassa rifiuti di un bar di 100 mq. che usa stoviglie in ceramica e serve acqua del rubinetto.

Attrezzarsi verso i "rifiuti zero" è relativamente semplice per gli esercizi commerciali che somministrano alimenti:
- birre, coca cola, acqua e vino posso essere serviti alla spina;
- le stoviglie riutilizzabili già oggi in molti le usano;
- brioches e paste i bar possono acquistarle dal fornaio del quartiere (invece che surgelate e prodotte a decine di Km. di distanza) sostenendo allo stesso tempo l'economia locale;
- anche per il latte ci si potrebbe rivolgere direttamente a produttori locali (che forniscono il latte in bottiglie di vetro e ritirano il vuoto il giorno dopo) ...e per il caffè ai torrefattori in zona.

Il "controllo" dell'eventuale rispetto della norma potrebbe essere relativamente semplice:
1) il commerciante autodichiara di aderire all'iniziativa e viene subito esentato;
2) il comune, con i Vigili, effettua ispezioni "a sorpresa" verificando l'eventuale mancato rispetto.

*

Inserisco questa proposta anche sul forum nazionale del Movimento 5 Stelle.

PLASTICA.JPG

Meno 18

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Ero bambino e il mio tram era il 6, quando i biglietti da dieci erano una striscia colorata lunga lunga a cui la macchinetta tagliava via ogni volta dal lato un pezzettino in più (di qui il nome "obliteratrice"). C'era l'inflazione a due cifre e dunque il colore dei biglietti e il relativo prezzo variava ogni anno o giù di lì.

Poi un giorno decisero che non c'era più il 6 ma l'1, e nemmeno andava più in piazza Castello, però era sempre lo stesso tram vecchiotto, non come quei nuovi mostri che giravano come "metropolitana leggera" (dall'accelerazione direi più "scassoni pesanti") in corso Regina. Con la nuova "griglia" avevano promesso chilometri di binari nuovi, ma intanto quelli vecchi sparivano alla velocità della luce; e negli anni seguenti, con la sola eccezione del nuovo 9, non fu altro che un susseguirsi di linee teoricamente tramviarie gestite con gli autobus per anni.

Il tram, eppure, non è un residuo del passato; in tutto il mondo sta ottenendo un nuovo successo, essendo una sana via di mezzo tra il piccolo e inquinante autobus e la costosissima metropolitana. Certo i tram moderni non sono più le vetturette agili del Novecento, ma dei barconi simili a una portacontainer su rotaie; ma sono imbattibili per le "linee di forza" del trasporto di una media città come Torino. Ciò nonostante, godono di una immagine particolarmente negativa, che porta alla tranquilla esposizione in pubblico di idee che a una analisi più attenta sollevano perlomeno qualche dubbio, come quella per cui scavare un buco enorme a fianco della Gran Madre per farci un parcheggio sotterraneo non danneggia il monumento, ma il fatto che ci giri attorno il tram sì (in fondo sono solo centoventi anni che ci gira attorno).

Attualmente, la storia simbolo del disprezzo con cui vengono visti i tram è quella del 18, la linea che dal 1982 unisce la zona di piazza Sofia a Mirafiori passando per via Bologna, via Rossini, via Accademia Albertina, via Madama Cristina, via Nizza, via Passo Buole e corso Settembrini. Si chiama così perché è la somma delle vecchie linee 1 e 8 ante riforma, e in questi ultimi anni, per via dei lavori del sottopasso di corso Spezia e poi della metropolitana verso il Lingotto, è stata prima troncata in piazza Carducci, con una navetta bus da lì a Mirafiori, e poi sostituita completamente con il bus.

Adesso, il progetto del Comune è quello di accorciarla definitivamente, fermandola per sempre in piazza Carducci. La scusa ufficiale è che essendoci la metropolitana da piazza Carducci al Lingotto, e in futuro fino a piazza Bengasi, non ha senso che in quel tratto di via Nizza passi anche un tram. Peccato che il tratto sia in tutto di tre fermate, e che rappresenti solo un pezzetto della linea 18.

I veri problemi per cui si vuol tagliare il 18 sono altri: i lavori della metropolitana sono stati fatti senza un briciolo di buon senso, spostando le fogne e i relativi tombini proprio dove c'erano i binari, e dunque ora il tram non ci passerebbe più. A monte di questo, sta la decisione di mandare in pensione qualche anno fa alcune decine di tram della serie 3100 (i classici tram arancioni di Torino), che ora giacciono a marcire in un deposito, ufficialmente accantonati. E allora, adesso che varie linee di tram (13, 16) smettono di essere gestite con i bus per la fine dei lavori di metropolitana e passante ferroviario, si scopre che non ci sono più abbastanza tram per gestire un percorso così lungo (più lungo è il percorso e più tram servono per coprirlo a parità di frequenza).

Quelle motrici sarebbero ancora recuperabili a costi senz'altro inferiori rispetto all'acquisto di altrettanti bus; e allora non si capisce perché si voglia a tutti i costi spendere dei soldi per comprare i bus, per poi costringere i passeggeri a cambiare da un tram a un bus in piazza Carducci. Visto che i binari ci sono già, perché non usarli? E' quello che chiede una petizione di tecnici e appassionati, che io ho già firmato.

Ma gli sprechi inspiegabili non sono finiti: nel 2005 (a metropolitana già in costruzione) si sono spesi molti soldi per rifare l'impianto in tutto il tratto di via Passo Buole (già di suo un impianto relativamente recente, visto che fino agli anni '60 la linea passava nel sottopasso del Lingotto): chilometri di binari che ora il Comune vorrebbe buttare per sempre.

Del resto, nel 2004 sono stati rifatti i binari del 18 anche in via Accademia Albertina; e anche quello rischia di restare uno spreco. Infatti, l'onnipresente lobby dei commercianti ha colto la palla al balzo per chiedere che il 18 diventi completamente bus su tutto il percorso. Perché? Perché così nel tratto iniziale di via Bologna le rotaie del tram, situate accanto al marciapiede davanti ai negozi, possono essere adibite a parcheggio, come già è in questo periodo di gestione bus provvisoria. E chi se ne frega dell'ecologia e dell'efficienza del trasporto pubblico.

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